L'Illusione

Part 30

Chapter 303,120 wordsPublic domain

— Di che temete, povero cuore?... Io vi chiedo di lasciarvi adorare, come una Madonna, dall'ombra... Se sapeste che meraviglia!... Non credo ai miei sensi... Che gratitudine sarà la mia!... Come v'ho amata, da lontano, prima di conoscervi ancora, comprendendo che voi sola eravate degna d'amore! Come credetti di sognare, quando ottenni la vostra intimità, quando compresi di non esservi indifferente, quando voi mi confidaste le tristezze della vostra vita!... Farvele dimenticare è tutta la mia ambizione. Che orgoglio metterò nell'obbedire tutte le vostre volontà, tutte! tutte! Sorridete dunque, dolcezza...

E fece per baciarla sulla bocca.

— Ah!

— No, no... se non volete...

Ella lo respingeva ancora automaticamente, scongiurando:

— Lasciatemi, per pietà...

— Ebbene... non v'è felicità eguale a questa di starvi vicino, ma se voi non volete... guardate: obbedirò...

Allora ella disse:

— Non partirete?

— Ma no! Credevate che fosse possibile?... Resterò vicino a voi, vi scriverò, tutti i giorni! consentirete che venga talvolta?...

— I martedì solamente?

— Solamente!... Sarete contenta di me!... Mi date adesso quel fiore?

Ella aveva una rosa appuntata alla cintura, una povera rosa mezzo sfogliata da quella tempesta: la portò alle labbra, glie la porse. Egli ne bevve il profumo, baciandola.

— Adesso, lasciatemi...

Egli le baciò la mano, dall'uscio le mandò ancora un bacio sulla punta delle dita. Ella s'alzò, scuotendosi per tutta la persona, coi pugni chiusi, le braccia distese, mormorando in un sibilo: «È fatto!...»

Non le era permesso nessun dubbio; sapeva che cosa sarebbe stata l'obbedienza di quell'uomo. Ed era stata lei! E non aveva trovata una parola di protesta, neppure per fingere! E qualche ora dopo, mentre era ancora tutta piena di lui, Enrico appariva!

— Ho una notizia da darti, — egli disse.

— Che c'è'?

— Debbo andare a Napoli, per la lite di mia moglie.

Un senso infinito di sollievo la penetrò ad un tratto. Ella aveva del tempo dinanzi a sè, qualche cosa sarebbe accaduto. Enrico era molto freddo, parlava unicamente di quella seccatura capitatagli addosso; andò via prima dell'ora consueta.

— Tornerai presto?

— Appena potrò.

La menzogna, la doppiezza orribile, il rimorso atroce le erano risparmiati! E le lettere di Vittorio cominciarono a piovere: vibranti di passione, traboccanti di poesia, più belle, più inebbrianti di quelle di Arconti. Ella gli rispondeva, scongiurandolo di esser più calmo, di rammentarsi la promessa obbedienza. Il martedì seguente venne a trovarla; per fortuna, il suo salotto era sempre pieno di gente. Egli scriveva ancora, ed Enrico, da Napoli, non le mandava neppure un rigo. Vittorio veniva a trovarla a teatro, l'aspettava per via, sollecitava in premio della sua saggezza dei convegni dinanzi alla gente, che ella non poteva negargli. Ma lottava ancora, aspettando sempre che l'altro si ricordasse di lei, la sorreggesse con una buona parola, con un richiamo alle passate dolcezze. Non veniva nulla. Ella resisteva sempre, ma cominciando a capitolare tra sè, dicendosi: «Se oggi non scriverà, se domani non scriverà...» I giorni passavano, le lettere di Vittorio le creavano intorno una calda, struggente atmosfera di passione. Erano due mesi appena che l'aveva conosciuto; il giorno in cui si compirono, egli le mandò un libriccino in forma di piccolo album, rilegato in rosso. Aveva per titolo: _Le livre des Pensées_; su ciascun foglio di cartoncino erano appiccicate delle _pensées_ variopinte, screziate come grandi ale di farfalle, e scritti dei pensieri d'amore, in francese: «Lorsque vous vous réveillez, et que le premier rayon de lumière frappe vos yeux, dites-vous: Il m'aime et ce rayon m'apporte son salut... Lorsque vous lisez dans les livres des mots d'amour, songez que les plus beaux, les plus tendres, les plus suaves vous viennent de moi.... Lorsque vous êtes gaie, songez que votre sourire est ma raison de vivre... Lorsque vous voyez des fleurs, songez que je voudrais les faucher toutes, en faire des tapis pour vos pieds, des parures pour vos cheveux, des couches pour votre corps...» Ella rimase come stordita da quella lettura. Il domani, andò fuori a piedi, girò lungamente; stanca, stava per salire in carrozzella a piazza di Spagna per tornare a casa, quand'egli le si avvicinò. Per non perdere la sua compagnia, rinunziò alla carrozza. In mezzo ai discorsi indifferenti, egli metteva all'improvviso delle parole d'amore, dette sommessamente, con voce turbatrice, quasi all'orecchio. La stanchezza di lei cresceva; la via era lunga, l'aria scura, le prime fiammelle di gas brillavano nelle mostre dei magazzini. Le gambe le si piegavano: avrebbe voluto appoggiarsi al suo braccio, cadere con lui su qualche cosa di soffice. Continuò ancora ad avanzarsi, a trascinarsi fino a casa. Quando furono presso al portone, egli disse, piano:

