L'Immorale: Racconto

Chapter 2

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L'idea fatalistica s'impadroniva di lui: riandando le crisi terribili della guerra scellerata, che aveva dato alle consuetudini sociali, egli aveva bisogno di quel fatalismo per ispiegare in faccia alla conscienza morale la sua condotta; egli era di quelli nati per trionfare, per soggiogare, per abbattere, come gli animali da preda, _felis homo_, e aveva egregiamente rappresentato la sua parte tirannica nella comedia della vita. "Sono onesto io?" si domandò egli improvvisamente, turbato da un dubbio inconcreto e affatto teorico. Egli poteva farsi sinceramente questa domanda, perché il male l'aveva fatto dopo essersi convinto che il Male non esisteva. "Che cos'è infine l'onestà? O è un principio regolatore assoluto, o è un'opinione relativa e personale su la condotta umana; io non credo nei principî assoluti e, se è un'opinione relativa, io posso essere onesto. È una legge, dura, se si vuole, ma altrettanto immutabile, quella che il superiore vince l'inferiore nella lotta dell'esistenza: se l'uomo è fisicamente più debole, e non ostante abbatte il leone, è perché à saputo convenientemente armarsi: si dirà perciò che la sua condotta non è onesta? Io sono nato in condizioni d'inferiorità materiale, e volendo vincere, ò dovuto armarmi: ma se mi sono armato, è perché dovevo vincere."

L'idea fatalistica risorgeva, più solenne, più logica.--Perché dunque la sua fronte si corrugò, come attraversata da un pensiero molesto? Perché le sue labbra s'inarcarono ad un sogghigno triste e amaro?

Egli rimase alquanto tempo immobile, in quell'espressione ambigua e bieca di cordoglio. Ma la giornata era troppo pura e la felicità troppo imminente, per lasciarlo a lungo in preda a quella perplessità. Allungò il braccio e prese sul tavolino l'astuccio d'oro gemmato delle sigarette: ne tolse una, l'accese e, accomodati i cuscini sul capezzale, vi si appoggiò a suo agio.

"Io sono stato forte!" ripensò inseguendo con l'occhio le mobilissime forme di fumo, che s'espandevan fragili nell'aria. "La scienza stessa à le sue vittime: non deve aver le sue l'egoismo? E sono forse queste sostanzialmente diverse da quelle?"

Nella camera l'aria primaverile aveva portato il complesso e inebriante profumo degli alberi in fiore: Paolo Érmoli respirava largamente quell'aria ossigenata, e sentiva la gioja diffondersi per il sangue copiosamente avvivato.

Abbandonò involontariamente quei pensieri, perché in fondo era in essi qualche cosa di penoso, e, gittata la sigaretta ancor quasi intera, incominciò a vestirsi.

Nell'abbigliamento giornaliero, accuratissimo, egli occupava di solito più d'un'ora del suo ozio signorile; ma quella mattina, spronato dalla vaga e dolce inquietudine che dà un ardente desiderio prossimo ad esser sodisfatto, il condusse a termine relativamente presto, in modo che sonavan appena le undici quando egli uscì dalla sua camera compiutamente vestito.

Così, ricercato ed elegante in ogni particolare dell'abito, egli poteva ben dirsi un bel giovine; il suo volto piccolo e bruno, dagli occhi incavati e neri, dai lineamenti decisi, dalla fronte lievemente sfuggente sotto una breve capigliatura castana, s'ergeva su l'altissimo colletto bianco, con un'espressione di alterezza cavalleresca e di sottile dispregio, certamente studiati; alto, snello, flessuoso, d'una magrezza nervosa, il suo corpo aveva un profilo squisito, che in nulla tradiva la sua bassa origine, dalla piccolezza feminea delle mani e dei piedi, alla linea sostenuta delle spalle, un po' strette. Egli passò in fretta l'appartamento già avvolto in una misteriosa oscurità a cagion delle imposte rinchiuse: salutò con noncuranza Enrico, che l'attendeva in anticamera per ajutarlo a indossare il soprabito, e discese lo scalone marmoreo, calzandosi nervosamente i guanti. Il portiere gli aperse rispettosamente l'uscio della portineria, e Paolo salì su la _victoria_, ordinando al cocchiere impassibile:

--Al Cova.

