Part 32
Tornava ad appoggiar la fronte sul vetro, rabbrividendo; e il ricordo di altre notti passate così, senza sonno, senza riposo, col cuore in tempesta, con la mente smarrita, si evocava nella sua memoria. Quante! Quante! La notte che era fuggita dalla casa maritale, quella in cui Arconti l'aveva abbandonata, quella in cui ella aveva abbandonato Sartana; e ancora la notte della sua partenza da Palermo, quando aveva tentato sottrarsi all'amore di quest'ultimo, e le notti passate con Arconti a Castellammare, quando un pericolo di morte le sovrastava, e ancora la notte in cui aveva appresa la morte di Morani... Allora, la storia della sua vita le ripassava tutta sotto gli occhi; ella rivedeva le figure di quelli che s'erano trovati sul suo cammino, dei vivi e dei morti; ella ripensava i suoi amori, i i suoi errori, i suoi dolori, le continue alternative di fede e di sfiducia, di cieche impazienze e di tardi pentimenti, le sue eterne aspettazioni risolte nella presente vuota tristezza; ma da questa il suo pensiero ricorreva ancora al passato, a scene perdute, a profili appena intravisti, e l'evocazione si svolgeva continuamente, come una serie d'imagini sfilanti dietro a una lente... Tratto tratto, delle persuasioni si facevano nel suo spirito; come lampi, delle verità l'abbagliavano. Aveva aspettato troppo grandi cose, per questo tutto l'aveva scontentata! Aveva temuto troppo, e qual dolore era stato veramente insopportabile? Nel credersi diversa dagli altri come s'era ingannata! La sua storia era la storia d'ognuno! Come tutti, aveva apprezzato le cose prima di ottenerle o quando eran svanite. In ogni periodo della sua esistenza, aveva tutt'in una volta rimpianto il passato e riposte le sue speranze nell'avvenire! Nondimeno, dei giorni felici erano sorti per lei; ma la felicità dileguata era un nuovo motivo di cruccio!... Uno solo di quei giorni tramontati poteva forse risorgere? Che cosa non avrebbe dato perchè anche i tristi tornassero? Ma tutto era scomparso per sempre!... Come il pellegrino nel deserto, era andata innanzi, attirata dalla vista dell'oasi fresca ed ombrosa; ma il miraggio l'aveva ingannata; e il più terribile era questo: che dopo aver riconosciuto nell'allettante spettacolo un vano giuoco di luce, aveva continuato a crederlo vero, a lacerarsi i piedi sulla sabbia infocata!... Quante volte l'ingrata realtà le si era svelata? Ed aveva accolto sempre nuove lusinghe! Quante volte aveva creduto di conoscere la vita? E l'esperienza passata era stata inutile, ed a costo di lacrime aveva ricevute nuove lezioni inutili anch'esse!... Ora però che chiudeva gli occhi e si volgeva indietro col pensiero riconosceva la gran vanità. Che cosa distingueva più i ricordi delle impressioni reali da quelli dei sogni? E sul punto di chiuder gli occhi per sempre, questa vita che prima d'esser vissuta era piena di tante promesse, non si riduceva ad un mero sogno, tutta?... E poi dopo?... Triste! Triste! Terribile!...
La tempesta non si placava, il freddo si faceva più acuto: che notte!... che notte!... Ancora un rumor di passi strascicato, e Stefana tornava a chiederle, premurosa ed inquieta:
— Perchè non vai a letto?.. È mezzanotte suonata....
— Adesso... più tardi; lasciami, non vedi che soffro?...
Ella andava ora di su e di giù per la stanza, si lasciava ogni tanto cadere sopra una seggiola; poi scattava in piedi, insofferente dell'immobilità. Le mancava il respiro, si sentiva tolta l'aria, pensando all'avvenire, ai giorni incerti ed oscuri che l'aspettavano; poi, come la figura di Maurizio le si ripresentava alla mente, ella s'incolpava come d'un tradimento dei pensieri che aveva sottratti a lui. Addio! Addio!... Ella tornava a piangere, inconsolabilmente, pensando che nulla avrebbe potuto consolarla della perdita di quell'amore, dell'ultimo amore, tenero e puro e forte com'erano stati i primi....
Le ore passavano, ella non le avvertiva; le pareva che quella notte durasse da un'eternità, che non avrebbe avuto mai fine. Girava gli occhi per la camera, e ciascuna cosa su cui il suo sguardo si posava le suggeriva nuove visioni; a ondate, i ricordi la travolgevano. Di repente, uno scricchiolio la fece rabbrividire. Sorse in piedi, irrigidita, cogli occhi sbarrati dalla paura. Il silenzio tornava a piombare sulla casa, non si udiva più che il gemito della raffica e il fragore del mare. Ella ricadde sulla sua seggiola, col capo sul petto, le braccia pendenti. Una gravezza di sonno morboso ora la inchiodava a quel posto; i contorni delle cose si perdevano dietro il velo delle ciglia calanti, i suoi pensieri fluttuavano, si confondevano, finivano per ismarrirsi. A scatti, ella rialzava il capo, guardava attonita dinanzi a sè; poi tornava ad abbattersi. Un rumor sordo, come un lamento trattenuto, la fece sussultare di nuovo. Questa volta ella s'alzò, passò nella stanza vicina. Seduta contro l'uscio, agghiacciata dal freddo, con la testa reclinata e le braccia raccolte sul petto, Stefana aspettava lì dietro. Vedendo la padrona, tentò d'alzarsi, ma l'intorpidimento delle sue vecchie membra non glie lo consentiva.
