L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 20
Se non che, continua Giuliano, non basta onorare i templi e le imagini degli dei, bisogna anche curare la dignità ed il benessere dei sacerdoti, i quali, pregando e sacrificando per noi, sono gli interpreti nostri presso gli dei. Ma, se il carattere sacerdotale basta, per sè stesso, a creare negli uomini il dovere di rispettarlo, impone, insieme, a chi lo porta, dei doveri speciali. Quali sono questi doveri? Il sacerdote deve condurre una vita esemplare, una vita che possa essere, in tutto, modello agli altri uomini. Egli deve, prima di tutto, onorare e servire gli dei, come se gli dei fossero presenti e lo vedessero, anzi, spingessero il loro sguardo, più potente di qualsiasi raggio, fino ai nostri più segreti pensieri. Non deve il sacerdote nè dire nè udir nulla di turpe; non basta ch’egli si astenga dalle empie azioni, ma anche dalle parole e dall’udizione di discorsi siffatti. Non deve leggere autori licenziosi; fugga sopratutto dai comici antichi. Si attenga solo ai filosofi, scegliendo quelli che si sono educati al rispetto degli dei, Pitagora, Platone, Aristotele, Crisippo e Zenone²⁵⁶. E anche da questi prenda solo quegli insegnamenti che si riferiscono alla vera natura degli dei, lasciando tutte quelle favole, inventate dai poeti, nelle quali gli dei appaiono come se si odiassero e combattessero a vicenda, quelle favole che hanno fatto tanto torto ai poeti stessi, e che furono abilmente usufruite prima dagli Ebrei, e poi dai miserabili Galilei. E Giuliano insiste, con forza, sulla convenienza di sceglier bene le letture del sacerdote. «Da quel che si legge viene negli animi una certa inclinazione, e da questa, a poco a poco, nascono i desideri, e poi, ad un tratto, sorge una gran fiamma, contro la quale bisogna prepararsi prima».
²⁵⁶ _Idem_, 385 sg.
Fra le letture pericolose e da sconsigliare, Giuliano pone Epicuro e Pirrone e ringrazia gli dei che hanno lasciato distruggere una parte dei loro libri. Nulla di più sintomatico di questo decreto di Giuliano che pone all’indice Epicuro. In fondo in fondo, il principio che guidava Giuliano, l’odio pel razionalismo portato nella conoscenza e nell’interpretazione dell’universo, è quello ancora che è legge per la Congregazione dell’Indice che siede al Vaticano. Ciò vuol dire, come vedremo meglio al termine di questo studio, che la rivoluzione voluta da Giuliano era affatto superficiale, perchè egli partecipava all’indirizzo intellettuale del suo tempo, ed avversava il concetto scientifico non meno dei metafisici neoplatonici e dei teologi cristiani.
Il sacerdote, continua il pio e rigoroso imperatore che prendeva sul serio il suo ufficio di pontefice massimo, deve non solo astenersi dai discorsi e dai libri sconvenienti, ma anche, e più ancora, dai pensieri tentatori, perchè è il pensiero che trascina la lingua. Egli deve conoscere tutti gli inni in onore degli dei, e fare le sue preghiere, pubblicamente e privatamente, tre volte al giorno, o, almeno all’alba ed al tramonto. Durante il periodo del suo servizio nel tempio, che, in Roma, è di trenta giorni, egli deve stare nel tempio, purificarsi coi riti prescritti, non andare nella sua casa privata, nè sulla piazza, non vedere i magistrati se non nel tempio, vivere filosofando e servendo gli dei. Compiuto il periodo e ritornato alla vita comune, potrà visitare qualche amico ed assistere anche a qualche banchetto, scegliendo però le case dei cittadini più stimati. Potrà anche recarsi qualche volta sulla piazza, conferire coi magistrati ed occuparsi di opere di beneficenza. Quando è nel servizio divino, il sacerdote deve usare vesti splendidissime; ma, fuori del tempio, deve vestirsi come è consueto e senza sfarzo; poichè sarebbe assurdo ch’egli adoperasse a scopo di stolta vanità ciò che riceve per onorare gli dei. Il portare in mezzo alla gente i vestimenti sacri è un offendere gli dei, senza dire che, al contatto degli impuri, quegli oggetti sacri rimangono contaminati²⁵⁷.