— Mi permettete di salire un istante?

— No... no...

— Perchè? che c'è di male?... Un istante, volete?

Ella pensò: «Se il portiere mi desse una lettera di Enrico!» Il portiere non aveva nulla.

Enrico arrivò il domani. Ella lo ricevette nel salotto, respinse l'abbraccio che tentava di darle con un'aria gioconda.

— Che hai?... Mi accogli così?

Ella disse, con voce gelata:

— Credo che v'inganniate. Non v'è fra noi più nulla di comune.

— Teresa!... Che accade?... Perchè?... Sei tu che dici questo?

— Siete stato voi che m'avete lasciata come si lascia una cameriera. Per quindici giorni, non m'avete scritto un rigo, non m'avete degnata d'un pensiero. Adesso, vorreste ricominciare quel che vi torna comodo: vi ripeto che v'ingannate.

Egli si passò una mano sulla fronte; disse, smarrito:

— Tu mi scacci?... Ma è un sogno?... Ma non ti ho scritto, perchè ero in collera con te... perchè tu mi lasciasti andar via, senza una parola, senza un rammarico... — Le afferrò a un tratto una mano, la strinse malgrado la resistenza di lei. — Teresa!... guardami!... son io!...

— Lasciatemi...

— Il tuo Enrico... quello che ti vuol tanto bene... E che anche tu vuoi bene... quello a cui hai dette tante parole care, a cui hai giurato tanto amore!... — Le si appressò ancora di più, ella tremava come per febbre. — Teresa!... Infine, non è ragionevole, per due, per tre lettere... per un broncio da innamorati... Se io ti voglio bene ancora! sempre!... Teresa, Teresa mia...

Come avanzò le labbra contro le sue, ella gettò la testa indietro, chiudendo gli occhi.

— Non mi baciate.

Egli la lasciò. Si guardò intorno, fece qualche passo, le tornò vicino.

— Tu dunque... non m'ami più?... Tu ami un altro?...

Ella non rispose. Nel silenzio, s'udiva il moto cadenzato dell'orologio dell'anticamera. Con un altro tono di voce, egli riprese:

— Perchè non volete dirlo?... Voi siete leale, la menzogna vi ripugna... Perchè mentire?... Voi amate un altro... Bergati?...

Ella non rispose. L'altro continuò, abbassando talmente la voce che s'udiva appena:

— V'ama anch'egli?.. Ve l'ha detto?... Siete sua?

Ella si nascose ancora il viso tra le mani.

Allora, quell'uomo che ella aveva giudicato leggiero, incapace d'un forte sentimento, stanco di lei, scoppiò in un pianto così dirotto, così convulso, così tempestoso, che ella si sentì straziare.

— Mio Dio!... Mio Dio!...

Non sapeva che fare, aveva paura di accostarglisi, ma non poteva lasciarlo così. S'appressò alla poltrona su cui era caduto, contro la cui spalliera nascondeva il capo; tentò di rialzarlo; ma il pianto continuava impetuoso, soffocava le sillabe che egli tentava di articolare.

— Enrico!... Mio Dio, non vi disperate così... Siate forte, fatevi coraggio... Siete un uomo, infine!...

Egli proruppe, con labbra contorte dallo spasmo:

— E sei tu che mi dici questo! tu!... Ma non sai che mi strazii l'anima?... Ascolta dunque: tu m'accusavi che sarei stato io a lasciarti!... volevi strapparmi il cuore, se ti lasciavo... Te ne ricordi, di'?...

