L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 18
Giuliano, essendo dunque perfettamente libero da ogni predisposizione di sentimento favorevole al Cristianesimo, si accinse a fare, contro di esso, la sua opera di critico demolitore. Compose un trattato contro i Cristiani, in cui discuteva le ragioni del Cristianesimo, dal punto di vista della storia e della filosofia, e cercava di provarne l’essenziale debolezza. Questo trattato andò completamente perduto, al pari di quelli di Celso e di Porfirio, scritti col medesimo scopo. Libri siffatti dovevano essere, pei Cristiani, troppo irritanti, perchè questi potessero tollerarne la conservazione; la loro distruzione è la conseguenza naturale di una spiegabile intolleranza. Però, del trattato di Giuliano, come di quello di Celso, si potè rintracciare qualche reliquia sufficiente a darci un’idea del lavoro. Tanto Celso, quanto Giuliano, ebbero due potenti confutatori. Il primo fu discusso e contraddetto da Origene, il secondo da Cirillo d’Alessandria verso la metà del secolo quinto. Ora, dal testo dei confutatori è possibile ricostruire, almeno in parte, il testo confutato. Teodoro Keim ha fatto questo lavoro pel trattato di Celso; il Neumann lo ha fatto pel trattato di Giuliano, con uno di quegli sforzi meravigliosi di critica che sono resi possibili dalla moderna erudizione. Se non che dell’opera stessa di Cirillo, che pare constasse di una ventina di libri, non rimangono che dieci, e questi dieci sono intieramente dedicati alla confutazione del primo libro dell’opera di Giuliano che pare fosse composta di tre. Non è dunque che un frammento che il Neumann è riuscito a ricostruire. Ma questo frammento è prezioso e basta a darci un’idea dell’indirizzo polemico del suo autore.
Il trattato contro i Cristiani sarebbe stato scritto, a quel che narra Libanio, nella sua orazione funebre, durante il soggiorno dell’imperatore in Antiochia. Noi sappiamo che Giuliano dimorò in Antiochia, dall’Agosto del 362 al Marzo del 363, tutto intento ai preparativi per la funesta spedizione di Persia. Ebbene, in mezzo a tali gravissime preoccupazioni, l’infervorato giovane, approfittando delle lunghe notti invernali, narra Libanio, scriveva, per dimostrare ridicola e vana la fede dei Cristiani, un libro che, sempre al dire di Libanio, era più poderoso di quello stesso che aveva dettato, al medesimo scopo, il vecchio di Tiro, cioè, Porfirio²³⁰. Certo, la circostanza di aver scritto, in un momento ansioso, un libro così grave, trovando, insieme, il tempo di comporre la brillante satira, il _Misobarba_, è la prova più luminosa della singolare versatilità di Giuliano e della sua profonda conoscenza del nuovo e del vecchio Testamento. Vogliamo anche ammettere, con Libanio, che il trattato di Giuliano riuscisse più erudito di quello stesso di Porfirio, ma ci pare assai probabile che l’esistenza del trattato di Porfirio abbia giovato potentemente al suo successore, pel quale poi erano sacri tutti gli insegnamenti e tutte le parole dei suoi maestri neoplatonici. Ci pare proprio incredibile che, senza il libro di Porfirio, che gli doveva servire di falsariga, Giuliano riuscisse, nei pochi ed agitati mesi della sua dimora in Antiochia, a comporre il suo.
²³⁰ _Liban._, I, 581, 17 sg.
Come dicemmo, il Neumann, dal testo di Cirillo, è riuscito a ricomporre la trama del primo libro di Giuliano. Si comprende come il lavoro del critico, per quanto acutissimo, non possa essere, in parte, che un lavoro ipotetico, poichè non è possibile di avere nessun dato preciso nè sulla interezza nè sull’ordine delle citazioni contenute nel testo della scrittura confutante. Però, la lettura del libro di Giuliano, quale risulta dalla ricostituzione che ne ha fatta il critico, pur lasciando qualche dubbio sui dettagli dell’ordinamento, ci dà una chiara nozione dei concetti fondamentali su cui si svolgeva l’argomentazione di Giuliano e del valore dell’argomentazione stessa. Noi troviamo anche qui quella singolare miscela di acume, di spirito, di critica razionale e, insieme, di pregiudizio e di superstizione che è caratteristica di Giuliano e che già abbiamo constatato negli altri suoi scritti. Però, a giudicare dal frammento che possediamo, il trattato contro i Cristiani doveva esser l’opera più pensata di Giuliano, quella in cui l’acutezza del critico demolitore si esercitava sicuramente, perchè più libera da preconcetti filosofici e scolastici. Se il Cristianesimo avesse potuto esser demolito dall’analisi critica delle sue basi e dei suoi documenti, il libro di Giuliano avrebbe fatto l’ufficio di un piccone robusto.