²⁵⁷ _Iulian._, 388 sg.
Il sacerdote non deve mai assistere ad uno spettacolo teatrale. Se fosse stato possibile ricondurre il teatro al culto puro di Bacco, Giuliano lo avrebbe tentato. Ma ciò non potendosi più fare, bisogna completamente astenersi dal frequentarlo. Il sacerdote non solo deve star lontano dal teatro, ma non deve farsi amico o lasciar venire alla sua porta nessun attore o danzatore. Egli potrà entrare agli spettacoli sacri, ma solo a quelli ai quali è vietato alle donne non solo di prender parte ma anche di assistere²⁵⁸.
²⁵⁸ _Idem_, 390.
Nella scelta dei sacerdoti non si deve guardare alla posizione ed alla ricchezza dei candidati, ma solo a due cose, che, cioè, il futuro sacerdote sia un uomo amante di Dio ed amante del prossimo. Sarà indizio del suo amor di Dio, se egli indurrà tutti i suoi di casa al culto degli dei; sarà indizio del suo amor del prossimo, se egli, di buona voglia, soccorrerà i poveri anche col poco di cui può disporre. E qui Giuliano esce in queste curiose e sintomatiche parole: «Dobbiamo aver gran cura di questo esercizio di filantropia, perchè qui forse troveremo il rimedio ai nostri mali. Dopochè si accorsero che i poveri erano trascurati dai sacerdoti sprezzanti, gli empi Galilei scaltramente si applicarono a questa filantropia, e diedero forza alla peggiore delle azioni coll’apparenza delle provvide cure. Come coloro che tendono agguati ai fanciulli, li persuadono a seguirli coll’offrir loro, due o tre volte, la focaccia, poi, quando son riusciti ad allontanarli dalla casa, li gittano su di una nave, e li rapiscono, e così per un pezzettino di dolce presente, diventa amara tutta la loro vita futura, nel medesimo modo costoro, cominciando da quello che essi chiamano l’amorevole servizio dei pasti in comune, trascinarono molti nell’empietà...»²⁵⁹.
²⁵⁹ _Iulian._, 391.
Qui s’interrompe la lettera di Giuliano, come è giunta a noi. Probabilmente i copisti non hanno voluto riprodurre le frasi ingiuriose che l’imperatore avrà scagliato contro i Cristiani.
A questo frammento, va, forse, unito, come dicemmo, l’altro frammento che costituisce la lettera 63ª, nell’epistolario di Giuliano. In essa, l’imperatore, dopo aver fatta ad un certo Teodoro professione d’amicizia e commentata la circostanza di aver avuto il medesimo maestro, probabilmente Massimo, gli dice di volergli affidare un ufficio di molta importanza, nel quale l’opera sua potrà essere di grande giovamento, ed egli potrà procurare a sè stesso soddisfazioni nel presente e speranze ancor maggiori per l’avvenire. E, per avvenire, Giuliano intende l’al di là della morte. Egli dice, a questo proposito, di non esser di coloro i quali credono che le anime si sperdano insieme col corpo, sebbene di ciò non si possa avere nessuna certezza, e si debba lasciarne la cura e la conoscenza solo agli dei. E poi continua:
«Ma qual’è quest’ufficio che io dico di volerti affidare? Quello d’essere a capo di tutti i servizî sacri dell’Asia, sorvegliare i sacerdoti d’ogni città, e distribuire ad ognuno ciò che gli spetta. Il superiore deve prima di tutto usar buoni modi, ed aggiungere poi la cortesia e l’amorevolezza per coloro che ne son degni. Chi offende gli uomini e non è rispettoso per gli dei ed è prepotente deve esser corretto con franchezza o punito con severità. Di ciò che convenga fare per il culto in generale, fra breve tu sarai istruito insieme agli altri. Ma fin d’ora voglio dirtene qualcosa. E tu farai bene ad obbedirmi. Io non parlo da temerario di queste cose, come lo sanno gli dei, ma sono, quanto è possibile, prudente e fuggo le novità, direi quasi, in tutto, ma, in modo speciale, nelle cose divine, convinto che convenga serbarsi fedeli alle antiche leggi che, come è manifesto, ci furono date dagli dei. Infatti, se ci venissero dagli uomini non sarebbero tanto sagge. Ora, siccome