L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 12
Questa formola divenne con Teodosio legge suprema, non solo della Chiesa, ma anche dello Stato, che minacciava il castigo del suo braccio a chi ardisse disobbedirla, e così l’intolleranza religiosa entrò nel mondo e vi cominciò il suo regno funesto. In Occidente l’ortodossia nicena si diffuse e pose facilmente radice, perchè l’Occidente, durante la gran disputa, era sempre stato favorevole ad Atanasio. L’unico episodio acuto fu la lotta sostenuta da Ambrogio contro la reggente imperatrice Giustina che aveva portata a Milano una tardiva simpatia per l’Arianesimo, e aveva cercato di raccogliere, alla sua Corte, i dispersi partigiani della vinta dottrina. Ma Ambrogio che già, con Graziano, antecessore e fratellastro del fanciullo Valentiniano 2º, di cui Giustina era madre e tutrice, aveva fatto trionfare l’ortodossia, e spinto lo Stato nella via dell’intolleranza, si pose arditamente a fronte dell’imperatrice, e forte della devozione del popolo, ne ebbe facile vittoria. E l’Arianesimo, nel mondo romano, fu spento, e dato all’ortodossia un impero che non fu scosso nemmeno allorquando l’Arianesimo ricomparve sulla scena del mondo, riportato dai Goti e dai Longobardi. Il gran dramma teologico, i cui elementi si erano elaborati nel secolo terzo, e in cui lo Stato, a Nicea, entrò con Costantino come attore principale, si chiuse col finire del secolo quarto. Ambrogio ha compiuta l’opera che Atanasio aveva iniziata. Costantino voleva istituire un’ortodossia religiosa che fosse uno strumento dello Stato. Graziano e Teodosio ne fecero una potenza a cui lo Stato servì di strumento. E il pensiero umano rimase imprigionato per sempre.
La vittoria dell’ortodossia nicena, alleatasi colla destra origenica dell’Arianesimo, fu un avvenimento di suprema importanza che ha determinato l’indirizzo del Cristianesimo per lunga serie di secoli. Da quella vittoria è stato creato il Cristianesimo metafisico, scientifico e dogmatico. Se avesse trionfato la dottrina di Paolo di Samosata che era poi quella dell’Arianesimo puro, la semplice dottrina che affermava l’esistenza di un Dio padre, rivelato da un uomo divinizzato per la sua virtù, non sarebbero stati possibili nè S. Agostino nè S. Tomaso. La semplicità della concezione, accessibile e comprensibile a tutti, avrebbe tolta la necessità di ardue e complicate costruzioni dogmatiche. Ma quella dottrina, appunto per la sua semplicità, non poteva soddisfare le esigenze dello spirito greco-latino, sitibondo di fantasie metafisiche, e infervorato dell’idealismo platonico che Plotino, Porfirio e i neoplatonici avevano riacceso nel mondo del pensiero. Origene fu il primo e vero legislatore della metafisica cristiana ch’egli plasmò coi materiali del Neoplatonismo. Questa metafisica era una cosmologia in cui le idee, sotto la forma delle ipostasi divine, conservano quella stessa funzione che hanno nel sistema di Platone. La cosmologia origenica era già, per sè stessa, fantastica, complicata e misteriosa. Ma, alleandosi con l’ortodossia nicena, divenne ancora più ardua a comprendersi, o, diremo, la parola esatta, divenne più irrazionale, poichè, dal momento che quell’ortodossia negava affatto la subordinazione del logos a Dio, ed affermava l’assoluta unità di sostanza nelle persone, che pur si volevano conservare distinte, essa, come già dissi, intensificava il mistero. Da qui la creazione elaborata, in ogni sua parte, dalla gran mente di S. Agostino, di una religione metafisica, cosmologica, incomprensibile, la quale, perchè incomprensibile, dovette imporsi come un dogma che non si discute, di cui la Chiesa possiede sola la chiave. E così fu sepolta la pura, la divina ispirazione del Vangelo. La Chiesa divenne signora assoluta del pensiero umano, che solo in essa poteva trovare la conoscenza del vero, che fuori di essa non avrebbe incontrato che l’errore e la perdizione.
