L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 15
In mezzo allo spettacolo di discordie e di lotte intestine che offriva il Cristianesimo, e nella corruzione già dominante nella società cristiana, specialmente nella corte imperiale, Giuliano che, col fratello, era, per la tenera età, scampato dall’eccidio di tutta la famiglia costantiniana, perpetrato dal cugino Costanzo, veniva, come narrammo, educato, a Costantinopoli, da Mardonio che segretamente infondeva nell’animo del fanciullo l’ammirazione per l’antica coltura ellenica, ed, insieme, l’abitudine di considerare gli antichi come i veri maestri della virtù, di vedere nei loro esempi i modelli insuperabili del bello e del buono. Mandato nella solitudine di Macello, circondato da sacerdoti, in cui vedeva i suoi carcerieri ed i cortigiani dell’odiato Costanzo, il giovinetto, sotto il velo di una necessaria ipocrisia, si accendeva sempre più pei suoi ideali. Che era il Cristianesimo per lui? La religione dei suoi nemici, una religione che pareva avesse autorizzato e sanzionato un eccidio spaventoso, una religione che sapeva adattarsi ai viziosi e turpi costumi di una Corte scellerata e che, di più, era corrosa da lotte fraterne che turbavano la serenità degli spiriti e la sicurezza della dottrina. Ma, forse, la sua avversione al Cristianesimo sarebbe rimasta allo stato latente, se, dalla paura sospettosa di Costanzo, egli non fosse stato esigliato a Nicomedia. Qui, nel focolare del Neoplatonismo che già aveva compiuta, nella scuola di Giamblico, la sua evoluzione religiosa e superstiziosa, Giuliano trovò quel complesso di dottrine che gli rese possibile di organizzare il suo misocristianesimo in un sistema filosofico e pratico, mentre l’influenza di Libanio e dei retori che lo circondavano lo esaltava sempre più nella sua passione d’ellenismo.
Ora noi dobbiamo studiare quale fosse precisamente la dottrina di Giuliano, quali le sue norme direttive nell’impresa a cui si è accinto di restaurare il Paganesimo, quale lo scopo essenziale a cui egli mirava. Per questo studio, noi dobbiamo usare le opere stesse di Giuliano. È Giuliano che, con la sua voce, deve illuminarci sulle sue intenzioni e narrarci la storia del suo infelice e così interessante tentativo. Primieramente noi cercheremo di formarci un concetto delle idee filosofiche che costituivano il fondo del pensiero di Giuliano. Noi sappiamo ch’egli era un allievo di Giamblico e di Massimo, cioè di quei maestri neoplatonici che già avevano trasformato il sistema panteistico di Plotino in un superstizioso misticismo che si aggrappava all’antico Politeismo e tentava di ravvivarne i miti, alterandone l’intima natura. Noi vedremo quale sia stato il risultato di tale insegnamento sullo spirito di Giuliano. In secondo luogo, dovremo osservare la posizione di Giuliano in faccia al Cristianesimo, il modo con cui lo comprendeva e lo combatteva da un punto di vista dottrinale; e finalmente i suoi atti e la sua condotta come restauratore del Politeismo a religione di Stato. Lo studio che già abbiamo fatto della vita di Giuliano, delle condizioni della Chiesa ai suoi tempi, e della filosofia neoplatonica nelle sue tendenze e nei suoi principî essenziali, ci renderà agevole la ricostruzione della figura intellettuale del giovane imperatore.
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Sarebbe un tentativo senza costrutto quello di fare un’esposizione precisa e sistematica della filosofia di Giuliano, perchè Giuliano non ha avuto un sistema ben chiaro e definito di idee, bensì, una congerie assai confusa, determinata dalla cornice di misticismo neoplatonico, in cui era contenuta. Il giovane imperatore, morto a trentadue anni, non ha avuto il tempo di dar forma precisa al suo pensiero, tanto più che, durante l’adolescenza e la prima giovinezza, la sua vita era stata sospesa ad un filo, ed egli si sapeva sempre sul punto di esser trucidato dal crudele e sospettoso cugino. Durante gli ultimi otto anni, improvvisato generale ed amministratore, era stato continuamente assorto nelle più gravi preoccupazioni, governare la Gallia, respingere le incessanti invasioni germaniche, poi tentar l’avventura dell’usurpazione del trono imperiale, e finalmente accingersi a quella guerra contro la Persia, nella quale doveva trovar la morte. È già cosa meravigliosa come, in una esistenza così breve e così agitata, egli abbia potuto pensare a scrivere tanto. Ma il suo pensiero ed i suoi scritti dovevano sentire gli effetti della vita tumultuaria ch’egli conduceva, e mancare, pertanto, di ordinata disposizione e di meditata correttezza. Egli stesso racconta di aver, più volte, composte le sue dissertazioni filosofiche di notte, onde approfittare del breve riposo dalle sue ingombranti occupazioni, frettolosamente, senza soccorso di libri, più per lo sfogo di un’anima traboccante di idee e di impressioni che per uno scopo letterario o didattico.
