Part 8
— Non la sposo... a costo di dare un dolore a mia madre... Era lei che avrebbe voluto... Voi sapete che io non posso disporre del mio cuore...
— No, non lo so... — rispose ella, senza lasciarlo cogli occhi, sollevando il capo, intanto che i fiori le cadevano di mano.
— Ve lo dico io, se non lo sapete... Il mio cuore è vostro.
Chinatosi rapidamente, raccolto il mazzo pel gambo ancora tutto caldo della mano di lei, lo aveva baciato religiosamente. Ella non udiva più che il battito sonoro del cuore, il martellar frequente delle tempie. Un raggio di sole, filtrando attraverso il denso fogliame, si posava sulla testa di lui, oro sopra oro; dei cinguettii d'uccelli scoccavano rapidi e brevi come baci.
— Teresa, voi non potete augurarmi la felicità — continuava il giovane — potete darmela!... Io sono pronto a sfidar tutto e tutti... ma se voi mi sostenete, se non mi abbandonate!...
Allora, con gli occhi quasi lacrimosi, ella disse:
— Ah, son io che v'ho abbandonato?
— Sì, sì... avete ragione... Accusatemi! Sono senza scusa!... Ma ora... Sentite: vicino a voi, per sempre!...
Egli le aveva appena presa una mano, che delle voci chiamarono:
— Teresa!... Teresa!...
— Eccomi... son qui...
Sciolta dalla sua stretta, ella correva incontro alle compagne, ebbra e folle di gioia. Erano dei torrenti d'oro che il sole declinante riversava, rutilando, dietro il fogliame, sui viali del giardino; fiumi di diamanti che i viali sabbiosi facevano riscintillare; una nuova vita che la brezza marina, appena levatasi, faceva scorrere nel suo sangue. Ella abbracciava fitta fitta la sua Giulia, batteva le mani, scoppiava a ridere, si diceva mentalmente: «Siamo serie!» ma riprendeva a sorridere, ad aggirarsi, a parlare, insofferente dell'immobilità e del silenzio, sentendosi struggere quando Enrico levava gli occhi su di lei, gli occhi pieni di fiamme e di carezze, gli occhi di chi era per sempre suo!...
Era suo, infatti! Adesso egli riprendeva a prodigarle, più di prima, attenzioni grandi e piccole, a starle intorno, a trovarsi da per tutto dove ella andava, a non andare dov'ella non era, a non vivere che per lei. Non poteva più parlarle da solo a sola, come quella volta; le mormorava soltanto qualche parola tenera, le stringeva di nascosto la mano; ma questo le bastava perchè il suo cuore continuasse a vibrare come quel giorno benedetto, perchè una gioia suprema illuminasse tutta la sua vita. Adesso tutte sapevano le assiduità di lui, tutte alludevano al coronamento felice di quell'amore, anche la zia e lo zio dimostravano ad Enrico una premura, una preferenza, come se egli fosse già il fidanzato, come se non mancasse altro che una formalità perchè tutti lo riconoscessero tale. Il rancore delle sue nemiche, della Leo, della Carduri, della Máscali, era anch'esso un segno della sua fortuna. Dicevano che dopo averla conosciuta bene, Enrico si sarebbe pentito, perchè lei era incostante, pericolosa, troppo avida di piaceri, incapace di far felice un marito. A quei giudizii malvagi, a quegli augurii funesti, ella scrollava il capo: erano dettati dall'invidia, non riuscivano a turbare il suo contento. Ella viveva d'una vita intensa, come in sogno, col cuore pieno d'una sola idea; tutte le impressioni che riceveva dileguavano, svanivano nella beatitudine di sapersi amata, nella previsione di un bene più grande. Nel ridestarsi dopo una sera passata accanto a lui, le sue labbra si schiudevano naturalmente al sorriso, pensando alle dolcezze passate, alle dolcezze avvenire, a quella sua sospensione in un gaudio continuo. Talvolta, ella faceva suonare il suo nome futuro: «Baronessa di Lerma... Teresa Sartana di Castrovecchio...» più tardi «Duchessa di Castrovecchio...» si vedeva già _dame_, con degli abiti _à traine_, scollati, con dei gioielli sfolgoranti, o in abiti da camera dal taglio ampio, dalle maniche larghe, dalle ricche trine; o in costumi da passeggio, serii, con dei cappellini chiusi, degli ampli nastri formanti un grosso nodo sotto un orecchio... Poi vedeva la sua casa: un quartiere nel palazzo Sartana, ma rimesso a nuovo, con una _victoria_ dai cavalli _piaffant_ sul selciato del cortile; poi il suo salotto, il suo _boudoir_, dove le sue amiche sarebbero convenute per il _five o' clock_... e poi dei viaggi, Roma, la Corte, Parigi in lontananza, anche Londra, le corse, gli spettacoli... E poi il suo ritorno a Palermo, le novità che avrebbe portate per la prima, il successo che avrebbe avuto, l'autorità che avrebbero acquistato i suoi giudizii... Perchè tutto questo si realizzasse, che cosa mancava? Nulla! Una visita della principessa, una lettera al babbo che era a Parigi, una lettera al nonno...
