Part 16
Guglielmo abbassò il giornale, guardandola curiosamente.
— Sei ammattita?
— Rimanda la sua roba a quella sfrontata, se non vuoi che la rimandi io stessa con un mio biglietto da visita!
E gettò la forcina sopra un tavolo.
— Ma di chi diavolo parli?
— Ah, non lo sai?... Non mentire, guarda; perchè io posso tollerar tutto, fuorchè la menzogna!
Egli ripiegò il giornale, mettendosi le mani in tasca.
— Adesso ti pregherei di non rompermi il capo.
— Sì, non è vero?
— Precisamente... Mi secchi l'anima, con le tue tragedie! Ieri è venuta una signora, io stavo per uscire, s'è fermata un momento. Sono cose che accadono tutti i giorni.
Ella batteva un piede, incrociando le braccia.
— Proprio?... Ma perchè accadono precisamente a te? Perchè non accade a me d'essere ricevuta da un signore, solo?
Come egli scuoteva tranquillamente la cenere del proprio sigaro, ella stese un braccio:
— Ma bada, sai!... Quello che non è accaduto potrebbe un bel giorno accadere!
Allora egli scoppiò a riderle in viso.
— Ah! ah!... ah! ah!... ah! ah!
— Guglielmo, non ridere!... Guglielmo, bada!
— Ah! ah!....
— Bada che finora ho sopportato, ho sofferto, ho resistito... bada!...
— Che vai minacciando, sciocca? imbecille?...
— Di gettarmi in braccio al primo venuto!
— Fàllo!... Próvati!... Ed io non ti caccio a pedate, sciocca che sei? Non mi libero di te?...
— Sta bene! Si resta intesi!... Soltanto, avverti quella sgualdrina di non metter piede in casa mia...
Egli si alzò, dicendo con voce minacciosa:
— Casa tua?.... Casa tua?.... Questa è casa mia, qui comando io, capisci?.... Qui tu non sei nulla!...
— Io ti prometto che se colei mi comparisce ancora dinanzi, la mando ruzzoloni per le scale.
Allora le si avvicinò rapidamente, alzando un braccio.
— Ah, sì?... — gridò, coi denti stretti, il pugno chiuso, gli occhi iniettati di sangue. — Ah, sì? Ed io ti prometto che farò venir qui tutte le ciabatte di Palermo, qui dentro! in camera mia! te presente! capisci?... tutte le ciabatte di Palermo, quelle da una lira, capisci?...
Ella sentì un gran freddo passarle per la schiena. Egli continuò:
— Qui, in casa mia, dove io sono il padrone, e tu niente!... dove tu sei venuta a ficcarti per forza, dove ti ha ficcata quel farabutto di tuo nonno.
— Oh!
Ella si ritrasse, lentamente, barcollando, cercando un appoggio con una mano, portandosi l'altra alla tempia. I polsi le battevano con violenza, un velo avvolgeva tutte le cose; ella s'aggirava per la sua camera automaticamente, non sapendo quel che facesse. A un tratto gridò, buttando indietro il capo, stendendo minacciosamente il braccio, increspando le narici:
— Lo farò, sai!... lo farò!...
L'abbattimento soprovveniva, tanto più profondo quanto più forte era stata l'esaltazione. Ella sentiva a un tratto che quei propositi di vendetta erano vani, perchè ella non avrebbe saputo come fare, perchè le repugnava darsi a qualcuno, così, freddamente, senza amore... Dei lunghi giorni passavano, durante i quali ella non vedeva più suo marito altro che a pranzo, dinanzi alle persone, scambiando con lui una dozzina di sillabe. Chiusa nelle sue stanze, delle fantasmagorie le sfilavano dinanzi: rievocava tutta la sua vita passata, e pensando alla storia del suo matrimonio, un pentimento smanioso la rodeva: come era caduta nello stesso errore di sua madre! Perchè non s'era ribellata in tempo? Cento volte, la condotta di quell'uomo glie ne aveva data l'occasione: una sola parola sarebbe bastata a salvarla! Che fatalità! E non potere distruggerla più! Doverne subire eternamente il peso!... Se avesse saputo evitarla, come la sua vita sarebbe stata diversa! Enrico Sartana l'avrebbe fatta felice: perchè non lo aveva aspettato? Si accusava, riconosceva che la colpa era stata sua! E si metteva a pensare a lui, assiduamente. La ricordava ancora? Si sarebbero incontrati mai?... Adesso egli viveva a Napoli, e la notizia del suo matrimonio corse un giorno per tutta Palermo: sposava un'ereditiera, la duchessa di Santorsola. Allora, anche quel ricordo andò svanendo: le restavano solo gl'inutili pentimenti, le dolorose imaginazioni della felicità che altrimenti le sarebbe toccata, le vane aspettazioni d'un compenso al quale sentiva di avere diritto. Disperando di ottenerlo, si proponeva di rinunziare al mondo, di ritirarsi in campagna, di darsi tutta all'educazione di suo figlio. Se lo faceva recare vicino, trovandolo un amore, compiacendosi del suo precoce sviluppo; però il bambino non restava volentieri con lei, o aveva delle voglie insaziabili, o metteva tutto sossopra. Ella tentava di riafferrarsi alla vita esteriore, ma la vuotaggine delle conversazioni, la grettezza dei giudizii e dei pregiudizii finivano di disgustarla. La provincia non era fatta per lei, e il rancore contro suo marito cresceva, poichè egli non aveva neppure mantenuto la promessa di stabilirsi a Roma, di passarvi almeno gl'inverni. Ma avrebbe preferito farsi tagliare la lingua piuttosto che dovergli qualche cosa, e precipitando in una sfiducia infinita, s'appartava, usciva di rado, faceva poche visite. Durante una di queste, dalla marchesa di Carini, le presentarono un forestiere: il conte Aldobrandi. Non era giovane, ma ella non aveva ancora l'idea d'una distinzione come la sua: se invece d'essere innanzi a due piccole provinciali si fosse trovato in cospetto di due regine, non avrebbe potuto contenersi altrimenti.