Ma una ragione più essenziale dell’aspetto congestionato e confuso che hanno le idee di Giuliano sta nella dottrina stessa a cui le attingeva. La filosofia regnante nel mondo ellenico dei suoi tempi era il Neoplatonismo, e noi vedemmo nel Neoplatonismo una dottrina la quale sull’orme di Platone, ma con fantasia sbrigliata e tumultuosa, cercava nell’aria rarefatta dell’ideale, o, diremo meglio, del soprannaturale, la spiegazione della natura e della realtà. Ora, il Neoplatonismo, appunto perchè affermava l’esistenza del soprannaturale e vi collocava la causa prima della natura, era una dottrina essenzialmente deista. L’ateismo di Epicuro e di Lucrezio che, nel concetto meccanico del mondo, escludeva l’azione del soprannaturale, non era riuscito a farsi strada. Il Neoplatonismo si trovava al polo opposto. Il problema, per la speculazione filosofica, non era già quello di spiegare l’esistenza dell’universo senza l’intervento di una causa prima, soprannaturale e creatrice, ma quello, bensì, di determinare i rapporti fra questa causa, che si affermava _a priori_, e l’universo esistente. Ora, non potendo il Neoplatonismo conservare il Politeismo schiettamente naturalistico degli antichi, perchè non rispondeva alle esigenze metafisiche e razionali del momento, e non potendo, d’altra parte, accettare il Cristianesimo, che, con la novità delle sue affermazioni, feriva tutte le tradizioni della coltura ellenica e, col suo monoteismo, inceppava le tendenze panteistiche della filosofia, esso compose un Politeismo simbolico e mistico, pretendendo trovarvi la rappresentazione dei processi creativi, e lasciando, insieme, ad ogni credente la più sfrenata libertà d’interpretazione. A quali eccessi di fantasia e di superstizione quella libertà potesse condurre, noi lo vedremo in Giuliano stesso. Ma qui vogliamo fare una considerazione, che troverà le sue prove nell’analisi del pensiero del nostro eroe. Parrebbe che, fra le follie e gli eccessi della metafisica neoplatonica da un lato e la corretta produzione della dogmatica ortodossa dall’altro, dovesse esistere un’inconciliabile opposizione. Eppure, in fondo in fondo, a ben guardare, l’opposizione è tutta nella fioritura esterna. Il tronco che sostiene e l’una e l’altra è il medesimo. Nell’una e nell’altra noi troviamo lo spiritualismo platonico, con le idee preesistenti al mondo, con gli intelligibili, come le chiama Giuliano. Nell’una e nell’altra, il Dio supremo, soprannaturale per eccellenza ed inconoscibile, crea il mondo, ciò che vuol dire dà un’esistenza materiale alle idee pure, mercè un mediatore divino, che si rivela agli uomini, il logos Cristo, nella metafisica cristiana, il dio Sole nella teologia di Giamblico e di Giuliano. Ecco, la fonte comune da cui si spiccarono le due correnti, discendendo per versanti diversi. La corrente cristiana s’inalveò ben presto nel letto del monoteismo ortodosso. Atanasio, Ambrogio, Agostino innalzarono, lungo il suo corso, argini tanto alti e sicuri, da renderle impossibile il traboccar fuori. La corrente neoplatonica, non trovando nessun letto predisposto ed arginato, si sparse in infiniti rigagnoli e finì per perdersi e sparire nelle sabbie del deserto metafisico.
