L'Illusione

Part 9

Chapter 93,748 wordsPublic domain

— I miei complimenti, davvero!... Ma non siamo per nulla in quest'isola che è la perla dei mari!

Adesso l'ammiraglio parlava col pretore, e un tenente di vascello, un bel giovane magro, col viso inquadrato da una barbetta bruna e dei grandi occhi pensierosi, le spiegava in che cosa consistessero le esercitazioni che ogni giorno la squadra andava a fare al largo.

— Non sarà possibile visitare le navi?

— S'imagini!... Sempre, sempre che siamo all'áncora — rispose il giovane, premurosamente. — La signorina non ne conosce nessuna?

— No, ed è un torto...

— Che ci prometterà di riparare...

Ella se n'era andata a casa con una leggiera esaltazione prodotta dalla folla, dal successo che aveva riportato. L'imagine di quell'elegante ufficiale le tornava spesso dinanzi; ella avrebbe voluto sapere se pensava a qualcuna, se non aveva lasciata una persona cara al suo paese, domandandosi ancora che cosa avrebbe pensato di lei, l'effetto che quell'incontro gli avrebbe prodotto... Il domani, il segretario comunale, girando con una carrozzella, venne a dire che l'ammiraglio invitava a bordo, pel pomeriggio, tutte le persone che erano state al ricevimento del Municipio.

— Pare che ci saranno delle regate... credo che si ballerà...

Ella mise la casa sottosopra, mandò a chiamare la sarta, fece rovistare in tutte le casse e in tutti gli armadii per trovare un nastro; se la prese con Miss e con Stefana che non facevano abbastanza presto. Aveva scelta la sua toletta bianca, adattandovi come cintura una gran fascia azzurra, i cui lunghi capi pendevano al fianco; il cappellino di paglia guarnito d'azzurro anch'esso, una cravatta della stessa tinta, l'ombrellino di merletto _écru_, le scarpette sboccate che lasciavano vedere le calze color del mare: un assieme che faceva voltar la gente, alla Marina, mentre si dirigeva col nonno e con Miss allo sbarcatoio. Le scialuppe della squadra venivano prese d'assalto dagl'invitati: una barca a vapore, comandata dall'ufficiale bruno, fischiava. Ella voleva ad ogni costo salir su di essa e trascinava il nonno da quella parte; ma l'ufficiale, appena scorto il senatore, saltò a terra.

— Onorevole, se vuol prender posto... Signorina, s'appoggi...

Le altre, dalle barche a remi, guardavano con invidia la lancia che filava rapidamente, avanzandole tutte. Ella aveva aperto l'ombrellino, e ascoltava le spiegazioni dell'ufficiale che additava or l'una or l'altra nave e dimostrava il meccanismo della piccola vaporiera. Egli le offrì ancora la mano, saltando sul pianerottolo della scala pendente lungo il fianco nero dell'ammiraglia; e su in alto, il ponte coperto di tappeti era adorno di vasi di fiori, di rami di palma, come un salone. I canotti che dovevano correre se ne andavano a prender posto verso terra, dove si vedeva una siepe di folla fittissima. Poi, ad uno sparo, partivano, tra grida lontane, confuse, e come s'appressavano, volando sull'acque spumose, con un batter fragoroso di remi, delle esclamazioni si levavano dal gruppo degli invitati, e i marinai di bordo gridavano anch'essi, incitando i compagni: _Palestro!... Roma!... Arranca, arranca!... Roma!... San Martino!...._ Un clamore, dei battimani, il timoniere vincitore che agitava il berretto; e ad un tratto, volgendosi alle signore, ella propose vivacemente:

— Un premio!... bisogna offrire un premio ai vincitori!...

Quelle stupide non sapevano che cosa dire, che cosa risolvere; solo la moglie del sindaco e qualche altra approvavano. Ma che dare, che comprare, in quella bicocca dove non si trovava mai nulla?

— Io mando a casa... la statuetta di bronzo, sai, nonno?... E voialtre?

Ciascuna adesso offriva un oggetto; bisognava però mandare qualcuno a terra. Ella si guardò attorno: Manara stava a divorarla cogli occhi.

— Scusate, Manara, volete farmi un piacere?... Andate a casa nostra, fatevi dare la statuetta che è sull'_étagère_ del salotto, sapete... e a casa di queste signore...

