L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

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GAETANO NEGRI

L’IMPERATORE

GIULIANO L’APOSTATA

STUDIO STORICO

_Seconda Edizione riveduta ed ampliata_

ULRICO HOEPLI EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA MILANO — 1902

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PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano 1901 — Tipografia Umberto Allegretti. — Via Larga, 24

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INDICE

Prefazione Il Busto d’Acerenza Introduzione La vita di Giuliano La discordia nel Cristianesimo Il Neoplatonismo L’atteggiamento di Giuliano L’azione di Giuliano contro il Cristianesimo Il disinganno di Giuliano Il principe e l’uomo Conclusione Indice della materia

_PREFAZIONE_

_Nel presentare questo nuovo mio libro ai miei pochi ma cortesi lettori, io vorrei rinnovare l’espressione di un desiderio, già manifestato nei miei volumi antecedenti. Io vorrei che essi fossero persuasi che non c’è, nel mio pensiero, neppur l’ombra di un’inclinazione tendenziosa. Per me la storia non ha interesse, se non è trattata con uno spirito e con un metodo rigorosamente oggettivo. Se lo scrittore si giova della storia per dare sfogo alle sue preconcette preferenze, se vuol forzare i fatti alla giustificazione delle sue teorie, potrà scrivere un’opera interessante ed eloquente, potrà scagliare un libello od imaginare un romanzo, ma non scriverà una storia._

_Tale concetto deve applicarsi alla storia delle religioni, come a quella di qualsiasi altro fenomeno dello spirito umano. Lo studio, la narrazione di un episodio religioso non dev’essere nè un’apologia nè un attacco; dev’essere un’imparziale, serena, diligente esposizione degli avvenimenti e delle cause che li hanno prodotti._ _Questo metodo di critica perfettamente oggettiva non deve offendere nessuna coscienza, per quanto delicata, poichè una religione, quale sia l’origine sua, viene pure a contatto con gli uomini, ed è quindi necessariamente perturbata, oscurata dall’elemento umano, e soggetta a tutte le vicissitudini che quell’elemento subisce col passar dei secoli. Anche l’acqua di un fiume sgorga limpida come un cristallo dalla vena montana, ma poi, scorrendo sul fondo della valle, serpeggiando per la fertile pianura, attraversando le popolose città, s’intorbida e s’inquina pei detriti impuri che le cadono in seno. Risalga alle scaturigini genuine chi vuol confortarsi coi suoi salutari lavacri._

_Generalmente la storia dei fatti religiosi si fossilizza o nell’ammirazione irragionevole di tutto, anche di ciò che non può esser ammirabile, perchè è il prodotto dell’azione disturbatrice che l’uomo vi ha esercitata, od in un’avversione non meno irragionevole anche di ciò che dev’essere rispettato, perchè è l’espressione genuina dell’irresistibile aspirazione dell’anima umana all’infinito. Quanto più in un paese è scarsa la coltura e mancante il senso critico, tanto più è prevalente questo modo esclusivo e falso di giudicare gli avvenimenti nella loro attinenza col fenomeno religioso. E, in conseguenza di questa ristrettezza di giudizio, non è più possibile lo studio oggettivo del processo di azione e reazione per cui passa lo spirito umano nei suoi successivi adattamenti alla forma religiosa. È la faccia umana del fenomeno religioso, è l’osservazione delle alterazioni che il sentimento religioso subisce nell’ambiente intellettuale e storico da cui è circondato che esercita una singolare attrattiva sullo studioso delle leggi che determinano l’evoluzione dell’uomo e della società. Chi riesce ad applicare alla coscienza umana, nei suoi rapporti col fatto religioso, una lente che non sia colorita da nessun pregiudizio di affermazione o di negazione, riesce, insieme, a scoprirne le più intime fibre, ad isolarne i tessuti più profondi e delicati._

