L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 2

Chapter 23,607 wordsPublic domain

Ora, è chiaro che le invettive e le maledizioni della Chiesa non tolgono che, nell’imperatore Giuliano l’uomo e l’azione siano singolarmente interessanti. Non vi può essere studio storico più attraente del ricercare le origini, le cause, le conseguenze della restaurazione politeista a cui il giovane imperatore ha posto mano. Quelle invettive e quelle maledizioni non possono nascondere il vero a chi appena guardi la storia e i documenti; e il vero è che Giuliano fu un uomo per eccellenza geniale, un uomo che, dopo aver passate l’adolescenza e la giovinezza immerso negli studi, da cui, ad ogni istante, lo distraeva l’aspettazione di essere trucidato ad un cenno dello scellerato cugino che sedeva sul trono imperiale, investito, improvvisamente, di un supremo comando militare, in una posizione che pareva disperata, si rivela, in breve tempo, generale di altissimo valore, e conduce una campagna meravigliosa, coronata da splendide vittorie. La sua vita pubblica è chiusa nel breve ciclo di otto anni, dal 355, l’anno in cui è mandato nelle Gallie a fronteggiare le invasioni germaniche, al 363, l’anno in cui cade sul campo di battaglia combattendo eroicamente i Persiani. Questi otto anni furono tutti spesi in una vita agitata, piena di avventure e di preoccupazioni amministrative e militari. Eppure, il giovanissimo imperatore, che doveva morire a trentadue anni, non abbandonò mai i suoi studi, non interruppe mai la sua attività letteraria, e trovò il modo e il tempo di essere uno degli uomini più colti del suo secolo, e l’ultimo scrittore, il più brillante, il più acuto, della decadenza greca. Austero di costumi, infervorato di aspirazioni ideali, meravigliosamente versatile d’ingegno, eccellente in ogni cosa a cui rivolgesse le sue cure, Giuliano è un’apparizione meritevole di profonda investigazione, è una figura, come or si direbbe, suggestionante. Certo, il suo tentativo di porre un argine all’avanzare del Cristianesimo, e di ricondurre lo Stato al culto politeista, era errato nel principio, e rivelava uno spirito guidato da fantasmi filosofici più che da un esatto apprezzamento delle condizioni morali ed intellettuali del tempo. Ma nulla, appunto, di più interessante che l’investigare le cause per le quali uno spirito tanto acuto e pronto sia caduto in così grave errore; nulla di più curioso che il seguirlo nei suoi sforzi per dar vita al suo ideale, che il raccogliere, dal suo labbro e dai suoi scritti, le intenzioni da cui era mosso, gli scopi a cui mirava, le speranze e i disinganni da cui era accompagnato.

La Chiesa è stata assai più feroce contro Giuliano che contro qualsiasi degli imperatori che pur l’hanno perseguitata col ferro e col fuoco. Eppure Giuliano, che aveva iniziata una sistematica restituzione del Politeismo, non ha versata, di sua iniziativa, una goccia di sangue per la causa che gli stava a cuore assai più delle sue imprese guerresche e delle sue riforme amministrative. Anzi, come vedremo, proclamava ufficialmente il principio della tolleranza e non voleva le conversioni forzate. Ma la Chiesa era ispirata da un istinto sicuro. Sentiva che la persecuzione, dopo tutto, era una forza per lei ed uno strumento di vittoria. Quanto più perseguitata, tanto più potente. S’era ormai avvezza ad affrontar impavida la violenza, ma essa si arretrò spaventata davanti a questo giovane che, dal trono imperiale, predicava il ritorno al Politeismo, in nome della ragione e della morale. Era una cosa tanto nuova ed inaspettata che essa vi vide un pericolo maggiore di quello che fosse nella realtà. Nessuno dei persecutori del Cristianesimo era mai entrato nel merito del Cristianesimo. Lo si perseguitava perchè lo si credeva pericoloso per la società e per lo Stato, ma nessuno s’incaricava di esaminarlo nelle sue basi filosofiche e storiche. Il lavoro critico di Celso era rimasto presso che isolato. Ora, qui si presentava un imperatore, il nipote di Costantino, il quale si dichiarava apostata del Cristianesimo e pretendeva di giustificare la propria apostasia con la dimostrazione dell’irragionevolezza e della mancanza di base storica di una religione che ormai pareva vittoriosa d’ogni resistenza. Nulla poteva riuscire più offensivo alla Chiesa, la quale s’era già avvezza a dominare sovrana assoluta, ed a cui, pertanto, doveva parere intollerabile ogni discussione sulla sua autorità. Il giavellotto di un Persiano la tolse, in breve, da ogni preoccupazione, ma non cancellò la memoria del paventato ed odioso tentativo, ed essa se ne vendicò condannando il nome di Giuliano all’obbrobrio e la sua storia ed i suoi libri ad un immeritato oblio.

