L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 16
Se non che il Cristianesimo, nel quarto secolo, si era ormai tanto diffuso ed era così profondamente entrato nelle abitudini sociali che anche i suoi nemici dovevano seguirlo ed assumerne talvolta il linguaggio. Da qui, in Giuliano, una specie di ardore nella preghiera, come una fiamma mistica, che gli antichi non conoscevano. Il discorso sul Re Sole finisce con un inno. Giuliano si atteggia a devoto. Se si sente, nelle sue parole, qualche cosa di artifizioso, di scolastico, se non c’è l’estasi di Plotino che si sprofonda e si annega in Dio, se non c’è lo slancio di S. Agostino, vibrante dell’emozione di un’anima rapita in una divina contemplazione, c’è pur sempre un sentimento religioso più profondo di quello che animava i cultori del Politeismo. «Mi concedano gli dei di celebrare più volte le feste sacre, e me lo conceda il dio Sole, re dell’universo, lui, che, procede, da tutta eternità, dalla sostanza generatrice del bene, e sta in mezzo agli dei intellettivi li riempie di armonia, di bellezza infinita, di sostanza fecondante, di intelligenza perfetta, e continuamente e senza fine d’ogni bene; lui che, dall’eternità, brilla nella sede destinatagli nel mezzo del cielo; lui che dà ad ogni essere visibile la bellezza dell’idea; lui che riempie tutto il cielo di tanti numi quanti ne comprende nella sua intelligenza; lui che, in virtù della sua continuità generativa e della potenza benefica emanante dal suo corpo circolare, armonizza la compagine di questa sede sublunare, prendendo cura di tutta la schiatta umana e, in special modo, di questo nostro Impero; lui che, dall’eternità, ha creata la nostra anima, facendola sua seguace. Mi conceda, dunque, tutto ciò di cui l’ho pregato, e mantenga, con benevolenza, la perpetuità dell’Impero. Conceda a noi di ben riuscire nelle cose divine ed umane, fin quando ci permetterà di vivere, e faccia durare la nostra esistenza fin quando a lui piaccia, e riesca utile a noi e giovevole alla prosperità delle cose romane... Ancora una volta, io supplico il Sole, re del Tutto, per la devozione mia, di essermi benevolo, di darmi una vita felice, un pensiero sicuro, un’intelligenza divina, e, infine, al momento destinato, una liberazione tranquillissima dalla vita, e mi conceda di ascendere e di restare presso di lui, possibilmente in eterno, e, se ciò fosse superiore ai miei meriti, almeno per molti periodi di anni numerosi»²¹³.
²¹³ _Iulian._, 203, 4 sg; 205, 5 sg.
Insieme al discorso sul _Re Sole_, Giuliano ci ha lasciato un altro trattato teologico, ed è il discorso, o inno, come si voglia chiamare, alla _Madre degli Dei_, che l’entusiasta imperatore scrisse, in una notte, a Pessinunte, mentr’era in marcia per la spedizione contro i Persiani. Lo scritto, faticoso e confuso come tutte le manifestazioni filosofiche e teologiche di Giuliano, comincia con una deliziosa e nota leggenda che Giuliano ci racconta con la genuina semplicità di un vero poeta. Qui vogliamo riprodurla, per mostrare come, sotto al pedantesco e retorico allievo di Libanio e di Massimo, esistesse uno spirito pieno di grazia e di sentimento. Dopo aver detto che i Greci tenevano in alto onore il culto di Cibele, la Madre degli Dei, egli ricorda che i Romani, al tempo della guerra contro Cartagine, cercarono, per consiglio della Pizia, di rendersela favorevole, e poi così continua: «Nulla mi vieta di aggiungere qui una piccola storia. Saputo l’oracolo, gli abitanti della religiosa Roma deliberano di mandare un’ambasceria