Part 27
Ella non aveva nessun interesse a conoscere quella gente; però, dall'impaccio di Paolo, comprese che egli voleva evitare un incontro. L'orgoglio di lei, a quell'idea, ricominciò a sanguinare: era dunque così disprezzata da lui! creduta indegna di entrare per un momento in mezzo alla sua famiglia!... Lo sbaglio commesso con quella tarda ripresa d'un legame finito le si rendeva adesso palese. E non le restava neppure il diritto di lamentarsi...
Prima delle vacanze. Paolo le annunziò che quell'anno doveva tornare a casa più presto del solito. Ella non oppose nessuna difficoltà, nè gli chiese se e quando contava di rivederla, rimandando la spiegazione alla sera del congedo, ma senza essere neppur certa che l'avrebbe provocata. Come lo scoppio di un fulmine, il giorno precedente, una notizia la stordì. Il principe di Lucrino, incontratala per via, accompagnatala un pezzo, le disse a un tratto, dopo averle inflitte mille sciocchezze, con un'allegria espansiva:
— Dunque, abbiamo un matrimonio parlamentare?
— Che matrimonio?
— Ma quello dell'onorevole Arconti...
Col cuore subitamente afferrato e stretto da una morsa, ella sostenne lo sguardo indagatore di quell'uomo; disse, ridendo:
— Davvero?
— Con la figlia del senatore Rigoni... la famiglia dello sposo è venuta a Roma per questo...
Ah, quel ritorno a casa, fra gli urti dei passanti, lo schioccar delle fruste dei cocchieri, con un velo dinanzi agli occhi, un rumorio minaccioso che pareva inseguirla, incalzarla, che faceva precipitare il suo passo; e lo smarrimento, la vertigine che l'obbligarono ad arrestarsi a mezza scala, afferrata alla maniglia, ansimante, perduta; e il sordo ribollir della collera, appena entrata a casa, il furore con cui si strappava la veletta, con cui gettava lontano il suo cappello, i suoi guanti, la rabbia con cui scacciava la vecchia che le diceva qualcosa.
— Vattene!... via!... hai capito?
Scacciata anche lei! Gettata via come una cosa inutile e vile! Egli la gettava via!... A quest'idea, all'idea di sapersi abbandonata per un'altra, di saperlo felice con un'altra, il rancore la divorava. Essergli rimasta scioccamente fedele! Non essere stata lei a infliggergli quel tormento, a ferirlo nel suo orgoglio, a vendicarsi dei suoi disprezzi!... Essere umiliata da lui, sferzata a sangue, calpestata sotto i piedi, derisa, schernita!... Oh! oh!... due lacrime ardenti le traboccavano dalle gonfie ciglia, si evaporavano sulle guancie infiammate... Ella si rodeva, nell'impeto furioso di commettere una pazzia, di far parlare tutto il mondo di sè. E non le aveva detto nulla! Forse era già partito!... Allora, corse al campanello, chiamò a lungo, fin quando Stefana apparve.
— Senti... scusami... ma corri da lui... domanda se è qui... se non è partito... No, non dir questo... se è qui, soltanto... senza farti vedere!... corri... fa presto!...
Vederlo! udire da lui stesso se era vero! vedere fin dove arrivava la sua viltà!... E dei progetti le attraversavano lo spirito: correre da quell'altra, dirle: «È mio!», gettarsi fra loro... E poi?... A un tratto, la coscienza della propria debolezza l'abbatteva. Col viso nascosto contro il guanciale, il petto compresso, le mani afferrate alla coltre, ella non poteva pianger neppure... Ma era nulla il dolore antico, il dolore della separazione reciproca suggerita dalla stanchezza, dinanzi a quel che avveniva adesso, alla solitudine in cui ella restava intanto che la vita ricominciava a sorridere all'altro!... Allora pensava: «Ma se non lo amavo più? se ero stanca di lui?» E voleva dirglielo, buttargli in viso il disprezzo che le ispirava soltanto... Invece, vedeva un altare sfolgorante, una coppia felice, e dietro un pilastro, nell'ombra, una donna vestita a nero, la tradita, l'abbandonata... E finalmente le lacrime scorrevano, il freddo guanciale le beveva... Ma ella lo amava! Non lo aveva mai amato tanto! Come il giorno in cui lo aveva tradito, ella assisteva adesso alla rivelazione dell'amor suo!...