In questo nostro studio, noi cominceremo col dare una rapida occhiata alla vita di Giuliano. Poi esamineremo l’ambiente religioso e filosofico in cui venne a trovarsi. Ci fermeremo più a lungo sull’impresa da lui tentata di restaurare il culto politeista e le antiche idee religiose. Noi troveremo, cammin facendo, molte occasioni di interessanti considerazioni sulla natura dei movimenti religiosi, sugli effetti che producono e sulle ragioni tanto delle loro vittorie quanto delle loro sconfitte.

Giuliano può essere studiato nella sua vita, nel suo spirito, nelle sue azioni, con una larghezza di notizie e con una approssimazione al vero assai maggiore di quanto avvenga generalmente pei personaggi della storia antica. Ciò deriva, in primo luogo, dall’esistenza di tre fonti di singolare importanza, tutte contemporanee al personaggio di cui parlano, e sono le storie di Ammiano Marcellino, i discorsi di Libanio e quelli di Gregorio di Nazianzo; in secondo luogo, e sopra tutto, dalla conservazione degli scritti dello stesso Giuliano, che sono la più interessante rivelazione di quello spirito inquieto.

Ammiano Marcellino, nato da nobile famiglia, in Antiochia, entrò, giovinetto ancora, nella carriera delle armi, ebbe alti uffici, e prese parte ad importanti imprese. Nel 350, fu, dall’imperatore Costanzo, destinato ad accompagnare il generale Ursicino, a cui era affidata la difesa dell’Oriente. Nel 354 venne a Milano, con lo stesso Ursicino, e seguì costui nelle Gallie, onde domare la ribellione di Silvano. Ucciso Silvano, fu rimandato in Oriente dove era ancora quando Giuliano prese il posto di Costanzo. Egli fu un devoto e fedele ammiratore del giovane sovrano e lo accompagnò nella spedizione di Persia. Avvenuta la catastrofe di Giuliano, pare che Ammiano abbandonasse la carriera militare, e si ritirasse a vita riposata in Roma, dove, come sappiamo da una lettera di Libanio, scrisse le sue storie che ci giunsero in condizione frammentizia. Ammiano Marcellino è un testimonio prezioso per la serena imparzialità del suo giudizio. Scrittore mediocre e pesante, dal punto di vista letterario, ma coscienzioso, esatto, espertissimo di cose militari, legato a Giuliano da un’ammirazione affettuosa, che però non gli cela la percezione del vero, anche quando il vero non torna a lode del suo eroe, Ammiano ci ha lasciata una narrazione in cui si può riporre una fede sicura. Se non che, soldato nell’anima, ed uomo d’azione per eccellenza, Ammiano, sebbene non fosse cristiano, non sentiva interesse alcuno per l’opera di restaurazione religiosa, iniziata da Giuliano, e, pertanto, si occupa quasi esclusivamente del capitano e del principe. Il filosofo ed il pontefice non appaiono che di sfuggita nelle pagine dell’onesto storico. Tuttavia, l’imagine del giovane imperatore vien fuori vivente dalla sua schietta pittura, così che il lettore è condotto a risentire per l’eroe, di cui si seguono le gesta, un po’ della devozione, pur temperata da qualche rimprovero, a cui s’ispira il narratore nel suo racconto e nei suoi giudizi.

