L'Illusione

Part 7

Chapter 73,707 wordsPublic domain

Ella comprese subito che era stata mandata dal figliuolo. Una gioia immensa le aveva allargato il cuore: il vago sospetto prendeva consistenza: egli era innamorato di lei! Nella voluttà del trionfo, ella beveva l'aria avidamente, si chiedeva: «È vero?» e si rispondeva: «È vero, è vero!» vedendo che egli non lasciava sfuggire un'occasione d'avvicinarla, che si trovava in casa quando andavano con la zia a restituire le visite a sua madre, che la seguiva sino per le strade. E dei feroci propositi di vendetta, alla Montecristo, l'animavano: voleva civettare con lui, fargli perdere la testa, lasciarlo struggere d'amore come i Reuzzi delle fiabe!... E lei? era sicura di non volergli bene anche lei?... Non lo trovava simpatico, elegante, spiritoso?.. Allora? Non importava, bisognava farlo soffrire. E spiegava con lui tutta la sua civetteria, si voltava a guardarlo profilando tutto il busto ed il viso, sollevando una spalla, stringendo le braccia ai fianchi, per mostrare tutte le linee del corpo; allungava talvolta un piede che egli divorava cogli occhi, ma che lei ritirava repentinamente dopo un poco, fingendo d'accorgersi a un tratto di quegli sguardi indiscreti; quando aveva vicina Giulia od Enrichetta, passava un braccio attorno alla vita dell'amica, le parlava all'orecchio, la baciava in viso, per tormentarlo con lo spettacolo di quelle carezze; al ballo, lasciava cadere un guanto, il fazzoletto, un fiore, qualche cosa tutta piena di lei, osservando di sbieco l'espressione appassionata con cui egli se ne impossessava per rendergliela. I loro incontri si venivano moltiplicando: riunioni in cui si faceva della musica e che poi finivano in saltate generali, feste in tutte le forme, dal principe d'Alì, dal marchese Carìbici; balli in maschera, veglioni al teatro. Tanti giovanotti ora le stavano intorno: ella sentiva la reputazione di bellezza, di eleganza, di spirito che la circondava; e nell'atmosfera calda e profumata dei saloni viveva come nell'ambiente vitale. Adesso lo studio noioso, pedantesco, era smesso del tutto: restavano la musica e la lettura: la musica che le assicurava dei trionfi quando, senza farsi troppo pregare, si metteva al piano e con una disinvoltura da concertista teneva tutta la sala intenta; la lettura che alimentava continuamente il lavoro della fantasia. Ella si ripeteva incessantemente: «Sono amata! Sono amata!» Sartana era innamorato di lei, tutti se ne accorgevano, Giulia glie lo ripeteva, scherzando, con allusioni continue! Ed ella lo amava, sì; malgrado i suoi propositi di freddezza, di crudeltà, lo amava: un fremito le passava pel corpo quando egli le si avvicinava; il cuore le batteva più forte quando parlava o danzava con lui, quando egli le stringeva la mano un certo modo diverso da quello di tutti gli altri, quando le diceva certe cose indifferenti con la voce piena d'un tenero turbamento... Il suo primo amore! Il suo grande amore!... Dei sorrisi di compassione le fiorivano sulle labbra pensando agli amoretti dei dodici anni, a Niccolino Francia, a Luigi Accardi, all'ufficiale di Messina. Sciocchezze, ingenuità da bambina!.. Adesso sentiva che il suo avvenire s'inpegnava, che la felicità della sua vita dipendeva da quell'amore. Ma lui, perchè non parlava? perchè non le diceva che le voleva bene?... Certe volte pensava al modo con cui glie lo avrebbe detto, alle parole divine che avrebbe trovate, al momento unico, misteriosamente propizio, che certo egli aspettava ancora di cogliere. Altre volte, delle difficoltà, degli ostacoli sorgevano nella sua fantasia: un dramma che scoppiava, dei dolori ineffabili, la morte che avrebbe potuto coglierla a un tratto!... Ella si vedeva, moribonda, con le mani affilate sulla coltre bianca: le donne singhiozzavano intorno, e a un tratto un rumore di passi, l'apparizione di una figura disfatta, spettrale: lui, fermo un istante sulla soglia della camera mortuaria. Un grido terribile gli lacerava la gola, e precipitandosi verso il letto, vi cadeva in ginocchio dinanzi, bagnando di lacrime calde la fredda mano scarnita ch'ella gli abbandonava. La funebre rappresentazione le si spiegava dinanzi con l'evidenza della realtà: sentiva le dita di lui errarle fra i capelli, vedeva i visi pallidi dei parenti, udiva le salmodìe degli agonizzanti; e delle lacrime le rigavano lentamente il viso. Ella piangeva sè stessa, i suoi sogni svaniti, la sua bellezza per sempre distrutta: si vedeva composta in una bara, bella ancora, ma pallida pallida, e fredda, come di marmo. Dei gigli sulla sua tomba... un uomo che si gettava bocconi sulla terra umida e scura... un lamento straziante... E restava così, a singhiozzare pianamente, intanto che il sole rideva e che un fragore di carrozze trascorrenti in lunghe file veniva su dalla via.

