L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 13
La conoscenza razionale, pel Neoplatonismo, non è che un gradino intermedio fra la percezione dei sensi e l’intuizione del soprannaturale. L’idea suprema non si ritrova già in ciò che costituisce il contenuto reale e conoscibile del pensiero, ma in ciò che ne è la base invisibile, il fondo inscrutabile. Il trascendente è posto come la suprema realtà. Le forme intelligibili non sono che i mezzi transitori pei quali l’energia dell’essere trascendente e senza forma si espande nel mondo. Tale affermazione del soprarazionale e del soprannaturale, come origine e ragione del mondo, aveva la necessaria conseguenza che l’uomo, non potendo avvicinarglisi col mezzo della ragione, si sentiva costretto a rivolgersi alla fantasia, la quale poi lo portava al misticismo ed alla superstizione, e siccome, nella vita umana, l’unione con Dio difficilmente si raggiunge con le sole forze dell’anima, così si riconosceva necessario l’aiuto esterno delle religioni positive. Pertanto, il Neoplatonismo divenne, sopratutto nello svolgimento che ebbe nel secolo quarto, una filosofia per eccellenza religiosa, una filosofia che venerava e voleva tener vive tutte le religioni antiche, rinnovandole, però, coll’interpretazione simbolica dei loro miti naturalistici. E il Neoplatonismo non sentiva che quel rinnovamento non voleva dire la restaurazione, ma, bensì, la rovina delle antiche religioni, le quali erano da lui forzate ad un ufficio inadatto alla loro natura, erano propriamente otri vecchie che dovevano scoppiare per la pressione del vino nuovo che vi si versava dentro. Infine, il Neoplatonismo, nel secolo quarto, era un Cristianesimo senza il Cristo, un Cristianesimo che non aveva una divinità storica e reale, e che metteva, al luogo di questa, i vuoti fantasmi di divinità del tutto esaurite, le quali ormai non potevano avere altra esistenza che quella di fantocci insulsi o di simboli incomprensibili.
Se non che, io qui vorrei fare un’osservazione che risulterà meglio chiarita nel progresso di questo studio, ed è che il Cristianesimo ha vinto il Neoplatonismo non solo per effetto delle sue virtù, ma anche per quello de’ suoi vizi. Infatti, il Cristianesimo, fin dai primi suoi tempi, si era costituito disciplinarmente e si era creata un’organizzazione gerarchica. Fu l’esistenza di questa gerarchia che persuase Costantino a farsi un’alleata della Chiesa cristiana, la quale da quell’alleanza ebbe il suo riconoscimento, diventando uno degli elementi costitutivi del complicato e putrido organismo dell’impero romano-bizantino. Ma il Cristianesimo doveva necessariamente pagare la sua vittoria coll’infettarsi di tutti i mali di cui era afflitta la potenza mondana a cui si abbracciava, e noi già vedemmo come l’ideale della moralità cristiana andasse a rifugiarsi nei conventi e nei cenobî degli asceti. Il Neoplatonismo, il quale non aveva mai saputo organizzarsi, ed era rimasto allo stato di un’opinione, di un’aspirazione, di una dottrina personale, non offriva all’Impero nessuna forza, nessuna nuova risorsa, e l’Impero lo sprezzò. Il tentativo di Giuliano di interessare il Neoplatonismo nell’Impero, come lo zio Costantino vi aveva interessato il Cristianesimo, fu incompreso e considerato dagli uni come lo scherzo innocuo di un idealista, dagli altri come il delitto di uno sciagurato apostata. Ma il punto più curioso di questa storia è che il Neoplatonismo, essendo rimasto appartato nella solitudine dei suoi Misteri e delle sue meditazioni, aveva conservata un’apparenza di idealità che il Cristianesimo, al contatto del mondo, aveva necessariamente perduta. Pertanto, il tentativo di Giuliano di restaurare il Politeismo contro il Cristianesimo ebbe, per quanto la cosa possa parere strana, anche il significato di una restaurazione morale. Fu questa una delle ragioni, e non certo l’ultima, per cui quel tentativo cadde miseramente. I dissensi fra Giuliano e gli Antiochesi, così amaramente narrati nel _Misobarba_, vennero appunto dal fatto che il neoplatonico e severo imperatore voleva correggere e moralizzare la cristiana e corrotta città. E gli Antiochesi non avevano nessuna inclinazione a seguire le esortazioni del moralista imperiale, e trovavano assai più di loro gusto il cristiano Costanzo, con le sue turbe di eunuchi, di parassiti, di giocolieri, con le sue feste ed i suoi teatri, che l’ellenico Giuliano il quale divideva il suo tempo fra le cure dello Stato e i libri e si chiudeva in una specie di filosofico ascetismo.
