L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 11

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L’Arianesimo, il quale può dirsi la continuazione del monarchianismo di Paolo di Samosata, ebbe la sua radice nella scuola di Luciano d’Antiochia. Costui, discepolo ed amico di Paolo di Samosata, tenne, nei primi anni del secolo quarto, un posto eminente nel Cristianesimo orientale. E la fama e l’autorità del suo nome crebbero ancora dopo la sua morte, avvenuta nel 312, per essere egli stato una delle ultime vittime delle persecuzioni imperiali. Condotto da Antiochia a Nicomedia, egli pronunciò, davanti all’imperatore Massimino, un’orazione in difesa della sua fede, e poi eroicamente moriva. Quest’uomo eccellente in ogni cosa, e pieno di dottrina sacra, come dice Eusebio¹⁶⁶, ebbe presso di sè tutti i futuri eroi dell’Arianesimo, lo stesso Ario fra i primi, e non è improbabile che la memoria del martire che li aveva istruiti, ed aveva dato loro sì mirabile esempio, abbia infiammata la loro passione per la causa da essi sostenuta. Però Luciano mescolava molt’acqua metafisica al vino razionalista di Paolo di Samosata. Per lui il logos-Cristo, se non era un dio umanizzato, non era nemmeno un uomo divinizzato; era un essere intermedio, la prima creatura, creata da Dio, dal nulla e nel tempo, coll’ufficio di promuovere il resto della creazione, di rivelare agli uomini il Padre celeste, di offrir loro, con la vita e con la morte, un esempio di perfezione assoluta.

¹⁶⁶ _Euseb._, 342, 10 sg. — τοῖς ιεροῖς μαθήμασι συγκεκροτημένος.

Tali le correnti, dal cui urto doveva sprigionarsi la scintilla incendiatrice; da una parte i lucianisti, i quali, pur riconoscendo la posizione speciale del Cristo, non ne ammettevano la divinità sostanziale; contro ad essi gli origenisti che ne ammettevano la divinità, ma ne affermavano, insieme, la subordinazione; contro ambedue queste schiere una terza, i sabelliani, che vedevano nel Cristo la persona del Padre. Questi tre partiti, chi per un verso chi per l’altro, rappresentavano, nel Cristianesimo, la tendenza razionale. Ma v’era un quarto partito, ed a questo era riserbato l’avvenire, il partito di quelli che volevano la distinzione delle persone divine, ma non volevano la subordinazione dell’una all’altra, e le riconfondevano nell’unità dell’essenza. Questi ponevano il mistero. Ma, appunto perchè sollevavano l’anima umana al di sopra delle contingenze razionali, avevano una forza d’attrazione che loro assicurava la vittoria finale.

Chi fece scattar la scintilla, che ha poi messo fuoco a tutto il mondo cristiano, ed ha avvolto, per più di un secolo, l’umanità in un terribile incendio di passione teologica, fu un uomo singolare e interessante, il presbitero Ario. Devoto discepolo ed ammiratore di Luciano, fervido d’ingegno e d’energia, scrittore, poeta, dialettico acuto, affascinatore potente, pieno di combattività coraggiosa, il giovane lucianista da Antiochia era venuto ad Alessandria, dove era stato eletto presbitero dal vescovo Alessandro. Per qualche tempo vescovo e presbitero procedettero di pieno accordo, ma il fuoco covava sotto la cenere, poichè ad Ario, imbevuto com’era della dottrina di Luciano, non poteva garbare la tendenza teologica d’Alessandro che a lui pareva inclinasse al sabellianismo. Un giorno, narra Socrate, Alessandro, alla presenza di tutti i presbiteri e di tutto il clero, tenne un gran discorso, teologizzando, per far pompa di dottrina, intorno alla Trinità, ed insegnando che nella Trinità esiste l’unità¹⁶⁷. Parve ad Ario di aver ormai l’occasione di insorgere contro il vescovo. Egli lo accusò acerbamente di sabellianismo. «Se il padre, egli disse, generò il figlio, il generato ebbe un principio di esistenza. Da ciò è manifesto che vi fu un tempo in cui il figlio non era. E ne viene di necessità che deve aver avuto la sua esistenza dal nulla». Intorno a queste proposizioni, in cui sta tutto l’Arianesimo, che facilmente venivano accettate per la loro chiarezza, divampò l’incendio teologico. Ma Alessandro tenne testa al pericolo. Egli aveva al fianco un altro giovane presbitero, Atanasio, che, forte d’animo, largo di mente, era, per Ario, un rivale di cui non poteva aver ragione. E, forse, in fondo a questa grande guerra teologica che si combatteva intorno all’essenza stessa del Cristianesimo, altro non era che la rivalità e l’antipatia reciproca di due giovani dominatori ed insofferenti, i quali non potevano convivere nel medesimo nido.