Noi dobbiamo esaminarlo, questo libro, non già pel suo valore intrinseco, ma perchè, come documento storico, ha un grande interesse e contiene, esposte da Giuliano stesso, le cause razionali della sua apostasia. Qui l’apostata attacca direttamente il Cristianesimo. Gli imperatori antecedenti lo avevan combattuto col ferro e col fuoco. Egli crede possa bastare il vigore dei suoi ragionamenti. Certo, in alcuni punti, non gli manca l’acume e la dottrina. Ma un giudice veramente imparziale ed illuminato, leggendo la critica di Giuliano, avrebbe potuto dirgli: _Medice, cura te ipsum_.
Il libro così comincia: «Pare a me conveniente esporre a tutti gli uomini le ragioni da cui fui convinto che la stolta dottrina dei Galilei è un’invenzione messa insieme dalla perversità umana. Non avendo in sè nulla di divino e, servendosi della inclinazione dell’animo verso ciò che è mitico, fanciullesco e irrazionale, riuscì a far passare per vere le sue favole prodigiose. . . . . . . . . . . . . .
«Vale la pena di esaminare brevemente donde e come venne a noi primieramente l’idea di Dio. Quindi confrontare ciò che intorno alla divinità si dice, presso i Greci e presso gli Ebrei e, dopo ciò, interrogare coloro che non sono nè Greci nè Ebrei, ma appartengono all’eresia dei Galilei, per qual motivo preferirono alla nostra la dottrina degli Ebrei, e di più perchè non stettero fermi su questa, ma se ne separarono per seguire una via propria. Non accettando nulla di ciò che noi Greci abbiamo di bello e di buono e nulla di ciò che gli Ebrei ebbero da Mosè, presero, invece, i vizî che agli uni e agli altri furono attaccati come da un demone perverso, l’empietà dall’intolleranza ebrea, la vita scostumata e turpe dalla nostra leggerezza ed intemperanza, ed osarono chiamar tutto ciò la religione perfetta»²³¹.
²³¹ _Neumann._ — Iulian, Libr. contra Christ. quæ supersunt, 163.
In questo piccolo proemio son posti i due punti fondamentali su cui si svolge tutta la polemica di Giuliano, primieramente la superiorità del politeismo ellenico nel monoteismo ebraico, che egli crede essere un’applicazione errata di un principio essenzialmente vero; in secondo luogo la contraddizione in cui cadono i Cristiani, i Galilei, come egli sempre li chiama, con intenzione di disprezzo, i quali, mentre affermano di derivare la loro dottrina e la loro idea del divino dalla religione ebraica, la offendono poi nei suoi concetti più essenziali.