a chiedere ai re di Pergamo, che allora possedevano la Frigia, ed agli stessi Frigi, il santissimo simulacro della dea. Ricevuto, quindi, il sacro carico, lo posero sopra una larga nave oneraria, capace di navigare sicuramente per l’ampio mare. Attraversati l’Egeo e l’Jonio, costeggiata la Sicilia, ecco arriva alle foci del Tevere. E il popolo usciva dalla città insieme al Senato, e lo precedevano i sacerdoti e le sacerdotesse, tutti e tutto nell’ordine conveniente, secondo i patrî riti. E ansiosi guardavano la nave che correva col vento in poppa, mentre intorno alla carena spumeggiavano le onde solcate. Quando fu sul punto d’entrare, tutti si prosternarono a terra, lì dove ognuno si trovava. Ma la dea, come desiderosa di mostrare al popolo romano che non è un sasso scolpito ed inanimato ciò che arriva dalla Frigia, ma un oggetto in cui sta una potenza grande e divina, appena la nave tocca il Tevere, ecco la ferma, e la tiene immobile come se, d’un colpo, avesse messo radice nel letto del fiume. La tirano contro corrente, e non si muove. Credendo che si fosse incagliata, tentano di spingerla, ma non cede alla spinta. Le si applicano tutti gli strumenti, ed è sempre immobile. Allora cade un terribile ed iniquo sospetto sulla vergine consacrata al santissimo sacerdozio, e si accusa Claudia — tale era il nome di quella santa — di non essersi conservata intatta e pura alla dea, che apertamente manifestava il suo sdegno. Claudia si copre di rossore, udendo il suo nome ed il sospetto, tanto era lontana dal turpe ed illecito fallo. Poi, quando vede che l’accusa contro di lei prendeva forza, slacciatasi la cintura, ne cinge la punta estrema della nave, e, come ispirata, comanda a tutti di trarsi indietro, e supplica la dea di non abbandonarla in preda ad iniqui oltraggi. Quindi, ad altissima voce, quasi desse un comando navale: — Madre santa, esclama, se io son pura, seguimi. — Ed ecco che la vergine non solo smuove la nave, ma la trascina, per lungo tratto, contro la corrente!... Io so, conclude Giuliano, che alcuni, fra coloro che si dan l’aria d’esser saggi, diranno che queste son fiabe da vecchierella. Ma io preferisco credere alle tradizioni popolari piuttosto che a questi eleganti, la cui animuccia potrà essere acuta, ma mi ha l’aria d’esser anche ammalata»²¹⁴.
²¹⁴ _Iulian._, 207, 5 sg.
Il discorso intorno alla Madre degli dei è interessante perchè ci mostra il processo di interpretazione mitica che Giuliano, discepolo dei neoplatonici, applicava alle leggende antiche, onde razionalizzarle e renderle accettabili alla metafisica idealista e spiritualista che dominava nel pensiero del tempo.
Giuliano parte, nella sua interpretazione, dal principio fondamentale della filosofia platonica, già da lui affermato nel discorso sul Re Sole, cioè, l’esistenza di un mondo ideale di cui il mondo materiale è il riflesso. Le imagini degli esseri, come insegna Aristotele, esistono rispecchiate nell’anima, ma vi esistono idealmente ed in potenza. «Ma è pur necessario che le imagini, prima di esistere in potenza, esistano in azione. Dove le porremo? Forse nelle cose materiali? È chiaro che queste vengono per le ultime. Non ci resta, adunque, che di cercare delle cause ideali, preordinate alle materiali²¹⁵, dalle quali l’anima nostra, subordinata e coesistente, riceve, come uno specchio le imagini degli oggetti, le idee delle forme, e le trasmette, per mezzo della natura, alla materia ed ai corpi materiali»²¹⁶.
²¹⁵ λείπεται δὴ λοιπὸν ὰύλους αἰτίας ζητειν ενεργείᾳ προτεταγμένας τῶν ἐνὺλων.