_L’essere razionale si distingue dal bruto perchè, potendo assorgere, mercè le sue facoltà di astrazione e di riflessione, al concetto di causa, pone davanti a sè due problemi dalla cui soluzione dovrebbe scaturire la spiegazione e la ragione dell’universo, il problema della morte ed il problema dell’esistenza del male. Le religioni antiche davano una soluzione vaga ed incerta del primo, e non ne davano alcuna del secondo. Prometeo che osava agitare questo problema era un ribelle che Giove inchiodava sul Caucaso. Le religioni antiche, ispirandosi ad una tendenza essenzialmente ottimista, attenuavano il problema del male, non ne sentivano tutta la portata e la tragica difficoltà. Ben le vide e le sentì il Cristianesimo, che fu la religione della sventura e del dolore. Ma il Cristianesimo non lasciò l’uomo piangente e sgomentato davanti all’esistenza del male, poichè, scrutando il problema della morte, vide nella morte il processo di redenzione dal male. Quest’idea, in cui era la chiave del mistero del mondo, parve divina all’umanità assetata d’ideale, afflitta ed oppressa dalla prepotenza e dall’iniquità trionfante. Quest’idea ha dato al Cristianesimo una vittoria che sembra senza ragione a chi non sa comprendere che la ragione si trova nella rispondenza del Cristianesimo con le più profonde esigenze dell’umana coscienza. Ma quest’idea, ottenuta che ebbe la vittoria sulle religioni e sulle dottrine dominanti nel mondo antico, divenuta, a sua volta, dominatrice, non ha potuto conservarsi nella purità della sua ispirazione genuina e dovette adattarsi al mondo che l’aveva abbracciata, lasciando oscurare quella virtù redentrice che ne aveva fatta la forza e le aveva guadagnato il cuore umano._

_Lo studio che qui si presenta prende il Cristianesimo appunto nel momento in cui, dalle angustie di segreti ed isolati recessi, esce e si allarga come un fiume regale sul campo immenso dell’impero romano. Distendendosi su terreni isteriliti, di nuovo li fertilizza con le sue acque fecondanti, ma prende e trascina con sè una parte delle brutture da cui erano contaminati._

_Era naturale che in questo momento, in cui ancora non era scomparso del tutto quel complesso di forze su cui si innalzava l’antica civiltà, questa tentasse di dare l’ultimo guizzo ed, approfittando del traviamento a cui il Cristianesimo, divenuto un istituto mondano, cominciava ad essere in preda, volesse rinnovare il combattimento, nella fiducia di riuscirne vincitrice._

_Questo movimento dello spirito antico che resiste un’ultima volta all’invasione del Cristianesimo e ridesta gli antichi ideali si è personificato in un curioso ed enigmatico personaggio, l’imperatore Giuliano. Ora è una grande fortuna per lo storico il trovar concentrate nel foco di una sola persona tutte le passioni che hanno determinato l’indirizzo, provocato l’atteggiamento dell’anima umana, in un dato momento della sua evoluzione. La storia non è viva, non è chiara, non è sicura se non quando può esercitarsi intorno all’individuo e può cogliere nella sua coscienza il riflesso diretto degli avvenimenti e delle idee diffuse nel mondo._ _La storia che vaga da astrazione in astrazione, che incede nell’aria rarefatta di principî e di generali affermazioni, che è una scienza di concezioni aprioristiche, crea, come la metafisica, dei grandi edifici che, appena sorti, svaniscono, simili a quelle figure fantastiche di cui scorgiamo, talvolta, il profilo nelle nuvole spinte dal vento sull’azzurro del cielo. Tutta la scienza ormai la scienza dell’uomo come quella della natura, è la scienza dei fatti. L’ipotesi non vale se non come una preparazione alla scoperta del fatto, e la teoria deve seguire, non precedere il fatto. La storia, anch’essa, deve essere, sopratutto, una ricerca di fatti ed un’analisi psicologica dell’uomo. Noi dobbiamo ricreare, quanto più è possibile, nella storia, il dramma umano, rivivere nel pensiero, nel sentimento, nelle passioni della persona umana in un punto determinato del tempo, in un determinato conflitto di speranze e di timori, d’ire e di affetti, d’illusioni e di realtà._