Il Neoplatonismo, abbarbicandosi al Politeismo, avrebbe, dunque, voluto organizzarlo in un sistema simbolico che rappresentasse la creazione, cioè, la discesa del sovrannaturale nella natura. Ma la molteplicità dei miti era d’impaccio insuperabile alla razionalizzazione del Politeismo. Il Politeismo, nato dalla tendenza dei primi uomini a personificare, in determinate divinità, i fenomeni naturali, potè conservare la sua vita, anche in epoche che avevano completamente perduta la coscienza del suo significato primitivo, trasformandosi in religioni nazionali e locali. Ma, allorquando il sentimento ed il culto della patria si perdettero nella grandezza dell’impero romano, il Politeismo non ebbe più nessuna ragion d’essere e doveva perire. Gli sforzi dei neoplatonici, di Giamblico, di Massimo, di Giuliano, per ravvivarlo ed infondergli uno spirito filosofico, eran condannati ad essere infecondi e ad esaurirsi in artifizi pedanteschi e puerili.
Tuttavia il tentativo di Giuliano è uno degli episodi più interessanti della storia antica, primieramente perchè è sempre interessante lo studio dei moventi di un uomo di grande animo e di acuto ingegno, e tale era, certamente, il giovane imperatore, e poi perchè quel tentativo è la dimostrazione più chiara della inevitabilità della vittoria finale del Cristianesimo. Infatti, il movimento di Giuliano non fu un movimento di reazione, come sarebbe stato quello di ricondurre il Politeismo al significato di religione naturalistica, o di ripristinare il culto patriottico di Atene e di Roma. Giuliano non era un reazionario; non gli è applicabile la qualifica di _romantico_, che gli danno taluni, trovando una certa analogia fra lui e quegli scrittori della prima metà del nostro secolo che adoravano il Medio-Evo in piena modernità. Non è perdonabile allo Strauss, se non come un artifizio letterario, d’aver, in un libello famoso, adoperato il suo nome, per scagliare una frecciata a quel re Federico Guglielmo di Prussia che sognava di poter andar a ritroso del pensiero del suo tempo. Giuliano era un progressista; ma egli non voleva sacrificare al progresso la coltura antica, di cui era fervente ammiratore, e le tradizioni di civiltà che costituivano pel genere umano un tesoro inestimabile. Egli, pertanto, teneva in piedi il Politeismo su cui posava quella coltura e quella civiltà, ma, tenendolo in piedi, lo cristianizzava non solo sotto l’aspetto della metafisica, ma anche, come or vedremo, sotto quello della morale e della disciplina. Il tentativo di cristianizzare il Politeismo, pur di conservarlo in vita, non poteva esser apprezzato se non da coloro i quali dividevano l’amore di Giuliano per quel complesso di tradizioni, di gloria e di poesia che, con un nome riassuntivo, egli chiamava l’Ellenismo. Ma tale amore non era che di pochi. Nel quarto secolo, la barbarie, anche senza i barbari, era incipiente. Sulle masse, nelle quali era esaurito il sentimento della patria, l’Ellenismo non aveva presa alcuna, e, d’altra parte, gli uomini veramente religiosi, gli uomini che, per la pace dell’anima, sentivano davvero il bisogno di un Dio, come un Ambrogio, un Agostino, pur facendo proprie le idee fondamentali della filosofia neoplatonica, non potevano che ripudiarne i miti confusi e stolti, ed inorridivano davanti al ravvivamento di riti e di sacrifizî diventati ormai assurdi ed odiosi.
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Fissati questi punti fondamentali, guardiamo un po’ più da vicino il pensiero di Giuliano. Il suo sistema teologico è contenuto nelle due dissertazioni, intorno al _Re Sole_ la prima, alla _Madre degli Dei_ la seconda. Nella confusa esposizione della dottrina, non è facile determinare la rispettiva competenza di questi due personaggi, i quali, nella loro azione, s’intralciano l’un l’altro. Ma, a tale determinazione, non pensava, certo, nemmeno Giuliano, il quale, come egli stesso ci narra, ha scritto quei trattatelli, di notte, fra mille preoccupazioni di imperatore e di generale, con una ispirazione affrettata, venuta da qualche impressione fuggitiva. Il discorso sul _Re Sole_ è dedicato a Sallustio, e fu scritto in tre notti, col solo aiuto della memoria. — Se l’amico Sallustio, egli dice, vuol avere qualche cosa di più profondo dovrà rivolgersi ai libri del divino Giamblico, nei quali troverà il termine dell’umana sapienza. Giuliano quel poco che sa, lo ha preso da lui. Nessuno, per quanto si sforzi di dire cose nuove, non riuscirà mai a dir cose che Giamblico non abbia dette. Sarebbe, dunque, inutile scrivere dopo di lui, quando lo si facesse con un intento scientifico; ma Giuliano ha voluto comporre un inno in onore del Dio, e ha cercato di parlare della sua natura, secondo le proprie forze e meglio che poteva —²⁰⁶. Seguiamolo nella sua affannosa esposizione.