sono state trascurate e guaste dal prevalere dell’avarizia e del vizio, bisogna rifarsi da capo e tornarle in onore. Quando, dunque, io osservava le molte nostre trascuranze verso gli dei, e vedeva cacciato in bando, in causa degli impuri e viziosi costumi, il rispetto a loro dovuto, io mi addolorava fra me stesso, tanto più constatando come coloro che seguono il precetto della pietà (ebraica) erano tanto ardenti di zelo, da incontrar per essa la morte, da soffrire ogni privazione ed anche la fame, piuttosto che assaggiare carne di porco o di animali soffocati. E noi siamo, invece, tanto negligenti in tutto quanto si riferisce agli dei, da dimenticare le patrie consuetudini, da ignorare, anzi, che siano mai esistite. Ma gli Ebrei i quali, fino a un certo grado, possono dirsi devoti a Dio, perchè adorano un dio veramente potentissimo e benefico, il quale governa il mondo e che noi pure veneriamo, ma con altri nomi, mi pare agiscano bene non trasgredendo le loro leggi. In ciò solo essi peccano, cioè, nel non riconoscere gli altri dei, per venerarne uno solo, e nel credere di essere stati i prescelti fra tutte le nazioni, sollevati a tanta stoltezza dalla loro vanità barbarica. Quelli poi che professano l’empietà galilea, affetti da una malattia.....».
Qui il frammento s’interrompe, ma è ragionevole la supposizione che una qualche frase, ora perduta, lo unisse al testo che abbiamo più su analizzato. Ritorneremo su questo frammento, quando avremo guardato il terzo dei documenti relativi all’organizzazione della Chiesa politeista, ma notiamo subito come qui si ritrovi, in tutta la sua forza, l’espressione della simpatia che Giuliano nutriva per gli Ebrei. Abbiamo già visto, nel trattato contro i Cristiani, quali fossero le ragioni teoriche su cui egli posava quel suo sentimento. Ma qui troviamo una nuova ragione, ed è la tendenza profondamente conservatrice e tradizionale degli Ebrei e, sopratutto, della loro religione. Ora, Giuliano, che pure, nell’essenza della sua azione, era un riformatore, perchè il suo Politeismo, come vedemmo, è tutt’altra cosa del Politeismo naturalistico dei primi tempi, ed anche del Politeismo nazionale di Atene e di Roma, era, nella forma, un rigido conservatore. Egli voleva conservar intatta tutta la compagine esterna della civiltà ellenica e nulla gli era tanto odioso, nel Cristianesimo, quanto la pretesa di sconvolgere tutto e di far casa nuova nello spirito umano. La protezione e la simpatia per gli Ebrei costituivano una buona carta nel gioco di Giuliano contro i Cristiani, ed egli l’adoperava con singolare abilità. Per verità, se v’era popolo che aborrisse il Politeismo, il popolo ebraico era quello. Ma gli Ebrei aborrivano più ancora i Cristiani, e, pertanto, diventavano, per Giuliano, degli alleati preziosi. La restaurazione del culto di Jahve a Gerusalemme non avrebbe recato nessun danno alla sua propaganda, ma sarebbe stato un fiero colpo al Cristianesimo, il quale pretendeva di essere l’erede dell’ebraismo. Inoltre, Jahve era un dio localizzato. Per quanto gli Ebrei dell’epoca ellenica e romana, volessero estenderne il dominio e l’adorazione a tutto il mondo, quel dio aveva il suo santuario a Gerusalemme, e restava quello che era sempre stato, il dio di un popolo determinato. Ora, un dio localizzato non faceva paura a Giuliano, perchè in quella localizzazione era implicita la possibilità di altri dei, presso altri popoli ed in altri santuari.
Il documento più singolare della politica di Giuliano verso gli Ebrei, l’abbiamo nel manifesto diretto a quel popolo, nel momento in cui l’imperatore era sulle mosse per la spedizione di Persia. Riportiamolo nella sua integrità, perchè è uno degli scritti più sintomatici della fine abilità di questo mistico entusiasta, di questo eroico avventuriero:
«Giuliano al popolo degli Ebrei».