_È ciò, appunto, che io ho tentato di fare col personaggio tanto curioso ed interessante dell’imperatore Giuliano. Non ebbi per lui nessun preconcetto di simpatia o di esecrazione. Ho cercato esclusivamente di comprenderlo, scrutando i moventi che lo avevano spinto al suo folle tentativo, ricreando l’ambiente in cui era vissuto, riguardando, infine, il mondo che lo circondava, attraverso l’atmosfera di quegli stessi pregiudizî in cui era cresciuto. Da uno studio siffatto balza fuori una figura vivente e si apre uno spiraglio da cui si scopre un lembo di realtà._

_Nello scrivere questo libro io non ebbi altro scopo, fuor di questo puramente oggettivo, e ci vorrebbe una larga dose di buona, dirò meglio, di cattiva volontà, per vedercene un altro._ _Chi ha un temperamento critico sa guardare i fenomeni morali con quello stesso disinteresse speculativo con cui guarda i fenomeni fisici, con quella stessa necessaria imparzialità con cui il chimico analizza una sostanza e l’astronomo determina l’orbita di un corpo celeste. Una cosa è il sentimento ed un’altra la ragione. La causa vera del disordine che perturba i giudizî umani è che gli uomini portano il sentimento là dove non dovrebbero portare che la ragione. Errore funesto, ma non più funesto dell’errore di quei pensatori i quali credono che la ragione esaurisca l’universo e non s’accorgono, per la brevità del loro sguardo, che essa lascia pur sempre una larga striscia d’ignoto, dove il sentimento regna assoluto ed invincibile dominatore._

_Aprile 1901._

_G. Negri._

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GIULIANO nel busto d’Acerenza

IL BUSTO D’ACERENZA

Acerenza, diventata, in questi giorni, famosa in Italia pel disastro della frana che l’ha colpita, è una piccola città della provincia di Potenza, posta sulla vetta di un’isolata montagna che s’innalza alla confluenza del Bradano col Signone. Acerenza ha il privilegio singolare di possedere il busto colossale dell’imperatore Giuliano. E, ciò che è propriamente un colmo di stranezza, il busto dell’apostata imperiale è collocato su di un alto pinnacolo della sua cattedrale, come l’imagine del santo protettore della città. Le indicazioni precise intorno a quel busto furono date, credo, la prima volta da Francesco Lenormant¹. Acerenza pare fosse una delle poche città che cordialmente parteggiavano per la restaurazione politeista tentata da Giuliano. Il giovane imperatore vi doveva essere grandemente onorato. Un frammento d’iscrizione che si legge su di una pietra impiegata nella costruzione della cattedrale e che doveva appartenere al piedestallo di una statua, dice: «Al riparatore del mondo romano, al nostro Signore, Claudio Giuliano Augusto, principe eterno». Ed un secondo frammento di un’altra iscrizione più monumentale, portante alcune lettere del nome di Giuliano, fu letta dal Lenormant sulla soglia di una delle cappelle della cattedrale. È dunque assai probabile che il busto in marmo d’imperatore romano che adorna il vertice della cattedrale stessa rappresenti appunto Giuliano, ed abbia appartenuto ad una statua colossale che gli abitanti d’Acerenza avevano innalzata in suo onore. La probabilità è accresciuta dalla circostanza che facilmente si può spiegare il bizzarro equivoco pel quale l’apostata maledetto si è trasformato in un santo venerato. Il patrono della cattedrale d’Acerenza è San Canio, vescovo di Juliana, in Africa, il cui corpo, si narra, fu portato in Lucania dai Cristiani che fuggivano dall’Africa cacciati dai Mussulmani. «Ora — dice il Lenormant — il rapporto delle proporzioni rispettive sembra indicare che il frammento d’iscrizione in onore di Giuliano, formante la soglia di una delle cappelle, proviene dal piedestallo della statua. Quel frammento presenta solamente le lettere VLIAN. Se, come è probabile, i due avanzi furono estratti dal suolo nel medesimo tempo, i preti d’Acerenza, fra il 1090 ed il 1100, più preoccupati di San Canio che dell’imperatore Giuliano, avranno completata l’iscrizione mutilata in quella di _Julianensis episcopus_, e l’Apostata fu d’un colpo trasformato in martire ed in protettore celeste». Questo ritratto di Giuliano, già tanto interessante per la sua storia curiosa, lo è anche pel valore intrinseco dell’opera, per l’espressione intensa di vita e per una certa grandiosità potente che c’è nell’insieme. Pare anzi strano che, in un’epoca in cui l’arte era in piena decadenza, ci fosse uno scultore capace di plasmare una figura con sì semplice vigoria. Lo scultore ha voluto rappresentare non il pensatore, ma il soldato. Il capo è cinto da un serto d’alloro, e il corpo è coperto dal paludamento militare. Se questo è Giuliano noi dobbiamo vedervi Giuliano vittorioso, alla testa delle sue legioni.