²¹⁶ _Iulian., 212, 19 sg._
Ora, il mito di Cibele o della Madre degli dei è, per Giuliano, la rappresentazione simbolica del procedimento pel quale l’idea si concretizza nella materia e ritorna poi alla sua essenza primitiva. È noto che, secondo la leggenda, Cibele, innamorata castamente di Atti, gli aveva imposto di non conoscere donna alcuna. Ma Atti s’era invaghito della ninfa Sangaride, e, penetrando nell’antro, dimora di lei, le si era congiunto. Da qui lo sdegno di Cibele, a placar la quale, Atti aveva dovuto evirarsi, dopo di che egli era stato riammesso agli onori di prima. È noto anche che questa storia era, in origine, un mito naturalistico, che rappresentava il succedersi delle stagioni, mito che, come era avvenuto di tanti altri, era poi stato umanizzato e drammatizzato dalla fantasia orientale ed ellenica. Giuliano pretende di veder, in quel mito, l’espressione di un concetto filosofico, e, per riuscire a dimostrarlo, lo tormenta con una sottigliezza di interpretazione bizzarra e faticosa. Tuttavia, anche qui non è privo d’interesse il cogliere lo sforzo che questi rinnovatori del Paganesimo andavan facendo per introdurre nei miti antichi un pensiero che questi non potevano contenere, per versare propriamente del vino nuovo in vasi vecchi, già rotti e screpolati. Riportiamo qualche saggio di tale sforzo.
«Chi è, dunque, la Madre degli dei? È la scaturigine di tutti gli dei ideali e creatori che governano gli dei visibili; la dea che coabita e che genera col gran Dio; grande anch’essa dopo il grandissimo, la signora di ogni vita, la causa di ogni generazione, che subito perfeziona ciò che ha fatto; che genera senza sofferenze e crea, insieme al padre, tutti gli esseri; vergine senza madre, partecipe del trono di Dio, è madre di tutti gli dei, poichè accogliendo, in sè stessa, le cause di tutti gli dei ideali e sovrannaturali, divenne scaturigine di tutti gli dei conoscibili. Questa dea e questa provvidenza si prese d’amore per Atti»²¹⁷. Atti rappresenta, nel mito, il principio creatore e generatore. Ora, la dea, nell’innamorarsi di Atti, gli ingiunge di generare solo nell’idea, non guardando che a lei che è il simbolo dell’unità, e di fuggire ogni inclinazione alla materia. Ma Atti non seppe restar fedele alla dea, e cadde quindi nella procreazione delle forme materiali. Ora, è per richiamare il principio generatore al mondo ideale, ed impedire che esso si corrompa e si perda intieramente nella materia, che la Madre degli dei, insieme al Sole, che è, con lei, il principio provvidenziale e che nulla può fare senza di lei, induce Atti all’evirazione, che rappresenta la limitazione nella decadenza materiale del principio generatore ed il suo ritorno al mondo ideale. Se non ci fosse questa limitazione, voluta dalla provvidenza, il principio generatore, delirante nei suoi eccessi materiali, si sarebbe esaurito diventando impotente per le funzioni ideali²¹⁸. E Giuliano chiude la sua singolare interpretazione del mito con queste parole: «Il mito insegna a noi che, celesti per natura nostra, siamo venuti in terra, ad affrettarci a ritornare presso il Dio datore di vita, dopo aver mietuto, nel soggiorno in terra, la virtù e la pietà. Adunque, il segnale del richiamo che la tromba dà ad Atti, dopo l’evirazione, lo dà anche a noi che dal cielo cademmo in terra. Se Atti, coll’evirazione, limita l’infinità delle sue cadute, a noi pure gli dei comandano di evirarci, cioè, di limitare in noi stessi l’infinità materiale, e di tendere all’unità formale e, fin dove è possibile, all’unità essenziale. Che mai di più giocondo, di più ilare di un’anima che fugge dal turbine che in lei solleva l’insaziabilità dei desideri e l’impulso della generazione e che si innalza agli stessi dei? Ed Atti, che era uno d’essi, e che andava più in là di quanto conveniva, non fu abbandonato dalla Madre degli dei, che a sè ancora lo volle e lo fermò nell’infinità delle cadute»²¹⁹.