«Ancor più grave che il giogo della vostra antica schiavitù è diventato per voi l’obbedire a decreti non pubblicati, e il versare una somma indicibile d’oro a profitto dell’erario. Io stesso l’ho constatato coi miei occhi, ma me lo dimostrarono ancor meglio i ruoli conservati presso di noi. Perciò io frenava ogni nuova imposta a vostro carico, e di forza fermai la sconvenienza di simile abuso, e diedi al fuoco i ruoli che vi riguardavano, conservati nel nostro tesoro, di modo che diverrà impossibile d’ora innanzi scagliare contro di voi tale minaccia d’iniquità. Di tutto ciò non fu tanto colpevole il mio cugino Costanzo, degno di memoria, quanto quei barbari nella intenzione ed empî nell’anima che sedevano alla sua mensa, e che io, prendendoli nelle mie mani, ho annientato scagliandoli nel baratro, così che più non sia, presso di me, nemmeno la memoria delle loro scelleraggini. Di più io voglio pregare il vostro fratello Giulio, il venerando patriarca, ed esortarlo a metter fine a quell’imposta che voi chiamate _apostolica_ ed a non permettere che alcuno tormenti il popolo coll’esazione di simile tributo. Così il mio regno sarà per voi intieramente libero da cure, e, godendo la pace, innalzerete preci ancor più vive pel mio regno a Dio ottimo e creatore, che si è degnato di incoronarmi con la sua destra immacolata. Poichè avviene che coloro i quali sono assorti in qualche cura, hanno la mente distratta e non pensano ad alzare al cielo le mani supplichevoli. Coloro, invece che son liberi di cure si allietano di fare, con tutta l’anima, preghiere e supplicazioni pel bene dell’impero a Dio grande e potente onde indirizzi il nostro regno nella via dell’ottimo, come noi desideriamo. Questo voi dovete fare, affinchè, condotta a buon fine la guerra contro i Persiani, io possa ricostruire, col mio lavoro, la santa città di Gerusalemme da voi fondata, che da tanti anni desidero vedere, e, in essa, insieme a voi, fare omaggio all’onnipossente»²⁶⁰.
²⁶⁰ _Iulian._, 512.
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Ma ora ritorniamo alle pastorali di Giuliano.
Di singolare importanza, per la conoscenza delle intenzioni di Giuliano, è la lettera da lui diretta ad Arsacio, gran sacerdote di Galazia. Eccola:
«L’Ellenismo non opera nel modo che noi vorremmo, per colpa di coloro stessi che ne fanno parte. Eppure la situazione è per gli dei splendida e grande, migliore di quanto potevasi sperare. Poichè chi mai avrebbe osato sperare, in breve tempo, una tanta e tale conversione? Ma noi non dobbiamo credere che ciò possa bastare, e chiudere gli occhi al fatto che al progresso dell’empietà hanno grandemente giovato l’amorevolezza con gli ospiti, la cura dei sepolcri e l’ostentata santità della vita. Ebbene, è necessario che noi pure prendiamo a cuore tutto ciò. E non basta che tu lo faccia; ma lo devono fare tutti i sacerdoti della Galazia. Tu devi o rimbrottarli o persuaderli ad essere zelanti, oppure destituiscili dal servizio divino, se mai non conducessero agli dei le mogli, i figli, i servi, e tollerassero che servi e figli e mogli non venerassero gli dei e preferissero l’ateismo alla pietà. Poi esorta il sacerdote a non frequentare il teatro, a non bere nelle taverne, a non darsi a nessun’arte ed occupazione o riprovevole o turpe. Onora gli obbedienti, scaccia gli indocili. Istituisci in ogni città numerosi ospizî, onde i viaggiatori approfittino della nostra filantropia, e non solo coloro che son dei nostri, ma chiunque abbia bisogno di aiuto. Come tu possa provvedere a questo, sarà affar mio. Io disposi che ogni anno siano dati alla Galazia trentamila modii di frumento e sessantamila sesti di vino. Un quinto di tutto ciò conviene sia dato ai poveri che fanno servizio nei templi, il resto agli ospiti ed a coloro che chiedono di essere mantenuti da noi. Poichè è vergognoso che degli Ebrei nessuno chieda soccorso, che gli empi Galilei alimentino, insieme ai loro poveri, anche i nostri, e che questi debbano parer privi d’ogni nostro soccorso. Esorta, dunque, gli Ellenisti a contribuire a tale servizio, e i villaggi greci a dare agli dei la primizia dei frutti. Cerca di abituare gli Ellenisti a queste beneficenze, insegnando loro che così si faceva anticamente. Infatti, Omero fa dire ad Eumene — da Giove ci vengono gli ospiti ed i poveri. — Pertanto, non lasciamo che gli altri ci vincano nelle virtù che sono nostre, e vergogniamoci della nostra inerzia, e procediamo sempre più nella pietà verso gli dei. Se io udissi che tu fai questo, ne sarei lietissimo.