L’insuccesso del Neoplatonismo religioso, tragicamente constatato nella catastrofe di Giuliano, non portò, come conseguenza, l’insuccesso filosofico, chè anzi il Neoplatonismo ebbe la sua rivincita nella teologia ortodossa. I suoi numi simbolici son caduti davanti al Dio cristiano, ma il Cristianesimo dogmatico si è imbevuto della sua dottrina e ne ha fatta la sua metafisica, e questa ha soffocato con le sue propagini l’albero divino del Cristianesimo evangelico, e gli ha impedito di portare i genuini suoi frutti.
Ma vediamo meglio cosa fosse, nella sua essenza, questa filosofia neoplatonica che fu il _vitale nutrimento_ dell’apostata imperiale.
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La decadenza del mondo antico, la dissoluzione delle sue basi morali e religiose, lo scetticismo filosofico prodotto dalla successione di sistemi i quali, non avendo nessun substrato di verità, si distruggevano l’un l’altro, tutte queste cause che agevolarono la diffusione del Cristianesimo, avevano, insieme, promosso un movimento parallelo nel pensiero greco verso una percezione immediata ed estatica della divinità, la quale ravvivava, simbolizzandolo, l’antico Politeismo e rispondeva alle esigenze ed alle aspirazioni morali che agitavano e tormentavano l’anima umana. Da questo movimento di pensiero e di spirito è uscito, nella prima metà del secolo terzo, il Neoplatonismo, il quale, nel nome e con elementi tolti alla dottrina di Platone, creava un nuovo sistema filosofico che poneva, a principio dell’universo e della natura, il soprannaturale, e trascinava poi la ragione a sprofondarvisi, abdicando ai suoi diritti. La storia del Neoplatonismo si divide in tre periodi; il primo, quello della fondazione del sistema e del suo svolgimento teorico, per opera di Plotino, va dal 200 al 270; il secondo, il più interessante per lo studio nostro, quello della sua elaborazione pratica e dell’applicazione al rinascimento del Politeismo, dal 270 al 400. Vi posero mano, successivamente, Porfirio, Giamblico e i suoi discepoli, fra i quali Giuliano; il terzo periodo, dal 400 al 529, è quello della scuola d’Atene, in cui, per opera specialmente di Proclo, il Neoplatonismo si spoglia dell’apparato mistico e diventa un sistema didattico, che ebbe una grande importanza storica, perchè fu con le sue forme che la filosofia greca, esigliata da Atene per un decreto di Giustiniano, passò nell’Oriente, dove più tardi fu raccolta e salvata dagli Arabi che la trasmisero alla scolastica medioevale.
Il fondatore del Neoplatonismo fu Ammonio Sacca di Alessandria, un cristiano riconvertitosi al Paganesimo. Egli non lasciò scritti ma il suo grande valore è dimostrato dagli scolari illustri ch’egli ebbe, il cristiano Origene¹⁸⁸ e Plotino, il quale afferma di aver trovata la verità e la pace nell’insegnamento diretto del suo grande maestro. Ma, se Ammonio fu il creatore del Neoplatonismo, Plotino ne fu il rivelatore, coi numerosi scritti che ci pervennero ordinati e pubblicati dal suo allievo Porfirio.