Il giovane partì, dicendole cogli occhi che andava per lei; e l'altra regata cominciò. Ma ella preferiva adesso visitare la nave, e appena espresse quel desiderio, l'ufficiale le si mise a fianco. Andarono con Miss, scavalcando catene, girando attorno alle ruote di cordami, scendendo in batteria; ed egli spiegava ogni cosa, faceva muovere i cannoni sulle rotaie semicircolari, mostrava la manovra del caricamento. Come Miss era rimasta un poco indietro, ella appoggiò una mano sulla gola fredda e nera d'un pezzo, tenendo l'altra sul pomo dell'ombrellino. L'ufficiale, contemplandola un poco, sussurrò:

— Mi lasci adesso ammirare questo quadro: la forza cieca accanto alla grazia splendente...

— Lei fa dei madrigali!...

La visita ricominciò. Scesa un'altra scala, si trovarono nelle viscere della nave: dei corridoi scuri con delle lampade pendenti dalla vôlta bassa, una balaustrata di ferro da cui l'occhio si sprofondava nella voragine delle macchine, un uscio socchiuso dal quale si scorgevano dei visi di marinai febbricitanti.

— L'ospedale.

— Povera gente!

S'udivano, soffocate, le grida salutanti i vincitori della seconda regata. Ella adesso trovava che la vita del mare doveva avere delle grandi attrattive: la lotta degli elementi, le grandi calme e le convulsioni supreme, le genti lontane, i nuovi costumi; ma che, alla lunga, poteva riuscire monotona.

— È vero!

L'ufficiale diceva la sua vocazione di fanciullo, i contrasti che aveva dovuto superare, l'opposizione della sua mamma — e l'ideale finalmente raggiunto.

— Ma vi sono, è vero, delle ore in cui si prova la nostalgia della terraferma.

E gli occhi aggiungevano: «È questa, l'ora...»

Risalirono, intanto che il sole tramontava e che arrivava Manara, trafelato, coi doni. Egli mostrò il suo dispetto, vedendola con l'ufficiale accanto; ma ella adesso era occupata a chieder consiglio sul modo con cui distribuire quei premii improvvisati. I vincitori si avanzavano, salutando militarmente e prendendo gli oggetti con le mani ruvide, incallite, dalle sue mani esili ed inguantate. La sua statuetta toccò al timoniere della _San Martino_; l'ufficiale, vedendola portar via, mormorò:

— Peccato!...

E ad un tratto una musica invisibile, tutta ottoni, intuonò un vivace ballabile. L'ammiraglio scusava i suoi ufficiali che andavano impegnando signore e signorine, e sul ponte sgombro, nella sera fresca, alla grand'aria del largo, delle coppie intrecciarono i loro giri. Ella ballava col suo tenente, ed ogni volta che passava dinanzi a Manara, scorgeva il suo sguardo geloso, il suo pugno chiuso. Come il cielo era già scuro, una viva esclamazione di meraviglia si levò dalla folla: delle lampade elettriche si accendevano in cima alle antenne e una specie di chiaror lunare si proiettava sulla riva, di nuovo formicolante di spettatori curiosi. Altre danze, un _buffet_ sontuoso dinanzi al quale tutti si affollavano, degli sguardi accesi dal piacere, le risa degli ufficiali instancabili, _egli_ che ballava un'altra volta con lei, premendole appena la mano, nell'onda luminosa che pioveva dai fari elettrici, una luce fantastica, come di sogno... Un sogno che ella continuava con la testa in fiamme sul guanciale, nella silenziosa oscurità della sua cameretta. Le parole dell'ufficiale le ritornavano tutte, ad una ad una: erano degli omaggi, delle dichiarazioni implicite, una grande lusinga per lei. «Peccato!...» egli invidiava il marinaio a cui era toccato un oggetto che le apparteneva: forse se lo sarebbe fatto cedere, mediante un compenso! E sorrideva pensando alla gelosia di Manara, trovando naturale di essersi servita di lui per mandarlo a terra. L'imagine del tenente, dolce, seria, distinta, non le andava via dagli occhi: ella lo seguiva nella sua cabina, aspettava di rivederlo.. quando, il domani, la rada si mostrò vuota, deserta. Nella notte, era venuto l'ordine di partenza, e la squadra aveva salpato, all'alba.