«Va di rado a visitare i magistrati in casa loro. Comunica con essi, il più delle volte, per lettera. Quando entrano nella città, nessuno dei sacerdoti vada loro incontro, e, se si presentano ai templi, l’incontro avvenga nell’atrio. Nessun soldato li preceda nel tempio. Segua chi vuole; poichè, dal momento che il magistrato ha toccato la soglia del tempio, egli è divenuto un individuo qualsiasi. Tu solo, lo sai, comandi dentro il tempio; così vuole la legge divina»²⁶¹.
²⁶¹ _Iulian._, 552 sg.
In questa lettera si presenta davvero un curioso fenomeno ed è quello di un uomo che odia ferocemente degli avversari, coi quali, invece, dovrebbe andar d’accordo, perchè ha comune con essi il pensiero e la morale: tanto che, non potendo negare che essi seguono un indirizzo che, assai meglio di quello de’ suoi amici e partigiani, si avvicina al suo, non esita a dichiararli impostori, e si illude di coprire, con tale accusa, la verità. Ma perchè quest’odio cordiale contro gente con la quale egli avrebbe dovuto andar d’accordo e ch’egli poi, malgrado le sue feroci declamazioni, cercava di imitare? Qui non possiamo che ripetere la considerazione che vien fuori da tutto lo studio che stiamo facendo. Giuliano sentiva che il dio, venuto dalla Palestina, anzi, dalla Galilea, come egli diceva, cacciando in fuga, in nome di nuovi ideali, gli dei sorti dal sacro suolo dell’Ellade, avrebbe radicalmente rovinato l’Ellenismo. E l’Ellenismo, con tutto il suo complesso di tradizioni e di coltura, stava troppo a cuore di Giuliano perchè egli potesse rinunciarvi, perchè non dovesse considerare come suoi nemici coloro che ne scuotevano la base. Volendo, pertanto, opporsi all’avanzarsi del dio galileo, che egli pur sentiva meglio rispondente ai bisogni dell’umanità, e ben più vivo di tutto l’antico Olimpo, Giuliano ha tentato di cristianizzare gli dei della Grecia, e di portare nel Politeismo le abitudini e l’indirizzo morale di cui il Cristianesimo era o, diremo meglio, avrebbe dovuto essere il propagatore. In tale impresa d’impossibile riuscita, il giovane entusiasta mostra una singolare intensità di convinzione e di volontà, certo, degne di rispetto, ma che non ci impediscono di sorridere quando, come in questa lettera tanto curiosa, noi lo vediamo parlare ai sacerdoti di Bacco e d’Afrodite con un accento e con esortazioni che non sarebbero state fuor di luogo sulle labbra di un Ambrogio o di un Agostino predicanti al clero ed ai fedeli delle loro città.