¹ _A travers l’Apulie et la Lucanie_ par _F. Lenormant_, Vol. I, pag. 271 e seg.

Dissi, se questo è Giuliano, perchè, malgrado le indicazioni affermative del Lenormant, che hanno avuto testè la conferma di un insigne archeologo, Salomone Reinach, in una comunicazione da lui letta all’Istituto di Francia, qualche dubbio non può a meno di sorgermi nell’animo. In primo luogo, mi pare non possa esservi alcuno che abbia qualche dimestichezza con gli scritti di Giuliano, il quale non provi un’impressione di stupore nel vedersi davanti questo ritratto. Ma come? Il pensatore, lo scrittore che aveva passata tutta la sua giovinezza sui libri, il filosofo ed il teologo sottile ed inquieto, lo studioso infaticato che, anche in mezzo alle cure della guerra, si alzava, nel cuor della notte, per leggere i suoi autori e comporre i suoi trattati, il sognatore utopistico che non pensava che alla rivoluzione morale del mondo, alla creazione di un Stato religioso di cui egli sarebbe il pontefice massimo, avrebbe avuto i lineamenti e l’aspetto di questo Romano d’antico stampo, di questo soldato risoluto, quadrato e robusto nella mente come nel corpo, di quest’uomo a cui, certo, possiamo attribuir la forza della volontà ed il vigore dell’indole, ma a cui parrebbe del tutto estranea quella mescolanza di idealità e di pedanteria che era così caratteristica dello spirito di Giuliano? Se questo è il suo ritratto genuino, v’era tutta una parte di lui che non traspariva nel suo volto, che rimaneva nascosta nei penetrali più segreti dell’anima. In questa effigie potrei riconoscere l’eroe di Strasburgo, il duce audace del passaggio del Tigri, ma invano vi cerco lo scrittore modesto ed arguto della lettera a Temistio, il moralista severo del frammento sui doveri del sacerdozio, il poeta pungente, ingegnoso e dotto del _Misobarba_.

Ma confrontiamo l’imagine d’Acerenza coi ritratti scritti che ci hanno lasciato Gregorio di Nazianzo ed Ammiano Marcellino. Come vedranno i lettori che vorranno addentrarsi in questo mio libro, il profilo tracciato da Gregorio non è in alcun modo conciliabile con questo busto di vigoroso soldato. Gregorio ci presenta un giovane convulso, una specie di epilettico dallo sguardo vagabondo, dal collo dondolante, dai lineamenti mobilissimi, dall’atteggiamento incerto ed instabile, una figura interessante, che però non ha nemmeno il più lieve vestigio di quella maestà fiera, ma posata e sicura, che splende sul volto dell’eroe d’Acerenza. È vero che Gregorio era ispirato dall’odio contro Giuliano così che egli ne ha disegnato il ritratto coll’intenzione di farne la caricatura. Ma non bisogna, però, dimenticare che Gregorio ha convissuto lunghi mesi con Giuliano sui banchi della medesima scuola; pertanto, data anche l’intenzione di farne la caricatura, ci doveva pur essere, nella caricatura, un fondo di verità. Se non che, si potrebbe forse osservare che Gregorio ha conosciuto Giuliano giovanissimo, prima che la dura vita di soldato, da lui condotta in Gallia, lo avesse invigorito e trasformato in un uomo d’azione, e non è da ritenersi impossibile una corrispondente trasformazione della sua figura.