¹⁶⁷ _Socrate_, 8. — ϕιλοτιμότερον περὶ τῆς αγίας τρίαδος, εν τριάδι μονἀδα εῖναι ϕιλοσοϕῶν, ἑθεολόγεί.

Alessandro, pertanto, riuniva un concilio dal quale solennemente faceva destituire Ario e i suoi fautori, e mandava a tutti i vescovi della cristianità «agli amati ed onorandi colleghi della Chiesa cattolica, dovunque si trovino»¹⁶⁸ una lunga circolare in cui insisteva sugli errori d’Ario e ne giustificava la condanna. Ma Alessandro commise l’imprudenza, forse voluta, di nominare, nella sua circolare, Eusebio, vescovo di Nicomedia, come uno degli eretici pericolosi. Ora Eusebio, lontanamente imparentato con la famiglia Costantiniana, era un uomo potentissimo, che non si poteva acquietare ai rimbrotti di Alessandro¹⁶⁹. Irritato egli prese apertamente le parti d’Ario e, raccolto il parere di altri vescovi concordi con lui, impose al collega di cassare la sentenza che condannava Ario.

¹⁶⁸ _Socrate_, 9. — τοῖς αγαπητοῖς καὶ τιμιωτάτοις συλλειτουργοῖς τοῖς απανταχου της καθολικῆς εκκλησίας.

¹⁶⁹ _Socrate_, 12. — _Sozom._, 348.

In mezzo alla discordia che infiammava tutto l’Oriente, ecco appare Costantino col suo _Quos ego_. Proprio al momento in cui sperava di aver acquistato uno strumento prezioso, lo strumento gli si spezza in mano. Padrone solo ed assoluto del mondo, egli credette che la sua parola avrebbe sedata l’ira, e, da Nicomedia, scrive ad Alessandro e ad Ario una lettera che è un modello di ragionevolezza e di senso pratico, per indurli a porsi d’accordo ed a metter fine ad una lotta teologica che portava il discredito nel Cristianesimo, e lo rendeva oggetto di scherno agli increduli¹⁷⁰. Ma le passioni erano ormai troppo accese. Atanasio ed Ario soffiavano nel foco, ed il _Quos ego_ dell’imperatore non valse ad acquetare l’atmosfera.

¹⁷⁰ _Socrate_, 13.

Quali fossero i punti essenziali della dottrina di Ario, lo sappiamo da lui stesso che l’aveva esposta in un trattato, scritto in parte in versi, da lui intitolato _Thalia_, e di cui rimangono alcuni brani nella confutazione che ne fece Atanasio. Ario si dice perseguitato per essersi opposto all’affermazione che il figlio sia eguale al padre e che da lui emani, che vi sia unità di sostanza fra il generato ed il generante, e che l’uno e l’altro abbiano coesistito, fuori d’ogni principio e fuori del tempo. Dio solo, che è diventato Padre per la produzione del Figlio, non è generato, avendo l’essere in sè stesso. Inesprimibile nella sua essenza, non ha eguali. L’uomo non può che determinarlo negativamente, dicendo che non è generato, che non ha un principio sopra o prima di sè. Il Figlio cade, pertanto, al di fuori dell’essenza divina. L’indicazione del figlio come logos, verbo, saggezza di Dio, è per Ario impropria, perchè il logos, saggezza e ragione di Dio, non è che una facoltà inerente alla sua essenza. Ario così combatteva la tendenza della teologia origenica a porre, col mezzo del logos, una seconda e pur sempre divina ipostasi, e rendeva impossibile ogni evoluzione del concetto di Dio. Il Figlio non appartiene alla sostanza del Padre. È la creatura creata dalla volontà di Dio dal nulla — εξ οὺκ ὄντων — per procedere alla creazione del mondo. Non è vero dio — αληθινός θεός. — La dignità divina, che Ario gli riconosce, gli viene dal dono di Dio, gli viene dalla divinizzazione, conseguente alla partecipazione della sapienza e del logos di Dio.