Il nonno arrivò come un fulmine, senza un annunzio: una scampanellata violenta, e un'irruzione col cappello in testa, con un sacco da notte buttato malamente in un canto.
— Nonno!... Nonno!... Che bella improvvisata!...
— Dov'è tua zia?... Dov'è quell'altro?... Ne fanno delle belle!... Si può sapere dove sono?... Non c'è nessuno in questa casa?... Adesso ci penso io!... Ah, siete qui?... Tu va' via: ho da parlare...
E spintala per una spalla, chiuse l'uscio. Il suo primo stupore diede luogo ad uno smarrimento, ad una paura crescente d'istante in istante. Si trattava di lei! Parlavano in quel momento di lei, del suo matrimonio, del suo avvenire! Ed ella non doveva saperne nulla! doveva esser messa alla porta, così, come una cameriera!... Risolutamente, corse all'uscio più vicino. Si udivano, a intervalli, le parole concitate del nonno, delle frasi spezzate, con dei silenzii e delle riprese più vivaci:
— A tradimento?... Ah, queste cose?... Ed io che dormivo tranquillo... Sissignore, lo avevo detto, vi avevo pregato... È uno spiantato, non hanno più nulla, corpo del diavolo, volete capirlo?... Debbo pensarci io!... La marito da me... Chi voglio io!... E se non era un amico che m'avvertiva!... La porto via, subito subito.... Questa la vedremo!... Cosa vi siete messo in capo?... Tante grazie!... Mi faccio tagliar la testa, piuttosto... Neanche un centesimo: do tutto a un ospedale... Vi dico che la vedremo!...
E se ne andò, facendo sbattere gli usci, come una furia.
— Che cosa è stato? — chiese ella, entrando.
Lo zio, indignato, riferiva l'opposizione violenta che veniva a fare a quel matrimonio, le minaccie che aveva profferite.
— È un villano! Questo non è il modo!... Si vede proprio che è un villano...
— La quistione è un'altra; se dice di no, sarà di no!...
— Ed io non conto? — proruppe ella.
— Tu... tu... Non lo conosci! Che cosa vuoi fare?
— La vedremo!...
E come il nonno, tornato verso sera, le diceva, con una voce che si studiava di parer calma:
— Sono venuto a prenderti... Andiamo a Milazzo...
— Perchè, nonno? — gli rispose, tranquillamente — Cosa vuoi che venga a farci?
— Perchè così mi piace! — esclamò lui. Poi riprese: — Perchè succedono delle cose graziose, mentre io sto lontano... perchè i romanzetti li tolgo io dal capo alle persone...
— Io non ho romanzi pel capo, nonno...
— Ah no?... Tanto meglio!... Allora tornerai a casa, hai capito?... dove non c'è il rischio di incontrare degli scapestrati che danno la caccia alle doti...
— Nonno!...
— Eh?... Ah, tu credi che quel rompicollo ti venga dietro pei tuoi begli occhi?... Sono i quattrini miei che l'attraggono... Ma starà fresco, starà... Degli spiantati!... una famiglia che non si regge più in piedi!... E i miei quattrini debbono servir per loro?... Sposalo dunque, ma se aspettate che io dia un soldo!...
Ella disse:
— Che cosa importa! Io gli vo' bene.
— Ah, gli vuoi bene, stupida che sei?... Cosa vuol dire che gli vuoi bene, stupidaccia?... Te lo farò veder io, il bene... Ma se va dietro ad un'altra, mentre ti tiene a bada, a un'altra che è più ricca di te? Se ogni giorno lui e sua madre si mettono a fare i conti delle doti, per vedere qual'è il pezzo più grosso?
— Questa è una volgare malignità.
— Ah! ah! ah!... Bravissima! mi piace, _la volgare malignità_... Dove le impari queste frasi? È una malignità che sua madre fa la corte ai Pini, che suo zio tiene a bada la Barbagallo, e che giuocano con tre, con quattro mazzi di carte? Ah, tu credi che ti voglia bene, stupidaccia?
E piantò tutti un'altra volta.