_Leda_, una magnifica cavalla saura, dai garetti d'acciajo, si slanciò avanti con trotto serrato, all'_hip_ gutturale di Cesare; e l'Érmoli s'adagiò nell'angolo sinistro della carrozza, accendendo negligentemente un'altra sigaretta. La vista della folla a piedi (nella quale si davan di gomito i facchini e le donne gentili in una volgare miscela, che tradiva la brutalità dell'egoismo animale nel contendersi i lastrici, ove si cammina sicuri dalle vetture), gli ricordò quando anch'egli faceva numero tra quel branco d'uomini in ruvido contatto per quella piccola guerriglia della strada. Ne provò su le prime piacere, considerando la propria superiorità intellettuale su quella gente, dalla quale aveva saputo _volontariamente_ elevarsi: ma un pensiero molesto, richiamato da un ricordo non lontano, lo sorprese: "Avrò io l'aria del _parvenu_" si chiese, "in questo cocchio padronale, come _certi altri_?" Così pensando, Paolo rievocava alcuni sarcasmi ch'egli aveva scagliato contro certe nuove ricchezze industriali della società milanese, sfoggiante in publico un lusso ciarlatanesco. "No, io non sono nuovo, né impacciato come quelli, in questa dovizia, perché vi ò vissuto la mia giovinezza con i desideri e i sogni." E per meglio convincersi osservò la gente, e si compiacque di non rilevare su alcuno di quei volti, impensieriti da mille faccende diverse, quel sorriso ironico e feroce, che altri sul suo doveva avere qualche volta sorpreso.

Passando da via Monte Napoleone, vide scivolare contro i muri Carlo Rinaldi, già suo collega di giornalismo, che si dirigeva probabilmente all'ufficio del _Progresso_, recando dei fascicoli sotto il braccio. Egli s'affrettò a salutarlo con effusione, ma il Rinaldi, forse distratto da qualche cura, a pena gli rispose: egli scrollò le spalle, mormorò un "infelice!" fra i denti, e si diede a cantarellare sottovoce una canzoncina d'operetta, per dare a sé stesso un contegno indifferente.

La _victoria_ si fermò d'avanti al ristorante Cova; egli discese, ordinò al cocchiere di ritornare fra due ore, ed entrò. A un tavolino in faccia all'entrata due giovini signori si levarono, ridendo e salutandolo.

--_Ecce agnellus domini_,--gli gridò Filippo Serbelli,--che si sacrifica per la Pasqua!

I tre giovini si strinsero cordialmente la mano, e Paolo Érmoli sedette in faccia a loro per far colazione. L'altro dei suoi due commensali era il marchese Giorgio Albenza, discendente d'una delle più antiche nobiltà lombarde, giovine assai frivolo e appassionatissimo cultore di cavalli.

--Dunque da oggi la bella contessa è perduta per lo stuolo de' suoi adoratori?--disse con fredda cortesia l'Albenza, quando l'Érmoli fu seduto.

--Se si può dire perduta una donna che à trovato un marito!--rispose scherzando Paolo.

--In questo caso sarebbe perduta per la seconda volta (ciò che è verbalmente assurdo), perché la contessa si rimarita,--osservò il Serbelli.

L'Érmoli, conficcando la forchetta nel _roast-beef_ sanguinante che gli era stato portato allora, rise schiettamente e continuò vivace ed allegro a parlare del suo matrimonio, col modo libero dello scapolo, che prende la cosa poco sul serio: Filippo lo assecondava nei frizzi mordaci e il marchese s'accontentava d'ascoltarli e di sorridere, lisciandosi i baffetti castani e approvando, non senza lieve ironia, col capo.

--È una donna deliziosa, ma poi...--mormorò Paolo misteriosamente, e finì la frase con un'osservazione un po' licenziosa all'orecchio del Serbelli, che scoppiò in una risata.

--Sai che le vedove si paragonano ai libri già tagliati?--disse Filippo.

--Appunto a quelli che si leggono più volontieri.

--Eh, perché?--chiese l'Albenza mordendo aristocraticamente la _erre_.

--Perché io credo che ormai il piacere di tagliare un libro non può solleticare che: o uno di quei vecchi frequentatori di biblioteche, abituati ai libri letti e riletti, o uno di quei giovincelli che ai libri annettono come unico pregio la novità e àn quasi paura di guastarli, tagliandoli. Sei del mio parere?

--Sì, fino a un certo punto,--gli rispose il Serbelli.

--Fai delle riserve?

--Caro mio, vi sono certi libri nuovi, che si pagherebbero un tesoro.

--Bravo, e mi sapresti dire il perché?