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Mentre nel mondo del pensiero teologico e nelle grandi discussioni dei Concilî ferveva questo movimento pel quale si innestavano le idee platoniche sul tronco del monoteismo e si creava una dogmatica tutta a tesi incomprensibili e, appunto per questo, imposte come articoli di fede, il Cristianesimo, diffondendosi in tutti gli strati sociali, si sostituiva al Paganesimo, paganizzandosi e diventando idolatra. E così doveva essere, perchè le condizioni intellettuali dell’umanità non si erano affatto mutate, e, pertanto, rimaneva inalterato, nel pagano e nel cristiano, il modo di concepire la divinità e la sua azione sul mondo. I Santi e i Martiri presero il posto delle antiche divinità, e il culto si modellò sui riti politeisti, seguendo, sopratutto, la traccia dei Misteri. «Il Cristianesimo, dice il Müller, ha assorbito il Politeismo ed ha preso il posto che questo lasciava vuoto. Le rovine del mondo antico si ricompongono a nuova vita nella Chiesa. La vita religiosa del popolo e le cerimonie ecclesiastiche sono l’immediata continuazione della vita e delle cerimonie antiche. Non v’ha interruzione. L’aspetto del mondo rimane il medesimo. La religiosità del popolo si esprime, come già nel Paganesimo, nel regolare e corretto adempimento dei doveri rituali, e quanto più ricche sono le forme del culto, e tanto più soddisfatto vi si sente il popolo. Il Cristianesimo ha appena graffiata la pelle del mondo antico. Solo in pochi viveva la coscienza che il Cristianesimo non deve abbandonarsi a questa tendenza, che il cristiano è chiamato piuttosto ad un’intima ed immediata comunione con Dio, e questa coscienza li conduce all’ascetismo»¹⁸².
¹⁸² _Müller_, _Kirchengeschichte_, p. 206.
Costantino, volendo farsi della Chiesa un aiuto, e crearsene uno strumento di potenza, le diede ricchezze e privilegi, e indirettamente la trasformò radicalmente. Essa non fu più quella confraternita religiosa, composta di poverelli, spesso perseguitata, senza alcuna influenza mondana, che si appagava di un culto semplice, celebrato fra umili e domestiche pareti. Trionfante, sentì il bisogno, onde imporsi alle turbe, del lusso che attira, delle leggende che consolidano la fede. Essa approfittò, nella sua evoluzione, dello spirito dei tempi, si mondanizzò al contatto del Paganesimo, e ne prese molte delle abitudini. Da qui, il fasto, il lusso, la gerarchia numerosa che già si osserva nel quarto secolo. Sviluppò la sua liturgia, formulò, nei Concilî, i suoi dogmi, li sostenne con furore, ed istituì le sue feste. La vita del clero e del vescovo non poteva esser quella della Chiesa primitiva. Diventò corrotta e lussuosa. Ammiano descrive i vescovi cittadini che «arricchiti con le oblazioni delle matrone, percorrono le vie assisi nei cocchi, vestiti splendidamente, amatori di banchetti abbondanti, così da superare le mense regali»¹⁸³.
¹⁸³ _Amm. Marcell._, II, 100.
La Chiesa accettò le divisioni dell’amministrazione romana, le prese le sue idee di gerarchia, e sentì il desiderio di avere un gran numero di funzionari. La preoccupazione delle cure mondane le fece dimenticare quell’amore della debolezza e della povertà che era stato in origine la sua forza d’attrazione. Una religione semplice, un Dio supremo, creatore del cielo e della terra, un redentore dell’umanità non potevano bastare ad uomini avvezzi alla molteplicità dei santuari e degli dei. La Chiesa, pertanto, fu condotta a riconoscere delle divinità secondarie e più umane a cui rivolgere le preghiere, e sentì la necessità di istituire un culto secondario a fianco di quello che si rendeva al Dio supremo. Così nacque il culto dei santi.