Ella scoppiò in pianto, ma un odio violento contro quel vecchio cattivo, malvagio, che calunniava in tal modo la gente, arrestava le sue lacrime. Non credeva una parola di quella calunnia atroce; attestava all'imagine di Enrico che niente avrebbe scossa in lei la fede salda, cieca, di cui egli era meritevole. Adesso, con gli zii, non si parlava d'altro che del da fare, del modo di resistere a quel vecchio ostinato. Lo zio era irritatissimo, parlava di non riceverlo, incoraggiava la sua passione; la zia pareva cominciasse a dubitare. Ma ella si diceva che mai avrebbe accolto il dubbio indegno. Però Enrico avrebbe potuto farsi vivo, prendere un'iniziativa, forzare la mano di sua madre, scriverle una parola di conforto! Invece era il nonno che, senza farsi più vedere per alcuni giorni mandava un suo amico, don Gaetana Linguaglossa, a ripetere, con belle maniere, il dispiacere che quell'_intrigo_ gli procurava. Don Gaetano che parlava pianissimo, masticando le parole, come dietro un confessionale, aggiungeva le sue riflessioni: quello che il nonno aveva fatto per questa nipote, il bene che le voleva, le buone ragioni che doveva avere per opporsi a quel matrimonio.
— Perchè... veramente... veda bene... la casa Sartana non è più la stessa d'un tempo... niente affatto!... e una grossa dote soltanto la può salvare... La signorina è molto ricca; ma non basta, veramente... E la principessa madre ha messo gli occhi altrove, veda bene!... Non dico pel giovanotto, certamente... ma anche lui bisogna che ci pensi, in fin dei conti!...
Poi tornava il nonno, ma senza parlar di nulla, imbronciato però, irascibile con tutti, freddissimo con lei. Se aspettava di vederla piegarsi! Ella non diceva nulla, certa che Enrico avrebbe smentite quelle infamie. Avrebbe voluto rivolgersi a suo padre, scrivergli di tornare a Palermo, per sostenerla, per assicurare la sua felicità; ma suo padre non rispondeva da tre mesi ad una lettera d'augurii, non si era mai curato di lei, l'avrebbe ancora lasciata senza risposta!
Talvolta la risoluzione di vestirsi e di andare in casa di Enrico, accompagnata da Miss o dalla cameriera, o anche sola, la prendeva come un bisogno irresistibile. Che le importava delle conseguenze, della compromissione! Tanto meglio! Lo amava, e voleva dargli una prova dell'amor suo!... Bisognava credere che lui non sapesse nulla degli ostacoli sopravvenuti, altrimenti non avrebbe aspettato tanto a decidersi!... No, li sapeva: Linguaglossa aveva almeno detto d'essere stato a parlare con la principessa. Allora?... Poteva dunque esser vero che egli non si decideva? che faceva dei calcoli vili? che mentiva?... No! no! Ella quasi gridava _no!_ nella ribellione di tutto il suo spirito. Non poteva esser vero, non era!... Ma allora?... E un giorno, entrando dalla zia, la sorprese mentre esclamava: «Povero ragazzo!»
Ella portò le mani alle tempie, sbarrò gli occhi, vedendolo ucciso, morto per lei!...
— Zia!... In nome di Dio, la verità...
— Non è nulla!... — rispose la zia. — Lo hanno costretto a partire.
— Partito?...
— È partito... lo hanno allontanato... i suoi parenti...
Ella vacillò, stese le mani e cadde.
Quando riaprì gli occhi, tutti le erano intorno, a prodigarle delle cure, a confortarla. Partito? Andato via? Tutto finito? Senza una lettera, senza una parola? Perchè? Chi lo aveva forzato? Il suo cuore sanguinava come quello di lei? O non pensava più a lei, si era rassegnato facilmente, correva ad altri amori, ad altre donne?... E si mentiva con quel viso? Ma v'era forza che poteva costringere un uomo a rinunziare ad un grande amore?... Qual'era la verità?... Non avrebbe mai potuto saperla?... E avrebbe dovuto vivere sotto quel cielo che egli non mirava più?... Oh, mai, mai!...
Così, due giorni dopo, s'imbarcò col nonno per tornare a casa.
VIII.