— Ma se non v'importava più di me!

— Eri tu che mi sfuggivi...

— Se eravate così freddo, chiuso in voi stesso, senza più confidenza... Ho pianto anch'io, sapete! ho lottato! ho sofferto!... Una vostra lettera, una vostra parola m'avrebbe salvata...

— Oh!... Oh!... hai fatto questo! Tu!

A un tratto, le passò un braccio attorno alla vita, alzò gli occhi supplici e lacrimosi su di lei; disse, a parole mozze, a sillabe fischianti:

— Ebbene, senti... quell'uomo ti lascerà... lo conosco, sai!... dopo averti ubbriacata di parole, ti lascerà... Ebbene, quando... t'avrà lasciata... io sarò ancora qui... aspetterò...

Ella sentì stringersi la gola; gli fe' cenno di tacere; egli continuò:

— T'aspetterò... che importa?... Aspettai tanto!... T'ho voluta bene fin da quando eri quasi una bambina!... Ti vorrò bene lo stesso!... Io non so parlare, ma questo saprò dirlo, te lo dirò come si dice al nostro paese... _amuruzzu_...

Allora scoppiò in pianto anche lei. La generosità di quell'uomo, l'impeto insospettato di quella passione, le davano la tormentosa coscienza della sua colpa e un rimorso acuto, lancinante, che s'accresceva all'idea dell'irreparabile fatalità compitasi.

— Tu piangi!... Tu m'ami ancora, Teresa!...

Ella gli si strinse al petto, gli nascose il capo contro la spalla.

— Ma allora... perchè?...

— La fatalità!... l'abbandono in cui fui lasciata!... credevo che tutto fosse finito... Ah! i miei presentimenti...

Le sue lacrime s'arrestarono, poichè ella sapeva adesso di mentire, non dicendo a quell'uomo d'esser stata invece lei stessa.

— Allora, se m'ami ancora...

— E quell'altro?

Si alzò, tendendo le braccia al cielo:

— Dio, fatemi morire!... No, non è vero che ho forza e coraggio; se avessi coraggio, mi ucciderei... Sono vigliacca! vigliacca! vigliacca!... Lasciatemi, andate; sono indegna di voi!...

Anch'egli si alzò; ella girava attorno per la stanza, come fuggendolo, come cercando un partito.

— Lasciatemi... Non posso continuare a vedervi, per ora... Non vedrò neppur lui... Datemi tempo, lasciate che pensi, che rifletta... Anzi, partite... vi scriverò...

Gli si fece dappresso, prendendogli una mano, fissandogli gli occhi negli occhi.

— Sarete saggio e forte?... Mi promettete che sarete ragionevole, che non farete nulla?... Abbiate fiducia!... sperate!... Ma andate, andate, per pietà... Addio!... no, arrivederci...

E rimasta finalmente sola, si lasciò cadere come corpo morto, rotta in due, senza più forza nemmeno per pensare. Stefana vegliò tutta la notte al suo fianco, non la lasciò se non quando la vide assopirsi. Col giorno, appena desta, ella ebbe due lettere: una di lui, l'altra di Vittorio. Ella si gettò su quest'ultima: era un inno squillante, la smentita dell'accusa che l'altro, nella sua gelosia, aveva lanciata. Egli stesso, nella sua, supplicava ancora, diceva di non poter partire, le chiedeva un nuovo convegno. Non gli rispose. Riscrisse, facendosi più umile, più insistente; ella gli mandò un biglietto con due parole: «Parta, Addio.»

Egli non scrisse più. Tutto era dunque finito. E come Vittorio tornava da lei, ella gli si buttava tra le braccia con impeto pazzo, cercando nell'amor suo il compenso di quei dolori, di quei sacrifizii. Li sospettava egli? Non le aveva letto nel viso, negli occhi infossati, nelle parole sconnesse, l'ambascia per la quale era passata? Aveva una pungente curiosità di saperlo. Lasciò un giorno le lettere di Enrico sul _buvard_; scorgendole, egli chiese:

— Di chi sono?

A capo basso, dopo un silenzio, rispose:

— Di Enrico Sartana.

Egli scosse un poco il capo.

— Leggile!

— Non ne ho bisogno... so tutto...

Ella gli si fece vicina, chiedendo ancora:

— Sapevi... anche prima?

— Anche.

— E che cosa provasti? Soffristi?

— Oh, no... capivo bene che non ci era d'ostacolo.