Giuliano era un polemista assai abile ed arguto e sapeva cogliere prontamente il punto debole dell’avversario. Per combattere il monoteismo ebraico egli si ferma sul suo difetto propriamente fondamentale, che è di avere un Dio, per sua natura, esclusivamente nazionale. Il Dio degli ebrei non è il Dio del genere umano, è il Dio di un dato e piccolo popolo. Ora, dice Giuliano, è possibile assumere un Dio siffatto a Dio unico di tutta l’umanità? È possibile che il creatore di tutti gli uomini abbia serbati i suoi favori ad una così esigua, impercettibile minoranza? Questo ragionamento è la chiave di volta di tutta la confutazione giulianea. A lui riesce assai facile dimostrare, coi testi alla mano, come Mosè abbia inteso propriamente far del suo Dio il Dio esclusivo degli Ebrei. E poi continua: «Che Dio, fin dal principio, siasi curato solo degli Ebrei e ne abbia fatto il popolo eletto, non lo dicono solo Mosè e Gesù, ma anche Paolo. Costui, a seconda della convenienza, cambiava le sue convinzioni intorno a Dio, come i polipi cambiano il colore della pelle, a seconda degli scogli a cui si attaccano, ed or sosteneva che solo agli Ebrei è data l’elezione divina, ed ora voleva persuadere i Greci a farsi devoti a lui, dicendo: — «Dio non è solo Dio degli Ebrei, ma di tutte le genti, sì, di tutte le genti. — Ma, in questo caso si dovrebbe domandare a Paolo, perchè mai Dio largì solo agli Ebrei il dono profetico, e Mosè e il crisma e la legge e i miracoli? E, infine, mandò loro anche Gesù. A noi, invece, nessun profeta, nessun sacerdote, nessun maestro, nessun messo della sua tardiva benevolenza? Anzi, egli non si curò per miriadi o, se volete, per migliaia d’anni, di tutti coloro che dall’Oriente all’Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, nella loro ignoranza, adoravano gli idoli, e non avrebbe fatta eccezione che di una piccola schiatta, la quale, da meno di duemila anni, abita la Palestina. Se egli è Dio e creatore di tutti perchè ci ha trascurati?... E dovremo ammettere che di questo Dio dell’universo, voi soli, o solo taluni della vostra razza, siate riusciti a formarvi un concetto razionale?».²³²
²³² _Neumann_, 177, 7 sg.
Questi argomenti di Giuliano non sono privi di acume. Ma è cosa sintomatica dell’ambiente intellettuale, in cui Giuliano scriveva, ch’egli non si accorgesse che il sistema da lui posto innanzi, come l’espressione della verità, era altrettanto irrazionale e assai più puerile di quello ch’egli combatteva. Il politeismo neoplatonico, quale era uscito dalle elucubrazioni di Giamblico, di Massimo e degli altri entusiasti successori di Plotino, era un politeismo di secondo grado. Affermava un Dio supremo, unico, creatore di tutto, ma, sotto questo Dio, si collocavano degli Dei minori, per mezzo dei quali avveniva il processo creativo, e nei quali Giuliano vedeva poi le divinità protettrici delle diverse nazionalità. Egli, quindi, non aveva difficoltà a riconoscere anche il Dio ebraico, ma ne faceva una di queste divinità secondarie, con le quali credeva di poter spiegare le diversità esistenti da popolo a popolo, delle quali altrimenti non riusciva a trovar ragione. Certo, non è il caso di soffermarci a dimostrare quanto siano fanciullesche queste fantasie. Ma è interessante il leggere almeno una pagina di Giuliano per veder come, laddove manchi la conoscenza sicura e scientifica della realtà, la mente umana erri, senza bussola, nel mare dell’imaginazione, e si lasci subito riavvolgere dalla nebbia ch’essa crede d’aver dissipata. «Confrontate — dice Giuliano, dopo aver confutato il monoteismo ebraico — a questa dottrina la dottrina nostra. I nostri maestri affermano che il creatore è padre e re dell’universo, ma ch’egli distribuisce i popoli fra divinità etniche o locali, ciascuna delle quali tiene il governo a seconda della propria natura. Poichè nel padre tutto è perfetto ed unico, ma negli dei parziali variano le facoltà le une dalle altre. Così, Marte governa i popoli bellicosi, Minerva i bellicosi e sapienti insieme. Mercurio i prudenti più che gli audaci; infine i popoli condotti da divinità nazionali seguono la tendenza essenziale di ognuna di esse. Ora, se l’esperienza non confermasse la nostra dottrina, essa sarebbe un’invenzione od un artifizio stolto, la vostra, invece, dovrebbe lodarsi. Ma se, invece, l’esperienza di tempi infiniti sta a prova di ciò che affermiamo, mentre nulla concorda con le vostre idee, perchè conservate tanta smania di dispute? Ditemi, di grazia, quale sia la causa per la quale i Celti ed i Germani sono coraggiosi, i Greci e i Romani civili ed umani, ma, insieme, d’animo fermo e guerresco, gli Egizî più prudenti e più industriosi, i Siri imbelli e molli, timidi e leggeri, ma pronti nell’apprendere? Se di tale diversità fra i popoli non si vuole vedere causa alcuna e si afferma che essa si verifica automaticamente, come mai si potrebbe poi credere che il mondo sia governato dalla Provvidenza? Che se, invece, si vogliono porre delle cause, mi si dica e mi si insegni, come farle risalire ad un solo creatore. È chiaro che la natura umana ha posto a sè stessa le leggi che le erano adatte, civili ed umane laddove dominava la benevolenza, rozze ed inumane dove tale era l’indole dei costumi. Poichè i legislatori ben poco aggiunsero, coll’educazione, alla disposizione primitiva.... Perchè dunque tale differenza fra i popoli nei costumi e nelle leggi?»²³³.