L’antica religione, con le sue numerose divinità, continuò, dunque, a vivere, sotto il velo di questo culto. Il santo raccolse intorno a sè quegli stessi adoratori che prima si rivolgevano agli antichi numi pagani. Il santo adempì tutti gli uffici loro. Come Mercurio, egli aiuta le imprese, custodisce le proprietà, come Esculapio ridona la salute. Il culto dei santi finì per diventare la sola e vera religione del popolo, al quale i dogmi restavano ignoti. È con questo culto che il Cristianesimo potè sostituirsi al Paganesimo, di cui prendeva le forme. In tutte le manifestazioni esteriori della religione il Paganesimo trionfa. Non c’è stato nemmeno un combattimento fra il Paganesimo ed il Cristianesimo per la maggiore o minor prevalenza della superstizione e del formalismo; il primo si è introdotto nel secondo alla chetichella, facendo continui progressi, man mano che i fedeli aumentavano, ed, al fine della conquista, si trovò che la Chiesa si era, senz’avvedersene, trasformata e che il suo culto esterno non era, in fondo, che la restaurazione del culto antico¹⁸⁴.
¹⁸⁴ _Müller_, _Kirchengeschichte_, 199 sg. — _Harnack_, _Dogmengeschichte_, II, 413 sg. — _Hatch_, _Griechentum und Christentum_. — _Marignan_, _La foi chrétienne_.
La paganizzazione del Cristianesimo, che avveniva nella dogmatica e nel culto, si verificò, ben presto, anche nei costumi appena il Cristianesimo diventò religione riconosciuta e dominante e conquistò le masse. La tenacia con cui si curavano i beni, si volevano i godimenti della terra non rimase per nulla indebolita dalla conversione degli uomini al Cristianesimo. Esser pagani o cristiani, pel risultato morale, era tutt’uno. Si poteva quasi dire che il Paganesimo si era, in parte, purificato col gittare sul Cristianesimo alcuni dei suoi peggiori elementi. Ed era naturale che ciò avvenisse. Con gli imperatori cristiani, l’essere cristiano era una condizione necessaria al successo nella vita. Per restar pagani ci voleva della virtù ed una forte convinzione. Lo spettacolo che offriva la Corte dei Costantiniani, quella di Costanzo, per esempio, con gli intrighi che vi dominavano, con gli eunuchi che vi avevano signoria assoluta, con gli eccidî neroniani che vi si perpetravano, mostrava il naufragio morale a cui era fatalmente andato incontro il Cristianesimo, dal momento in cui, dall’essere la religione di una minoranza perseguitata, diventò la religione riconosciuta dello Stato. Finchè il Cristianesimo richiese ed usò tutte le forze di quella minoranza nella lotta di resistenza contro la persecuzione, esso moralizzò potentemente l’uomo, sollevandolo al sentimento di un’eroica virtù. Ma il Cristianesimo, allorquando vittorioso potè adagiarsi nella sicurezza e nella pace, lasciò l’uomo libero di ritornare all’esercizio delle sue passioni e di rivolgere al male tutte le energie che non erano più assorte in un combattimento supremo. Così avvenne che il mondo e l’uomo, per essere diventati cristiani, non si mutarono affatto. Anzi, a rendere peggiore la condizione degli animi e delle cose, si aggiunse un fenomeno affatto nuovo, quello dei partiti e delle ire teologiche. Le metafisiche, nel mondo antico, erano semplicemente delle opinioni. Ma il Cristianesimo ellenizzato fece della metafisica un dogma indiscutibile. Da qui la conseguenza dell’intolleranza dottrinale, perchè la fede nel dogma diventava la condizione della salvezza, e siccome ogni partito pretendeva di essere in possesso della verità assoluta, così si sentiva nel diritto e nel dovere di combattere, non solo con la ragione, ma con la violenza, l’errore degli altri. Lo spettacolo delle discordie teologiche era tanto scandaloso che Ammiano Marcellino, come vedemmo, non esitava ad affermare che i Cristiani si laceravano gli uni gli altri con la ferocia delle belve.