Un nuovo lutto, un lutto di cui non era traccia sugli abiti, ma che pesava eternamente sul cuore. Era bene, adesso, rivivere in quella piccola città silenziosa che le rammentava il tempo per sempre volato della sua fanciullezza, dov'erano sepolti i suoi cari; in quella vecchia casa piena di tanti ricordi!... Il mondo tutt'intorno, non era mutato; ella lo guardava da lontano, indifferente a tutto, oramai!... Dicevano che ella aveva delle arie, che era superba, che si sentiva superiore agli altri perchè veniva da una grande città — e non sapevano come s'ingannavano! Ella si sentiva troppo provata dalla sventura per avere ambizioni, per curarsi di nulla. Il suo voto era già fatto: rifiutare tutto, lasciarsi vivere, senza desiderii, senza rimpianti, in una quieta vegetazione. Non serbava più rancore a suo nonno; infine, era tutta colpa di lui? Se quell'altro l'avesse amata realmente, si sarebbe così facilmente rassegnato a perderla? Delle domande le si affollavano talvolta alla mente, nel bisogno di trovare una spiegazione a quella condotta inesplicabile; poi, esaurite delle ipotesi, si diceva, scrollando le spalle: «A che pro?... Oramai!...» Ella non sapeva che cosa pensare di lui; sapeva bene, però, che il suo proprio cuore era morto, che non avrebbe avuto più un palpito. Lo aveva già dichiarato a suo nonno, un giorno che egli, credendo tutto finito, aveva fatto delle allusioni al matrimonio di lei.
— Puoi star sicuro che io non mi mariterò — gli aveva risposto, con voce pacata.
— Sentiamo quest'altra, adesso!...
— È inutile, sai, nonno. Non mi parlare di questo, perchè è tempo sprecato. Tu vedi che io faccio quel che vuoi, che sto qui, senza chiederti nulla, così, tranquillamente. Io farò tutto ciò che dirai, anche per l'avvenire; a patto che non mi parlerai di partiti, di matrimonii e di niente. Fino a quando mi vorrai con te a questo patto, ci starò; se non vorrai, andrò a chiudermi in convento.
Ella aveva a lungo rimuginata quell'idea: andarsi a chiudere alla Badia, fra le vecchie monache che passavano il loro tempo a preparare conserve e a scodellar biancomangiari, od a pregare ed a seguire le funzioni religiose dietro una grata. Era andata lassù, a fare una visita alla vecchia zia Serafina, a domandarle minute informazioni sulla vita delle monache, sulla possibilità per una ragazza come lei di ritirarsi fra loro, sulle vestizioni secrete che ancora si celebravano malgrado la proibizione del governo. Però non aveva detto nulla del suo proposito, trovando che ci sarebbe stato tempo, e che intanto la sua vita era proprio d'una monaca. Nessuna distrazione mondana, tranne dei consigli che le conoscenti — non aveva più amicizie — le chiedevano sulla foggia degli abiti, sulle cose che si portavano, sopra minuti lavori femminili. Ella si rassegnava nuovamente alla tirannia di Miss e non si vestiva quasi più; se la zia invece di abiti confezionati le mandava dei tagli di stoffe, li lasciava dentro una cassa, in pasto alle tignole. Oramai!... Ella passava il suo tempo leggendo, divorando la vecchia collezione del _Journal pour tous_, tutti i libri del nonno e quelli dei suoi amici, i giornali che arrivavano in casa e quelli che portavano dal Gabinetto in seconda lettura. Dopo i romanzi francesi, i _Promessi Sposi_ che non conosceva ancora, le parvero un poco noiosi: _Ettore Fieramosca_ la fece palpitare; e, tutta sola, con voce velata dalla commozione, declamava i versi del _Marco Visconti_:
Rondinella pellegrina Che ti posi sul verone...
o canticchiava sulle arie delle opere udite a teatro, e quasi piangendo, le strofe della _Serventese_:
Nella stessa oscura cella — Entro un sol letto di morte La più bella — ed il più forte Poser taciti a giacer.
Lampeggiar parve d'un riso — Al levar della celata Presso il viso — dell'amata Il sembiante del guerrier.
Un giorno, leggendo l'_Edmenegarda_ del Prati, le venne in mente di scrivere la sua storia: non era piena di strani avvenimenti, di casi straordinarii? Così, comperò della carta _reale_, la migliore che trovò; fece venire il legatore, gli spiegò in che formato doveva tagliarla e come doveva rilegare il libretto. Quando l'ebbe, ne fu molto contenta: aveva l'aria d'un album semplice e severo. Scrisse sul frontespizio: _Memorie della mia vita_, rimandò a un altro giorno la composizione del primo capitolo, e non ne fece più nulla.