²³³ _Neumann_, 179.
In fondo, la difficoltà contro cui s’urtava Giuliano esiste realmente, quando si ponga una creazione voluta, con una finalità prestabilita. L’inesplicabilità dell’organizzazione dell’universo, quando lo si imagini pensato a priori da una volontà cosciente, è sentita da Giuliano in tutta la sua realtà. È veramente acuta, ed originale nell’antichità, l’osservazione che non sono le leggi che fanno gli uomini, ma gli uomini che fanno le leggi, ciò che viene a dire che la morale non ha nulla d’assoluto; è un fenomeno relativo alle condizioni preesistenti degli uomini e dei tempi. Che tutto ciò sia inesplicabile, data una volontà creatrice e cosciente, che l’ammettere questa volontà sia un cadere in una rete di contraddizioni è tanto chiaro che gli uomini hanno finito per trovare che il solo modo di uscire dalla difficoltà era di porre il mistero, poi chiudere gli occhi ed ingoiarlo. Ma Giuliano non voleva accontentarsi di spiegazioni che non spiegavano, e, pertanto, ne cercava una che fosse, o che, almeno, gli paresse soddisfacente. Ma siccome la difficoltà è assolutamente insuperabile, perchè il concetto antropomorfico della divinità, il quale impone di cercare la causa della creazione, è anche quello che impedisce di trovarne una che sia ragionevole, così egli cade necessariamente in una spiegazione tanto scipita da essere la prova più evidente del completo esaurimento in cui era finito il Politeismo.
L’origine di queste divagazioni neoplatoniche è il _Timeo_ di Platone. Giuliano, nel suo trattato, non manca di porre a raffronto la cosmologia platonica con quella di Mosè, per trarne argomento a dimostrare la maggiore ragionevolezza della creazione per gradi e per gerarchie divine, proposta da Platone, in confronto alla creazione per atto diretto di un creatore unico, ed è evidente che la sua teoria degli dei etnici e locali è una variazione del tema platonico. Chiarita, secondo Giuliano, la posizione del monoteismo ebraico in faccia al politeismo ellenico, e dimostrato l’errore degli Ebrei di considerare come Dio unico e supremo quello che non era che un Dio secondario e parziale, il polemista passa a svolgere il secondo dei suoi concetti fondamentali, e vuol dimostrare il torto dei Cristiani che non seppero stare nè con gli Ebrei nè coi Greci e l’insostenibilità della loro pretesa di derivare da una religione della quale la loro dottrina è la più aperta negazione. «Voi siete come le sanguisughe, — dice Giuliano ai Cristiani; — avete succhiato, da ogni parte, il sangue infetto e avete lasciato il puro.... Voi invidiate agli Ebrei l’ira e l’odio, e rovesciate i templi e gli altari, e trucidate non solo coloro che rimangono fedeli alle patrie leggi, ma anche gli eretici che pur professano i vostri stessi errori, solo perchè, nella loro piangente adorazione del morto²³⁴, non seguono, in tutto il vostro rito. E tutto questo è opera vostra, poichè nè Gesù nè Paolo ve lo hanno comandato. E la ragione è che essi non hanno sperato mai che voi arrivaste a tanta potenza. Erano ben contenti, se riuscivano ad ingannare qualche ancella o qualche schiavo, i quali, a loro volta, ingannassero donne ed uomini del valore di Cornelio e Sergio, dei quali se uno solo è ricordato fra gli illustri dell’epoca dite pure che io sono, in tutto, un mentitore»²³⁵.