Perchè quelle imagini tristi? Ella pensava d'esser una creatura provata dalle sventure, superiore per questo; dotata d'un cuore più sensibile, d'una fantasia più impressionabile, votata ad un destino più arcano degli altri. Ella leggeva i versi del Prati, del Leopardi, dell'Aleardi: v'erano dei passaggi che non intendeva, ma quanti altri che la facevano piangere!

Poi si scuoteva, sorrideva delle sue angoscie senza cagione, tornava alla gaiezza consueta, passava da uno svago ad un altro, s'ingolfava in quella vita felice, senza cure, che era tutta una festa. Allora avveniva che, nell'animazione regnante tra le folle eleganti, nel tumulto giocondo destato dalla musica e dal ballo, ella si dimenticava di Enrico, ma interamente, completamente, come se egli non fosse mai esistito, tutta al proprio trionfo, inebbriata dagli omaggi dei giovanotti, dai complimenti delle amiche, dalle sussurrazioni ammirative che sorprendeva al proprio passaggio. Vi erano tanti altri che decisamente le facevano la corte, Lollò Cutelli, un marchesino ricchissimo ma un po' grullo, Antonio Bracciaferri, ufficiale di cavalleria che aveva lasciato il servizio e che lei metteva in caricatura, rifacendo i suoi «cosa?» e i suoi «sfido!», il cavaliere Sibiliano, sulla quarantina, buffo con le sue pretensioni giovanili, ma però molto corretto; tanti e tanti altri ancora, a cui ella badava volta per volta, quando li aveva a fianco, studiandosi di montar loro la testa, ma che a distanza si confondevano in una massa; in un coro, dove ella non distingueva, non sceglieva... Sì, vi era uno a cui ella pensava più che agli altri: Mario Caimi, la cui nascita non era molto distinta, ma che aveva, con una ricchezza straordinaria, una fama di rompicollo coraggioso, di _viveur à outrance_.

— Caimi ti fa la corte! — le aveva detto una volta Giulia, ed ella si era accorta che era vero: dall'alto del suo _stage_, col magnifico attacco dei due sauri e dei due morelli che faceva voltare tutta Palermo, passava e ripassava sotto casa sua, l'inseguiva a passeggio; e a teatro le piantava il cannocchiale addosso, fino a imbarazzarla; e ai balli se lo vedeva sempre sul proprio cammino, coi gomiti stretti ai fianchi, il capo piegato in un saluto profondo. Che cosa sentiva per lui? Non lo sapeva; era sicura che lo avrebbe rifiutato come marito, però le piaceva averlo legato al proprio carro; gli concedeva qualche cosa di più che agli altri per avvincerlo di più. Enrico Sartana gonfiava, le teneva il broncio, mostrava i denti a quell'altro, e l'idea che i due uomini si potessero afferrare per contendersela le dava un senso di compiacenza, malgrado la sua coscienza protestasse, malgrado ella si dicesse, ma sorridendo: «No, no; poveretti!...» E adesso Sartana s'era messo a far la corte a Sara Máscali, le stava sempre attorno, le parlava piano, facendola ridere, ridendo lui stesso, fingendo di non accorgersi di lei!...