Libanio fu uno dei personaggi più cospicui del mondo ellenico nel secolo quarto. Nativo egli pure, al pari di Ammiano, di Antiochia, Libanio, letterato e retore insigne, empì della sua attività letteraria i grandi centri dell’Oriente, Costantinopoli, Nicomedia, Antiochia, durante i regni di Costanzo, di Giuliano, di Valente e di Teodosio. Professore di retorica, tenne, per incarico governativo, pubblica scuola in ognuna di quelle città, ed a lui accorrevano i giovani, onde addestrarsi in quell’arte tutta formale che costituiva l’insegnamento letterario dell’epoca. Entusiasta amatore delle tradizioni elleniche, Libanio odiava il Cristianesimo e non vedeva la salute del mondo che nel ritorno all’antico. Egli era esclusivamente un letterato, un oratore; mancava affatto di spirito filosofico. I suoi discorsi non sono che esercizi d’eloquenza, assai interessanti per le cose che narra e per la pittura dell’ambiente, ma vuoti di pensiero. Libanio era un abile artefice di frasi. Spirito leggiero, impressionabile, vanitoso, ebbe una vita agitata, combattuto da rivali, costretto a mutar la sede del suo insegnamento da Costantinopoli a Nicomedia, poi di nuovo a Costantinopoli e finalmente ad Antiochia, ora perseguitato, ora esaltato, ma pur sempre vittorioso di tutti e di tutto per la grande fama di cui godeva e per l’autorità di un nome, rispettato da tutti gli uomini colti del suo tempo.

Libanio ora è troppo dimenticato. I suoi scritti numerosissimi, il suo ricco epistolario, conservati, caso raro, in gran parte, sono una delle cose più vive della letteratura antica, e dànno una rappresentazione parlante della società dell’impero d’Oriente, nel secolo quarto. È curioso il vedere come la decadenza dello spirito e della letteratura greca fosse stata meno rapida e meno profonda della decadenza dello spirito e della letteratura latina. Mentre questa si era spenta del tutto, per non risorgere che con gli scrittori ecclesiastici, nell’Oriente erano rimasti accesi dei vivissimi focolari di movimento intellettuale, e si conservavano tradizioni letterarie che rendevano possibile l’apparizione di scrittori come Giuliano e Libanio. Quest’ultimo, spirito, come dissi, superficiale, ma brillante e mosso, molte volte, da un’ispirazione schietta, ci ha lasciati, in quei suoi discorsi, generalmente troppo lunghi e peccanti nella composizione, delle pagine veramente belle e sentite.

Aveva conosciuto Giuliano giovinetto, se non di persona, almeno di fama, ed aveva come tanti altri, riposte le sue speranze in lui. Era, dunque, naturale ch’egli salutasse, con vero entusiasmo, l’astro del nuovo imperatore, appena sorto sull’orizzonte, ed approvasse ed aiutasse, con tutta l’anima, la sua impresa di restaurazione ellenica. Ed è pur naturale che l’improvvisa caduta di tante speranze lo gittasse in una profonda desolazione. Di questi suoi sentimenti di gioia e di dolore Libanio ci lasciò l’eloquente espressione in sette discorsi, di cui quattro scritti durante il breve regno di Giuliano. Due di questi, il _Saluto_, pronunciato all’entrata di Giuliano in Antiochia, e l’altro _All’imperatore console_, scritto in occasione del consolato di Giuliano, sono inni di gioia per l’inaugurazione della nuova primavera ellenica, voluta dal geniale imperatore. Altri due di quei discorsi, l’_Ambasciata_ e il _Discorso dell’ira_, sono destinati a riconciliare l’irritato Giuliano con la frivola e _frondeuse_ Antiochia. Due altri, _Il Lamento solitario_ e la _Necrologia_, sono gridi di dolore per la morte dell’eroe. La _Necrologia_ è una vera storia di Giuliano. Il piangente Libanio narra lungamente tutta la vita dell’imperatore. È un documento fondamentale per chi voglia studiare Giuliano ed il suo tempo. Il discorso _Della vendetta_ fu scritto sedici anni dopo la morte di Giuliano, e diretto all’imperatore Teodosio, quando questi fu chiamato da Graziano ad assumere l’impero d’Oriente. Libanio, completamente illuso sulle tendenze del giovane e sconosciuto Teodosio, lo eccita a vendicare Giuliano, come solo mezzo per indurre gli Dei a fermare il corso delle calamità che minacciavano l’oscillante impero. Questi discorsi di Libanio sono una miniera di notizie intorno a Giuliano, ma sono sopratutto preziosi come una rappresentazione dell’impressione prodotta da Giuliano, e dall’aura di simpatia e di speranza che lo circondava, lo eccitava, e gl’impediva di percepire la verità. Certo, Libanio è un uomo di partito, un ellenista appassionato, e non ha la piena sicurezza di giudizio che si ammira nel mediocre ma equilibrato Ammiano Marcellino. Tutto quello che dice Libanio deve essere ricevuto con beneficio d’inventario, ed esaminato con un granello di sale, ma, in ogni modo, non è possibile farsi un’idea chiara e precisa di ciò che è stato e di ciò che ha voluto fare Giuliano, se non si leggono gli scritti di questo suo devoto amico ed appassionato ammiratore.