²³⁴ Intende il dio ucciso e sepolto.
²³⁵ _Neumann_, 199.
Ma almeno si fossero i Cristiani serbati fedeli alla dottrina ebraica. No, afferma Giuliano; essi si allontanarono da questa più ancora che dalla nostra. L’empietà cristiana si compone della superbia ebraica e della leggerezza ellenica. Prendendo dalle due parti non ciò che hanno di buono ma ciò che hanno di peggio, si hanno tessuta una veste di vizî. «A dire il vero, voi vi siete compiaciuti di esagerare la scioperataggine nostra, e avete creduto bene di adattare i vostri costumi a quelli degli uomini più abbietti, mercanti, esattori, ballerini e ruffiani»²³⁶.
²³⁶ _Idem_, 208.
Chi mai potrebbe supporre, a priori, che i Cristiani, la cui religione aveva la sua ragion d’essere in una reazione contro l’immoralità del mondo greco-romano, fossero in tre secoli, diventati più immorali di coloro che avrebbero dovuto correggere, così che il polemista pagano poteva combatterli in nome della morale offesa? Non vi ha prova maggiore per illustrare la tesi che la morale non è un elemento esterno che si introduce, dal di fuori, nell’uomo; è bensì il prodotto di tutto il suo essere intimo. Il Cristianesimo apparve moralizzatore, nei primi tempi, perchè i Cristiani, durante le persecuzioni, rappresentavano una selezione. Quando il Cristianesimo vittorioso si generalizzò dovette adattarsi all’ambiente dell’epoca, e si corruppe. Non fu il Cristianesimo che ha moralizzata la società; fu la società che ha corrotto il Cristianesimo.
Ma, continua Giuliano insistendo sulla differenza esistente fra Cristiani ed Ebrei, i Cristiani riconoscono di esser diversi degli Ebrei contemporanei, ma affermano di essere rigorosamente Ebrei secondo i precetti posti dai profeti e secondo quelli di Mosè. E Giuliano entra in una discussione che dimostra la conoscenza esatta e minuta ch’egli aveva della letteratura ebraica. Egli afferma, con la testimonianza dei testi, che Mosè non poteva predire la venuta del dio Gesù, dal momento che assolutamente non ammetteva che un solo ed indivisibile Dio. Egli ha parlato di profeti, di angeli, di re, giammai di un dio che discendesse in terra. Giuliano coglie in contraddizione i Cristiani perchè, onde andar d’accordo con Mosè, fanno discendere Gesù da Davide e, insieme, lo fanno concepito dallo Spirito Santo. Perciò essi hanno inventata la genealogia davidica di Giuseppe, ma non seppero far concordare i due Vangeli che la presentano. Che se poi i Cristiani pretendessero di credere anch’essi in un solo Dio, cadrebbero nella più aperta contraddizione col testo del Vangelo di Giovanni, che da nessun’arte d’interpretazione potrà mai essere messo d’accordo coi testi mosaici²³⁷.
²³⁷ _Neumann_, 213.
Ma, anche nei riguardi del culto e dei sacrifizi, i Cristiani si distaccano dagli Ebrei non meno che dai Greci. Infatti, secondo Giuliano, Mosè stabilisce nel _Levitico_ una procedura di sacrifizî che per nulla si distingue da quella dei sacrifizî greci. E, se anche fosse esatto, ciò che Giuliano afferma non essere, che gli Ebrei più non sacrificano, ciò dipenderebbe solo dalla circostanza che non esiste più il tempio di Gerusalemme, che era il luogo dove solo potevano compiersi i riti solenni. Ma i Cristiani, che non hanno questa obbligazione di colleganza fra il rito ed una sede determinata, non hanno ragione alcuna di non compiere le cerimonie prescritte. Il vero è che gli Ebrei, salvo il principio dell’unicità di Dio, si assomigliano in tutto ai Greci, mentre i Cristiani si allontanano dagli uni e dagli altri. Non ammettono le forme del culto che i Greci e gli Ebrei concordemente vogliono; non riconoscono l’infinita pluralità del politeismo ellenico, ma, affermando una trinità divina, non riconoscono nemmeno il monoteismo ebraico²³⁸.