²⁰⁶ _Iulian._, 204, 4 sg.
La divinità suprema, il Dio intorno al quale l’universo si organizza è il Sole, il Re Sole, come egli lo chiama. In tale adorazione pel Sole, si sente, più ancora che un precetto dottrinario, un’ispirazione genuina e poetica, come appare dall’eloquente esordio della dissertazione.
«Io affermo che questo discorso sarebbe conveniente a tutte le creature
_che respirano e striscian sulla terra_
e partecipano alla vita, all’anima razionale ed all’intelligenza. Ma conviene a me più ancora che agli altri, perchè io sono un devoto del Re Sole. E di ciò io posso dare le prove più evidenti. Mi sia lecito, dunque, ricordare che, fin da fanciullo, io sentii un amore vivissimo pei raggi del dio, ed alla luce eterea mi rivolgeva con tutta l’anima, così che non solo avrei desiderato di guardar sempre il Sole, ma se, talvolta, di notte, io usciva sotto un cielo puro e senza nubi, dimenticando ogni altra cosa, mi abbandonava alle bellezze celesti, non comprendendo più ciò che mi si diceva e non badando a ciò che faceva io stesso. Si sarebbe detto che io avessi delle cose del cielo conoscenza e pratica e che taluno avesse, a me giovanetto, insegnata l’astrologia. Eppure, per gli dei, nessun libro che ne trattasse era giunto alle mie mani, e non sapeva nemmeno che esistesse quella scienza. Ma, perchè io mi indugio a dir tutto questo, mentre avrei cose ben più gravi a narrare, se volessi rivelare quali erano allora le mie credenze intorno agli dei? L’obblio copra quelle tenebre!»²⁰⁷.
²⁰⁷ _Iulian._, 168-69.
Con questo inno entusiasta che manifesta un sentimento assai vivo della natura, e rivela la disposizione impressionabile del fanciullo, e con quel grido d’orrore al ricordo dell’educazione cristiana in cui era stato allevato, comincia Giuliano l’esposizione della sua teologia. Ora, se noi cerchiamo di chiarire il pensiero dello scrittore, liberandolo dalla terribile fraseologia di scolastica neoplatonica in cui si avvolge, noi troviamo un sistema trinitario che ha grande analogia col sistema della metafisica ebraico-alessandrina.
Per Giuliano esistono tre mondi: il mondo degli intelligibili, delle idee pure, dove regna il principio supremo del sommo bene, il mondo degli esseri o divinità intellettive, interposte fra le idee pure e la materia, come lo sono gli angeli nel cielo cristiano o l’uomo celeste nel sistema paoliniano. In questo mondo intellettivo, il Principio supremo regna per un’emanazione di sè stesso che è tutta spirituale, e che ha la più stretta analogia col _logos_ di Filone e d’Origene. Finalmente il mondo visibile e concreto, in cui quell’emanazione assume una forma visibile anch’essa che, per Giuliano, è il Sole, nel Cristianesimo ortodosso il logos umanizzato.