Ella si sentì punta al vivo da quella preferenza accordata ad una delle sue nemiche, ad una di quelle che ora la chiamavano contadina! Si ribellava all'ingiustizia di quell'uomo: che cosa gli aveva fatto per trattarla così? Egli perchè non aveva parlato? Erano gli uomini che dovevano fare i primi passi! Presumeva forse che senza impegnarsi a nulla da suo canto, ella non dovesse aver occhi che per lui? Bisognava che ella si compromettesse dinanzi al mondo aspettando che egli si degnasse di pronunziarsi?

Ed esagerando tutte queste cose, imaginando di dover prendere la sua rivincita, si mise a dar retta a Michele Platamone, uno di quelli che la guardavano con maggiore insistenza. Sua madre era tedesca, egli era stato educato in Germania, e nell'abito, nelle maniere, nell'aria, aveva qualche cosa che lo distingueva da tutti gli altri. Ella voltava le spalle ad Enrico quando lo incontrava, e sorrideva amabilmente all'altro, permetteva il suo corteggiamento. Ma questo qui era volubile, faceva il gallo della Checca — secondo l'espressione di Giulia Viscari — e con un'amarezza sconfortata ella si diceva: «Come sono gli uomini!...» Di preferenza, ronzavano attorno alle signore maritate, e certe storie si susurravano tra le ragazze: Amato _era con_ la Filaruta; Pietro di Santà _aveva compromessa_ la Carosia, Caimi _aveva_ tante donne, ballerine, attrici, _le altre_...

Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che esercitavano sugli uomini. Com'era possibile per alcune averne tanti, tutti in una volta e senz'amore? Insieme con le amiche, guardava curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse, non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere nei loro occhi il secreto della loro vita.

Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l'amante del cognato, tanto più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde Gerosa, regnava come un'aria di mistero che arrestava i più maligni. Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un'espressione così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un'eco lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane, cambiava d'amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei, entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti l'attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo, e qualcuno sempre l'accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le due teste lontane:

— Chissà che cosa fanno le mani, adesso!...

Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi; poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza.

Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva:

— La signorina ama molto la Germania!...

— Sì, per l'appunto; è una nazione _seria_.

— Ma pesante, via, ne convenga!

— Lei è padronissimo di preferire la leggerezza francese...

E lo piantava lì. Ma una tristezza le restava in cuore: poi trovava che era molto sciocco affliggersene, e ricominciava a farsi corteggiare da tutti un po', fuorchè da quelli che erano impegnati con le sue amiche vere. Giulia aveva accaparrato Toscano, un bel giovane dalla fama dongiovannesca, che s'era battuto cinque volte, che faceva parlare sempre di sè. Ella non comprendeva come l'amica potesse credere ad uno che faceva quella vita; ma Giulia ne era cotta, giurava che sarebbe stata sua moglie, o si sarebbe uccisa. Bice Emanuele non aveva precisamente un innamorato; molti giovanotti la corteggiavano, ella non li guardava neppure, con la mente piena d'un ideale introvabile. Era la più poetica di tutte, aveva gli occhi pieni di sogni, e un sogno pareva ella stessa, con la sua figurina esile, leggiera e quasi fragile. Certe volte, quand'erano tutte insieme, quando si parlava di tolette, di gioielli, delle ricchezze e delle eleganze che tutte agognavano, qualcuna delle più matte proponeva, per chiasso, una quistione:

— Per una bella collana di perle, chi di voi si farebbe baciare in bocca?