Fu come se una mano le strappasse la benda dagli occhi. Ella comprese che quell'uomo l'aveva sedotta senza sentir null'altro che il desiderio brutale, studiando le sue frasi, fingendo la sua partenza, rappresentando la commedia del rispetto; e al ricordo del disperato dolore di Enrico, del cuore che aveva perduto e che apprezzava ora soltanto, ella vedeva l'abisso in cui era caduta... Ma non era soltanto il suo nuovo amante che mentiva: era ella stessa! No! no! no! non era stata la passione, la fisima dell'amore che l'aveva fatta cadere: era stata la corruzione di tutto l'essere suo miserabile! Quando la sola perversità della sua natura aveva parlato in lei, ella aveva ipocritamente recitata la commedia del sentimento! Aveva sempre recitato una commedia! Aveva sempre finto! Metteva una gioia morbosa nel confessarlo, avrebbe voluto insultarsi ad alta voce, chiamare Enrico, spartirsi fra tutti... Comprendeva che oramai era destinata a una serie di abbassamenti continui, si vedeva ridotta come tutte quelle che un tempo le avevano fatto sdegno e ribrezzo ma che almeno avevano il merito della sincerità: nulla avrebbe potuto salvarla! E come il principe di Lucrino, incontrandola, tornava ad insistere, a rammentarle il passato, a dirle: «Ma non sapete che c'è da tirarsi una revolverata, per sfuggire a questo tormento?...» delle sdegnose parole le prorompevano dal cuore:

— Oh! nessuna di noi è degna di costarvi una puntura di spillo!...

IX.

Malgrado ella fosse partita a precipizio appena giunto il telegramma, quando arrivò a Messina già la _Gazzetta_ annunziava che il senatore Palmi era morto a Milazzo, due giorni innanzi, nella tarda età di ottantasette anni.

Ella aveva preveduta quella catastrofe; la sua paura era un'altra... Era cominciata dal momento che il piroscafo entrava nello Stretto, nel contemplare le rive che ella aveva lasciate da lunghissimi anni, per le quali era passata spensierata e gioconda, quando non sospettava neppure le nequizie che la vita le preparava. L'idea di appressarsi alla piccola città dove era trascorsa la sua fanciullezza serena, di rivedere la sua casa, il Castello, la spiaggia di San Papino, tutti i luoghi incerti nella sua memoria, vaghi come cose sognate, della cui esistenza ella quasi dubitava, le incuteva un muto terrore come se delle cose sognate minacciassero di apparire nella realtà...

S'andava adesso in ferrovia, quella ferrovia che trent'anni addietro dicevano di dover costrurre di giorno in giorno. Ma il piroscafo aveva tanto tardato che non v'eran più treni; le convenne aspettare il domani. Partì all'alba. Dal finestrino del vagone ella guardava il paesaggio, i dorsi nudi dei monti, i burroni cincischiati e rovinosi, come fossero delle vane parvenze, delle forme fantastiche. Il treno andava lentamente per la ripida salita, cacciandosi in gallerie interminabili, lungo le quali ella chiudeva gli occhi, fiutando dei sali, sentendo crescere l'oscura minaccia che pesava su lei. Quando vide le mura merlate di Gesso — di _Ibbisu_ — ella cominciò a provare uno stupore immenso. Era dunque proprio la via tante volte percorsa! I luoghi, le cose esistevano ancora, eran sempre al loro posto!... Adesso cominciava la discesa, appariva il mare, verde e spumoso, e la penisoletta del Capo, e la striscia bianca della città. Allora uno strano sorriso le spuntò sulle labbra: un momento, ebbe paura d'impazzire; lo sguardo affettuoso di Stefana la sostenne. Era lì! era lì!... S'avvicinava, spariva, riappariva più vicina, più grande, più netta!...