Allora uno stupor triste, una malinconia indefinita invase il suo cuore, al pensiero di quell'incontro rapido, imprevisto, che non si sarebbe rinnovato mai più. Poteva dire di amarlo, quell'uomo? Non ne aveva avuto il tempo; nondimeno sentiva un vuoto desolato, uno sconforto di vivere, e insieme uno struggimento tenero al pensiero che qualcuno, attraverso ai mari, portava via l'imagine di lei chiusa in cuore: un'impressione indefinibile, come ella non aveva ancora provata l'eguale...

E il rancore per quella vita inutile, monotona, uggiosa, e il rimpianto della sua gioventù sfiorente a poco a poco, crescevano, si facevano cupi e profondi. Un disprezzo l'animava contro tutta la gente da cui era circondata, contro la grettezza provinciale che le faceva altrettante colpe delle sue iniziative, del suo spirito; che condannava ogni suo modo di pensare, che si scandalizzava d'ogni sua parola, d'ogni suo atto — come quella proposta dei premii per le regate, che non le perdonavano perchè a nessuna di loro sarebbe venuta in mente. Ed ella doveva ancora vivere lì? Avrebbe dovuto morire tra quelle mura? Esser sepolta in una di quelle chiese tristi ed oscure?... A volte, la prendeva la tentazione di fuggirsene via; poi invidiava i morti, quelli che dormivano l'eterno sonno sotto il marmo bianco a San Francesco di Paola, e il suo dolore finiva in pianto.

L'orgoglio, la superbia le impedivano di chieder nulla al nonno, di darsi per vinta — e i suoi giorni erano adesso d'un grigio che niente rompeva. Nei primi tempi, aveva spesso ricevuto lettere dalle sue amiche, specialmente da Giulia Viscari; poi si erano fatte rare, erano cessate. Ella diveniva scettica, non credeva più all'amicizia, si rimproverava lo zelo che vi aveva portato. Un giorno la zia scrisse che Giulia era promessa ad un ricco signore di Trapani, che fra breve avrebbe sposato. Dapprima, ella quasi credette d'aver letto male, suppose un momento che la zia avesse sbagliato: l'amica non le aveva giurato tante volte che si sarebbe uccisa piuttosto che rinunziare a Toscano? Ella non era stata spettatrice della sua passione che pareva sfidare l'universo? Come era dunque possibile?... Ed era vero! Ed ella si diceva, scrollando le spalle: «Dopo tutto!...» Che cosa era infine l'amore? Ella era stata molto sciocca a giurare unicamente su di esso! L'amore non aveva impedito ad Enrico Sartana di lasciarla, di scomparire, di _amare_ delle altre! V'era l'interesse, più forte dell'amore; v'erano la ragione, le necessità della vita! Giulia aveva compreso questo, ed anch'ella lo comprendeva. Ancora facevano di lei delle esposizioni umilianti, contrattavano in suo nome; quel che avrebbe avuto di meglio a fare non sarebbe stato di accettare il primo partito che capitava? Ne prendeva l'impegno con sè stessa; ma sempre la volgarità, la goffaggine, l'ignoranza di quella gente la faceva indietreggiare, inorridita. Maria Ferla s'era fatta sposa con uno di Patti, un milionario; il giorno che era entrato in casa della promessa, egli le aveva regalato un braccialetto di brillanti, dicendole: «Prendi questo, per adesso; poi te ne darò uno più caro...» Non sarebbe ella morta, se avesse udite queste parole rivolte a lei? Dove trovare lì in mezzo qualcuno che realizzasse il suo sogno di nobiltà, di eleganza, di cavalleria? E a poco a poco veniva anche rassegnandosi all'idea d'una mediocrità alla quale le conveniva adattarsi, se voleva vivere un'altra vita, d'un _pis aller_ che doveva accettare per romperla una volta con quell'esistenza che era peggio della morte...

A un tratto, ella aveva scorto nel nonno i segni forieri dei soliti progetti: delle lettere che riceveva e spediva, delle confabulazioni col notaio Artali, degli sguardi che fissava a lungo su di lei e che lo tradivano. «Ci siamo ancora!...» ella si era detto tra sè, e cercava d'indovinare di chi poteva trattarsi. Ma non veniva nessuno a casa sua, non la conducevano in nessun posto, e la sua curiosità aveva finito per cadere, quando un giorno il nonno annunziò:

— Doman l'altro partiremo per Palermo.

IX.