--Per poterli tagliare.

--Ma chè, per poterli leggere,--gridò l'Érmoli.

Il Serbelli rise: l'Albenza con fare un po' seccato si volse indietro ad osservar la via.

--Può darsi,--soggiunse Filippo.

--E allora tanto vale che siano stati tagliati prima,--concluse Paolo, gittando un occhiata furtiva al marchese, onde lo turbava alquanto il contegno freddo e quasi ostile.

Tutto ciò l'Érmoli disse, facendo sforzo su sé stesso per domare i suoi sentimenti: non voleva tradire la semplicità della sua gioja d'innamorato d'avanti a quei due scapoli, celebri conquistatori di donne, e naturalmente esagerò nella dose: volle essere spigliato e sembrare indifferente, e riuscì in vece quasi triviale. Egli ben se n'avvide, ma tardi: si morse le labbra nervosamente, e cercò di cambiare argomento, rivolgendosi all'Albenza. Per poterlo interessare gli parlò di cavalli.

Poco dopo però l'Albenza s'alzò, salutò con espansione il Serbelli, poi l'Érmoli con aristocratica durezza, ed uscì col passo molle e studiato delle persone che sanno d'esser guardate.

--Io non so come fai,--esclamò Paolo, appena il marchese se ne fu andato--a passar delle ore con quell'idiota, per cui un animale non deve aver meno di quattro gambe per essere degno d'attenzione.

--È un buon ragazzo,--rispose semplicemente Filippo.

--Ma è molto nojoso!

Il Serbelli tacque un poco, come non credesse di dover discutere su quel soggetto; poi, cambiando tono, gli disse:

--A che ora la cerimonia?

--Alle sette, stasera.

--Stasera? Volete dunque avere l'illuminazione, a quanto pare.

--No; non c'è più stupido perditempo che quello di far coda tra le zotiche coppie plebee, per ottenere l'autorizzazione di potersi legalmente amare; e poi non vogliamo aver seccatori né publico.

--Il che vuol dire che anche gli amici faranno bene a non intervenire?

--Secondo gli amici: tu, per esempio, farai in vece benissimo ad assistervi.

--Ti ringrazio della distinzione, e ti do la dolorosa notizia che conto d'approfittarne.

Paolo in quel punto vide, a traverso le vetrate, Cesare, che l'aspettava con la sua immobilità marmorea su la cassetta della _victoria_; s'alzò e rivolgendosi al Serbelli:

--Se vieni meco,--gli disse,--t'accompagno a casa.

--Perché no?--rispose Filippo, levandosi in piedi; e, pagato il conto, uscirono entrambi dal ristorante.

Durante il breve tragitto parlarono assai poco.

Si giunse presto alla casa del Serbelli in via Carlo Alberto, e i due giovini si salutarono con uno strano sorriso su le labbra, un poco ironico. Quando fu solo, diretto al palazzo dell'Ateni, Paolo volle concentrare ancora tutta la mente verso l'imagine dolcissima della donna amata. Ne sentiva un ardente bisogno: ora un senso d'amarezza e di tedio gli aveva invaso inconsciamente l'animo, quasi una nebbia gelida e opaca.

Gli parve che tutto gli si rischiarasse in torno d'una luce nuova e ridente, al pensiero di lei. Il sole pomeridiano nel mezzo del cielo, riempiva l'azzurro di fili incandescenti, e stendeva su le pareti delle case un sottil velo d'oro, cadente su l'ombra. Un vento fresco, di neve lontana, correva, come un brivido, per le vie popolose, sollevando, quasi per ischerzo, tende e abiti nel suo vorticoso serpeggiare. S'allargava in quella gioconda calma primaverile il frastuono della vita cittadina, simile a un profondo respiro amoroso.

Paolo ammirava: quella folla che dianzi avea concepita come trascinata dall'egoismo, gli sembrava ora così rispettosa, così solidale, così civile, come non mai: vide un operajo, carico d'un grave peso, che allungò la sua strada per lasciare il lastrico a una vecchia signora; incontrò una madre, che gittò un grido angoscioso perché la carrozza di lui passò vicina al suo bambino. Un'onda di simpatia umana lo prese: si sentì come un refrigerio delizioso accarezzare la fronte pensosa, e un riposo d'anima mite e grato scender nel cuore.