La sua carrozza aspettava alla stazione; ella veniva riconoscendo la via, i Mulini, il porto; si diceva: «La piazza del Carmine!... Ecco San Giacomo!...» Le pareva che dovesse ancora passare un lungo tratto prima d'essere a casa sua — agli occhi della fanciulla, le distanze erano parse tanto più grandi! Vi fu invece in pochi minuti. Salì le scale appoggiandosi al braccio della vecchia, salutando con un cenno del capo le persone sconosciute che avevano in viso la costernazione dal lutto recente. La casa era vuota, triste, silenziosa; il passo di lei risuonava per le stanze nude, quasi qualcuno la seguisse, invisibile; ed ella sentiva opprimersi il cuore sempre più forte, sempre più fitto, ritrovando la camera della mamma, quella di Lauretta, la sua propria, i vecchi mobili, i ritratti polverosi alle pareti... Che fascino misterioso nel risveglio delle sepolte memorie, nella contemplazione delle cose scampate da tanti naufragi!... Ella sedette, chiudendo gli occhi per veder apparire i suoi morti, la mamma, la sorellina, il nonno; ma una disperazione la prendeva: i fantasmi non sorgevano, tanto tempo era passato! tante imagini s'erano sovrapposte alle antiche!... Ed ella stessa, era forse la creatura d'allora? La trasformazione operatasi nel suo pensiero, nel suo cuore, nella stessa persona, era così profonda, che ella si sentiva veramente divenuta estranea a sè stessa. Nei giorni lontani dell'adolescenza, quanti sogni aveva sognati ad occhi aperti fra quelle mura, insofferente del presente, impaziente dell'avvenire? E l'avvenire d'allora era adesso passato! E non le restava che un lungo, cocente e sterile rimpianto, di tutto!...

Nessuno la conosceva o la riconosceva: l'unica visita che ella ricevette fu quella del notaio. Prima di morire, suo nonno non aveva voluto prendere nessuna disposizione: v'era soltanto un testamento fatto trent'anni addietro, dopo la morte di sua figlia, col quale lasciava tutto alle nipoti Teresa e Laura. Anche il povero vecchio non aveva voluto credere a quel che era avvenuto, era rimasto a vivere di ricordi, come se il tempo non fosse trascorso...

Le cure della successione, l'amministrazione del vasto patrimonio richiedevano che ella non si muovesse di lì. Dopo l'emozione dei primi giorni, una tranquillità cominciò a farsi nel suo spirito; la quiete della cittadina silenziosa le era propizia, il risveglio delle memorie non aveva più nulla di disperato, diventava una malinconia quasi dolce, una tenerezza che la faceva migliore, disposta a compatire tutte le miserie, a lenire tutti i dolori.

Quando andò fuori per la prima volta, salì a San Francesco di Paola, a pregare sulla lapide che i passi della gente aveano consunta. Non v'era nessuno in chiesa: delle lampade ardevano dinanzi alle imagini, la trave miracolosa si mostrava ancora in mezzo al tetto, e un frate vecchissimo, scheletrito, uscì dalla sacrestia piegandosi un momento dinanzi all'altare. Ella andò ancora al camposanto dei Cappuccini, dove avevano scavata la nuova fossa, e poi alla spiaggia di San Papino: anche lì, come da per tutto, trovava i luoghi e le cose più brevi, più piccoli che non ricordasse. Restò un pezzo, addossata ad una delle barche che i marinai ancora tiravano a secco, guardando il mare, le isole di Lipari, le montagne di Tindari, la costa insenata che fuggiva fino al Capo d'Orlando....

«Voga quel remo: Chissà se un'altra volta ci vediamo, Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»

Voleva salire su al Castello, ma Stefana non si fidò. Vi andarono un altro giorno: la rovina dei muri, delle torri, degli archi era ancora più grande; gli stormi delle mulacchie si levavano ancora dai crepacci della rocca; non v'erano più i vecchi cannoni, le piramidi di palle; solo le sentinelle del carcere, sulla _Batteria Tedesca_ — e lo stesso silenzio, lo stesso ronzìo d'insetti sciamanti intorno ai ciuffi d'erba che invadevano tutto.

Per le vie, ella non faceva che guardarsi intorno, riconoscendo ogni angolo, ogni finestra, tutte le cose; solo le persone le erano estranee. Quanti non v'erano più, di quelli che avea conosciuti! Luigi Accardi era morto; di Manara, il giovane che l'aveva amata fanciulla, in secreto, senza dirglielo mai, nessuno sapeva darle più nuove. Bianca Giuntini, la bella giovanetta che le aveva fatto battere il cuore, era una lamentosa rovina. Al Capo, la moglie del fattore, colei che le aveva narrate tante fiabe, era morta anch'essa; morto il fratello del fattore, quello che l'aveva ricondotta a casa, a viva forza, per la via polverosa, il giorno d'un'altra morte indimenticabile!... E quanta gente nuova! In chiesa, a messa, scorgendo delle fanciulle, delle giovanette intorno ai vent'anni, pensava: «Non erano nate, quando io andai via!...» e rivedendosi in esse, pensando al suo triste destino, con uno slancio di tenerezza gelosa invocava sul loro capo la benedizione di Dio.