— Non è partito... è qui...
Rimandò la donna, si mise a misurare da un capo all'altro la camera, come una leonessa ferita. Che fare? che dire?... Fingere, aspettare che egli si decidesse a rivelarle i suoi progetti... Provocarlo piuttosto, sferzarlo... o supplicarlo ancora!... Ripeteva a voce alta le frasi che pensava: «Se credete che io v'abbia amato mai!... No! tu non farai questo: non merito tanta crudeltà...» Imaginava le risposte che egli le avrebbe date, e come l'ora scorreva, l'ansia, il tormento crescevano; a un tratto, a un improvviso squillo del campanello, ella sussultò, scattò in piedi, sentì tutto il suo sangue rifluirle al cuore...
— Tu parti?
Dopo averle baciata la mano, egli rispose:
— Domani.
— Credevo... che non saresti venuto...
— Perchè?
— Nulla!... temevo... Si è sciocchi quando si ama...
Egli si cavò lentamente i guanti, guardandone la cucitura. Disse:
— Tu cosa farai?
— Non so... non ho ancora stabilito... aspetto che tu stesso decida...
— Ma tu sei libera!... non c'è ragione di vincolarti...
Vi fu un momento di silenzio. Ella domandò:
— E quando conti di ritornare?
— Presto, spero... più presto del solito...
— Non mentire!
S'era alzata, appoggiandosi alla spalliera della poltrona, fissandolo in viso.
— Se tu non vuoi credermi... — rispose egli, scrollando le spalle.
— Non mentire... so tutto!...
E adesso egli chinava lo sguardo. Irrigidita, col capo eretto, il respiro breve e precipitato, ella lasciava cadere delle parole lente e gelate:
— Tu parti... per non vedermi più... per raggiungere un'altra... Credevo però che avresti avuto... la lealtà... di dirlo...
Più lungo, più penoso, il silenzio tornò a pesare dintorno. Egli evitava sempre di guardarla. Il rancore e lo sdegno ribollivano in lei, traboccavano quasi; ella frenava gl'impeti da cui si sentiva strozzare.
— Tu non rispondi nulla?
— Cosa vuoi che dica?... Se non sono creduto! se tu presti fede piuttosto alle ciarle della gente!...
— Allora... allora... — e febbrilmente la mano di lei stringeva la sua — allora, giura che mi hanno ingannato!... giura che non è vero... Tu taci!... tu eviti di guardarmi!... tu non hai il coraggio...
— Oh, insomma!...
Di scatto, anch'egli sorse in piedi. Ella indietreggiò, spalancando gli occhi, riparandosi istintivamente con un braccio, presa da una folle paura, credendo che fosse sul punto di batterla. E come egli si stringeva la testa fra le mani, traendo un sospiro d'ambascia, prorompendo a un tratto:
— Ma perchè mi torturi?... Non vedi che soffro?... Che volete da me?... — ella cominciò ad assentire, col capo, con la mano:
— Sì, sì... hai ragione... il torto è mio!... tutto mio!... Non gridare... Sei libero, guarda: non ti trattengo, va'... va'...
— Non capisci tu dunque...
— Zitto!... Non dir nulla!... Capisco, sì, sì... capisco che non si dice a una creatura: «Sai, non t'amo più, ne amo un'altra, tu sei d'inciampo alla mia felicità, lasciami, vattene...» Ah!... ah!...
Cadde sul divano, col capo contro il bracciale, le labbra contratte da brividi sibilanti. Egli venne a mettersele accanto, a tentare di sollevarla, di persuaderla:
— Ma non è questo!... Se ti hanno detto male!... È la mia famiglia che ha dei progetti... che crede di costringermi...
— Non m'ingannare... tutto è finito, per sempre...
Egli non rispose. Allora, ricomponendosi, passandosi una mano sulla fronte, ella disse:
— Tutto era già finito da un pezzo... il torto fu mio, a tentare di risuscitare un cadavere... Adesso, ecco, comprendo!...
Si alzò e gli stese una mano.
— Non è colpa di nessuno... doveva finire così!... Siate felice.