¹⁸⁸ Queste notizie son date da Porfirio, in un brano del suo Trattato contro i Cristiani, riprodotto da Eusebio (Lib. 6, cap. 19). Quest’ultimo confuta, in parte, Porfirio, sostenendo che Ammonio è sempre rimasto cristiano. I critici moderni (Zeller. 3, 450, 459) dimostrano erronea la confutazione di Eusebio, ma, da parte loro, pongono in dubbio la relazione di Origene con Ammonio, e credono possibile un equivoco fra l’Origene cristiano ed un altro Origene, pure scolaro di Plotino. Ma la testimonianza di Porfirio a me pare fortissima. Porfirio era quasi contemporaneo di quei personaggi, ed egli aveva le sue notizie dalla fonte diretta di Plotino, che aveva vissuto nella scuola di Ammonio.
Il sistema di Plotino è diretto a rialzare l’anima umana dalla degradazione in cui è caduta per essersi alienata dal principio da cui trae l’origine. L’ispirazione della sua filosofia sta in questo desiderio di una perfetta unione con la divinità, nello sforzo incessante di uscire dalle condizioni del finito e del limitato. Plotino vuol insegnare la via per cui l’uomo può ricongiungersi a Dio, vuol descrivere il processo pel quale l’universo, derivato dalla suprema unità, vi ritorna e vi si riconfonde.
Plotino pone l’unità assoluta della causa prima. Di questa causa prima, che è l’Essere per eccellenza, noi sappiamo solo che è infinita, che è all’infuori di ogni possibile determinazione, così che noi possiamo dire di essa ciò che non è, non già ciò che è. Come causa attiva, essa genera, pur rimanendo sempre eguale a sè stessa mentre la corrente del divenire sgorga da lei. Il molteplice deriva dall’uno per un processo dinamico di trasmissione di forza. L’Essere primo è la matrice da cui tutto viene, è lo scopo a cui tutto tende. Ma, se l’Essere è presente in tutto l’universo, l’universo costituisce una serie lineare di manifestazioni, lungo la quale la sua azione si attenua, mano mano che è maggiore la lontananza dall’origine, e finisce per spegnersi nel non-essere.
In tale serie, il primo posto è preso dal pensiero, dalla ragione, che è poi il logos filoniano e cristiano. Nell’atto che il pensiero generato, nell’uscire dall’unità dell’Essere, si volge ad esso e lo riflette, si formano un contemplante ed un contemplato, un pensante ed un pensato, un conoscente ed un conoscibile, il νοῦς e il κόσμος νοητός.
Fra l’idea ed il mondo dei fenomeni, Plotino pone lo spirito che, per una parte, è mosso ed illuminato dall’idea, per l’altra è a contatto col mondo corporeo da lui generato. Lo spirito è uno e molteplice insieme, uno in quanto è il soffio che anima l’universo intiero, molteplice in quanto raccoglie in sè tutte le anime parziali, le quali poi sono buone o cattive, a seconda che sentono o non sentono il desiderio di ricongiungersi e riconfondersi coll’unità divina.
Il mondo fenomenale si distingue, per Plotino, dal mondo soprannaturale, perchè, in opposizione a quello, è molteplice, disarmonico e contradditorio, una caricatura della vera realtà. La materia è il puro nulla che non può esser pensato se non astraendo da ogni forma e determinazione, è la negazione delle idee che sono le sole realtà, è l’origine del male, il πρῶτον κακόν. Ma Plotino, da vero panteista, non viene perciò al concetto gnostico e pessimista della creazione del male, fatta da un dio secondario, da un Arimane, in opposizione al dio supremo. Per lui, il mondo è perfetto così com’è, rappresenta un’evoluzione necessaria. Il male deve esistere onde esista il bene, deve esistere la materia onde l’anima, discendendo dall’unità ideale, possa sentire l’aspirazione di ritornarvi, e di chiudere, per tal modo, il ciclo dell’esistenza.