Contro la dottrina di Ario, il vescovo Alessandro certamente sotto la dettatura di Atanasio, sosteneva l’inseparabile unità del Padre e del Figlio. Il Figlio, il logos, sta nel seno del Padre e, come creatore di tutte le cose, non può esser creato dal nulla. Per la sua eterna essenza egli è in perfetta opposizione col creato, e, per tale rispetto, non vi può esser differenza fra Padre e Figlio. E non può essere diversamente, perchè il Padre fu sempre eguale a sè stesso, ed ebbe sempre in sè il suo logos, la sua sapienza, il suo Figlio. Questi è Figlio non già per una posizione, per una θέσει, dall’interno all’esterno, ma per la natura stessa della divinità paterna. Padre e Figlio sono un’unità assoluta. Il rapporto misterioso pel quale il Figlio, per una parte si distingue dal padre, per l’altra è uno con lui per l’eternità e per l’essenza, è espresso dalla generazione del Figlio dal Padre, che indica una derivazione dell’uno dall’altro, ma una derivazione che è fuori d’ogni concetto di tempo. È, del resto, un rapporto inesplicabile all’uomo.

Data la premessa di voler esprimere l’inesprimibile, è certo che queste formole alessandrino-atanasiane, in cui si risente il soffio dell’origenismo platonico, hanno un valore metafisico assai più alto delle formole ariane, le quali, col loro apparente razionalismo, non danno ragione di nulla. Non vi può essere una teologia razionale. Ogni pretesa di fondare la teologia sulla ragione conduce ad un disastro inevitabile. La teologia diventa tanto più accettabile quanto più si allontana dalla ragione per avvolgersi nel mistero. Se gli Ariani fossero risolutamente usciti dal pensiero metafisico per ricollocarsi nella semplicità del Vangelo, essi avrebbero avuta un’aspirazione veramente originale. Ma dal momento che essi conservavano la teologia metafisica coi suoi misteri, solo volevano somministrarla a dosi più tenui, e tali da parer tollerabili alla mente umana, essi erano predestinati ad essere sconfitti dai loro rivali i quali, intensificando le formole dell’incomprensibile e del mistero, inebbriavano l’uomo e lo sollevavano in un aere in cui aveva come la visione, il presentimento del sovrannaturale, quella visione e quel presentimento di cui le pagine ispirate di un S. Agostino furono poi l’eloquente manifestazione.

Costantino, visto vano ogni tentativo di far posare gli animi con le sue esortazioni personali, consigliato da Osio, vescovo di Cordova, che gli stava al fianco, ed era il suo ministro per gli affari teologici, prese nel 325 il partito di raccogliere, a Nicea, un grande Concilio, coll’incarico di stabilire la formola definitiva della fede, nell’intenzione di dare alla deliberazione del Concilio l’autorità e la forza della volontà imperiale, e di imporre, per tal modo, la concordia, che, con la persuasione, non riusciva ad ottenere.

Il Concilio di Nicea fu un’assemblea obbediente al volere di Costantino, e compose una formola la quale doveva essere accettata da tutti i partiti. Ma la cosa non andò sulle prime senza molte difficoltà ed aspre lotte. Gli Ariani, guidati da Eusebio di Nicomedia, il futuro istitutore di Giuliano, presentarono la loro formola lucianistica. Ma la maggioranza di trecento vescovi la respinse. Allora i semiariani, gli origenisti si fecero avanti con una nuova formola, proposta da Eusebio di Cesarea, la quale, prestandosi all’equivoco ed evitando ogni troppo precisa determinazione, avrebbe potuto accontentar tutti. Ma il partito che poi, più tardi, doveva rappresentare l’ortodossia, non si lasciò guadagnare, ed istigato da Osio, il consigliere intimo di Costantino, che fu l’anima di tutte le combinazioni che avvenivano nel retroscena del Concilio, propose una terza formola, o meglio una correzione della formola eusebiana, e vi incluse la famosa parola ομοούσιος, consostanziale, la quale esprime l’assoluta identità ed unità di sostanza del Padre e del Figlio¹⁷¹. Malgrado che questa parola sollevasse gravi opposizioni e perchè nuova, inusata affatto nel vocabolario teologico, e perchè pareva fortemente intinta di monarchianismo sabelliano, e quindi destinata a far scomparire la personalità del Cristo, pure le opposizioni, per quanto ragionevoli, cedettero davanti alla volontà di Costantino. Nel diffondere e nell’imporre la deliberazione del Concilio, Costantino mise uno zelo, un’energia, un ardore oratorio ed epistolare che dimostra come egli vedesse, nell’acquetamento delle ire teologiche, un supremo affare di Stato. Ed egli volle dare al Concilio la sanzione del suo intervento personale e di pompe fastose e perfino di banchetti che ne accrescessero il lustro e l’importanza davanti al popolo¹⁷². L’imperatore s’illudeva di aver stabilita la pace della Chiesa e creato quello strumento di governo di cui sentiva il bisogno.