All’estremità opposta a quella in cui si trova Libanio, noi vediamo Gregorio di Nazianzo, che fa parte, insieme a Basilio ed a Gregorio di Nissa, di quel terzetto di grandi teologi ed oratori, al quale è dovuta la vittoria finale dell’ortodossia nicena. Nato a Nazianzo, in Cappadocia, nel 330, Gregorio era coetaneo di Giuliano, e si trovò insieme a lui in Atene, dove furono condiscepoli di studio. Ma Gregorio era tanto infervorato di Cristianesimo, quanto l’altro d’Ellenismo, e, sebbene Giuliano prudentemente nascondesse le sue tendenze, queste furono indovinate da Gregorio che concepì tosto una viva antipatia pel compagno. Tale antipatia si convertì ben presto in un odio veramente feroce. Gregorio aveva acquistata, come vescovo, ma sopratutto come oratore, un’altissima posizione nel mondo ecclesiastico, e questa posizione, aumentando la sua responsabilità, lo faceva più implacabile pel nemico del Cristianesimo. A ciò si aggiunga che la grande coltura del suo spirito lo rendeva maggiormente sensibile al pericolo che il nuovo genere di guerra, iniziato da Giuliano, creava alla religione cristiana. La morte di Giuliano, che fu per gli ellenisti un colpo terribile e desolante, fu pei Cristiani, e, sopratutto, pei Cristiani letterati e filosofi, come Gregorio, un sollievo inaspettato che li liberava dal più spaventoso degli incubi, ed essi innalzarono un grido di gioia. Nessun grido più esultante e più spietato di quello di Gregorio nei due discorsi infamanti, nelle due colonne infami, come egli stesso li chiama, da lui scritti contro Giuliano, quando ne fu conosciuta la morte. In questi discorsi, Gregorio non è uno storico, e molto meno un giudice; è un polemista terribile, ispirato da un furore che gli toglie del tutto la serenità dell’occhio e del giudizio, ma un polemista dall’ampio volo, e di una eloquenza che trascina. Se Libanio ci rappresenta l’impressione d’esultanza che Giuliano aveva prodotta nel mondo ellenico, Gregorio ci rappresenta ancor più vivamente l’impressione d’orrore prodotta nel mondo cristiano. Le esagerazioni dell’amore e dell’odio, dell’ammirazione e dell’aborrimento si correggono a vicenda, e ne esce una figura rispondente alla verità.

Non vi può essere esempio più curioso della relatività soggettiva dei giudizii umani. Ecco qui due uomini, due contemporanei, di ingegno aperto, di grande coltura, due, infine, fra le più eminenti personalità del loro tempo. Sono essi, e l’uno e l’altro, venuti a contatto con un principe audace, in balia dei più strani capricci della sorte, un principe che ha empito il mondo delle gesta compiute nella sua brevissima, meteorica esistenza. E l’uno e l’altro parlano di quel principe in solenni discorsi, tenuti quando egli era morto, quando della sua opera nulla era rimasto, quando, pertanto, nè il lodarlo poteva recar vantaggio, nè il combatterlo poteva avere un interesse polemico. Ebbene, e l’uno e l’altro sono così esaltati, anzi, acciecati dalla passione che, mentre per l’uno quel principe è un miracolo di virtù, per l’altro è un mostro d’ignominia. Intorno alla sua memoria, i partiti continuarono, per qualche tempo, a tenzonare. Di Giuliano può dirsi davvero che, in vita, è stato

segno d’immensa invidia e d’indomato amor.