Quella lunga parentesi che era stata la sua dimora a Milazzo si chiuse d'un tratto; appena entrata in casa della zia, ella riprese la vita di prima come se non l'avesse mai interrotta. Giulia, ora baronessa Turi, venne a trovarla per la prima, le chiese perdono del suo silenzio; ma le erano accadute tante cose!

— Sei contenta? — domandò lei.

L'amica fece spallucce, esclamando giocondamente:

— Eh, sai!... Bisogna adattarsi!...

Bice Emanuele e Anna Sortino erano sempre quelle d'un tempo: una tutta poesia, l'altra tutta prosa. Del resto, Anna era anche lei fidanzata, col marchese Pucci; talchè Giulia restava sempre la sua fida compagna. Le aveva presentato suo marito: un bell'uomo, un po' troppo forte secondo il suo gusto, ma pieno di forme; e stavano sempre insieme, come sorelle. La società, intorno ad esse, non era mutata: la Gelia, un poco più vecchia, era sempre circondata da antichi amici e da nuovi sospiranti; Matilde Gerosa aveva una febbre più ardente negli occhi misteriosi, ed al suo apparire, come prima, un senso di pauroso rispetto faceva ammutolire i più ciarlieri. Enrico Sartana era sempre fuori e non aveva ancora preso moglie; sua madre veniva spesso a far visita alla zia, come se nulla fosse accaduto tra loro: la prima volta che la vide, l'abbracciò con effusione, la chiamò _figlia mia_, come un tempo. Il babbo stava a Venezia, si diceva anzi che non sarebbe più tornato in Sicilia. E i _Crociati_ eran sempre gli stessi; però ella scorgeva, centro di attrazione di tutti gli sguardi, un giovane sconosciuto, elegantissimo, che s'incontrava dovunque, in carrozza, guidando una meravigliosa quadriglia di roani, o fermo in sella come una figura da romanzo illustrato, o a piedi tra lo stormo degli altri _Crociati_.

— Chi è quello li? — aveva chiesto all'amica.

Giulia sorrise un poco, prima di rispondere.

— Guglielmo Duffredi... Duffredi di Casàura... Ti viene proprio nuovo?

— Assolutamente!

— Credevo che lo conoscessi... Sai cosa si dice? Che tuo nonno t'ha condotta qui perchè egli ti veda...

Ella si morse le labbra. Ancora un'esibizione, ancora un'offerta che facevano di lei. Ma il corruccio, questa volta, svaniva in un grande stupore. Quell'uomo che era fra i più invidiati in tutta Palermo, avrebbe potuto dunque divenire suo marito? Lo stupore cresceva, mano mano che ella apprendeva qualche cosa di nuovo sulla sua ricchezza, sul lusso di cui si circondava, sui suoi successi mondani, sui suoi viaggi a Londra, a Pietroburgo, sui rifiuti che aveva opposti a partiti più vantaggiosi di quello di lei. Era d'una nobiltà quasi regale: i Duffredi discendevano da Umfredo, figlio naturale di Drogone d'Altavilla conte di Puglia, uno dei tanti fratelli di Roberto il Guiscardo, i fondatori della dinastia Normanna! E la zia e lo zio, con un'aria di mistero, parlavano di quel progetto, convenivano che il nonno aveva avuto ragione, perchè un matrimonio come quello lì era il sogno di tutte le ragazze. Adesso, avevano la casa in rivoluzione: i decoratori, i tappezzieri, i fornitori d'ogni genere andavano e venivano tutto il giorno; si facevano preparativi grandiosi per il carnevale, per delle feste in cui i due giovani dovevano incontrarsi. E la voce si spargeva, dei complimenti le venivano sussurrati all'orecchio; però, quando ella incontrava Duffredi, egli non la guardava neppure, tirava dritto, sferzando i cavalli o confabulando cogli amici. L'interesse e la curiosità di lei crescevano, miste a un dispetto, a una specie di sfida ch'ella lanciava a sè stessa. Perchè non la notava? La trattava come una provinciale? Non era buona ad attirarlo?...

E la sera che le fu presentato, intanto che il giovane s'inchinava, ella abbassò appena il capo, di traverso, continuando a parlare con Giulia, animatamente, di tante cose, senza però saper troppo bene quel che diceva, guardando con la coda dell'occhio lui, che la guardava anch'egli, da lontano. Pieno di distinzione, di eleganza, con la sua carnagione leggermente dorata, coi suoi capelli nerissimi, i baffi castagni, quasi biondi, il viso magro, il naso affilato, un po' troppo lungo, ma _di razza_...