¹⁷¹ _Socrate_, 19.

¹⁷² _Sozom._, 357.

Ma l’illusione svanì presto. La formola nicena diventò un nuovo tizzone di discordia. L’Oriente ecclesiastico era già troppo essenzialmente ariano ed origenista, perchè potesse ingoiare, senza resistenza, il duro boccone che l’imperatore gli presentava. Costantino sentì di non poter tenere la posizione, e, sebbene persistesse a fare ed a ricevere dichiarazioni di ortodossia, cominciò a cambiar sistema coi più illustri anatemizzati dal Concilio di Nicea, e riammise nel suo favore Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea¹⁷³. E, poco dopo, circuito da reti pretesche e femminili, finì per permettere allo stesso Ario il ritorno in Alessandria¹⁷⁴. Ma, Costantino non aveva pensato che, ad Alessandria, era diventato vescovo Atanasio, ed Atanasio non era uomo da piegarsi ai voleri suoi, e da accondiscendere ad una riconciliazione coll’aborrito rivale. Dall’incontro dei due uomini venne infatti un rinfocolamento d’ire, di dispute, di accuse reciproche, fra cui Costantino ondeggiava, pur inclinando sempre più dalla parte d’Ario e d’Eusebio. E, forse, sarebbe avvenuto un completo rivolgimento della posizione, se la morte improvvisa e misteriosa d’Ario¹⁷⁵ non avesse privato il suo partito del massimo sostegno, e impressionato fortemente l’animo di Costantino. Questi moriva l’anno seguente, lasciando la Chiesa assai più divisa di quanto lo fosse prima del Concilio di Nicea, e lacerata da ire e da passioni tanto feroci da togliere ogni fascino al Cristianesimo, agli occhi di un osservatore disinteressato¹⁷⁶. La divina e semplice religione del Vangelo era diventata un campo di dispute furiose, e molte volte sanguinose, intorno a vuote sottigliezze metafisiche.

¹⁷³ _Socrate_, 36.

¹⁷⁴ _Idem_, 50.

¹⁷⁵ _Idem_, 62.

¹⁷⁶ _Amm. Marcell._, I, 271, 15.

Costanzo, successo al padre nell’impero d’Oriente, sentì che la forza maggiore era dalla parte degli Ariani, ed, essendo assai più libero di suo padre, perchè non compromesso, come lui, nella deliberazione di Nicea, non esitò di seguire i consigli di Eusebio, da lui chiamato, da Nicomedia, alla sede di Costantinopoli, ed esigliò Atanasio da Alessandria. Ma la teologia degli imperatori era dominata dalle necessità politiche. Ora, mentre Costanzo, in Oriente, prendeva in mano la causa dell’Arianesimo, Costante, l’altro figlio di Costantino, teneva alta, in Occidente, la bandiera dell’ortodossia, ed era tanto infervorato da minacciare la guerra al fratello, se non richiamasse Atanasio, che si era rivolto a lui¹⁷⁷. E Costanzo, per non aggiungere alle difficoltà che lo amareggiavano nella campagna contro il re di Persia le difficoltà interne di una lotta teologica col fratello, temperò la foga del suo Arianesimo, ripose Atanasio, nel 346, nella sede di Alessandria, e con ripetute e cortesi lettere lo fece venire alla sua presenza, sebbene l’acuto uomo non avesse molta fede nella sincerità dell’imperatore¹⁷⁸.

¹⁷⁷ _Socrate_, 88.

¹⁷⁸ _Idem_, 89.