²¹⁷ _Iulian._, 215. 5 sg.
²¹⁸ _Iulian._, 217, 8 sg.
²¹⁹ _Idem_, 219, 13 sg.
Giuliano, dopo essersi dilungato nella bizzarra esposizione della leggenda divina, insiste sul carattere essenzialmente mitico della stessa. «Non supponga alcuno che io parli, come se tutto ciò fosse realmente avvenuto, quasi che gli dei non sapessero quello che facevano, o dovessero correggere i propri errori. Ma gli antichi, sia guidati dagli dei, sia pensando per sè stessi, scoprendo le cause degli esseri, le velarono di miti strani, affinchè l’invenzione, con la stranezza e con l’oscurità, ci spingesse alla ricerca della verità. Agli uomini volgari è sufficiente il simbolo irrazionale, ma per coloro che si distinguono per l’ingegno, la verità delle cose divine riuscirà utile, solo quando la scopriranno dopo averla cercata, coll’aiuto degli dei. Gli enimmi ci devono far riflettere che dobbiamo indagarli, onde raggiungere, coll’osservazione, la scoperta della suprema realtà, e ciò non già per rispetto e fiducia nelle opinioni altrui, ma bensì pel lavoro della nostra intelligenza»²²⁰. Il razionalismo rigoroso, che si rivela in questo brano, avrebbe dovuto condurre Giuliano a constatare la completa evaporizzazione delle sue divinità. Ma egli voleva tener in piedi una religione, perchè la dottrina neoplatonica, in cui era cresciuto, affermava l’esistenza del sovrannaturale e, quindi, la necessità di una religione positiva, e poi perchè egli voleva essere il restauratore di un culto e di una fede capace di tener testa al Cristianesimo. Da qui una singolare contraddizione nelle sue manifestazioni ed un difetto intrinseco nel sistema che gli rendevano impossibile la vittoria sul Cristianesimo, il quale aveva, invece, un dio così ben determinato, così chiaro, così storico, da poter accogliere in sè il principio mitico e metafisico del logos, senza perdere in nulla l’efficacia della sua persona. Ma pure Giuliano si sforzava di conservare agli dei, sui quali ragionava con una sottigliezza così pedantesca e fantastica insieme, una sufficiente realtà, per poterli adorare e supplicare. Già vedemmo le belle parole con cui comincia e finisce il discorso intorno al dio Sole. Ebbene, anche il discorso intorno alla Madre degli dei finisce con una preghiera di credente infervorato. «O Madre degli dei e degli uomini, che siedi sul trono di Dio, origine degli dei, tu che partecipi alla pura essenza delle idee ed, accogliendo da queste la causa del tutto, la infondi agli esseri ideali, dea della vita e rivelatrice e provvidenza e creatrice delle anime nostre, tu che hai salvato Atti e lo hai richiamato dall’antro in cui s’era sprofondato, tu che largisci tutti i beni agli dei ideali, e ne colmi il mondo sensibile, deh, voglia tu concedere a tutti gli uomini la felicità, di cui è vertice la conoscenza degli dei, fa che il popolo romano cancelli la macchia dell’empietà, e che la sorte favorevole gli conservi l’impero per molte migliaia d’anni, fa che io raccolga, come frutto della devozione per te, la verità della scienza divina, la perfezione nel culto, la virtù ed il successo in tutte le imprese politiche e militari a cui ci accingiamo, e un termine della vita senza tristezza e glorioso, insieme alla speranza di venire presso di te»²²¹.
²²⁰ _Iulian._, 220, 8 sg.
²²¹ _Iulian._, 232, 13 sg.