I giovanotti cominciavano a sollecitare gl'impegni; nessuno però veniva da lei, con la tacita intesa che ella dovesse ballare col pretendente; però non veniva neppur lui, occupato a discutere in un gruppo, dinanzi a un balcone, a voce un poco alta. Le si appressò, infine, quando stavano per dare il segnale della danza.

Ballava bene, ma tenendosi troppo discosto; ella avrebbe voluto dirgli: «Stringa dunque!»

— La signorina — le chiese con voce un poco cascante — non era venuta prima d'ora a Palermo?

— Sì, due anni fa.

— Io sono stato a Milazzo; non capisco come ci si possa vivere.

Era la verità; però, a sentirla dire da un altro, in tono leggermente sprezzante, ella si sentiva quasi umiliata. Nondimeno, gli domandò:

— Vi conosce qualcuno?

— Sì, Luigi Accardi; fummo insieme in collegio.

Ella restò con un senso di stupore dinanzi a quello strano incontro.

Adesso tutti si contendevano un impegno con lei; ella passava da uno ad un altro ballerino, adulata, ammirata; e come l'animazione del ballo cresceva, ella dimenticava Duffredi e il matrimonio, con una turbinosa visione negli occhi, tutta al piacere della festa.

Il domani, entrando nella camera da lavoro della zia, vi trovò la famiglia raccolta a confabulare.

— È come se fosse fatta — insisteva il nonno. — Fate conto che verrà a farla.

— Che cosa? — chiese ella.

— La domanda di Duffredi.

E tutti cominciarono a spiegare l'eccellenza di quel partito.

Non si parlava della nobiltà, fra le prime del mondo; gli mancava, è vero, un titolo, il rappresentante del ramo diretto essendo suo cugino il principe di Casàura; ma quel cugino aveva cinquantacinque anni, e un solo figlio naturale, ragione per cui il titolo di Casàura sarebbe venuto, col tempo, a lui o alla sua discendenza. Intanto egli aveva una grande sostanza — bastavano i tre feudi di Caltanisetta! — e un vecchio zio malaticcio, il marchese di Lojacomo, che viveva con lui e gli avrebbe lasciata tutta la sua sostanza.

— È una fortuna! Una vera fortuna! — diceva la zia.

— Davvero!... — confermava suo marito.

— Tu cosa dici? — chiese il nonno. — Parla, rispondi...

— Che cosa volete che vi dica? Faccio quel che volete voi.

Non era vero. Ella esultava, in cuor suo; non avrebbe potuto sognare una fortuna più grande; aveva ben letto un'invidia secreta negli occhi delle sue antiche nemiche. Quell'uomo incarnava il suo tipo di distinzione e di eleganza; ed ella provava per lui un singolare contrasto di impressioni: le piaceva, trovando che aveva un naso da Pulcinella; lo ammirava malgrado, anzi a cagione della sprezzante superiorità che aveva nell'accento e nell'attitudine.

Il sabato seguente egli non venne. La serata passò meno animata, il nonno era di cattivo umore, v'era nell'aria qualche cosa che ella non capiva, stordita come sempre dal piacere della danza, dalle lodi che raccoglieva. Il giorno dopo, una collera del nonno annunziò una cattiva notizia. Duffredi era partito per Napoli; ma, spiegava la zia, sarebbe tornato presto — il tempo di sistemar degli affari. Perchè dunque non aveva fatta la domanda prima d'andarsene?... Ella non dava però molta importanza a questo; avrebbe voluto piuttosto che egli avesse cercato di vederla da sola, di scriverle, per dirle ciò che provava per lei, il bene che le voleva, la felicità che sperava. E se non le voleva bene?... Tutta sola, ella si strinse un poco nelle spalle. Infine!... Ne avrebbe trovato un altro!...

La sera venne da lei Anna Sortino, che sposava a giorni. Le parlò del suo corredo, del viaggio di nozze, le annunziò che Giovannina Leo era promessa con Cutelli.

— Mi fa piacere — disse ella.

— Si, ma è cattiva, sai! Non va dicendo che Duffredi non ti vuole, che è partito perchè ha una relazione a Napoli?... Anche se fosse vero, sarebbe una malignità rallegrarsene, come fa lei!...