Se non che, nell’intima natura del Cristianesimo, era tanta forza, e quella sua natura rispondeva così efficacemente a determinate esigenze dell’anima umana che era inevitabile venisse una reazione contro il suo abbassamento alle condizioni della vita e del mondo. E la reazione prese forma e corpo nel monachismo. L’ascetismo, cioè, la rinuncia al mondo, per isolarsi e per sublimarsi nelle contemplazioni ideali, non era cosa ignota all’antichità. Ma la novità cristiana fu l’organizzazione di una società monacale che in sè realizzasse l’ideale cristiano nella sua purità. Si ebbero così due Cristianesimi; il Cristianesimo che, vivendo della vita di tutti, doveva corrompersi ed abbassarsi al livello dell’umanità che lo praticava, e il Cristianesimo che, appartandosi dal mondo, nella solitudine organizzata dei conventi, teneva acceso l’ideale delle aspirazioni e delle virtù di cui il Vangelo era il codice divino. Il monachismo, come ogni cosa umana, finì per traviare dalla purezza dell’ideale e per accordarsi con le esigenze mondane, diventando, esso pure, uno strumento di passioni e di interessi terrestri. Ma, in origine, fu una reazione salutare, la quale ha salvato il Cristianesimo, perchè ne ha tenuta viva la forza d’attrazione, quando fu spenta quella che gli veniva dall’esempio dell’eroismo perseguitato. Le esigenze della vita cittadina, domestica, civile, abbassavano il Cristianesimo al livello del Paganesimo a cui succedeva. Il monachismo creava un’organizzazione in cui quelle esigenze scomparivano, e, per tal modo, sosteneva il Cristianesimo nella sua altezza ideale. Quanta fosse l’efficacia dell’esempio monacale per promuovere la conversione al Cristianesimo, alla fine del secolo quarto, lo vediamo dal famoso racconto di Pontiziano, nelle _Confessioni_ di S. Agostino, e dall’impressione che questi ne ha ricevuto¹⁸⁵.
¹⁸⁵ _Confess._ — Lib. 8.º
Il movimento monacale trovò appoggio e favore in Atanasio e nel partito ortodosso, mentre l’Arianesimo lo guardò con antipatia e con sospetto. Qui ci appare una delle ragioni per le quali ad Atanasio rimase la vittoria finale. L’Arianesimo rappresentava il razionalismo ma, insieme, l’impoverimento del Cristianesimo. L’idealità mistica e il sentimento morale vi andavano completamente perduti. Il Cristianesimo veniva adattato, senza freni e senza reazioni salutari, ai bisogni del vivere sociale ed agli interessi mondani. Diversa era l’attitudine dell’ortodossia. Ambrogio spingeva, è vero, Graziano e Teodosio sulla via dell’intolleranza, ma non esitava ad affrontare il violento e potentissimo Teodosio, per chiamarlo al pentimento delle sue colpe. Invece i vescovi ariani o semiariani, che avevano circondato Costantino e più ancora Costanzo, cercavano, nell’indulgenza pei delitti degli imperatori, una ragione di influenza e di successo. Il partito atanasiano conservava, assai meglio del partito rivale, il sentimento dell’essenza morale del Cristianesimo. Perciò, esso favorì il monachismo come una protesta contro la mondanità invadente, ed è per ciò che le più belle, le più grandi figure, in questo periodo di lotta teologica, si trovano tutte nelle schiere dell’ortodossia nicena.
Il monachismo, che s’iniziò in Egitto, dove trovava il terreno preparato dall’ascetismo praticato dai devoti d’Iside e di Serapide, poteva diventare un pericolo per la Chiesa, quando la protesta fosse diventata aperta ribellione. Ma l’ortodossia vittoriosa ebbe su di esso un’azione sapientemente moderatrice e lo contenne nei limiti di un’affermazione religiosa che conservò accesa e visibile la fiamma dell’ideale cristiano. Però, se il monachismo ha indubbiamente giovato a salvare il pericolante ideale cristiano, ha pure indirettamente contribuito a mondanizzare la Chiesa, perchè ha stabilito una divisione ben netta e precisa fra coloro che seguivano, in tutta la loro purezza, i principî cristiani e coloro che li adattavano agli interessi terrestri. Questo adattamento diventava, fino ad un certo punto, legittimato dall’esistenza, nel seno della Chiesa, di un’organizzazione che si era assunto l’ufficio di adempire, nella sua perfezione, la legge del Cristo, e che, pertanto, pareva autorizzasse tacitamente a trasgredirla coloro che di essa non facevano parte.