Ma come mai l’anima potrà risalire all’unità divina da cui è discesa? A ciò è indispensabile la virtù, la quale purifica l’anima e la riconduce all’idea. Ma non basta che l’uomo sia senza peccato per potersi propriamente ricongiungere a Dio. Ciò diventa possibile nel rapimento estatico dell’uomo puro. Il pensiero, per sè stesso è incapace di questo rapimento, perchè il pensiero non conduce che all’idea. Il pensiero non è che una preparazione all’unione con Dio. Solo nella condizione di perfetta passività e riposo può l’anima conoscere e toccare l’Essere primo. L’anima, pertanto, comincia a contemplare la molteplicità e l’armonia delle cose, poi si sprofonda in sè stessa ed arriva al mondo delle idee; finalmente, in un impeto supremo, dimentica ogni cosa, e si trova faccia a faccia con Dio, con la fonte della vita, col principio dell’essere, coll’origine del bene. Gode, in quel punto, la suprema felicità. Ma non può rimanervi a lungo. Solo quando sarà liberata dal corpo, la sua contemplazione non sarà più interrotta.
Plotino, da mistico entusiasta, ebbe, più volte, questi rapimenti che lo ponevano nell’immediata presenza di Dio. Il suo discepolo Porfirio, nella vita ch’egli scrisse del maestro, così narra: «A quest’uomo ispirato che sovente si sollevava verso quel Dio che è primo e che è al di là dell’intelligibile, Dio apparve sebbene non abbia forma alcuna e non sia visibile, perchè ha la sua sede nel pensiero e nel pensato. Egli non aveva che un fine nella vita, avvicinarsi ed unirsi a Dio, che è sopra tutti. Questo fine fu da lui raggiunto quattro volte, mentre che io era con lui, e non già per una potenza esterna, ma, bensì, per un’energia che non si esprimeva. Sul punto di morire, disse che si accingeva a portare il divino che è in noi nel divino che è nell’universo, ed esalò lo spirito»¹⁸⁹.
¹⁸⁹ ϕήσας πειρᾶσθαι τὸ εν ημῖν θεῖον ανάγειν πρὸς τὸ εν τῷ παντὶ θεῖον, αϕῆκε τὸ πνεῦμα.
Se non fosse l’intonazione panteista delle ultime parole, forse le più belle e più profonde parole che abbia pronunciate l’uomo morente, l’entusiasmo mistico di Plotino potrebbe esser quello di un S. Agostino, e la visione del filosofo neoplatonico ha una grande analogia con quel rapimento estatico pel quale, il più gran teologo dell’ortodossia, contemplando, un giorno, il cielo e il mare dalla finestra della sua casa d’Ostia, si sentì, d’un tratto, sollevato alla presenza di Dio.
La filosofia di Plotino ha, pertanto, un carattere essenzialmente religioso. Essa è, in tutte le sue parti, penetrata dal pensiero di Dio e dall’aspirazione di unirsi a lui. I punti di contatto col Cristianesimo sono evidenti per modo che, per certi rispetti, si ha l’identità dei concetti e delle tendenze, ciò che, del resto, si comprende primieramente per la piega che aveva preso il pensiero filosofico del tempo, e poi per la circostanza che i due fondatori della metafisica cristiana e della metafisica neoplatonica, Origene e Plotino, erano allievi del medesimo maestro, Ammonio Sacca. Ma pure, malgrado tanta analogia, esisteva fra i due sistemi, possiamo dire, fra le due religioni, un’antipatia profonda, conseguenza del fatto che il Neoplatonismo era il frutto del genuino albero ellenico, mentre il Cristianesimo era il frutto di quell’albero su cui si era innestato il monoteismo ebraico. Il Neoplatonismo era profondamente panteista. L’eterno processo evolutivo che dall’unità dell’Essere discende alla molteplicità dei fenomeni, per ritornare all’unità, questo processo che rappresenta, per Plotino, l’origine e il successivo annullamento del male, esclude il concetto di una creazione voluta e di un governo cosciente del mondo, esclude la responsabilità dell’esistenza del male, attribuita alla libertà umana, esclude la necessità di un processo di redenzione e di una fine del mondo. Il Cristianesimo, con le sue esigenze e con le sue promesse, appariva ai Neoplatonici come una antifilosofica negazione dell’eterna necessità, dell’ordine, dell’armonia dell’universo, come un irragionevole disconoscimento di quanto avevan detto di buono e di bello i grandi uomini del passato, come un’affermazione pessimista che portava con sè lo sconvolgimento dell’ordine universale. Il Cristianesimo drammatizzava la storia del mondo in un tragico processo di creazione, di colpa, di redenzione. Il Neoplatonismo leggeva, in quella storia, un inno di gloria per la necessità divina, inalterabile, perfetta dell’armonia del Tutto. Il panteismo neoplatonico s’inalberava davanti all’individualismo monoteistico