Gli avvenimenti mostrarono quanto fossero fondati i sospetti di Atanasio. Infatti, ucciso Costante dal ribelle Magnenzio, il fratello Costanzo, diventato solo imperatore, senza ostacoli e senza paure, riprese la primitiva sua politica ecclesiastica, e tosto scacciava Atanasio da Alessandria, dove era appena rientrato, ed anzi lo avrebbe anche ucciso, se il vescovo, avvertito del pericolo, non si fosse salvato, fuggendo a tempo dalla città. Ma Costanzo non si fermò nella sua persecuzione. Raccolto nel 355, in Milano, un Concilio solenne, volle che pronunciasse una sentenza di condanna, per la quale Atanasio più non potesse ritornare in Alessandria. Contro tale sentenza insorsero coraggiosamente tre vescovi occidentali, Paolino di Treviri, Dionisio d’Alba ed Eusebio di Vercelli. E il concilio di Milano si sciolse, dopo aver fornito ancora maggior esca all’incendio che già spaventosamente divampava.

Se non che i vincitori di Atanasio non si conservarono uniti, e la discordia si accese ben presto nel loro campo. Gli Ariani puri, guidati da Aezio, un irrequieto ed audace personaggio che avremo più tardi occasione di meglio conoscere, non si accontentavano di affermare la personalità distinta del Padre e del Figlio, ma volevano il Figlio dissimile dal Padre per la sostanza. Gli Ariani origenisti, i semiariani, come si chiamavano, dei quali era anima Basilio d’Ancira, pur tenendo distinte sostanzialmente le due persone, affermavano l’eguaglianza delle due sostanze. Fra questi semiariani e gli atanasiani ferveva la lotta intorno ad un _i_. Infatti mentre gli atanasiani volevano che il Figlio fosse ομοούσιος col Padre, cioè, ne avesse la stessa sostanza, i semiariani, interponendo un _i_, dicevano che il Figlio era ομοιούσιος, cioè, aveva una sostanza distinta ma simile a quella del Padre. Questi Ariani moderati inclinavano evidentemente a trovare una transazione con gli Atanasiani. Quel famoso _i_ che essi introducevano nell’epiteto, inventato a Nicea, era la loro difesa contro il pericolo paventato di veder sparire, insieme alla distinzione delle sostanze, anche quella delle persone, delle ipostasi, come dicevano, ciò che sarebbe stata una caduta nel monarchismo sabelliano. Quando questa distinzione delle persone fosse posta al sicuro, era prevedibile che sarebbe avvenuta la conciliazione delle due parti. Se non che, prima di arrivarci, bisognava attraversare un ultimo periodo di dispute confuse ed ardenti. L’imperatore Costanzo, sempre più infervorato di Arianesimo, non accettava nessuna transazione, ed escludeva, come sospetta, qualsiasi formola che, pur conservando la dualità e la subordinazione delle ipostasi, ammettesse, non già l’identità, ma l’eguaglianza della sostanza. La Corte di Costanzo era tutta ariana, ed ariani intransigenti, per quanto larvati, i vescovi che vi erano ascoltati. In quella trovata dell’_i_ essi vedevano piuttosto un tranello che una difesa. Ma pure l’Arianesimo rigoroso non era più sostenibile, battuto oramai da ogni parte. Costanzo, per far mostra di moderazione, esigliava Aezio, il duce degli Ariani. Un bisogno, un desiderio di pace cominciava ad imporsi. I Concilî si succedevano ai Concilî, in Oriente ed in Occidente, le formole alle formole, tutto il mondo cristiano non risuonava che di interminabili discussioni, in cui la sottigliezza stessa degli argomenti diventava scintilla di nuove discordie, senza che mai si potesse venire all’invocata chiusura. La pietra dello scandolo per gli Ariani, più o meno ipocritamente mascherati, era quella parola ουσία — sostanza — che si trovava nella formola degli Ariani origenisti e transigenti. Davanti a quella parola, i vescovi che stavano al fianco di Costanzo e lo circuivano coi loro intrighi, Valente, Ursacio, Germinio, Acacio, sentivano farsi più viva la diffidenza e strepitavano. Basilio d’Ancira ed i suoi compagni, che avevano inventato quel famoso _i_, riuscivano ancor più sospetti degli atanasiani puri. Quei vescovi cortigiani volevano trovare una formola che li distinguesse, in apparenza, dagli Ariani intransigenti, caduti ormai, con Aezio, ufficialmente in discredito, ma che pure assicurasse loro la vittoria sugli aborriti rivali ed impedisse il possibile risorgimento della dottrina nicena. Per la loro influenza e per opera loro si formò un nuovo partito, il partito _omoico_, il quale ammetteva che il Figlio fosse simile al Padre, secondo la volontà, — κατὰ τὴν βοὑλησιν — ma non voleva, in alcun modo, che si accennasse lontanamente ad un’eguaglianza di sostanza. Questo partito si affermò, la prima volta, a Sirmio, nel 359, con una formola che diceva genericamente il Figlio simile _in tutto_ al Padre. Ma anche quell’_in tutto_, quel κὰτα πὰντα che, per la sua indeterminatezza, non aveva valore, fu poi escluso, pei maneggi degli arianeggianti, nella formola definitiva, uscita dai sinodi tempestosi di Rimini e di Seleucia. La somiglianza del Figlio col Padre non ebbe altra determinazione che quella contenuta nelle parole — _secondo le scritture,_ — messe lì come un talismano il quale impedisse che la formola venisse alterata¹⁷⁹. Costanzo, nell’anno antecedente la sua morte, prima di partire da Costantinopoli, imponeva alla Chiesa questa formola opportunista, per la quale s’illudeva di comporre, mercè una transazione politica, un profondo dissidio dottrinale.