A Milazzo, adesso, c'era una monotonia ancora più grande di prima; pure, se il nonno la forzava ad andare in qualche posto, ella lo seguiva, per dovere, per non dar troppo nell'occhio, ma senza distrarsi, senza notar nessuno. Luigi Accardi era a Messina, Niccolino Francia aveva preso moglie a Barcellona; e fra gli altri giovanotti che le stavano attorno ve n'erano alcuni non brutti, Manara, per esempio; ma il suo gesto continuo quando si vedeva guardata, quando pensava per caso a qualcuno di essi, era una piccola alzata di spalle — un gesto che ella ripeteva dinanzi alla gente e che veniva appreso come un _tic_ nervoso. Il nonno, preoccupato da quell'aria costantemente annoiata, faceva dei progetti, voleva rinnovare la casa per ricever gente; ma lei rispondeva:
— Perchè? Lascia stare! Una spesa inutile...
— Ma allora, che diavolo vuoi? che diavolo bisogna fare per vederti contenta?
— Nulla, nonno!... Sono contentissima!
— Con quella faccia da accompagnamento?... Ma dici cosa vuoi! Vuoi andar via? Vuoi andare a Napoli?...
— No, non voglio nulla...
Però, ella si penti subito di aver rifiutato. Avrebbe potuto andare in quella gran città, portare il proprio lutto in mezzo al suo tumulto, alle sue feste, osservare la vita senza prendervi parte, incontrare anche Enrico, chissà!... sorprenderlo a fianco di un'altra donna, vederlo impallidire ad un tratto — e poi rifiutare di ricevere le persone che egli le avrebbe mandate, sorda alle sue insistenze, ai ricordi che egli avrebbe evocati in lettere di fuoco, nelle quali avrebbe minacciato uno scandalo, una pazzia... Adesso, ella era irritata contro di sè stessa per quello sciocco rifiuto, e la sua irritazione cresceva pensando che se avesse chiesto al nonno di contentarla, egli avrebbe subito accondisceso, ma che, per non sentirsi rinfacciare la sua mutabilità d'opinione, per non mostrar di piegarsi, ella non gli avrebbe chiesto mai nulla...
Di tanto in tanto, quando arrivava gente da Messina o dal fondo della provincia, il nonno era tutto occupato, faceva dei preparativi di ricevimento, oppure le diceva di vestirsi per condurla a qualche posto. Ella sapeva che cosa significava tutto ciò: qualche candidato alla sua mano che veniva in casa, o che bisognava andare a trovare in casa altrui: dei provinciali milionarii, ma goffi come dei contadini, che le facevano pena, perfino — poveretti! — o certe volte dei giovanotti messinesi, o di Reggio, chiacchieroni, antipatici, o comuni, come tutti gli altri, incapaci di parlare al suo cuore. Ella si sentiva offesa da quelle esposizioni della sua persona, dalle contrattazioni di cui indovinava di essere oggetto, da quel mercato che si pretendeva fare di lei; e al nonno che le chiedeva che cosa le era parso del tale o del tal'altro, rispondeva, con un mal dissimulato fastidio:
— Te ne prego, nonno: lasciami in pace... sai bene che io non ti domando nulla, a te...
Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo, di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava.
Quando l'orgoglio non la sosteneva più, un'immensa tristezza le gravava sull'anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza padre! Non v'era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti della mente e dell'anima? E invidiava la sorte degli umili, dei poveri di spirito. Ma certe notti d'insonnia, se la scossa prodotta da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe ella un giorno divisa la sua vita con quella d'un uomo? Allora, a quell'idea, all'idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere la simbolica ghirlanda del fior d'arancio, due mute lacrime le rigavan le gote.
Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva; andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d'altare, seguiva tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo, di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le dispiaceva; se egli l'avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d'una modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le giovava? In casa Russo, v'era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava Mario, aveva un viso d'angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava, e il vuoto della sua vita le pareva più grande.
Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più... Solamente, un giorno, come la _Gazzetta di Messina_ annunziò l'arrivo della squadra in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero:
— Si va a vederla?
— Andiamo! — disse il nonno. — Facciamo svagare i ragazzi!...
Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all'áncora, tre corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno.
Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare le fregate; però in città c'era un gran movimento: il Municipio dava un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese nella sua toletta le cure d'un tempo.
Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano: _Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!..._ Ella entrò nel momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi: dei battimani, l'inno, nuove grida, un'esaltazione che si propagava contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco, rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte, ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!... Adesso il sindaco conduceva accanto all'ammiraglio il nonno, che chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato maggiore.
Si parlava delle navi ancorate nella rada; avendone letta la descrizione nella _Gazzetta di Messina_, ella stupiva tutti con la precisione delle sue notizie; e udendola chiedere che cosa si fosse fatto pel rinnovamento della flotta, e discorrere degli errori commessi nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrata di fresco, l'ammiraglio attestava la sua meraviglia per avere incontrata una signorina così al corrente di certe quistioni.