Questo così rapido corrompimento del Cristianesimo, diventato vincitore e costituitosi in autorità riconosciuta, è uno dei fatti più suggestivi, anzi, più chiaramente istruttivi che ci presenti la storia umana. Il Cristianesimo aveva posto un principio affatto nuovo e propriamente sublime, quello dell’eguaglianza degli uomini, da cui veniva il dovere dell’amore e del rispetto vicendevole, principio e dovere che avevano avuta la suprema sanzione nel supplizio ignominioso di un dio che si era sacrificato per la salvezza dell’umanità. Questo principio che era la negazione della base su cui si fondava la società antica ha attratto a sè le turbe innumerevoli degli oppressi e degli infelici, e ha dato a quella società una scossa a cui non ha saputo resistere. Ma il Cristianesimo si è poi dimostrato affatto impotente a rimodellare, su quel principio, una nuova società. La società cristianizzata non fu moralmente migliore della società pagana, di cui aveva allentata tutta la compagine politica e civile. S’era, naturalmente, addolcita la schiavitù¹⁸⁶, ma la Chiesa, diventata potente, ben si guardò dall’abolirla. L’abolizione non venne dal Cristianesimo vittorioso, ma dalle invasioni barbariche, per le quali una nuova forma di servitù, la servitù della gleba, prendeva il posto della servitù personale¹⁸⁷.
¹⁸⁶ _Allard_, _Julien l’Apostat_, 329.
¹⁸⁷ _Negri_, _Meditazioni vagabonde_, 439.
L’inettitudine del Cristianesimo vittorioso a trasformare il mondo e la società coi principî che pure erano il fondamento della sua dottrina ci dimostra che il progresso umano sulla via della civiltà deve conseguire da cause diverse di quelle contenute in una predicazione, in un insegnamento puramente morale. Quali siano queste cause cercheremo alla fine di questo libro. Per ora noi ci limitiamo a ricreare l’ambiente in cui si svolse il tentativo di Giuliano. Vedemmo come il Cristianesimo, appropriandosi il pensiero filosofico, lo avesse intensificato così da accendere intorno ad esso le più forti passioni, da farne la questione suprema, da sostituire, nel fondamento della fede, il dogma al sentimento. Se non che, siccome questo fervore di pensiero metafisico, questa brama di spiegazioni trascendentali non erano esclusivi al Cristianesimo, ma rispondevano ad una speciale condizione dello spirito umano in un determinato momento della sua evoluzione, così noi li ritroviamo anche nel campo nemico, dove si manifestavano in un sistema parallelo a quello della dogmatica cristiana, in un sistema che permetteva la trasformazione del Politeismo antico in una religione la quale, col suo simbolismo metafisico, poteva pretendere ed illudersi di combattere e di vincere il Cristianesimo. Di questa filosofia religiosa Giuliano era il più fervente discepolo. In essa egli trovava le ragioni, l’ispirazione e le armi per la sua guerra contro il prevalere del Cristo. Prima, dunque, di narrare le vicende di quella guerra, guardiamo, per un istante, la dottrina di cui il futuro apostata s’era segretamente nutrito, mentre intorno a lui risuonava il frastuono delle dispute che squarciavano la Chiesa nascente.