Egli aveva sollevata una tempesta. Le onde di quella tempesta palleggiarono furiosamente il suo cadavere, e lo gittarono sulla spiaggia sfigurato e dilaniato. Che dobbiamo noi fare, per ricomporre quella figura, nella sua realtà? Guardare a ciò ch’egli stesso ci ha detto e ci ha narrato della sua vita, delle sue speranze, dei suoi disinganni. Lì, noi avremo un ritratto genuino, lì, riconosceremo l’uomo vero, con le sue doti meravigliose e con le sue debolezze, e avremo liberato il nostro giudizio dalle imprecazioni appassionate del Cristiano come dalle fallaci apoteosi del Pagano.

Non tutti gli scritti di Giuliano giunsero fino a noi. Tuttavia ne abbiamo in quantità sufficiente per essere pienamente illuminati sul valore dell’uomo e dello scrittore. Rapidissimo dettatore, come vivacemente ce lo dipinge Libanio², non vi erano preoccupazioni di guerra o di governo che lo distogliessero dal comporre discorsi, trattati, satire, lettere, in cui versava, con un talento naturale, al quale mancava solo il tempo di adoperare la lima, tutta la pienezza del suo spirito versatile. È in questi scritti che si raccoglie il pensiero genuino di quel giovane inquieto che sprecava, nel correr dietro al più ingannevole miraggio le forze di un ingegno acuto e di un’anima generosa.

² _Liban., edit. Reiske_, I vol. 580, 15.

Gli scritti di Giuliano non hanno tutti il medesimo valore. Abbiamo, da una parte, i discorsi panegirici ch’egli componeva sulla falsa riga della retorica della scuola, la quale poneva tutta l’arte e l’eloquenza in un arido ricettario di formole. Sono, come vedremo, l’espressione di un opportunismo spiegabile, ma, certo, non lodevole nel giovane e sospettato principe. Abbiamo poi i discorsi filosofici, un affettato e poco organico ammucchiamento di dottrine e di simboli, raccolti nell’insegnamento neoplatonico. Questi discorsi, al pari dei panegirici, sono pesanti ed artifiziosi, e, considerati come esercizi letterari e filosofici, hanno, per sè stessi, uno scarso valore. Ma sono preziosi come un saggio delle tendenze e delle abitudini che dominavano nelle scuole del tempo, e, sopratutto, come una dimostrazione del simbolismo mistico con cui il Politeismo si andava piegando alle esigenze del monoteismo, e cercava di lottare col Cristianesimo vittorioso.

Accanto a queste esercitazioni scolastiche, abbiamo i discorsi d’occasione, le satire e le lettere. Qui rivive, davvero, uno spirito originale di cui la pedantesca educazione non aveva illanguidito il fiore, uno spirito che portava, in ogni cosa, una prontezza di percezione, un’impressionabilità geniale, un’acutezza di visione e di giudizio che danno alla sua parola un’espressione vibrante di schiettezza e di verità. È qui che bisogna studiare Giuliano, e quando ricordiamo che questo scrittore brillante, talvolta profondo e talvolta poetico, questo satirico acuto, questo pensatore meravigliosamente versatile e dotto, questo erudito pel quale non solo la sua diletta letteratura ellenica ma anche l’odiata letteratura cristiana non aveva segreti, questo lettore appassionato ed instancabile di Omero, di Bacchilide, di Platone, era quello stesso giovane condottiero di cui il fedele Ammiano Marcellino ci narra le stupende imprese guerresche e ci descrive l’indomabile valore, non possiamo esitar nell’affermare che egli è stato, malgrado l’errore fondamentale della sua vita, una delle figure più cospicue che abbiano illustrata la decadenza fatale dell’antica società.

La storia di Giuliano deve esser fatta con queste quattro fonti che, essendo contemporanee, hanno un valore insuperabile. Le altre narrazioni delle gesta di Giuliano o son giunte a noi in una condizione troppo frammentizia e guasta, per essere documenti sicuri, o provengono, per la massima parte, da scrittori che sono posteriori almeno di un secolo a Giuliano, e quindi non meritano che scarsa fede.