Anna Sortino era la prima a dire: «Io!» Giulia era più difficile: bisognava che le perle fossero come le nocciuole, e cinque file. Ella stessa non si risolveva ad accettare la proposta senza l'aggiunta, per esempio, di un abito di broccato; ma non v'erano offerte a cui Bice Emanuele s'arrendesse.

Ella apprezzava il sovrano disdegno dell'amica, ma non lo divideva. La missione di loro tutte non era la conquista degli uomini? Questo non le impediva intanto di schernirli, di trovar subito il ridicolo di ciascuno e di definirlo con un soprannome che veniva subito ripetuto e adottato: _Sfido io!_ l'ex tenente Bracciaferri, _Costantinopoli_ il cavaliere Bartolomeo Morello che era stato in Turchia e faceva entrare la capitale dell'Oriente in ogni discorso, _Hop-hop_ il barone Sirniani che voleva fare lo _sportman_, _Bébé_ il vecchietto Sibiliano, la _gran cassa_ Giovanni Reggio, la cui pancia prendeva proporzioni sempre più inquietanti, _Cachemir_ il Vardas, che si chiamava semplicemente Casimiro, il _Poeta_ Marcellini, che passeggiava sempre solo, per vie remote, a ora tarda, guardando in aria. Non importava: malgrado le loro ridicolaggini, le loro stravaganze, i loro difetti, ella voleva loro piacere, voleva sentirsi ammirata, desiderata, vincere le sue rivali, costringere quegli uomini a cercarla, a pensare a lei, a renderle il tributo che le spettava...

VII.

Talvolta gli zii, senza parlare precisamente di matrimonio, le chiedevano chi preferisse fra tutti i giovanotti che le stavano attorno.

— Nessuno! — rispondeva, tra le denegazioni incredule e certi sorrisi d'intelligenza che marito e moglie scambiavano.

— Vediamo: Bracciaferri?...

— _Cosa?... Per bacco: bell'animale!... Sfido io!... Chi, l'aiutante maggiore? un carambolaio!..._

— Sibiliano, allora?...

— Già, per fargli la pappa...

— San Demetrio?

— Ah, quello sì, davvero!... Molto elegante, molto _soigné_!... coi calzoni sotto i tacchi, i capelli sul bavero... Brrr!...

— Insomma, non c'è proprio nessuno che sia degno di te?

— E a voi che cos'importa? Avete fretta di mandar via la vostra nipotina?

Con due baci e due salti la scena finiva, salvo a ricominciare qualche tempo dopo. Però, essi non le parlavano mai di Enrico; avevano soltanto delle reticenze, dei sorrisi d'intelligenza, come per significare: «Sappiamo! sappiamo!...»

Un giorno, ricominciando la solita litania, la zia le disse a bruciapelo:

— Ed Enrico Sartana?

— Chi, San Giorgio cavaliere? — rispose subito lei, piegando un poco il capo, atteggiando il viso a bellezza insipida.

— Eh! eh!... — tossicchiò lo zio.

— Perchè?... — chiese lei arrossendo un poco.

— È proprio San Giorgio cavaliere?... Ti è assolutamente indifferente?

— Assolutamente.

— Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti?

Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l'amava! La chiedeva in isposa: era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: _figlia mia?_...

Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui sarebbe davvero entrata nella vita?... Lo aveva aspettato tanto; adesso era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione. Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente s'inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti, dimenticava la realtà circostante — e ritrovandosi a un tratto in mezzo ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla, comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune, si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un cuore come il suo? Chi poteva comprenderla?

Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo. E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima, Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: «Io sono ricca per due: ciò che è mio non è tuo?...» Invece, egli le tornava dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva struggere d'amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli: «Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell'anima!...» Per vendetta, si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c'era nulla da fare, nulla che lo trattenesse... E se lei fosse stata realmente presa dalle sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch'egli dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare?

Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di Toscano che ogni quindici giorni aveva un'avventura, non capiva il suo scontento; Bice Emanuele era sempre un po' isolata nel suo idealismo, la Sortino le pareva un po' troppo volgare per comprenderla; Enrichetta Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre, le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata.

— Che dicevate di bello? — chiese ella, appoggiandosi al braccio di Giulia.

— Nulla... una notizia di matrimonio...

— Ah, sì?... E chi sposa?

— Sara Máscali... ma sai, non è ancora ufficiale... una cosa che si dice... Io l'ho saputo da mia cugina.

— E lo sposo?... — insistè lei, intanto che le gambe le si piegavano.

Rosa rispose, evitando di guardarla:

— Dicono, Enrico Sartana.

La sua vista s'annebbiò come se tutte le sue vene si fossero vuotate di sangue. Sentiva morirsi, appesantirsi sul braccio di Giulia; ma nell'abbandono di tutte le sue forze, la paura di lasciarsi scorgere la sosteneva.

— Una bella coppia! — disse, componendo le fredde labbra a un sorriso, intanto che ansimava, che il cuore le si schiantava. — Sarà una bella coppia!

Giulia la condusse dinanzi a una finestra.

— Soffri?... — le chiese amorosamente.

— Io? No... Perchè dovrei soffrire?

Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta, si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi, le salivano alle labbra: «Come?... Perchè?... È dunque vero?...» Che cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli non l'amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l'amava, perchè sposava quell'altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola?

— Mio Dio!... Mio Dio!...

Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella doppiezza, quel tradimento... nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo vile!... Quell'altra non era più ricca di lei? più ricca d'assai?... Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!... Ed ella si disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l'amor suo non finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?... Ah, sciocca! ah, sciocca!... E adesso, passeggiando su e giù per la camera, si stringeva una mano con l'altra, forte, fino a farsi male, si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi, fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra. Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi, dal disprezzo... No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo, annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il primo venuto, la folla!...

Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano da un'ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in società, ella s'aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a quell'altra?

Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d'Alì, dove s'eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa riceveva in giardino, all'ombra delle acacie: le signore sedevano sulle poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d'acqua ghiacciata imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l'allegro cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini, ella s'era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare, a procurarsi un principio d'ebbrezza, vuotando uno dopo l'altro i minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti.

— Non t'ha amata... non t'ama... non t'amerà... Non t'ha amata... non t'ama... Grulla, hai visto?

E l'aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di vainiglia... A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse Enrico Sartana.

— Oh, voi!...

Non aveva saputo frenare l'istintiva esclamazione Egli le stringeva intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva:

— Da quanto tempo non ho più il piacere d'incontrarla!...

— Sì, davvero... — rispose lei, tutta intenta a comporre il suo mazzo. — Sono lieta però di vedervi; così, posso farvi le mie congratulazioni...

— A proposito di che?

— Ma, del vostro fidanzamento!... So che sposate una bella signorina, una mia amica... Scusate, quella vainiglia... Grazie!... Vi auguro di tutto cuore ogni felicità.

Ella non sapeva come tutte quelle parole le uscissero dalle labbra; il fuoco dei dolci liquori, il profumo di quei fiori l'avevano esilarata; la vista di lui finiva di rimescolarle il sangue, di turbarle la mente.

Raccolta la vainiglia e presentatala a lei, Enrico disse guardando quei fiori e quelle mani con una espressione appassionata:

— Non posso esser felice con chi non amo.

Una risata argentina le gorgogliò in gola.

— Allora, scusate, fate male a sposarla!

— Infatti, non la sposo.

— O dunque?...

I loro sguardi si erano confusi, mentre essi indietreggiavano un poco.