¹⁷⁹ ὅμοιον λέγομεν υιὸν τῳ πάτρι ως λέγουριν αι θεῖαι γράϕαι και διδάσκουσι. — _Socrate_, 126.

Quando Giuliano prese in mano le redini dell’impero, egli trovava questa situazione di cose, una pace imposta sulla base dell’opportunismo. Era chiaro che questa pace non aveva la condizione della durata. Ma Giuliano, nell’interesse della sua causa, ne precipitò la rottura. Egli, come vedremo meglio a suo luogo, dichiarava di essere affatto estraneo ai partiti ed alle dispute teologiche dei Cristiani, e permetteva, quindi, il ritorno nelle loro sedi ai vescovi esigliati da Costanzo, che erano, appunto, i malcontenti e dell’una parte e dell’altra. Le previsioni di Giuliano si avverarono; la ricomparsa di quegli uomini battaglieri sulla scena teologica riaccese le discordie e le dispute. Ma non ne venne la conseguenza ch’egli aveva sperata, cioè, lo sfacelo dell’odiato Cristianesimo. Atanasio, ritornato ad Alessandria, per esserne ricacciato da Giuliano col solo atto di aperta intolleranza di cui siasi macchiato, risollevava tosto, con la sua indomabile energia e col suo spirito agitatore, il suo partito, e riponeva in difficili condizioni il vittorioso Arianesimo. Durante i tre anni passati in esiglio, il vecchio difensore dell’ortodossia nicena, sebbene lontano dal campo di battaglia, aveva partecipato alle emozioni della lotta, e con una serie di scritti ardenti, dogmatici, storici, apologetici, aveva tenuto alto il coraggio degli amici e ricordato ai nemici ch’egli ancor viveva. Già in questi scritti del vecchio ma non stanco atleta si rivela la tendenza ad offrire la mano agli sconfitti partigiani della ομοιουσία, della somiglianza fra la sostanza del Padre e quella del Figlio e ad attenuare le differenze che li distinguevano dai partigiani della ομοουσία, della identità fra le due sostanze. Nel preveduto, possibile accordo fra l’ortodossia e la frazione origenista dell’antico Arianesimo, oramai in aperta ostilità con la frazione intransigente, egli sentiva trovarsi la condizione della vittoria sull’eresia trionfante nella Corte di Costanzo e nel mondo ufficiale¹⁸⁰. Morto Giuliano, l’eroico vescovo, rimasto padrone del campo, con una temperanza di giudizio e di condotta, che mostra quanta e quanto vera fosse la sua grandezza, piegò apertamente alla conciliazione. In Occidente il movimento conciliativo era promosso da due scrittori di grande ingegno, Ilario, detto l’Atanasio dell’Occidente e Mario Vittorino, il filosofo neoplatonico di cui Agostino ci narra la commovente conversione¹⁸¹. In Oriente il movimento ebbe un prezioso aiuto in quei tre insigni personaggi della Chiesa che si chiamavano i tre Cappadoci, Basilio il grande, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, il nemico acerrimo di Giuliano. L’origenica eguaglianza dell’essenza nel Padre e nel Figlio venne a trasformarsi nell’atanasiana identità, ma venne, insieme, solennemente proclamata la distinta trinità delle persone. Così fu fondato il dogma essenziale della metafisica cristiana — una sola sostanza in tre persone — μἴα οὐσία ὲν τρίσιν υποστάσεσιν.

¹⁸⁰ _Gummerus_, _Die homöusianische partei_, 1900.

¹⁸¹ _Confess._, 8, 2 sg.