Giuliano voleva, dunque, istituire una Chiesa pagana, la quale si plasmasse sugli esempi o, più ancora, sui precetti della Chiesa cristiana. Ma egli voleva anche che fosse indipendente, ed, anzi, al di sopra del potere dello Stato, come appunto voleva essere la Chiesa cristiana, almeno nelle sue manifestazioni di ortodossia atanasiana. Questo era un concetto del tutto nuovo nell’ellenismo. Nel mondo greco-romano, il tempio, il sacerdote erano stati al servizio del potere politico. Ed era ben naturale che ciò fosse, dal momento che la religione era un’istituzione per eccellenza nazionale e politica. Roma voleva il culto degli dei, non già per qualche ragione metafisica o sentimentale, ma solo perchè nel culto delle divinità nazionali vedeva un’affermazione della potenza dominatrice dello Stato romano. Ma il Cristianesimo genuino staccava la religione dallo Stato, e ne faceva un’istituzione che gli era superiore ed indipendente. Ora, dalla lettera ad Arsacio, si vede che Giuliano tendeva a dare una eguale posizione al Politeismo riformato, ed a considerare la religione come un potere a cui l’autorità dello Stato doveva inchinarsi. Ed era, anche questa, una conseguenza della trasformazione metafisica che gli dei antichi avevano subìta nell’elaborazione del misticismo neoplatonico. E, quindi, noi possiamo concludere che, se Giuliano, invece di due anni, avesse regnato venti o trenta, e se, per un’ipotesi impossibile, il suo tentativo di restaurazione pagana fosse riuscito, il mondo non ci avrebbe guadagnato nulla. La dottrina e la religione di Giuliano, basate anch’esse sul soprannaturale, avrebbero condotto inevitabilmente ad una teocrazia. Solo che, invece di una teocrazia cattolica, avremmo avuta una teocrazia mitriaca.
In questa lettera, del resto, si sente lo scoraggiamento del riformatore che non è compreso e che ha, nella riuscita della sua impresa, minor fiducia di quella che lascia trasparire. Il tentativo di Giuliano doveva cadere ai primi passi, perchè era essenzialmente illogico e portava con sè un’insanabile contraddizione. Se il Politeismo avesse avuta la possibilità di cristianizzarsi, non sarebbe sorto il Cristianesimo. L’ispirazione fondamentale del Politeismo era radicalmente opposta a quella del Cristianesimo. Il Politeismo voleva la glorificazione del mondo e della vita terrestre, il Cristianesimo l’abbominio dell’uno e dell’altra. Il Politeismo non guardava che alla terra, il Cristianesimo non guardava che al cielo. Il Politeismo era la religione della forza e del godimento, il Cristianesimo la religione della debolezza e della sventura. Dall’uno e dall’altro di questi punti di partenza venivano norme di condotta, abitudini, tendenze insegnamenti del tutto diversi. Era possibile, anzi era inevitabile che il Cristianesimo, al contatto con la società del tempo, si corrompesse, così che le virtù, che avrebbero dovuto da lui scaturire, si trovassero costrette a rifugiarsi nell’ascetismo monacale. Ma era cosa assolutamente impossibile che il Politeismo abbandonasse ciò che costituiva l’intima sua essenza per assumere forme e tendenze che a questa erano fondamentalmente ripugnanti. Il Politeismo cristianizzato non poteva essere che il Cristianesimo. Ed è perciò che la restaurazione politeista, iniziata da Giuliano, contro cui Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria hanno versato tanto inutile sdegno, non è stata che una meteora passaggera, la quale si è spenta, senza lasciare dietro a sè nemmeno il più leggero pulviscolo.
L’AZIONE DI GIULIANO CONTRO IL CRISTIANESIMO
Finchè Giuliano visse sotto le minacce di Costanzo o come suo rappresentante nel Governo della Gallia, egli tenne celate le sue idee, la sua fede ed i suoi eventuali propositi, dato che un giorno avesse in sua mano la somma delle cose. Durante tutti quegli anni di necessario infingimento, il giovane entusiasta, che, in mezzo alle cure della guerra e del governo, non dimenticava mai lo studio e la meditazione, s’infervorava nel suo amore per l’Ellenismo, nel suo desiderio di poterlo salvare dalle minacce del Cristianesimo invadente, con un ardore intimo, reso, direi quasi, più intenso dall’impossibilità di espandersi apertamente. Ma egli non si è mai compromesso con un atto che potesse poi creargli, nella pericolosa posizione in cui si trovava davanti a Costanzo, difficoltà insuperabili. Anzi, noi abbiamo veduto come, già creato imperatore dai suoi soldati, mentre però ancora non s’era risoluto alla guerra civile e sperava in un accordo con Costanzo, partecipasse, con una prudenza tanto grande che può dirsi simulazione, alla festa solenne dell’Epifania.