Gli occhi di lui si velarono di lacrime.
— Vi ho molto amata, credetemi...
Ella fece un gesto vago. Aveva bisogno di tutta la sua forza per contenersi. Egli restò un poco in silenzio, a capo chino; poi fece un passo.
Allora un singhiozzo violento le straziò la gola.
— Dio!... Mio Dio!...
Credeva di morir soffocata, il pianto tempestoso si mutava in una tosse convulsiva e lacerante. Egli diceva qualcosa; col capo, con tutta la persona, ella faceva cenno di no, di no. Come quello strazio si venne sedando, l'altro disse, piano:
— Se volete, non partirò...
Allora le sue lacrime cessarono d'un tratto.
— Addio!
Egli chinò il capo.
— In qualunque circostanza potessi esservi utile, ricordatevi che avete in me un amico...
— Grazie... Vi ringrazio.
Ed era scomparso! e non era tornato indietro! e non era venuto a gettarlesi ai piedi, a domandarle perdono, a lasciarla almeno con una buona parola... Così! Così!... Una pietra sepolcrale si chiudeva dunque su quel passato, qualche cosa crollava nell'anima di lei... Un momento, ella stette in ascolto, udendo il clamore pauroso del silenzio; poi si sentì torcere ed abbattere...
E il domani, nell'abisso di miseria morale, di sofferenze fisiche in cui era precipitata, aspettava ancora. Come niente veniva, come l'ora della partenza trascorse, ella mandò ancora Stefana da lui. Credeva che non fosse partito, che sarebbe venuto ancora una volta. Era troppo triste, troppo malvagio lasciarla così...
— Partito?... è partito?...
Allora un impeto selvaggio di sfida la sollevò. Che viltà! che viltà!... E ad un tratto il cameriere venne ad annunziare:
— Il signor principe di Lucrino.
VII.
Sul mare grigio e plumbeo, il vapore filava rapidamente, con la prora eretta, fremendo per tutte le commessure alle poderose vibrazioni della macchina ansante. Lungo i fianchi del legno, correvano le piccole ondate che il suo moto formava sulla superficie stagnante dell'acque, e pel contrasto del nero di cui lo scafo era tinto esse prendevano intorno una colorazione azzurrognola, rivelavano qualche cosa della loro misteriosa profondità. Laggiù in fondo, in quella pura freddezza, non era bene sparire?... Ella era costretta a distogliere lo sguardo dall'abisso affascinante, a portarlo in giro per la cerchia dell'orizzonte. Cielo ed acqua, una cinerea uniformità da per tutto; ma come un grumo di nuvole più scure, Ustica appariva sullo sfondo nebbioso. Allora, dalle latebre della sua memoria, sorse il canto udito, tanto tempo addietro, una notte serena di primavera nel porto di Palermo:
«Voga quel remo: Chissà se un'altra volta ci vediamo, Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»
Era dunque ancora la via conosciuta, tante volte percorsa; e uno dopo l'altro i ricordi degli antichi viaggi si svolgevano nella mente di lei. Tristi tutti, egualmente, le andate ed i ritorni, fin dal primo salpare per l'ignoto della vita; ma nessuno come questo!... Le coste isolane non si scorgevano ancora, già nella notte erano scomparse quelle del continente, e in tale sospensione fra due lontananze ella trovava l'imagine del proprio stato. Più amaramente che ella non avesse mai creduto si chiudeva un tenebroso periodo della sua vita. Stolta, che aveva sperato di prendere una rivincita dell'abbandono in cui s'era vista lasciata, per non riuscire ad altro che ad una nuova amarezza! Prima dell'ebbrezza, la nausea l'aveva vinta, ed era stata una desolazione così profonda, una disperazione così radicale, che ancora il desiderio di finirla l'assaliva dinanzi alle fredde profondità del mare... Se dal buio passato ella guardava verso l'avvenire, un'incertezza paurosa la sgominava. Ella andava verso un paese in cui non avrebbe incontrato che ostilità. Alle intercessioni di sua zia, il nonno aveva acconsentito di rivederla, mettendo però come patto che ella non sarebbe venuta a Milazzo. Egli non la giudicava degna di rientrare nella casa dov'era cresciuta! Ed una coincidenza che al suo cuore ulcerato pareva cercata apposta, obbligava sua zia a lasciare Palermo giusto mentre ella vi si recava!...
Con una stretta al cuore, vedeva ora avvicinarsi la meta, sorgere tra cielo e acqua il titanico blocco del Monte Pellegrino, distendersi ai suoi piedi la linea della città. Quella vista l'affascinava, il suo spirito si smarriva nell'irrompere incessante delle memorie, ed alla voce di Stefana che l'avvertiva dell'approdo un brivido la scosse. Nessuno ad aspettarla a terra, neppure un servo. Ella frenava le lacrime entrando nell'albergo, rispondendo al cameriere che le chiedeva se la camera offertale era di suo gradimento. Che triste ritorno! La città rumoreggiava sordamente, ed era come un mormorio minaccioso che si levasse contro di lei, come una voce astiosa che la scacciasse...
Il giorno dopo venne suo zio, scusandosi con un equivoco sul giorno dell'arrivo, invitandola ad andare con lui a Termini, dov'erano per affari. Ella rifiutò, aspettando il nonno che aveva già telegrafata la sua partenza da Milazzo. Quando lo vide apparire, il suo cuore si strinse più fitto. Era un vecchio cadente, l'ombra di colui che ella ricordava nell'imponenza della forza e nel rigoglio della salute. Le sottrasse la mano che ella voleva baciargli e le sfiorò appena con le labbra la fronte. Parlava del suo viaggio, del tempo, di Stefana, e non una parola, non una domanda intorno al passato. Di tanto in tanto si facevano dei silenzii, come fra estranei che non trovano nulla da dirsi. Così continuava a trattarla, senza nessuna espansione, evitando ogni allusione alla intimità di un tempo, non dicendo nulla dell'avvenire. Talvolta, quando ella ricordava i giorni remoti dell'infanzia, le carezze che egli le prodigava prendendosela sulle ginocchia, sentiva la tentazione di buttargli le braccia al collo, di confidarsi a lui, di giustificarsi; ma la sua freddezza l'arrestava. Infine, perchè la trattava così? Se ella aveva fatto del male, lo aveva fatto a sè stessa, e l'espiazione non era finita!... Malgrado lo studio messo nel nascondersi, nel farsi ignorare, ella vide qualcuna delle sue antiche conoscenze, la Leo, Sara Máscali; e furono degli sguardi duri, delle arie sdegnose, delle insultanti voltate di spalle. Suo figlio, adesso un bel giovanetto di dodici anni, veniva a trovarla tutti i giorni per un'ora, in compagnia dell'aio; ma la sua entrata in collegio era stata decisa, e ne affrettavano a un tratto i preparativi, quasi a sottrarglielo più presto. Ella non trovò un'accoglienza fraterna che da un'estranea, da Giulia Víscari, che volle condursela in casa. Gli anni parevano non esser passati per l'amica; era sempre fresca, vivace ed allegra come quando l'aveva lasciata l'ultima volta. Anche lei aveva sofferto dei disinganni, ma, con una maggior forza di reazione, li aveva superati più facilmente.
— Che cosa avrei dovuto fare? — le diceva — Desolarmi, strapparmi i capelli (quei pochi che mi restano!) dare lo spettacolo della mia disperazione? E poi? Perchè? Per aggiungere sciocchezza sopra sciocchezza!
— Però, convieni che l'abbiamo fatta grossa!
— Ah, sì!... Se potessi tornare indietro, t'assicuro che non ricomincerei!...
— Ed io, dunque?
Adesso conoscevano gli uomini, il loro egoismo, la loro mancanza di cuore.
— Noi siamo fatte a un altro modo!
— È inutile, non ci capiscono!
Quelle confidenze le riuscivano di molto conforto; però l'ostilità di cui era oggetto trovava in questo un nuovo alimento. Sua zia, che era stata così tepida verso di lei, le rimproverava, tornando a Palermo, di avere accettata l'ospitalità dell'amica; ella non seppe frenarsi:
— Ma sai, non avevo molto da scegliere!... E sarebbe curioso che io facessi la difficile!...
La folla delle beghine maligne, delle invidiose della loro libertà, diceva che esse s'intendevano perchè si rassomigliavano, riduceva la loro amicizia ad un calcolo, e una tristezza immensa la prendeva dinanzi a quell'accanimento senza ragione, senza scusa, sentendosi continuamente denigrata ora che nulla v'era più di riprovevole nella sua vita. Ma una curiosità pungente di sapere quel che si diceva di lei, del suo passato, la faceva insistere tanto presso l'amica, fino a vincerne la riluttanza.
— Dicono tante cose... che te n'importa? Io non ne credo nessuna!...
— Dimmele! Voglio saperle... Mi dànno molti amanti?
— Sì...
— Oh, le vili!... Ma chi?... Quanti?...
— Molti, che so!...
— Le vili! le vili!...
La loro viltà consisteva nell'addebitare alle altre come una colpa ciò che avrebbero voluto fare esse stesse! La maschera dell'onestà le soffocava; l'idea di essere amate, il desiderio del frutto proibito le struggeva; ma non avendo il coraggio di romperla col mondo, di pagare del proprio, nascondevano il rancore delle voglie insaziate sotto l'ipocrisia della virtù. Ella non credeva alla virtù di nessuna: l'onestà era o freddezza di carattere, sterilità di fantasia, mancanza di cuore, o paura del castigo, calcolo interessato, stucchevole posa. Potevano darla a intendere a tutti, con le loro attitudini d'angeli offesi, tranne che a lei! Non era già il tentativo di attenuare la propria colpa che le faceva in tal modo comprendere tutte le donne nello scetticismo di quel giudizio; ma convincimento antico, persuasione confermata dai fatti. Se tutte coloro che gridavano allo scandalo fossero state libere, se non avessero avuto a temere la perdita del loro posto nel mondo, i disagi, le denigrazioni, che cosa sarebbe diventata la loro onestà? La prova era la condotta di quelle che avevano dei mariti ciechi o compiacenti, l'abbandono di ogni ritegno di cui esse davano spettacolo. Ma per queste non c'erano accoglienze fredde o voltate di spalle; i loro tradimenti erano incoraggiati, la loro doppiezza premiata!
L'ingiustizia della società la colmava di sdegno. Quando ella aveva abbandonato suo marito, tutte le avevano dato ragione; pretendevano dunque che una donna giovane e bella come lei, rimasta sola, dovesse rinunziare al mondo, all'amore, alla felicità? Sodisfare ai propri capricci restando accanto a quell'uomo, le sarebbe stato permesso; i fulmini si scagliavano sul suo capo perchè non si era piegata ad una transazione sleale!... Evidentemente, la condizione della donna non poteva essere più disgraziata: o legata per tutta la vita a chi non era fatto per lei, o condannata ad una rinunzia superiore alle sue forze, o esposta al dileggio di tutti. Perchè dunque gli uomini dovevano godere d'una libertà sconfinata? V'era giustizia? Le donne non avevano anch'esse desiderii, simpatie, bisogni? Ella s'infiammava discutendo di queste cose, avrebbe voluto tanto ingegno da perorare pubblicamente la causa di quante erano come lei, da combattere per la riforma delle leggi, donde veniva il primo male. Gli uomini le avevano fatte, per loro uso e consumo, per loro tutela; un dispotismo feroce le informava.
— Ci avete consultate? Ci avete ammesse a discutere con voi? Io rifiuto di riconoscere un regime imposto con la forza bruta! Leggete la storia: ci teneste come schiave, ci trattaste come cose! Ma allora eravate almeno conseguenti. Ora che vi siete degnati di riconoscerci un'anima, uno spirito, ora che noi abbiamo aperti gli occhi, badate!...
Cogli uomini che frequentavano quasi esclusivamente il salotto dell'amica, ella impegnava delle discussioni vivaci, sferzava il loro egoismo, rideva quando li sentiva affermare la supremazia esercitata dal suo sesso per via della grazia e della seduzione.
— Bella supremazia! Una credenza che voialtri diffondete perchè vi torna comodo, per piegarci a ciò che vi conviene, per farci dimenticare tutte le altre nostre inferiorità! Grazie tante!... _Une fiche de consolation!_
Le donne avevano però un'arma in loro mano: esse potevano vendicarsi terribilmente, distruggendo l'onore d'un uomo, coprendolo di ridicolo per tutta la vita. Ella ne conveniva tra sè; apertamente non si dava per vinta, affermava che erano pregiudizii. Ad ogni modo, voleva dire che anche gli uomini non potevano esser contenti di uno stato di cose creato da loro; bisognava dunque pensare al rimedio! Però, quando ella cercava di proporlo, si confondeva, non riusciva a formularlo. Divorava gli opuscoli morali di Dumas figlio, si metteva ad esclamare, tutta sola, col libro fra le mani: «Sì, sì, è così!» ai passaggi in cui vedeva precisato il proprio confuso pensiero; ma incontrando dei paradossi, delle contradizioni, era tentata di scrivere delle lunghe lettere all'autore; o piuttosto avrebbe voluto confidargli la sua storia che ella giudicava un soggetto degno di studio, e chiedergli dei consigli, proporgli delle quistioni. Perchè lei che non credeva se non alla passione, aveva obbedito al capriccio? Qual'era la migliore vendetta da prendere contro l'abbandono degli uomini? Avrebbe ella potuto uscire trionfante dalla lotta in cui era stata vinta?
Sì, forse. La virtù vera esisteva, la sua santa mamma ne era stata una prova; Bice Emanuele che ella incontrò un giorno per via, ne era un'altra. Suo marito aveva finito di rovinarsi, era stato coinvolto in affari equivoci, aveva compromesso il nome dei suoi figli; eppure s'era rassegnata sempre al suo destino, semplicemente, senza lagnarsi. Quando ella rammentava l'amica giovane, bella, elegante, corteggiata da tutti, piena di delicatezze, squisitamente sensibile, e paragonava quel fantasma alla creatura avvizzita, dimessa, sommessa, che si vedeva ora dinanzi, riconosceva che solo una forza interiore, la naturale bontà, il sentimento del dovere avevano potuto impedirle di fare come tante altre. Se non aveva ceduto alla tentazione, non era già perchè non l'avesse compresa, lei che non era vissuta se non di sogni; nè per un calcolo, giacchè aveva tutto perduto; nè per ostentazione, se dimostrava per le cadute altrui un'indulgenza così buona. Un'idea, una fede l'aveva solamente sostenuta; ed allora, tutta convertita da quello spettacolo, ella riconosceva che v'erano ancora molte altre come quella, buone senza secondo fine, degne di rispetto e d'ammirazione. Ma a che cosa giovava loro questa bontà? Erano forse felici?... Ne vedeva ancora delle altre meno meritevoli, circondate com'erano dall'affetto vigile, dalla protezione tenera dei loro mariti. Come pensare a tradire un uomo unicamente occupato di voi, pieno di cure, di delicatezze, di fiducia? Bisognava essere senza cuore, pervertite nell'anima, per tradire una persona fatta così; e quelle che erano state capaci di tale mostruosità le facevano sdegno. Ella aveva tradito Arconti in un triste periodo della sua vita, quando durava l'eco delle lezioni perverse che aveva ricevute. Più tardi, fin quando egli era stato buono con lei, un pensiero cattivo non s'era neppure affacciato alla sua mente!... E a un tratto, ripensando a lui, al posto che aveva tenuto nella sua esistenza, sentiva le rapide fitte d'un desiderio acutissimo, secretamente covato: il desiderio di rivederlo, di riudirlo. La ragione lo combatteva, le rappresentava il male che egli le aveva cagionato; ma certi giorni, dopo una lettura, o per aver rammentate delle parole che gli erano abituali, o senza motivo, per l'umore del suo spirito, per la tensione dei suoi nervi, ella ripensava alle passate dolcezze, agli entusiasmi dei primi anni, e il suo desiderio si faceva più ardente. Dov'era egli? Poteva non pensare a lei? Se egli fosse venuto di nascosto a raggiungerla, a tentare di riacquistarla?... E fantasticava di essere accostata da una persona sconosciuta che le consegnava con aria di mistero una lettera, una lettera di lui, nella quale egli annunziava la sua presenza a Palermo e chiedeva un convegno, ma parlando in terza persona, così: «Un uomo che visse della vostra vita, che piange tutte le sue lacrime per avervi perduta...»