IL NEOPLATONISMO
La diffusione del Cristianesimo, il suo riconoscimento come religione di Stato, il suo progressivo adattamento alle esigenze ed alle condizioni del tempo, e, finalmente, le terribili lotte intestine che lo hanno dilaniato, durante l’elaborazione di un corpo di dottrina, affermato come ortodossia dogmatica, ecco gli elementi che compongono il quadro della società greco-romana, per tutto il corso del secolo quarto. Se non che la società non si lasciava trasformare senza qualche resistenza, e tentava di contrapporre alla costruzione metafisica e religiosa del Cristianesimo un sistema che, sostituendosi al Politeismo naturalistico e razionale, od, almeno, infondendo nelle sue forme uno spirito nuovo, tenesse in piedi l’antica compagine di tradizioni, di pensiero, di organizzazione sociale. Questo sistema fu il Neoplatonismo. Qui notiamo subito, come, del resto, abbiamo, più sopra, già veduto, che il Neoplatonismo, alla cui fonte Origene si era abbeverato, ponendo Dio nel soprannaturale, dichiarando che il misticismo era la sola via per la quale l’uomo potesse unirsi a un Dio incomprensibile appunto perchè soprannaturale, è stato la matrice da cui è uscita la teologia cristiana. Non erano neoplatonici gli Ariani, che guardavano con sfiducia e sospetto la frondosa ramificazione delle idee metafisiche intorno al tronco del Cristianesimo ed avevano la suprema preoccupazione di salvare il monoteismo evidentemente compromesso. Ma l’ortodossia la quale, mescolandosi all’origenismo temperato, mise poi capo, passando per Atanasio, Ilario, Basilio e i due Gregori, a S. Agostino, non fu che uno schietto Neoplatonismo. Fra il Neoplatonismo cristiano ed il Neoplatonismo ellenico correva, però, una differenza essenziale. Il primo presentava un nuovo Dio, il quale aveva una perfetta oggettività storica ed un’incomparabile efficacia d’attrazione; il secondo teneva in piedi le divinità antiche, ma le spogliava di ogni contenuto personale e le riduceva alla condizione di puri simboli. Era chiaro che, per questo rispetto, il vantaggio era tutto dalla parte del Cristianesimo. Ora, il grande interesse che presenta il tentativo di Giuliano è quello, appunto, di aver voluto, sulla base di una filosofia identica, in fondo, a quella del Cristianesimo, opporre al Dio cristiano gli antichi dei dell’Olimpo ellenico. Giuliano volle fare, nel Politeismo, ciò che il Cristianesimo aveva già fatto, cioè, unire la filosofia alla religione e creare una teologia, una dogmatica politeista, la quale, organizzandosi in una gerarchia ecclesiastica, potesse rivaleggiare col Cristianesimo nella ricchezza della dottrina cosmologica e mistica, e che, insieme, conservando in vita gli antichi numi, le abitudini e le tradizioni antiche, salvasse la civiltà ellenica, l’Ellenismo, com’egli diceva, dalla catastrofe che, per effetto del Cristianesimo, gli pendeva sul capo.
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L’apparizione del Neoplatonismo e l’immensa azione che ha esercitato sullo spirito umano è un fenomeno di suprema importanza nell’evoluzione del pensiero e della civiltà. Il Neoplatonismo rappresenta il fallimento completo del razionalismo platonico ed aristotelico e di tutte le scuole che erano successe ai due grandi organizzatori della filosofia antica. Questa si era affermata sul concetto della distinzione assoluta della materia e dello spirito, del sensibile e dell’intelligibile, e, si era accinta, ragionando sull’idea, sullo spirito, sull’intelligibile, a ricostrurre idealmente il mondo, con una fiducia completa nella ragione astratta, nella solidità di creazioni ideali, innalzate coll’ammucchiamento di materiali logici cavati dalla miniera del pensiero, ma non esposti al fuoco dell’esperienza e dell’osservazione. Il risultato di questo immane lavoro altro non poteva essere che la formazione di miraggi razionali, che scomparivano quando l’osservatore cambiava il punto di vista, così che l’umanità, dopo lunga serie di secoli, sentì il bisogno di qualche cosa che meglio acquietasse le sue ansie e le sue aspirazioni. Allora, nell’anarchia dei sistemi che metteva capo ad uno scetticismo senza uscita o ad una rassegnazione eroica ma sconsolata, apparve il Neoplatonismo, il quale prese da Platone lo spirito, l’idea, Dio, ma non già per vedervi un principio essenzialmente razionale con cui muovere alla ricerca della verità, bensì per affermarlo come un principio, per eccellenza, soprarazionale e soprannaturale, in cui la verità giace irremissibilmente nascosta.