Non è questa forse una preghiera, la quale, omettendo e modificando qualche frase, più che altro, ornamentale, avrebbe potuto stare nella bocca di un cristiano? Non vi si sente, in fondo, un’identica ispirazione? Questa invocazione alla Madre degli dei viene, è vero, dopo un lungo discorso, nel quale la personalità della dea, passando attraverso i filtri delle spiegazioni mitiche, è intieramente svaporata, così che la preghiera a lei rivolta si perde nel vuoto. Ma, quando si ricorda che questa preghiera è stata scritta da un uomo che si era accinto alla più arrischiata delle imprese e che stava per affrontare i supremi pericoli, non si può vedere, in queste supplicazioni, una vana declamazione, ci si sente una parola che esprime un sentimento vero. Il sentimento si modifica nell’espressione a seconda della forma che assume, ma non era meno vivo il sentimento religioso in Giuliano che aveva fatto apostasia dal Cristianesimo di quello che fosse in molti di coloro che al Cristianesimo si convertivano.
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La teoria del valore e del significato dei miti ha nel sistema di Giuliano una somma importanza, anzi, è la chiave di vôlta che gli impedisce di sfasciarsi. Nel panteismo neoplatonico, non potevano trovar sede le divinità e le favole del Politeismo. Dirò di più; il grande concetto plotinico, pel quale l’universo è l’estrinsecazione di un unico e supremo principio che si manifesta con le idee rispecchiate dalle forme concrete, poteva condurre ad una meditazione estatica sulla divinità, ma difficilmente avrebbe potuto accordarsi con una religione positiva. Ed infatti Plotino, come narra Porfirio nella vita del maestro, talvolta si sublimava nella visione divina, senza per questo partecipare a nessun culto determinato. Ma i suoi successori, spinti, in parte, dalle condizioni psicologiche del tempo, in parte dalla necessità di preoccupare un posto che altrimenti sarebbe stato preso dal Cristianesimo, vollero creare una religione positiva e, non avendo a loro disposizione nessuna figura divina determinata e storica, presero le antiche divinità del Politeismo, e pretesero che si rendesse loro un culto di sacrifizî e di preghiere, affermando insieme non essere quelle divinità che meri simboli di concetti filosofici. In questa strada nessuno è andato più avanti di Giuliano che era tutto, direi imbevuto di dottrina metafisica mal digerita, e che, insieme, come imperatore nemico del Cristianesimo, voleva porre in piedi una vera religione di Stato, la quale impedisse lo sfacelo dell’Ellenismo.
Giuliano non credeva affatto nella realtà oggettiva delle personificazioni del Politeismo. In un graziosissimo e scherzoso biglietto ad un amico egli scrive: «L’Eco per te è una dea ciarliera, e consorte di Pane. Io non dico di no. Poichè quand’anche la Natura mi insegnasse che l’Eco è un suono della voce che, ripercosso, passando per l’aria, ritorna all’orecchio, pure, consentendo alle credenze degli antichi e dei moderni non meno che alle tue, voglio concedere che sia una dea»²²². Ma se Giuliano, come appare da queste parole, sapeva, con la sua acuta intelligenza, disciogliere il mito nella affermazione del fenomeno naturale, lo conservava come simbolo di concetti filosofici, e nulla gli stava tanto a cuore quanto il giustificare razionalmente tale trasformazione. La tesi, già toccata nel discorso intorno alla Madre degli dei, è ampiamente svolta in uno degli scritti più curiosi di Giuliano, il discorso contro il cinico Eraclio.
²²² _Iulian._, 564.
Questo discorso che contiene molte pagine piene di spirito e di garbo, ma che manca, come quasi tutti gli scritti di Giuliano, del _fren dell’arte_, è interessante specialmente per due ragioni, la prima perchè vi troviamo esposto il concetto che Giuliano, sull’orma dei neoplatonici, si formava del mito e del significato della leggenda mitologica, la seconda perchè, con una assai bella ed assai chiara allegoria, egli racconta la propria storia, dà la giustificazione della sua condotta e formola, come oggi si direbbe, il suo programma imperiale.