Allora, repentinamente, all'idea che quell'uomo le sfuggiva, che la gente avrebbe riso di lei, tutta la sua superbia s'impennò: no! egli sarebbe stato suo! ella avrebbe vinto! Poichè un'altra donna lo amava, egli le appariva esaltato, più degno d'amore, ed ella si sentiva impegnata a contenderlo a quell'altra, a spiegare nella lotta tutta la forza che le veniva dalla sua purezza di vergine, dal suo candore incontaminato.

Egli tornò, venne da lei; ma con un'aria triste, con un'espressione più interessante. Ed ella imaginava che quell'altra lo avesse lasciato, che il suo cuore fosse sanguinante, che egli avesse bisogno d'un conforto, che lo cercasse nell'amor sano e forte d'una sposa; e si sentiva attirata di più verso lui, tutta disposta a questa pietosa missione.

Il nonno stava fuori delle giornate intere, tornava sopra pensieri; degli amici, don Gaetano Linguaglossa principalmente, lo venivano continuamente a trovare, chiudendosi in camera con lui, come se ordissero una congiura. Finalmente, ella comprese che qualche cosa dovesse esserci per aria: una volta Duffredi venne di giorno, a domandare del nonno; restò un pezzo con lui; poi passò a salutare le signore, rapidamente, e andò via...

Quando il nonno disse che era venuto a parlare del matrimonio, che fra giorni avrebbe fatta la domanda formale, ella restò a capo chino, a guardare per terra, in preda a un sordo scontento. Ella dunque non contava per nulla? Non le diceva neppure una parola d'amore? Era dunque una cosa, un oggetto da barattare?... Tutto il suo romanticismo insorgeva contro quella prosa, contro quel mercato; le dava un sottile rimpianto dei poetici amori giovanili, delle emozioni che Enrico Sartana e Luigi Accardi le avevano fatto provare.

Passeggiando di su e di giù per la sua cameretta, in preda a una concitazione crescente, dei propositi di scandalo le frullavano per il capo: ella avrebbe risposto un _no_ tondo e netto alla proposta concreta, ella non si sarebbe arresa, a costo di soffrirne, a costo di morirne! Imaginava che egli intendesse farle un'elemosina, sposandola; e voleva metterselo sotto i piedi, rifiutarlo ancora se, apprezzandola tardi, egli le fosse morto dinanzi. Poi ella se la prendeva con sè stessa, con le stranezze della sua natura; ma tornava per questo a persuadersi che nessuno riusciva a comprenderla!

Il sabato venturo, quando cominciò a venir gente, ella si studiò di nascondere la sua agitazione. Le signore la baciavano con effusione, si avvicinavano alla zia, mormorando dei «mi rallegro» cogli occhi rivolti a lei; gli uomini le davano delle strette di mano più calde, o s'inchinavano più profondamente. Ella aveva alzato fieramente il capo, tirandosi i bracciali verso il gomito, fiutando l'aria con le narici dischiuse, in attesa della lotta. A un tratto, un piccolo sciame di amiche entrò, con delle mani levate a salutare, con delle brevi retrocessioni reverenti. Ella si vide circondata, intanto che ciascuna esclamava, con accento di devozione e di rispetto:

— Signora Duffredi!...

— Donna Teresa di Casàura!...

— Signora Duffredi di Casàura!...

Subitamente, il suo sdegno, la sua fierezza ribellata si stemperavano in una compiacenza trionfante, in una voluttà di amor proprio esaltato, in una ebbrezza di dominazione, durante la quale ella si sentì fatta più alta, le parve di oltrepassare con la sua statura la statura di quelle amiche prosternate.

— Ci accorderai ancora la tua protezione?

— Non bisognerà domandarti udienza per vederti spero?...

— Dammi un bel bacio!...

Adesso tutte la baciavano, ed ella non pensava più a nulla, nella dispersione di tutta la sua volontà, col solo bisogno di assaporar quel trionfo... Era dunque vile? Si lasciava vincere?... Qualcuno s'era messo al pianoforte, eseguiva un ballabile di Chopin: la musica affrettava i battiti del suo cuore; tutti gli occhi eran fissati su di lei; e Duffredi, salutata la zia, le si dirigeva incontro. Ella non vide più chiaro, non pensò più nulla, fin quando il giovane, fermatosi accanto a lei, disse sottovoce: