L'Illusione

Part 28

Chapter 283,613 wordsPublic domain

Un giorno, tutti i fogli politici annunziarono il suo matrimonio. Allora un rancore immenso la invase contro di lui e uno sdegno violento contro sè stessa, per non esser riuscita a strapparselo dal cuore. E malgrado il suo rancore e il suo sdegno, ella pensava che un'altra aveva le sue carezze, udiva le sue parole innamorate! Ella non le aveva credute, e adesso le invidiava; aveva sdegnato quell'uomo, e adesso lo rimpiangeva! Perchè, se egli era stato falso e bugiardo?... Ma finalmente ella riconosceva che, se pure fosse stato diverso, la felicità duratura non avrebbe potuto trovarsi in un falso legame, sibbene nella santità della famiglia, nell'austerità del dovere. Se a lei fosse capitata la sorte di trovare un marito appena diverso dal suo, come avrebbe sopportato i suoi difetti, come avrebbe soffocate le tentazioni, per poco che egli l'avesse sorretta!... E l'imagine di Enrico Sartana le tornava alla memoria, più distinta che mai, in quella Palermo dove l'aveva conosciuto, dove udiva parlare di lui, delle sue avventure dopo la separazione, dove poteva incontrarlo da un momento all'altro. Il giorno che lo vide comparire nel salotto dell'amica, il sangue le die' un tuffo. Malgrado la barbetta a punta e un principio di canizie, era sempre il bel giovane d'un tempo, aveva ancora l'aria di San Giorgio cavaliere. Mentre egli parlava di molte cose indifferenti, rivolgendosi più spesso all'amica, dando a lei dei rapidi sguardi, ella era come ammaliata, non vedeva più nulla di ciò che la circondava, udiva soltanto il suono delle parole senza comprenderne il senso, con la mente piena di ricordi, di visioni risorgenti; e quand'egli andò via dopo averle stretta la mano, ella lasciò ricadere pesantemente il suo braccio, assorbita nella contemplazione del passato. Un pensiero vinceva tutti gli altri; ella si domandava, col cuore stretto: «Come deve disprezzarmi!...» Un abisso separava la fanciulla che egli aveva conosciuta dalla donna che ora ritrovava, e la compiacenza d'essere sfuggito al pericolo di averla a compagna, era probabilmente il solo sentimento che ella gli destava! Le voci malvagie e bugiarde dovevano essere arrivate fino a lui; se il ricordo del passato era sorto talvolta a difenderla, egli non aveva potuto resistere all'insistenza delle calunnie! Con una soggezione secreta, il bisogno di dissipare il tristo giudizio formatosi intorno a lei la occupava nel rivederlo. E un sentimento di gratitudine veniva ad unirsi a tutto questo, come ella notava la discrezione delle sue parole, il rispetto di cui la circondava. Dopo tanto tempo, la società si era trasformata intorno ad essi; senza dir nulla delle relazioni passate tra loro, egli le rammentava tante cose, e una grande attrattiva era per lei in quei ricordi. Ella si sentiva riportata indietro negli anni, pensava a momenti che tutto quanto era venuto dopo non fosse che una imaginazione dolorosa. Ma come notava le assiduità di lui, come leggeva nei suoi sguardi qualche cosa che egli non le diceva, ella protestava tra sè: «No, no... è troppo tardi, oramai!... sarebbe l'errore più grande!...» Ella non poteva più amare, non poteva più essere amata, aveva troppe tristezze nell'anima, aveva letto troppo addentro nel libro della vita!... Ed esprimeva questa sua sfiducia dinanzi a lui, ma senza rammaricarsi, rassegnatamente, come accertando una gran verità:

— La felicità è una chimera... tutto ciò che si può ottenere di meglio è la calma... Io non aspiro più ad altro.

— È vero; avete ragione.

Quell'arrendevolezza destava la sua curiosità; ella avrebbe voluto sapere ciò ch'ei pensava intimamente, udirlo parlare dei giorni lontani, subire anche quest'altra prova... E, inconsapevolmente, si attardava dinanzi allo specchio, si guardava a lungo, chiedendosi: «Non sono più desiderabile?...» Qualche giorno, a certe ore, uno stupore pauroso le gelava il sangue, vedendo rapidamente moltiplicarsi i segni della sua decadenza; ma da un momento all'altro la sua fisonomia si rimetteva, riacquistava i colori, la freschezza della gioventù; ella si sentiva rinascere, derideva le sue paure. Lentamente e continuamente i capelli però le cadevano; la chioma meravigliosa che arrivava un tempo ai fianchi, il «Mantello d'oro» era ridotta della metà. Dei giorni la trovava ancora copiosa; alcuni altri l'idea di perderla tutta l'atterriva. Dei fili d'argento striavano i capelli corvini di Giulia; ella l'invidiava, avrebbe preferito di diventar tutta bianca, pensava che vi sarebbe stata un'altra specie di poesia. Gli artefizii a cui ricorrevano alcune per darsi una giovinezza che non avevano più le parevano ridicoli; ella era sicura che si sarebbe rassegnata, non nascondeva a nessuno l'età sua, affettava anzi d'esser già vecchia.

— Ma fammi il piacere! — protestava allegramente l'amica. — O dici questo per sentirti assicurar del contrario?

— Così fosse!... Purtroppo...

— Bada però che qualcuno non ne è persuaso.

Era dunque proprio vero? Gli sguardi di Enrico dicevano dunque ciò che le sue labbra non profferivano? No, no; ella non voleva riconoscerlo. «Mio Dio» pregava, «fate che io m'inganni!» ma con una secreta restrizione, come temendo la certezza dell'inganno desiderato... Egli adesso la seguiva da per tutto, le parlava con una espressione più tormentata; una dolce sera d'estate, fermo dinanzi alla sua carrozza, al Foro Italico, intanto che ella accompagnava impercettibilmente col capo il ritmo incalzante del canto dell'_Ombra_ nella _Dinorah_, le disse, piano, guardandola negli occhi:

— Vi rammentate i balli di casa d'Alì?

Le parve come se egli l'avesse stretta alla vita, prendendola per una mano, trascinandola seco. E vedendo a un tratto il pericolo, ella pensava che l'unico mezzo di evitarlo era la fuga. Perchè, malgrado i suoi propositi, malgrado la sua esperienza, ella sentiva la lusinga rinascere, udiva una voce che le dimostrava l'assurdità di quella vita, la necessità d'un affetto, anche a costo di nuove torture... Non era egli l'uomo che pel primo le aveva fatto battere il cuore? Non era stato sul punto di dividere la sua vita per sempre?... Ed ecco che egli glie lo ricordava.

Fu un giorno che Giulia non era passata nel salotto, quasi prevedendo di quel che doveva avvenire. Come ella aveva espresso con maggiore amarezza del consueto, a proposito d'una lettura recente, il suo scetticismo, egli le disse:

— Non credete dunque più a nulla?

— Ho troppo sofferto.

— Non siete stata la sola.

Senza avvicinarsi a lei, evitando di guardarla, egli soggiunse, come parlando tra sè:

— Perchè non avviene nulla di ciò che si è aspettato?

Ella non rispose, temendo di tradirsi; quando l'altro mormorò:

— Credete dunque che io abbia scordato?... Il sogno che sognammo insieme è tutto quello che ho avuto di meglio nella mia vita... ma ora più che mai sento cosa ho perduto.

Ella chiuse gli occhi un istante; poi, abbassato il capo in atto di rassegnazione, balbettò:

— Bisognava arrivare a questo!...

— Sì! non era possibile fingere più a luogo, trattarsi come due estranei, quando tutto ci ricordava la felicità a cui passammo accanto... Perchè non potemmo ottenerla?

— Di chi la colpa?

Anche lui chinò il capo, sbattendo un guanto contro il ginocchio.

— Sì, è vero... fui debole... mi arresi troppo presto alle insistenze interessate... E se sapeste che rimorso è stato il mio! come nulla è valso a farmi dimenticare!...

Si accusava, senza giustificarsi, senza muovere un rimprovero contro di lei, diceva che il ricordo di quel primo amore gli era rimasto sempre fitto in cuore, che il matrimonio non aveva potuto cancellarlo, che la vita dissipata in cui s'era dopo gettato non l'aveva guarito neanch'essa. Tacque un poco; poi soggiunse, pianissimo:

— Ma non è del passato che si tratta...

Allora ella cominciò a sentire un tremito percorrerle tutte le fibre.

— Si tratta del presente... della felicità che possiamo ancora afferrare... perchè io vi amo... ti amo. Teresa! — oh, lasciatevi chiamare così, come un tempo, come non ho cessato di chiamarvi, secretamente, dal fondo dell'anima!

Le prese una mano; ella non pensò a ritirarla, scrollando lentamente il capo appena piegato, cogli occhi rivolti alla luce.

— Non dite di no!... siamo ancora in tempo... Come siete bella! che sguardi luminosi!... m'accecano...

Un impercettibile amaro sorriso le increspava gli angoli delle labbra, e passandosi una mano sulla faccia ella si guardava ora intorno con l'attonita espressione di chi esce da un sogno.

— No... no... — mormorava — la vita non si rifà... è troppo tardi, credetemi!...

— Non dite questo!... mi fate troppo male!... Io non vi domando di amarmi... lasciatemi vivere soltanto vicino a voi!... Che cosa vi costa?... volete?...

Ciò ch'egli domandava rispondeva all'intima sua brama, sempre rimasta insodisfatta, ma questa volta risorgente più intensa, con la speranza luminosa di vederla finalmente appagata. Dopo tanto tempo, dopo tanti disinganni, non potevano essi, non dovevano anzi trattarsi come amici, come fratelli, con qualche cosa di più arcano, ma senza macchiarsi? Di questo sentimento dolce e forte nella sua purezza ella si sentiva capace; ella sarebbe restata accanto a quell'uomo, intimamente, parlandogli di cose care, senza pensare un solo istante alla possibilità di essere altro per lui. A questo patto, acconsentiva; e finalmente la sua vita ebbe uno scopo, il suo cuore un pascolo, il suo spirito un'occupazione, e come per incanto ogni dolore, ogni sconforto s'inabissò, disparve, nell'invasione d'una suprema letizia, nella rifioritura dell'anima, nella risurrezione di tutto l'essere suo. Ella gli scriveva delle lunghe lettere, narrandogli la storia della sua esistenza, dei suoi dolori, dicendogli che nulla più gli restava al mondo fuorchè l'affetto di lui, chiedendogli di difenderla contro i malvagi, ma scongiurandolo di non tradire la fede che aveva riposta nella sua parola. «Noi non possiamo essere l'uno per l'altra che i più intimi, i più teneri amici; la triste esperienza che abbiamo acquistato ci deve garentire da nuovi e più grandi errori... Voi mi starete vicino quanto più sarà possibile; e la fiducia che nulla riuscirà a scuotere la nostra affezione sarà il più grande conforto nelle avversità che il destino non risparmia a nessuno. Gli animi volgari non ci comprenderanno: tanto peggio per loro; la nostra coscienza non ci rimorderà!...» Egli scriveva poco, la guardava con occhi supplici di desiderio, tentava di baciarla in viso, scongiurava, alle repulse di lei:

— Sulla fronte, almeno?

— Sulla fronte, sì.

Ella gli aveva dato a leggere il _Giglio nella valle_ di Balzac, la _Principessa di Clèves_ della signora di Lafayette, sottolineando per lui i passaggi in cui era espressa la passione casta e contenuta; decisa questa volta a salvare l'amor suo dalla caduta fatale, a qualunque costo, a costo di morirne. Ma la lotta s'impegnò più presto che ella non credesse: non eran bastate le preghiere, doveva ora difendersi materialmente, incrociando le braccia sul seno, protendendole poi, al gesto disperato col quale egli si allontanava.

— Volete dunque espormi, mio Dio, al disprezzo di tutti?

Già un mormorio correva intorno ad essi, le malignazioni erano cominciate, e come il mondo non le teneva nessun conto dell'eroismo con cui ella resisteva, egli non le teneva conto dei rischi a cui s'esponeva per amor suo. Si faceva invece più insistente, minacciava di abbandonarla:

— Se questa tortura deve continuare, finirò per fuggirvi...

All'idea di perderlo ella rompeva in lacrime, riconoscendo finalmente di essersi ancora lasciata prendere dall'inganno d'una pura affezione. Ma come affrontare la malvagità del mondo? come darsi in balia delle sue nemiche, in quel piccolo ambiente dove l'atto più innocente era spiato, commentato, risaputo? No, ella non avrebbe fatto mai questo, non tollerava l'idea dei sorrisi maligni con cui le malvage avrebbero vista la conferma dei loro pronostici. L'amore non era dunque il più forte? Ma non aveva ella negato l'amore? E sapeva soltanto come l'avrebbe trattata quell'uomo il domani della sua dedizione? No, v'era troppa tristezza in lei, d'intorno a lei... Sarebbe piuttosto fuggita ella stessa: nella lontananza era l'unica salvezza. Poi si diceva che la logica fatale della sua condizione rendeva inutile quel partito: a che cosa sarebbe andata incontro, fuggendo? Poteva restar sempre sola? Delle cadute meno degne non l'aspettavano?.. Ma si ribellava alla logica; anche ora, come sempre, voleva fare a suo modo. Lungamente, secretamente, ella maturava quel proposito, dilaniata nondimeno da impulsi contrarii, vedendo danni da per tutto, imaginandone sempre più grandi. Si frenava dinanzi all'amica, si studiava di nasconderle la battaglia che si combatteva nel suo cuore, ma quando finalmente le annunziò la risoluzione della partenza, non le fu possibile contenersi oltre. Rompendo in pianto, con voce strozzata dai singhiozzi, ella le confidava la passione che non aveva saputo soffocare, i pericoli che la circondavano, il tentativo di salute che le restava da compiere.

— E dove vuoi andare? che cosa farai, sola, lontana?...

— Non so, non lo so... ma non togliermi coraggio! Tornerò a Roma, andrò più lontano se occorre, continuerò la mia vita sbalestrata... pur di togliermi da questo martirio, di evitare quest'abisso...

L'amica finiva per riconoscere la convenienza della fuga; ella la scongiurava di non farne trapelare nulla, di non rivelare il suo rifugio. Voleva scomparire senza vederlo, senza lasciargli una parola, certa che le sue forze l'avrebbero tradita. E come i preparativi della partenza erano già cominciati, dinanzi ai bauli scoperchiati, alle valigie aperte, un'ambascia più disperata le scoppiava in cuore, col pentimento del suo sacrifizio. Ella era passata accanto alla felicità e non aveva saputo riconoscerla e aveva voluto respingerla! Pel mondo, per lui, per sè stessa, quel sacrifizio era vano: tutti l'avrebbero sospettata egualmente ed a lei non restava che il rancore d'un bene perduto per sempre, d'una speranza voluta a forza distruggere. Non era vero che l'amore non esisteva, ella aveva bestemmiato: non esisteva che l'amore, la vita dell'anima; ella non ne avrebbe trovato mai uno più alto, più poetico di quello di Enrico, cominciato nella purezza della prima gioventù, sopravvissuto a tante vicende, ridestatosi con tanta violenza! Ella sacrificava il suo bene allo sciocco mondo che non le aveva dato se non amarezze. Ella piangeva tutte le sue lacrime, riconosceva di non avere ancora tanto sofferto. Un tenebrore fitto e pauroso avvolgeva l'avvenire, il danno non avrebbe avuto mai fine! Che cosa sarebbe stato di lui?... Allora, l'impossibilità di lasciarlo così, senza neppure un ultimo addio, le apparve evidente. Gli scrisse, e ciascuna parola di quella lettera le costava una stilla di pianto. «Quando voi riceverete la presente, io sarò partita, per sempre. Avevo creduto in voi, avevo sognato di passare nella vita tenendoci per mano, amandoci, ma serbando il diritto di tener alta la fronte. Voi non avete avuta questa forza, non ve ne faccio una colpa. Non m'incolpate, a vostra volta, se io prendo una determinazione che vi farà male, ma non quanto ne farà a me stessa. Dimenticatemi! Addio.»

Come una cappa di piombo, il cielo le pesava sul punto di lasciare la casa ospitale dell'amica, nel ripeterle la raccomandazione di non rivelare a nessuno il suo destino. Tornò a Roma, col cuore stretto da una morsa, col corpo ammalato e lo spirito affranto. L'imagine dell'abbandonato le era sempre presente, con tutte le forze dell'anima ella tendeva verso di lui. Un giorno, improvvisamente, se lo vide dinanzi.

VIII.

Non era dunque un sogno! La vita aveva ancora sorrisi, l'amore aveva ancora promesse, la felicità esisteva! Ma nel momento che era cominciata, ella aveva detto ad Enrico:

— Senti, sei tu che mi togli alla solitudine a cui m'ero rassegnata!... Se credi ora di potermi lasciare!... Tu non mi sfuggirai più, comprendi? Io ti strapperò il cuore con queste mani, se tu tenterai di sfuggirmi!...

— Sarà difficile. Non me l'hai già tolto?...

Non era un sogno; però ella aveva un continuo, insaziato bisogno di nuove conferme, tanto era incredibile.

— Ed è vero?... Tu mi vuoi tanto bene?... Hai pianto per me?...

— Credevo di morire!

— Ed è vero?... Oh, perdonami, non è diffidenza... è meraviglia, è stupore... se tu sapessi!... È come se da un carcere eterno, buio e freddo, io fossi passata all'aria libera e pura. Grazie! grazie! grazie! Come ti son grata! Come ti amo!...

Tentava di metterglisi in ginocchio dinanzi; egli la rialzava, protestando, affermando che era sua la meraviglia, la gratitudine, ripetendole che aveva pensato sempre a lei, che l'aveva amata sempre, che la speranza di incontrarla qualche volta gli aveva sempre sorriso.

Ella scrollava il capo, indulgentemente.

— Sarebbe troppo bello!... Questo capisco che non è possibile... Allora, perchè non cercasti mai di me?

— Perchè... perchè tu eri d'altri...

Chinati gli occhi, in atto di riconoscere la propria colpa, ella taceva un poco; poi gli gettava le braccia al collo, mormorando:

— Ora bisogna che tu mi ascolti... che io ti narri la storia della mia vita, che ti faccia una confessione completa!...

E gli narrava tutto, tranne l'avventura del principe, pensando che a giudizio degli uomini quella sua vendetta le faceva torto. Per legittimare la caduta con Arconti, ella attestava la prepotenza della passione, diceva di lui:

— Pochi uomini sono stati amati altrettanto...

Poi, temendo che questo ferisse l'amor proprio di Enrico, si correggeva:

— Ma non come te!.. L'amai, è vero, sulle prime, quando credetti al suo sentimento... ma la benda mi cadde subito dagli occhi; egli non amava che sè stesso!... non credeva a niente, era impastato di scetticismo, inbevuto di vanità!... Non come te; tu sei buono, gentile, sei sempre quello che m'innamorasti fanciulla!... Anch'io ho pensato a te, quand'eri lontano; ma le vicende della vita... le fatalità del destino....

Però conveniva di essere stata molto sciocca a resistergli tanto a lungo, a fuggirlo, a rischiare di perdere quella felicità, la prima, l'unica che aveva mai provata!

— O dunque? — chiedeva egli.

— Ah! tu non sai di quale amarezza fui abbeverata! come disperavo di tutto!...

E gli narrava l'immenso disinganno sofferto, il naufragio della sua fede, la morte del cuore. Come credere in qualche cosa, quando l'uomo pel quale ella aveva tutto sacrificato si era ridotto a deriderla, a maltrattarla? Ella esagerava i torti di Arconti, col bisogno di sentirsi dare ragione, di vedersi compianta; e come le esclamazioni di Enrico la sollevavano, ella soggiungeva:

— Vedi? avevo ragione di dubitare? Ho ragione se talvolta voglio sentirti ripetere che mi ami, che non mi abbandonerai, che non farai come gli altri?

Ma, nel ripetergli queste domande, ella s'interrompeva dicendo, con un sorriso, per farsi tollerare:

— Come sono, noiosa? Non mi dar retta!

Egli non aveva l'eloquenza dell'altro, non sapeva trovare di quelle espressioni poetiche che l'avevano un tempo sedotta; non scriveva di quelle lettere che l'avevano ubbriacata; ma ella pensava che fosse meglio così. Aveva troppo provato la falsità vuota di quella rettorica per apprezzarla ancora; la prosa umile ma schietta del linguaggio ordinario non era la più conveniente espressione della verità? Senza declamazioni, egli le provava d'amarla, faceva tutto ciò che ella voleva, non le rimproverava mai il suo passato. Ella però temeva che il pensiero dell'altro dovesse funestarlo; per questo, gli propose di andar via da Roma.

— Qui tu sei esposto ad incontrarlo ogni giorno; capisco che non deve farti piacere! Per quanto grande possa essere la tua fiducia in me, egli ti deve dar ombra...

— Io non t'ho dato motivo di sospettarlo!

— Lo so!... lo so!... E te ne ringrazio... Ma se tu sei pieno di fede, io ho sempre paura. Credi a me, sarà meglio andar via...

Però egli non volle. In fondo, l'idea di buttar giù la sua casa, di trovarsi fra gente sconosciuta, non le sorrideva molto; ella vi si rassegnava come ad un vero sacrifizio, ad una prova d'amore, e dinanzi al rifiuto di Enrico, si sentì vinta da un nuovo impeto di gratitudine.

— Come sei generoso!... Se sapessi come questa tua fiducia mi fa bene, come ingigantisce la mia devozione... Tu mi hai redenta!... I miei errori, tutte le mie tristezze sono cancellate; tu mi ridai i miei vent'anni, torno ad essere per opera tua come quando t'amai la prima volta... E una risurrezione di tutto l'essere mio...

E come Enrico protestava, ella affermava, ripetutamente:

— Sì, sì, redenta!... senza l'amor tuo, chissà che cosa sarebbe accaduto di me!...

Ed aveva fatta una scoperta:

— Io ti debbo tutto, tu mi hai tratto da un abisso di miseria, hai impedito che finissi di perdermi; ed io non ho fatto nulla per te...

— Proprio? Nulla?

— Nulla!... Ti ho data tutta me stessa... gran che!... valgo così poco!... e poi, se ti amavo!... Ma di noi due, chi è in debito verso l'altro son io!... Non dir di no; è così, lo so!... E vedi, tu puoi farmi quel che ti piace, maltrattarmi, tradirmi; io non mi lagnerò, accetterò tutto da te...

Forse ella commetteva un errore dicendogli questo; ma era così fatta, da mettersi tutta nei suoi affetti, da non calcolare mai. Del resto, egli non le dava motivo di pentirsene. Quella vita che la serietà e la gelosia di Arconti non le avevano consentito, adesso ella era libera di farla. Enrico rispondeva al tipo dell'uomo di mondo che ella aveva vagheggiato: s'era fatto ammettere al _Circolo delle Caccie_, amava la società, andava a cavallo, giuocava, fin troppo, ma ella vi avrebbe posto riparo. Le presentava i suoi amici, non essendo geloso, o piuttosto sapendo di non averne motivo; l'accompagnava dovunque, era sempre al suo fianco premuroso ed allegro. Ella dava dei pranzi, delle cene; invitava dei giovanotti scapoli, artisti in voga, giornalisti che parlavano delle sue serate, della grazia con cui ella faceva gli onori di casa.

Il principe di Lucrino era fra gli assidui. Nel rivederlo la prima volta, ella s'era sentita avvampare; a poco a poco il suo disagio dinanzi a lui scemò. Come aveva cominciato ad alludere alla sua breve fortuna, ella tagliò corto:

— Se tiene a venire in casa mia, non parli di questo.

Però il principe aveva di tanto in tanto delle pose romantiche; quando pronunziava certe parole: il _passato_, le _memorie_, le sottolineava, guardandola fiso. Per fortuna, Enrico non sapeva nulla. Una sera le disse:

— Sai chi ho conosciuto? Arconti.

Ella chinò un momento gli occhi; poi gli chiese, gettandogli le braccia al collo:

— Che cos'hai provato?

— Niente.

— No, non fingere!... Dimmi la verità!... dimmi che hai sofferto!... non me ne avrò a male; è una prova d'amore!...

— Ma perchè vuoi che soffrissi? non lo vidi mai con te, non fu per lui che ti perdetti...

— Perchè non mi hai portata via?... Dovrò incontrarlo anch'io...