D’importanza capitale è la descrizione d’Ammiano che ha accompagnato Giuliano in Persia e che, quindi, ce lo presenta quale era negli ultimi tempi della sua vita. — _Mediocris erat statura, capillis perquam pexis et mollibus, hirsuta barba in acutum desinente vestitus, venustate oculorum micantium flagrans, qui mentis ejus argutias indicabant, superciliis decoris et naso rectissimo, ore paulo majore, labro inferiore demisso, opima et incurva cervice, umeris vastis et latis, ab ipso capite usque unguium summitates liniamentorum recta compage._ — Questa descrizione d’Ammiano corrisponde, in gran parte, al ritratto d’Acerenza. Abbiamo i capelli lanosi e molli, abbiamo gli occhi singolarmente vivaci ed espressivi, il naso diritto. Ma non mi pare sufficientemente indicata, almeno dalla fotografia che qui è riprodotta, la sporgenza del labbro inferiore; c’è la robustezza ma non la curvatura del collo, e manca la caratteristica barba da caprone, accennata da Ammiano, la quale, come vedremo a suo luogo, è un _personaggio_ importante del _Misobarba_ di Giuliano stesso. Si risponde a quest’ultima difficoltà, affermando che Giuliano ha lasciato crescere la barba, solo dopo il suo ingresso a Costantinopoli, tanto è vero che, come sappiamo da Ammiano, nei primi giorni della sua dimora in quella città, egli faceva ancora chiamare un barbiere _ad demendum capillum_. Ora, se il ritratto, come è probabile, è stato eseguito a Costantinopoli, lo scultore non avrà visto nel suo modello che una barba incipiente, la quale, pertanto, non poteva ancora aver acquistata la forma puntuta. La risposta all’obbiezione sarebbe certo ingegnosa, ma io vorrei osservare, in primo luogo, che Ammiano dice che il _tonsor_ venne _ad demendum capillum_ non già _ad demendam barbam_. Ora se è vero che sotto l’espressione generica di _capillum_ può intendersi anche la barba, non è men vero che Ammiano stesso, nella descrizione di Giuliano, distingue nettamente le due cose ed i due nomi. In secondo luogo, senza entrare, a proposito di Giuliano, in una discussione per la quale bisognerebbe appellarsi alla competenza di un barbiere, io vorrei dire che la barba del ritratto d’Acerenza copre le guancie, ma lascia quasi scoperto il mento, e mi par quindi assai difficile che quella barba potesse, in poco tempo, diventar puntuta. Un’ultima difficoltà che mi si presenta è che Giuliano era poco più di trentenne, quando entrava imperatore a Costantinopoli. Ora, al personaggio, rappresentato dal busto d’Acerenza, mi pare si possa, senza fargli torto, attribuire abbondantemente una diecina d’anni di più.

Malgrado questi dubbi che mi son sorti alla vista della fotografia del ritratto, io non esito ad ornarne questo povero mio libro. Anche nell’ipotesi che non sia un ritratto preso dal vero a Costantinopoli, ma un lavoro fatto in Italia, con indicazioni non tutte esatte, la genialità, la vita che vibra in esso lo rendono singolarmente interessante. Noi vediamo in questo lavoro, in cui si sente una mano appassionata, come il riflesso dell’ammirazione e della simpatia che l’audace restauratore dell’Ellenismo aveva destate ai primi passi della sua carriera imperiale.