del Cristianesimo. Vedendo Dio dovunque, trovava, nel politeismo e nella mitologia, dei simboli opportuni a dar forma alle varie manifestazioni della divinità. E, per quanto Plotino fosse lontano dalla stravaganza superstiziosa dei suoi successori, egli pure collegava la magia e la mantica al concetto ed al sentimento della continua presenza della divinità. Plotino voleva ravvivare i culti antichi, facendone dei simboli di un pensiero e di una aspirazione filosofica e religiosa. Il Cristianesimo annunciava un monoteismo preciso ed un Dio che aveva una determinata personalità storica, e poi si affaticava a rivestire e l’uno e l’altro con quei medesimi concetti filosofici che formavano la trama del pensiero neoplatonico. C’era, dunque, fra i due sistemi, eguaglianza nell’essenza del pensiero, e differenza nel modo di sentire la religione e di dar forma al pensiero nella manifestazione religiosa. Ed in questa differenza stava appunto la forza del Cristianesimo, il quale presentava all’uomo assetato di divino delle imagini determinate e precise, davanti a cui i vaghi ed oscillanti simboli del Neoplatonismo scomparivano
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Nei discepoli e successori di Plotino apparve più manifesta la tendenza a promuovere, nel Neoplatonismo, un rinascimento ed una restaurazione delle antiche religioni, in opposizione al Cristianesimo. Il primo, tra quei discepoli, fu Porfirio, il quale raccolse e pubblicò le opere del maestro. Spirito geniale e chiaro, sebbene lontano dalla profondità speculativa di Plotino, egli fu il vero iniziatore del rinnovamento del Politeismo. Per lui le religioni tutte rappresentavano lo sforzo dell’anima umana che vuole uscire dal finito per ricongiungersi a Dio. Siccome tale ricongiungimento deve procedere per tre gradi, prima nello spirito, poi nell’idea e finalmente nell’Essere supremo, così il Politeismo, con la varietà dei suoi simboli dà il modo di rappresentare efficacemente questo graduale procedimento. Pur criticando i miti ed i culti irragionevoli e rozzi, ed affermando che il Dio supremo si onora col silenzio e coi puri pensieri, Porfirio voleva tener ritte tutte le antiche religioni, fermo nel concetto che, essendo la religione una manifestazione simbolica e di una verità necessariamente relativa, ognuno può, anzi, deve onorare la divinità secondo il costume del proprio paese. Porfirio, pertanto, riconosceva i diritti di tutte le religioni nazionali, delle barbariche come delle elleniche, ed anche dell’ebraica, considerata, appunto, come religione di una data nazionalità. Ma egli aborriva l’esclusivismo cristiano che, in nome di una verità assoluta, voleva abbattere tutte le forme di culto che non erano le sue, e rompeva tutte le tradizioni della filosofia e della coltura ellenica. Porfirio compose, anzi, un trattato, che andò perduto, contro il Cristianesimo, per dimostrare la mancanza di solidità della pretesa sua base storica e la scarsa credibilità dei suoi documenti. Egli considerava Gesù come un uomo pio, i cui insegnamenti erano stati completamente incompresi e guasti dai suoi discepoli che ne avevano fatto una divinità.
In questo indirizzo dato al Neoplatonismo che da speculazione pura si trasformava in religione positiva, Porfirio ha mosso i primi passi, ma il razionalismo assai chiaro da cui era guidato, lo fermò a quel punto, oltre il quale la religione diventa superstizione e magìa. Dice di lui, infatti, S. Agostino «_Porphyrius quamdam quasi purgationem animæ per theurgiam, cunctanter tamen et pudibunda, quodam modo, disputatione, promittit. Reversionem vero ad deum hanc artem portare cuiquam negat, ut videas eum inter vitium sacrilegæ curiositatis et philosophiæ professionem, sententiis alternantibus, fluctuare_». I suoi successori, primo fra i quali, Giamblico, e poi Edesio, Crisanzio, Massimo e finalmente Giuliano, andarono al di là del maestro. Con le formole panteistiche del Neoplatonismo e con le sue aspirazioni mistiche, pretesero di comporre e di opporre al Cristianesimo una religione simbolica, tutta appoggiata alla più irragionevole e ripugnante superstizione. Giuliano ha voluto fare di questo nuovo Politeismo una religione di Stato. Esisteva, come vedremo, fra le intenzioni morali ed intellettuali di Giuliano e la religione da lui praticata una contraddizione singolare ed, insieme, interessante. Questa contraddizione spiega come il tentativo del giovane imperatore fosse disperato, e dovesse metter capo alla vittoria definitiva del Cristianesimo.