Ella prese ad ammonirla, affettuosamente:
— Perchè non sei andata a letto? Vuoi ammazzarti, così?
— Adesso... — rispose, con voce velata — Quando andrai anche tu...
L'aiutò ella stessa a levarsi, la sorresse fino alla sua cameruccia. La vecchia batteva i denti.
— Stai male?
— No... no.
Col giorno, la febbre l'assalse. Non volle che la padrona chiamasse nessuno, asseriva di non aver nulla. Ma come la febbre era alta, ella mandò pel dottore. Il delirio sopravvenne. Nel delirio biascicava parole incomprensibili; un nome solo s'udiva: Teresa. Il terzo giorno un miglioramento parve determinarsi. La riconobbe: nel vederla i suoi occhi velati tornavano a brillare. Coi segni, le diceva di mettersi a sedere accanto al capezzale, le prendeva una mano e restava un pezzo tenendola così. Peggiorò rapidamente. Sul far della notte, la casa fu invasa dalla gente che seguiva il Viatico; ma i sacramenti le furono amministrati che già rantolava.
Era una nuova tristezza che scendeva su lei. Ora, ella non aveva più la paura d'una volta in presenza della morte; la miseria della vita non le rendeva più insoffribile quel tragico spettacolo. Così, all'alba del domani, quando vennero a dirle che Stefana era spirata, ella s'inginocchiò, pregò un poco, poi passò nella camera mortuaria. La finestra ne era spalancata, due candele ardevano sopra un tavolo dinanzi a una imagine sacra. Il cadavere era così rimpiccolito che pareva quello d'una bambina. Una benda passata sotto il mento e annodata sul capo tratteneva la mascella cascante. Ella restava a contemplare una mano della morta, una povera scarna mano che aveva avute tante carezze per lei, e la sua mente si perdeva al pensiero dell'umiltà di quel destino, dell'oscurità di quella vita ora spenta.
La vecchia serva non aveva più nessun parente; nessuno veniva a reclamare la misera successione. Ella ne fece l'inventario. V'era della biancheria, delle vesti, un piccolo gruzzolo di risparmii. Una cassetta dipinta in verde, che Stefana aveva sempre trascinata con sè quando aveva accompagnata la padrona, era posta dentro una cassa più grande, ma la chiave non si trovava. Ella non sapeva che cosa contenesse; supponeva vi fossero degli altri denari, il frutto di lunghi anni di lavoro. Pensava di distribuirle in elemosine, di far dire delle messe in suffragio di quell'anima semplice e buona, quando, un giorno, il cameriere le presentò una piccola chiave, cascata da una vecchia veste della morta.
Era quella della cassetta. Come ella l'aprì, come ne trasse le cose che vi erano dentro, le sue mani cominciarono a tremare. V'era una vesticciuola che ella aveva portata a dieci anni, un ramoscello del fior d'arancio del suo abito nuziale, i vecchi quaderni delle sue lezioni, una puppattola con la quale aveva giuocato bambina, i _carnets_ dei suoi balli, gl'imbuti di carta ricamata che avevano rivestito i mazzi di fiori offertile per le sue feste, le imagini di santi ricevute in premio al tempo delle sue prime comunioni. Man mano che ella traeva uno di quegli oggetti sformati e scoloriti, i rottami della sua vita che un affetto cieco, del quale ora apprezzava l'intensità, aveva serbato come reliquie, era una trafittura che ella sentiva al cuore. In un angolo, tra vecchi fiori e nastri di cappelli, stava il suo ritratto di fanciulla, quella che ella non era riuscita a trovare quando aveva voluto donarlo ad un amato. Non contenta di starle sempre al fianco, la vecchia aveva voluto custodir la sua imagine; quelle cose religiosamente raccolte, per tanti e tanti anni, attraverso continue peregrinazioni, dicevano la devozione, l'idolatria che quel povero essere aveva avuto per lei. Le reliquie le restavano ora tutte dinanzi: ella le contemplava con occhio arido e fisso. Il pensiero di non poter più confortare quella povera donna d'un sorriso, d'un abbraccio, l'opprimeva. Ella non l'aveva pianta neppure! Adesso rammentava tutte le volte che l'aveva maltrattata, che le aveva date delle risposte dure, che l'aveva respinta come un essere inferiore, incapace di comprenderla. Invece, la buona creatura le si era attaccata sempre di più. Che bene le aveva voluto! Come l'aveva protetta bambina, come l'aveva ammirata fanciulla e sposa! «Tu sembri una regina!..» Che orgoglio metteva nel farla più bella, che indulgenza nel piegarsi a tutte le sue volontà! In ogni suo dolore, ella l'aveva trovata al fianco, vigile, inquieta; era vissuta della sua vita, era morta quasi per lei. Ed ella l'apprezzava ora soltanto; riconosceva, sempre tardi, che nessuno, mai, l'aveva amata così.
FINE.
DELLO STESSO AUTORE:
LA SORTE. DOCUMENTI UMANI. ERMANNO RAELI. L'ALBERO DELLA SCIENZA. PROCESSI VERBALI.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.