Egli non pensava più, s'abbandonava al sentimento, e il suo sentimento valeva ben più delle sue azioni se lo tramutava in tal guisa; in fondo ad ogni anima umana v'è un breve spiraglio, per cui penetra in essa nei momenti di calma un raggio di luce buona. Rievocò, in quel miraggio sereno del passato, gli impeti baldi, gli slanci sdegnosi verso l'ignoto e il sublime della sua prima giovinezza, e gli parve d'ascoltare come un'eco inconsueta di essi, un'eco che lo riempì insieme d'ineffabile inquietudine e di dolcissima malinconia, come a quei tempi.

La poesia vaga e selvaggia dell'adolescenza, da tanto tempo morta e soffocata dall'odio, rievocata ora dai lieti fantasmi antichi, risorse dai precordî a sciogliere un inno ingenuo alla donna, all'amore, agli affetti umani... E l'inno muto si diffuse per l'aria pura, lambì dolcemente i contorni delle cose prossime, inseguì, per poco, benevolo, il volo d'alcuni colombi bianchi scintillanti al sole, si disperse poi nel cielo senza macchia, nel gran cielo popolato di sublimi fantasmi e d'ideali incontenibili--nel gran cielo, patria dei sogni e delle speranze.

[Illustrazione]

[Illustrazione]

II.

Il palazzo Ateni, dove l'Érmoli era diretto, si eleva freddo e bigio nel pomposo e bizzarro stile di quel secolo XVIII, che à scherzato fanciullescamente col classicismo come con un balocco, appena dopo il maestoso palazzo Trivulzio, all'inizio di via Amedei.

È una casa a due piani dalle finestre altissime, che s'aprono su balconcini ricurvi, riparati da ringhiere in ferro assai rabescate: nel mezzo del piano della casa, tra due colonne doriche piuttosto tozze, sta la gran porta lunata recante sul colmo dell'arco lo stemma gentilizio della famiglia Ateni, tutto corroso dal tempo: gli architravi delle finestre sono molto rilevati, a triangolo greco, recante nei timpani la conchiglia rococò.

La _victoria_ dell'Érmoli s'arrestò d'avanti alla porta del palazzo, e un usciere, in grave livrea, che su la soglia s'accarezzava i favoriti fulvi, si levò rispettosamente il cappello. Paolo discese dalla carrozza con sollecitudine, attraversò l'atrio e la portineria, percorse i due brani di scale quasi a corsa, giunse anelante all'uscio dell'appartamento di Fulvia Ateni. Un servo gli aperse, e senza parlare l'introdusse in un piccolo salotto, ammobigliato con finissimo gusto, quello dove Fulvia soleva passare le sue giornate, leggendo.

Paolo, col cuore in tumulto, sedette in una di quelle poltroncine doppie a spalliere opponentisi, che sembran fatte apposta per un colloquio d'amore. Nell'aspettazione ansiosa scorse un libro sul tavolino d'ebano a intarsio di madreperla, e inavvertitamente lo prese e ne lesse il titolo: _Le crime et le châtiment_ di Théodor Dostojewsky.

Con un atto brusco lo rigettò sul tavolino, avendo cura che ricadesse col frontispizio rivolto verso il piano. "Ecco un titolo stupido!" mormorò poi rabbiosamente, e cercò di pensare ad altro: ma quelle parole lette a caso in una tale circostanza gli si incisero crudelmente nel cervello, come fossero state impresse da un ferro rovente.

Un fruscìo di vesti annunziò in quel punto l'avvicinarsi della donna amata; l'Érmoli s'alzò in piedi: la portiera persiana si sollevò e nell'angolo curvo si disegnò la imponente bellezza di Fulvia, come un'apparizione fantastica.

Ella era tutta nera, in un tenebroso abito di velluto, che ne disegnava a pena le forme su l'oscurità della porta. La flessuosità del bel corpo un po' opulento in quel nero a riflessi pavonazzi aveva un non so che di vaporoso, di notturno, come di parvenza allucinatoria, da cui la bianchezza del volto e dell'inizio del collo usciva sinistramente, quasi staccata, isolata nello spazio.

Più in basso, sopra la curva del seno un'altra luce rompeva l'ombra grave: il fulgore d'un fermaglio prezioso a forma di stella, unico giojello che donna Fulvia usava di portare sempre con sé.

Il moto ritmico del seno suscitava nel giojello astrale dei lampi subitanei, come delle scintille elettriche.

--Fulvia!--mormorò il giovine, con un sospiro profondo, appena la vide.