²³⁸ _Neumann_, 216 sg.
In tutta questa argomentazione è chiaro che Giuliano, quando vuol dimostrare che i Cristiani hanno torto di non voler sacrificare come i Greci e gli Ebrei, è un polemista meschino e pedantesco, ma, quando afferma che i Cristiani, con la loro trinità divina, offendono, insieme, il monoteismo rigoroso degli Ebrei e il politeismo largo dei Greci, e si collocano in una posizione razionalmente non sostenibile, egli è, almeno nell’apparenza, nel vero. È tanto nel vero che il dogma della trinità, come vedemmo, non fu accettato se non con ripugnanza grande dagli spiriti conseguenti alle premesse del monoteismo, e fu il tizzone che accese le terribili lotte che, dal terzo al quinto secolo, hanno squarciato il Cristianesimo nascente. E finì per essere accolto come un mistero inscrutabile.
Giuliano passa poi a dimostrare come i Cristiani, affermando che la legge ebraica fosse perfettibile, si pongano nella più aperta contraddizione con ciò che ha scritto Mosè, così che è del tutto insostenibile la loro pretesa di vedere nella religione d’Israele l’origine e la base del Cristianesimo. Ma c’è di più. Ed è che i Cristiani, non paghi di porsi in contraddizione con gli Ebrei da cui si dicono usciti, contraddicono sè stessi, poichè, nei Vangeli, egli dice, vi sono affermazioni inconciliabili fra loro, e la dottrina del logos incarnato nel Cristo, rappresentante una persona divina, che è un’invenzione di Giovanni, invano la cercate in Matteo, in Marco, od in Luca. Questa argomentazione è condotta in modo da dimostrare che il polemista imperiale conosceva assai bene la letteratura cristiana e, se non fosse la passione d’odio che lo accieca, si potrebbe quasi dire che, talvolta, nel suo metodo, c’è il sentore della critica moderna²³⁹.
²³⁹ _Neumann_, 221 sg.
Ma, certo, questo sentore non c’è nell’invettiva contro i Cristiani pel loro culto pei sepolcri. Non si accontentano, egli dice, di adorare il morto Gesù, vogliono adorare anche quelli che son morti dopo di lui, ed hanno ingombrato ogni luogo di sepolcri e di monumenti, sebbene in nessun loro libro si dica che sia dovere di aggirarsi intorno ai sepolcri e di adorarli. Con queste parole Giuliano accenna al culto che i Cristiani professavano pei loro martiri, a cui innalzavano santuari sulle rovine dei templi abbandonati o distrutti. Questo culto lo irritava in un modo particolare, e la ragione della sua irritazione va cercata in parte, forse, in un sentimento estetico, ma, forse, più ancora nella grande efficacia che quel culto esercitava sull’imaginazione dei credenti. Egli, dunque, con cavilli pedanteschi, si affatica a dimostrare che quel culto non era voluto da Gesù che adoperava i sepolcri come termine di confronto di cose turpi, ed afferma che i Cristiani onorano i sepolcri, solo per cavarne una potenza di malefizî magici²⁴⁰.
²⁴⁰ _Neumann_, 225.
Ma i Cristiani fanno ciò che Dio e Mosè e i Profeti hanno riprovato, e poi si ricusano di sacrificare agli altari, quando l’episodio di Caino e di Abele, rettamente interpretato, dovrebbe persuaderli che Dio aggradisce i sacrifizî di offerte viventi. E perchè i Cristiani non si circoncidono? Paolo ci parla della circoncisione del cuore. Ma il comando di Dio, nella Genesi, è troppo esplicito, perchè sia possibile eluderlo, senza mancare alla legge. E Gesù ha dichiarato di venire non ad alterare la legge, ma a compirla. — «Ah, voi dite che vi circoncidete nel cuore! — esclama Giuliano con acerba ironia. — E avete ragione, perchè fra voi, lo si vede, non esiste nessun malvagio, nessun scellerato! Bella davvero la vostra circoncisione del cuore!». Il vero è che i Cristiani disobbediscono apertamente ai precetti del loro stesso Maestro²⁴¹.
²⁴¹ _Idem_, 228 sg.