Per avere un’idea precisa dei moventi che ispirarono Giuliano in quel tentativo, giova far la conoscenza della piccola consorteria neoplatonica che si adunava in Nicomedia e nelle vicine città. Giuliano, come già sappiamo, ne fece parte, durante gli anni del suo soggiorno in Nicomedia, e vi trovò la consacrazione definitiva delle tendenze che gli aveva inoculate il suo primo educatore, Mardonio. Le notizie che ci offre Eunapio, nelle _Vite dei Sofisti_, sebbene scarse, e dettate senza l’ombra del giudizio critico, riescono, tuttavia, a far rivivere, davanti a noi, quel piccolo e curioso mondo.
Il personaggio principale, anzi, il fondatore del Neoplatonismo trasformato in religione teurgica, fu Giamblico, scolaro di Anatolio e di Porfirio, vissuto ai tempi di Costantino, e, nella sua vecchiezza, conosciuto anche da Giuliano, se sono autentiche le lettere che ancor si conservano e che quest’ultimo gli avrebbe dirette. Dalla breve biografia che leggiamo in Eunapio¹⁹⁰ parrebbe che Giamblico fosse propriamente considerato come un mago, un esecutore di miracoli, per verità molto sciocchi, e che in ciò consistesse il suo massimo valore. Ma Eunapio è un povero di spirito, ed egli impoverisce anche quelli che pure intende illustrare. Di Giamblico si conservano ancora alcuni scritti e molte testimonianze che permettono di fare di lui un giudizio più conforme al vero, e di meglio apprezzare l’importanza della sua produzione filosofica¹⁹¹. Certo, in lui appare cospicuo non tanto il filosofo a cui preme la logica dei ragionamenti dottrinali, quanto il teologo che mira a dare un fondamento speculativo alla religione ed ai suoi riti. Già Porfirio aveva mostrato la tendenza a guardar la filosofia dal suo lato fantastico e religioso, ma Giamblico si è fermato, con maggiore insistenza, a questo punto di vista. Se Porfirio, pel raggiungimento del suo scopo più religioso che filosofico, aveva creduto necessario l’aiuto degli dei, tanto più vi ricorreva Giamblico che riponeva scarsa fiducia nelle forze dell’uomo. Le chiare e semplici categorie del sistema plotinico non bastano a Giamblico. La sua filosofia diventa spaventosamente complicata e confusa per la moltiplicazione delle ipostasi dell’unità divina. Nel suo fantastico pensiero ogni momento razionale si concretizza in una ipostasi distinta. Pareva a Giamblico di non poter meglio rappresentare la divinità che moltiplicandola, suddividendola più che fosse possibile, e ponendo sotto figure distinte tutte le funzioni che esprimono la sua essenza ed i suoi rapporti col finito. Tale sminuzzamento dell’unità ideale, tale successiva degradazione dall’uno al molteplice è ciò che distingue il Neoplatonismo di Giamblico dal Neoplatonismo plotinico. L’importanza storica della dottrina di Giamblico sta nel fatto che il Neoplatonismo il quale, in Plotino, era stato un’affermazione ideale del trascendente e del soprannaturale, diventò una teologia mistica che si mise risolutamente a servizio di una religione positiva.
¹⁹⁰ _Eunap._, 10-19.
¹⁹¹ _Zeller_, _Die Philosophie der Griechen_. — 3º v., 678 sg. — _Ritter et Preller_, _Historia philosophiæ græcæ_. — 546 sg.