Ora, se noi confrontiamo queste idee di Giuliano col prologo del quarto Vangelo, che è poi la base della metafisica cristiana, senza di cui il Cristianesimo, o non sarebbe stato, o sarebbe stato tutt’altra cosa, constatiamo meravigliati che, in fondo, l’acerrimo nemico del Cristianesimo si moveva nel medesimo circolo di idee in cui si trovavano coloro ch’egli combatteva. È sempre quel medesimo concetto fondamentale di un Dio supremo il quale emana da sè un principio razionale, per cui il mondo è creato, e che vi diventa attivo assumendovi una forma determinata e visibile. Quando Giuliano, dopo aver parlato delle due forme invisibili di Dio, dice — Questo disco solare che appare come terza forma di Dio è causa efficace di salvezza agli esseri sensibili —²⁰⁸ non abbiamo che a sostituire alla parola _disco_ la parola _logos_ per aver una frase prettamente cristiana. E si noti che la ragione per la quale Giuliano vede nel Sole la rivelazione del Dio è ch’egli considera la luce come il principio vitale e divino per eccellenza. «La luce — domanda Giuliano — non è forse la forma incorporea e divina di ciò che è potente senz’essere materiale?»²⁰⁹. Ebbene, l’analogia fra la luce ed il principio di vita e di salvezza, fra la luce ed il logos, la troviamo continuamente nei libri cristiani, ed è uno dei _motivi_ su cui il quarto Vangelista ricama con maggior insistenza le sue variazioni. «In lui (nel logos) era la vita, e la vita era la luce degli uomini.... — La vera luce, che illumina ogni uomo era venuta nel mondo. Era nel mondo, e il mondo era stato generato da essa, e il mondo non la conobbe»²¹⁰.
²⁰⁸ τρίτος ὄ ϕαινόμενος οὑτοσὶ δίσκος ἐναργῶς αῖτιός ἐστι τοῖς αἰσθητοῖς τῆς σωτηρίας. _Iulian._, 172, 19 sg.
²⁰⁹ τὸ ϕῶς οὐκ εἶδός ὲστιν άσώματόν τι και θεῖον τοῦ κατ ἐνέργειαν διαϕανοῦς. _Idem_, 173, 1.
²¹⁰ _S. Giovanni_, 1, 4-9.
Il fatto è che tutte queste idee, le quali si attaccavano direttamente alla filosofia platonica, hanno costituita la miscela da cui è uscita la metafisica cristiana da una parte, il neoplatonismo dall’altra. Ma gli ingredienti sostanziali son sempre quelli. Alessandria fu il focolare nel quale, per opera di Filone e della sua scuola, lo spiritualismo platonico ebbe la sua saldatura col monoteismo ebraico. Il metafisico che scrisse il quarto Vangelo, affermando solennemente il monoteismo, salvò il Cristianesimo dalle eresie gnostiche che pullulavano dal lievito platonico. Ma, nella stessa Alessandria, lo spiritualismo platonico, non più saldato al monoteismo, diede origine al simbolismo mistico di Ammonio Sacca, di Plotino e di Porfirio, il quale non si diversifica dal pensiero cristiano che per la mancanza di una determinazione dogmatica nelle sue linee fondamentali, e per la conservazione della pluralità degli dei.
Ma, se vi ha una quasi identità di pensiero fondamentale fra il Cristianesimo ed il Neoplatonismo, v’ha, per un altro rispetto, una differenza, la quale fu la causa vera della prevalenza del primo sul secondo, ed è che il Neoplatonismo non è che una filosofia, il Cristianesimo è, sopratutto, una morale. Ci basti prendere questo discorso di Giuliano, che vorrebbe essere una specie di Vangelo neoplatonico, e porlo accanto al Vangelo di Giovanni. Nel primo, lo scrittore, dopo aver fatta la sua esposizione metafisica, si perde in una così confusa e non saprei dire se più pedantesca o più fanciullesca dissertazione sulle qualità del dio Sole e sui suoi rapporti con le altre divinità dell’Olimpo ellenico, da non riuscire, malgrado i suoi sforzi, se non a comporre un arruffio di idee e di parole che, certo, avrà lasciati storditi e poco convinti i lettori ch’egli voleva convertire alla sua religione solare. Il Vangelista, invece, nel suo prologo, pone alcune tesi solenni che suonano come squilli di tromba in un silenzio misterioso. Ma, chiuso il prologo ed affermata l’identità del Cristo Gesù col logos, la metafisica scompare. La relazione del Cristo con Dio è quella umana del figlio col padre, e tutta l’azione di Gesù non è che un esempio d’amore, come tutte le sue parole non sono che un inno, che un’esortazione all’amore. Certo, Gesù, nel quarto Vangelo, non parla come Gesù nei Sinottici. Risuona, nella sua voce, come un accento che non è terrestre. Il logos non è più nominato, eppure si sente che non è un uomo che parla. Ma, con tutto ciò, l’efficacia morale di quei discorsi, di quel continuo e soave appello ai sentimenti umani, è potente. Qui l’uomo, stanco di una mitologia esaurita, poteva ritrovare l’impulso a credere, ritrovare una fresca scaturigine di fede. Ma il simbolismo di Giuliano, se anche poteva sorridere a qualche fantastico sognatore, lasciava l’umanità indifferente ed incredula. Il carattere dominante di questa filosofia di Giuliano è l’oscurità che proviene, non già dalla profondità del pensiero, ma dalla congestione di idee non digerite, e dallo sforzo di voler dar forme determinate a concetti vaghi ed oscillanti.