Sarebbero assai interessanti, per la conoscenza di Giuliano, le storie di Eunapio, che, nato nel 347, può ritenersi contemporaneo e testimonio delle gesta del giovane imperatore, sebbene egli stesso ci dica che era in età troppo fanciullesca — κομιδῆ παῖς — per formarsene un giudizio diretto. Eunapio era un fervente ammiratore di Giuliano, e della sua ammirazione le sue storie dovevano dar continue prove. Ma, appunto per ciò, ci pervennero rovinate da ciechi fanatici e ridotte a frammenti poco importanti, perdita tanto più deplorevole perchè Eunapio aveva avuto a sua disposizione le Memorie del medico Oribasio, uno dei più fidi amici di Giuliano.

Ma Eunapio ci ha lasciate, in un altro suo libro, nella _Vita dei Sofisti_, delle brevi biografie, direi meglio, dei bozzetti dei principali fra i filosofi neoplatonici, in mezzo ai quali fu educato Giuliano. Sebbene egli sia un ben misero scrittore, e, direi quasi, indegno dei tesori di erudizione, che vi dedicarono il Boissonade ed il Wyttenbach, pur egli ha, per la storia di Giuliano, il pregio incomparabile di essere, lui pure, un contemporaneo. Infatti, sebbene appartenesse alla generazione posteriore a quella di Giuliano, egli conobbe personalmente quasi tutti gli uomini di cui ci fa il ritratto, ed anzi, fu parente ed allievo di Crisanzio, uno dei maestri di Giuliano. Noi, pertanto, troviamo in lui delle notizie preziose. Leggendo le vite di Edesio, di Crisanzio, di Prisco, di Oribasio, sopratutto quella di Massimo, il _superuomo_ di quel piccolo mondo, ci sentiamo trasportati nell’ambiente della società neoplatonica, con una vivacità d’impressione assai maggiore di quella che raccogliamo dalla lettura degli storici e dei critici delle epoche posteriori.

Un altro storico bizantino, entusiasta di Giuliano, è Zosimo. Egli dimostra un retto senso critico nel dare, per la conoscenza di Giuliano, una suprema importanza agli scritti stessi dell’imperatore a preferenza di qualsiasi altra fonte. Però, poco o nulla aggiunge a quanto già sappiamo pel racconto di Ammiano. Ma è pur sempre un’autorevole testimonianza della profonda impressione di grandezza che Giuliano aveva lasciata nel suo rapido passaggio sulla scena del mondo.

Gli storici ecclesiastici che si sono occupati di Giuliano, appartengono tutti, escluso il solo Rufino, al secolo successivo a quello di Giuliano. Scrivendo, perciò, in un’epoca tanto lontana dagli avvenimenti che narrano, in un ambiente favorevole alla fioritura della leggenda, mancanti affatto d’ogni prudenza letteraria, spinti ad accarezzare i pregiudizii dello spirito pubblico, a cui era odioso ogni ricordo di Paganesimo, quegli autori non possono costituire per noi delle fonti sicure. Rufino il quale, come dissi, era più vicino a Giuliano, scrisse la continuazione della storia ecclesiastica di Eusebio e la condusse fino al 395. Il suo racconto della reazione di Giuliano è breve ed incompleto. Ma è scritto con uno spirito di relativa tolleranza, e pare che egli non conoscesse, o, se li conosceva, non ha seguiti, i giudizi del terribile Gregorio.

L’ariano Filostorgio, che non ci è pervenuto che in frammenti rimaneggiati, e Teodoreto, negli scritti dei quali la storia è soffocata dalla leggenda, non sono, per gli storici di Giuliano, di nessuna utilità. Importantissime sono, invece, le due storie ecclesiastiche di Socrate e di Sozomene.

Socrate, vissuto verso la metà del secolo quinto, sotto il regno di Teodosio II, scrisse, lui pure, una continuazione della storia ecclesiastica di Eusebio. Nel suo libro, interessante più come un segno delle opinioni del tempo che come critica dei fatti, troviamo narrato, con molti particolari, l’episodio della reazione di Giuliano. Socrate è uno storico intelligente e misurato. Certo, i discorsi di Gregorio hanno esercitato sovra di lui una grande influenza, ed egli riferisce molti fatti evidentemente leggendari o ingranditi dalla leggenda. Ma, pure, non si può dire che Socrate sia acerbo nei suoi giudizii. Nel suo insieme, la storia di questo scrittore equilibrato è un documento che non può esser trascurato da chi vuole studiare la vita di Giuliano.