Dietro a questo discorso deve esserci un antefatto che non conosciamo, ma che si può imaginare con molta approssimazione alla verità. Giuliano, diventato imperatore, doveva incontrar l’opposizione di tre sorta di nemici; primieramente s’intende, dei Cristiani, poi di quei Pagani ai quali non garbava punto la trasformazione mitica che il neoplatonico imperatore voleva imporre all’antica religione, alle semplici, intelligibili ed umane favole d’un tempo, finalmente di tutti coloro i quali, interessati nella corrotta amministrazione dell’impero, sentivano il danno delle riforme iniziate dall’inquieto legislatore. Il cinico Eraclio stava fra coloro che non ammettevano l’interpretazione filosofica della mitologia ellenica, non comprendevano lo sforzo di Giuliano per infondere in quella uno spirito nuovo che le permettesse di fronteggiare il Cristianesimo. Il cinismo, fin dal tempo del suo fiore, con Antistene e con Diogene, era stato una filosofia essenzialmente pratica, che voleva insegnar all’uomo ad accontentarsi del meno possibile, a vivere in un’ascetica indifferenza per tutti i godimenti materiali. Essa stava lontana, in un atteggiamento sospettoso, dalle speculazioni metafisiche, e riduceva la sua dottrina filosofica a pochi aforismi morali. Ma, nel procedere dei tempi, ciò che il Cinismo aveva avuto di buono, il rigore della vita e dei costumi, passò allo Stoicismo, e il Cinismo degenerò in una caricatura, in una dottrina da ciarlatani che se ne servivano per ingannar la gente, e vi trovavano una fonte di illeciti guadagni. I neocinici erano naturalmente nemici di Giuliano, di cui odiavano l’indirizzo speculativo e la pura morale. Giuliano li ricambia di santa ragione. Nel discorso contro i _Cinici ignoranti_, come in quello contro Eraclio, egli ne smaschera i vizii, le bassezze, le turpitudini, dimostra la meschinità della loro dottrina, la quale avrebbe impacciata l’evoluzione mitologica che costituiva per l’Ellenismo l’elemento indispensabile della sperata vittoria. E Giuliano, infatti, con astiosa arguzia, vede nei Cinici degli alleati dei Cristiani, ed insiste sui tratti di somiglianza che, secondo lui, esistono fra le due sette²²³.
²²³ _Iulian._, 290, 7 sg.
Eraclio aveva tenuto un discorso, in una grande assemblea, presente l’imperatore, nel quale, pare, aveva dato corso alle sue facoltà inventive, per comporre delle favole che offendevano, secondo Giuliano, il concetto della divinità. L’imperatore, sciolta l’assemblea, prende sdegnato la penna e scrive un’invettiva contro l’empio bestemmiatore, per dimostrare quale sia l’ufficio del mito, e come si devano interpretare le leggende relative agli dei. Il discorso, come dissi, è lunghissimo, pieno di allusioni che non sempre si possono comprendere e di spiegazioni mitiche tormentate e confuse. Ma è pur sempre interessante e sintomatica l’intenzione da cui lo scrittore è mosso di polemizzare, anche indirettamente, col Cristianesimo, creando dei simboli che potessero prendere il posto del dio cristiano. Ciò appar chiaro nella interpretazione ch’egli dà della storia d’Ercole e di Bacco. Come non vedere un tentativo di cristianizzare la figura d’Ercole plasmandola su quella di Gesù, quando egli dice che Ercole passava a piedi asciutti il mare, ed aggiunge: «Che mai era impossibile ad Ercole? Che mai non obbediva al suo divino e purissimo corpo? Gli elementi tutti non obbedivano, forse, alla potenza creatrice e perfezionante della sua intelligenza incorruttibile? Il sommo Giove... lo fece salvatore del mondo, poi lo sollevò sulle fiamme del fulmine, fino a sè, e gli comandò di venire come figlio presso di lui, sotto il segno divino del raggio eterno. Voglia Ercole essere propizio a me ed a voi!»²²⁴.
²²⁴ _Iulian._, 284, 19 sg.