E poi quale esempio parlante della profonda ironia delle cose umane! L’imagine del più grande nemico che abbia avuto il Cristianesimo, trasformata in quella di un santo, accoglie e trasmette al cielo le preghiere di quei Cristiani ch’egli tanto disprezzava ed aborriva! Io cercava un motto che, posto in fronte al libro, riassumesse il significato della storia di Giuliano. Il busto d’Acerenza è il più eloquente dei motti!

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Salomone Reinach ha testè pubblicato, nella _Revue Archéologique_, una dotta ed interessante memoria sul ritratto di Giuliano. Nella prima parte di quella memoria egli mette in chiaro l’errore pel quale le due statue esistenti a Parigi, l’una al Museo delle Terme, l’altra al Museo del Louvre, rappresentanti un personaggio togato e barbuto, si credettero il ritratto di Giuliano, mentre lo devono essere di qualche retore o di qualche filosofo. Nella seconda l’insigne archeologo discorre del busto d’Acerenza, ed insiste sull’autenticità assoluta del ritratto, cercando anche di dissipare alcuni dei dubbi che io ho sollevato. Però, anche ammesso come tolte redicalmente le difficoltà dell’espressione del busto, in cui è nascosta tanta parte dell’indole di Giuliano, e l’altra dell’età provetta dell’uomo che vi è rappresentato, resta pur sempre la difficoltà che la barba non ha la forma caratteristica della barba da caprone, ed è già così abbondante e cresciuta sulle guance, e così scarsa sul mento, da rendere molto difficile un cambiamento di disposizione, nel breve tempo che si frappone fra la data del ritratto e l’ingresso di Giuliano in Antiochia.

La memoria del Reinach è ornata da tre grandi e belle fotografie prese dal vero in Acerenza. Quella che dà la testa di profilo è di una bellezza propriamente singolare. La perfezione dei lineamenti, la profondità dello sguardo, l’impostatura del collo sulle spalle, l’equilibrio di tutta la compagine, se davvero appartenevano al Giuliano reale, dovevan far di lui, anche fisicamente, il tipo ideale dell’eroe. Si capisce subito, guardando questa bella testa, la simpatia che l’imperatrice Eusebia ha sentito per lui. Ma abbiam proprio, qui, Giuliano? O piuttosto, l’idealizzazione della sua figura, fatta da uno scultore geniale che plasmava l’imagine di un uomo che non aveva visto, che conosceva per la descrizione altrui, e che egli ricreava seguendo, più che altro, la visione della sua mente? Io devo dire che l’interessante dissertazione di Salomone Reinach, per quanto erudita, non mi ha completamente liberato dall’esitanza di cui fui colto fin dal primo momento che ho posto gli occhi sul busto d’Acerenza e di cui ho dato ragione nel mio breve discorso.

_Luglio 1901._

INTRODUZIONE

La sorte toccata all’imperatore Giuliano è davvero miseranda. Nessuna figura, nella decadenza dell’impero, più originale, più interessante, più attraente della sua. Ma la tradizione ecclesiastica gli è stata terribilmente nemica; gli ha impresso il marchio dell’apostata e, con questa qualifica, lo ha condannato all’abbominio ed all’oscurità. Come ciò avvenisse s’intende. La Chiesa agiva con un’intenzione polemica. A lei premeva sopratutto di rendere odioso un uomo che aveva tentato di ferirla a morte. Come sempre nella polemica, la verità doveva cedere il posto alla passione ed all’interesse partigiano. Ma lo storico ed il critico non devono lasciarsi stordire e confondere dai clamori della polemica; il loro compito è di anatomizzare oggettivamente e con una intiera imparzialità il fatto o l’uomo che hanno sulla loro tavola d’esperienza e d’osservazione, cercando di cogliere il vero nella sua essenziale realtà.