Fulvia sorrise. Egli s'appressò con umile atto a lei, verso l'uscio, dov'ella era rimasta come inquadrata in una cornice, e le cadde ai piedi lentamente, dolcemente, quasi gli mancassero le forze.

Fulvia rimase alquanto indecisa, poi s'inchinò su lui, abbandonò la portiera che ricadde dietro la sua testa e gli tuffò le mani nei capelli bruni e copiosi, senza parlare, rapidamente, con un moto di passione selvaggia. Gli occhi chiari si chiusero un poco, e le labbra s'atteggiarono a un sorriso tenue, sùbito spento.

--Mia Fulvia,--ripeté con un filo di voce l'amante; e non si mosse, gustando il piacevole contatto di quelle mani adorate sul capo.

--È tanto tempo che t'aspetto!--ella disse, finalmente.

Paolo s'alzò in piedi, la guardò a lungo, ma ella lo fissò con una tale insistenza ch'egli dovette infine abbassare involontariamente lo sguardo; allora le prese la mano, la portò alle labbra, ne baciò le dita lungamente: poi la trascinò con dolce violenza a sedere su la poltroncina doppia, presso di lui; e rimasero a lungo silenziosi, uno presso all'altra, palpitando.

--Bella conversazione!--esclamò ad un tratto donna Fulvia, prorompendo in una risatina secca, nervosa.

Egli la guardò, attonito.

--Non ài dunque nulla da dirmi?--chiese ella sottovoce.

--Al contrario: tante cose...

--Belle, imagino.

--Belle.

--Forse che mi ami, non è vero?

Paolo accennò di sì col capo, sorridendo appena.

--Potessi crederti!...--mormorò Fulvia, e fissò gli sguardi d'avanti a sé nel vuoto.

--Ne dubiti, forse?... E come? E perché? Ma da mesi io non consacro le ore più belle della mia vita a questo amore, che riempie tutto il mio pensiero, come tutto il mio cuore? No: non t'amo soltanto, Fulvia; io sento in me qualche cosa di più nobile dell'amore, e di più grande: molti uomini sanno amare sapendo d'esser corrisposti: ma io non ti amerei meno (e ti ò già amata così!) senza una sola speranza, col cieco fanatismo di un fachiro indiano, per dedicarti disperato e sprezzato le mie disperazioni e i miei tormenti. Lo credi?

Fulvia sorrise a questo slancio esagerato di passione, scotendo adorabilmente la testa bruna in atto di dolce denegazione.

--Non credi?--riprese Paolo, corrucciato alquanto, come un fanciullo contrariato in una sua ingenua espansione.

--Se non ti credessi, sarei qui ad ascoltarti? Ma le tue parole ànno le ali, e volano di là del tuo pensiero. Non protestare, Paolo: a me basta che tu m'ami come tu dici che molti uomini sanno amare: poiché, vedi? io voglio comprendere il tuo amore, e, se questo è quale tu mi vai professando, mi sfugge e m'abbandona; la mia povera anima feminile non lo sa raggiungere e non lo può capire.

L'Érmoli, mentr'ella parlava con quella sua voce un po' bassa, modulata e così pastosa ch'era un dolce riposo per l'udito, le guardava le mani quasi livide, agitate da un tremito strano, spasmodico, e le cui dita, forse troppo lunghe, sembravan molestate come da sensazioni eccessive.

--Io ti amerò, come vorrai!--soggiunse Paolo pianamente, con umiltà dolce, non alzando gli occhi, che attraeva irresistibilmente quell'inesplicabile mobilità delle mani.

Fulvia, ebbe a quelle parole un impeto di passione così subitaneo e violento da sembrar quasi simulato, e si protese verso lui:

--Allora mi amerai molto,--gli susurrò all'orecchio,--molto, e non avrai segreti per la tua Fulvia... È vero che non avrai per me dei segreti?--ripeté con ansia dolorosa, avvicinandoglisi ancor più.

Paolo levò gli occhi attoniti, per vedere se nell'espressione di lei potesse afferrare il senso arcano di quella domanda importuna. Ma trovò così splendidamente bello e vivido il suo volto, che il breve e ingiustificato sospetto si trasformò tosto nel suo pensiero in una deliziosa sensazione d'amore.

--Come siete bella!--esclamò, dimenticando l'inchiesta di Fulvia. (Eran le parole medesime ch'egli aveva più volte mormorate nell'orecchio di lei, scherzosamente, quando non teneva ancora una speranza di conquistarla!)