Se havvi, in questa confusa filosofia, una teoria fondamentale è ancor quella platonica della preesistenza delle idee, di cui il mondo visibile, il mondo dei sensi, è la riproduzione avvenuta per mezzo di un dio creatore, che, per Giuliano, è emanato e staccato dal dio supremo, e si rivela agli uomini sotto l’aspetto del Sole. Le forme ideali devono preesistere alle forme reali. Infatti «quando la sostanza, che si rivela generatrice nella natura, si appresta a generare nella bellezza ed a deporre un figlio²¹¹, è necessario sia stata preceduta dalla sostanza eternamente generatrice nella bellezza ideale, la quale non produce ad intermittenza, perchè ciò che è bello, lo è, nel mondo ideale, da tutta l’eternità. Diciamo, dunque, ancora, che la causa generatrice nei fenomeni deve essere preceduta e guidata da un’idea innata nella bellezza eterna, che il Dio tiene e dispone intorno a sè, a cui distribuisce l’intelligenza perfetta, così, che, come con la luce dà agli occhi la vista, così, col modello ideale, che egli presenta e che è molto più luminoso del raggio etereo, dà a tutti gli esseri intelligenti la facoltà di conoscere e di esser conosciuti»²¹².
²¹¹ ύπεκτίθεσθαι τὸν τόκον.
²¹² _Iulian._, 188, 5 sg.
Questa teoria platonica della preesistenza delle idee, che è la conseguenza della distinzione delle due categorie dello spirito e della materia, si trova alla base della metafisica cristiana e dello spiritualismo ortodosso, e divenne più tardi il realismo della scolastica. Questa teoria ebbe un’ultima affermazione nella filosofia rosminiana. Trovare un nesso fra Giuliano e il Rosmini pare un colmo di stranezza, una specie di sacrilegio. Eppure, chi ben guardi, in fondo in fondo, il nesso intellettuale esiste, come esisteva fra Giuliano e quei teologi dei Concilî ch’egli aborriva e che poi lo hanno così ferocemente anatemizzato. È che gli uomini non si uniscono e non si dividono in ragione della somiglianza e del disaccordo delle loro idee. Si uniscono o si dividono, a seconda che il loro abito morale e le loro aspirazioni armonizzano o discordano. Il Cristianesimo e l’Ellenismo, per le idee e per le teorie che rappresentavano, si equivalevano. Nè poteva essere diversamente, dal momento che attingevano al medesimo serbatoio di idee, rispondevano ad un medesimo momento dell’intelligenza umana. Ma queste idee non erano che vesti le quali coprivano delle tendenze morali completamente diverse, alle quali si adattavano in modo da parere errore umano da una parte, rivelazione divina dall’altra. Eppure era sempre la medesima veste diversamente piegata, o, con altra imagine, la medesima vivanda diversamente condita! Il Cristianesimo, il quale poneva nel mondo uno scopo di finalità morale che, nel mondo stesso, non è raggiunto, perchè il mondo è pessimo, spostava l’interesse umano dalla terra al cielo, dal presente al trascendente, dalla vita all’oltretomba. L’Ellenismo che non comprendeva quello scopo di finalità morale, e pel quale, pertanto, il mondo è ottimo, voleva conservato al presente l’interesse dell’uomo, e conservato quell’immenso tesoro di tradizioni, di poesia e di gloria che si era accumulato nell’antichità e che il Cristianesimo vero aborriva e malediva. Lo spiritualismo platonico, che era il prodotto dell’ambiente intellettuale dell’epoca, serviva tanto all’uno che all’altro indirizzo.