Ella s'oscurò in volto, come allora: sembrò le passasse su la fronte una nube di tristezza, e si trasse indietro con un atto sdegnoso, fissandolo cupamente.

--Che ài?--le chiese l'Érmoli.

--Nulla.

--Perché allora t'allontani da me?

--Io ti piaccio, ma tu non mi ami,--rispose freddamente Fulvia, sempre fissandolo. Questa era la sua frase obligata, quando voleva affliggerlo senza dire il pensiero recondito che moveva il suo dispetto.

Paolo non rispose: le avvinghiò le mani avidamente, gliele coperse di baci: quindi tentò di attirarla a sé, protendendosi verso di lei per baciarle il volto; ma ella rigidamente si sciolse dalle sue strette, gli mormorò un:

--Lasciami!--gelido e aspro e si levò lentamente in piedi.

Quello di strano che v'era in quel cambiamento subitaneo di contegno era l'espressione aspra di contrattura, presa dai lineamenti, e la luce fosca degli occhi che tradivano una viva lotta interna. Paolo non comprese; la seguì con lo sguardo pieno di stupore, quand'ella si recò d'avanti a uno specchio e finse d'acconciarsi la capigliatura; poi, quando, sempre allontanandosi da lui, andò a sedere su un lettuccio a spalliera in un angolo del salotto: in fine con dolorosa sommissione mormorò:

--Perché sei così cattiva? Che cosa ti ò detto per far così?

Fulvia non rispose: egli si alzò, e, giungendo le mani in atto d'implorazione, le si appressò rapidamente:

--Per carità, Fulvia! Che cos'ài?--le gridò.

--Tu non mi ami, Paolo.

--T'amo più della vita!--rispose calorosamente, in uno slancio fittizio d'entusiasmo,--e qui, a' tuoi piedi, vorrei morire piuttosto che scorgere più a lungo sul tuo volto quell'espressione d'indifferenza sdegnosa. Guardami, Fulvia, guardami negli occhi, e vedi se non ti adoro...--e poiché ella taceva e non lo guardava ancora, le si precipitò ai piedi e le abbracciò le ginocchia:--Via... non far così: Fulvia, guardami!...

La donna ebbe a queste parole un lieve sorriso di compiacenza forzata, e gli porse la mano per sollevarlo: egli si alzò e sedette ancor tremante presso di lei, sul lettuccio.

--Fanciullo!--ella mormorò infine pietosamente,--tu abusi della mia pietà, perché sai che non so vederti soffrire...

A queste parole egli pure sorrise e si calmò come per incanto.

--Io non abuserei della tua pietà se tu non abusassi del mio amore,--susurrò poi con accento infantile; e si protese verso di lei che non si mosse e le baciò la fronte. Ma quel bacio lo esaltò: sentì l'alito di lei tiepido su le carni, e un irrefrenabile desiderio lo assalse: allungò le braccia, strinse nelle mani il volto morbido dell'amata, cadde su lei, le impresse su le labbra tre, quattro baci ardenti, quindi un lieve morso voluttuoso.

--No, no, Paolo! Che fai?... Finiscila,--gridava Fulvia, un po' scherzosa, poi un po' irritata, sotto le sue carezze.

Egli pareva non udirla; eccitato anzi dalla resistenza, la stringeva vie più forte a sé, inveiva vie più forte su di lei con i baci.

--Ma è troppo presto, fanciullo... Lasciami!--disse, scoppiando in una risata stridula, donna Fulvia.

E con un rapido moto di tutta la persona si tolse dalla stretta di Paolo, si levò in piedi, mentr'egli, esausto e beato, s'abbandonava inerte contro la spalliera del lettuccio.

Paolo rimase così, con gli occhi chiusi e un gran sorriso su la bocca. Essa lo guardò un istante curiosamente, poi, di un balzo, fuggì dal salotto per la porta ond'era entrata. Quand'egli s'avvide che ella era scomparsa, s'alzò, corse difilato all'uscio per inseguirla, sollevò rapidamente la portiera, si trovò d'avanti ai battenti chiusi a chiave.

--Ah, cattiva!... apri... apri...--implorò, tentando di smuover l'uscio con delle scosse, battendo con le dita nel legno.

Ma durante i suoi vani sforzi, un passo secco e avvicinantesi risuonò nella sala vicina; l'Érmoli si volse irritato per vedere chi s'avanzasse, e su la soglia scorse il servitore che l'aveva introdotto.

--Che vuoi?--gli chiese bruscamente.