— Ha detto, Aldobrandi? — chiese alla marchesa, quando egli si fu congedato.
— Sì, gli Aldobrandi di Firenze, sa bene...
— E cosa viene a far qui?
— Cerca casa; precede sua moglie che viene da noi per salute.
— Ah! è ammogliato?
Non lo avrebbe supposto. Rivedendolo una sera a teatro, notò che egli la guardava con insistenza. Era già legato con suo marito, venne a trovarla nel palco. Ella ne provò un'intima sodisfazione. Tutti gli occhi del pubblico elegante erano su di lui; le piaceva mostrare che ella riceveva fra le prime i suoi omaggi; e riprendendo a un tratto la padronanza di sè, cominciò a sfoggiare tutto il suo spirito, la sua seduzione. Egli era stato nella diplomazia, parlava del suo soggiorno di Madrid e di Bucarest; un poco del fascino regale gli si era attaccato. Venne a trovarla a casa; per istrada, al passeggio, la seguiva in carrozza, la salutava tre, quattro volte, voltandosi sempre a guardarla.
Ella pensava: «Ci siamo! Mi fa la corte!» Gli dava un po' retta, lo guardava a sua volta, lusingata che un uomo suo pari, nella cui memoria doveva esserci un _harem_, notasse una provinciale come lei. Però, non ammetteva che egli potesse essere pericoloso: le piaceva fisicamente, lo trovava d'uno chic supremo; poi pensava che aveva moglie, che doveva avvicinarsi alla cinquantina, e non ammetteva che potesse esservi nulla fra loro.
Il conte tornava a trovarla, le dimostrava in ogni occasione la propria preferenza, la ubbriacava di lodi, le diceva che il suo salotto era il più attraente di Palermo, che ella era la dama più elegante e spiritosa di Sicilia.
— Via, non m'aduli!... — fingeva ella di protestare, sorridendo — Lei non le conosce tutte...
— Crede dunque che ci sia bisogno di conoscere le persone per giudicarle? Non basta vederle? Non vi è un'impronta, una linea, qualche cosa che rivela, da mille miglia, la grazia, l'intelligenza, tutti gl'istinti più alti e più nobili?
Ed accompagnava le parole con un lungo sguardo scrutatore, che diceva: «Quest'impronta, questa linea, questo qualche cosa lo vedo in voi, nei vostri gesti, nel vostro abito, nel vostro corpo...»
Ma ella scrollava il capo, ribattendo:
— L'argomento è abile... fa onore al suo talento di diplomatico...
— Questo vorrebbe dire che io fingo?
— Che grossa parola! Non fingere, ma... dare a intendere... Quistione di sinonimi!...
— Dunque non mi crede?... E se io le dicessi che appena l'ho vista?...
Tutte le volte, però, che egli minacciava una dichiarazione, ella lo interrompeva, gli chiedeva notizie di sua moglie: «Sta bene?... E quando verrà?...» per rammentargli i suoi doveri, per fargli comprendere che quel linguaggio gli era interdetto. E con un senso di trionfo, vedeva che quelle allusioni lo imbarazzavano, turbavano la sua correttezza anglosassone, finivano quasi per irritarlo.
Finalmente la contessa arrivò: una bruna, alta, magrissima, senza petto, con due occhioni enormi, inquieti, febbricitanti; d'una eleganza indefinibile, originale, capricciosa e _chifonnée_. Ella si era legata con la nuova venuta, le aveva reso nei primi tempi tutti i minuti servigi che si debbono ai forestieri, mettendo a sua disposizione la propria carrozza, facendole da guida per la città, accompagnandola nel mondo. La contessa le dimostrava la propria gratitudine, confidandosi con lei, dicendo che trovava Palermo una bella città, ma che vi stava a malincuore, perchè aveva lasciato altrove la miglior parte di sè, perchè suo marito era per lei da tanto tempo un estraneo. Un giorno si erano chiamate di tu; ora ella la considerava come un'intima amica. Il conte, traendo profitto della frequenza dei loro incontri, insisteva nella sua corte, nelle sue allusioni; ella lo lasciava dire, sedotta da quella condizione drammatica, dalla lotta che imaginava si combattesse in sè stessa fra il rispetto che doveva all'amica e la simpatia sempre più forte che l'uomo le ispirava. Però, quando la contessa si lagnava della propria solitudine, ella la confortava:
— Ma tu hai accanto tuo marito! un marito che tutte t'invidiano! che è il cucco delle nostre signore...
L'altra alzava le spalle, affondava il capo nella _touffe_ di _tulle_ che portava sempre annodata intorno al collo esile.
— Te lo regalo... lo vuoi?...
Egli, come la capitava sola, riprendeva con maggiore insistenza:
— Avete giurato di farmi dannare?... Perchè siete così?...
— Così, come, di grazia?
— Così tentatrice, così diabolica, così divina?... Sorridete, sì; sapete che per un vostro sorriso qualcuno darebbe la vita?
— Ah! ah!... — ella rideva, di cuore. — Ma sa che lei è di pessimo gusto?... Ha sua moglie vicina, che vale tanto più di me...
— Lo dica un'altra volta!
— E parla del mio sorriso!... Ma il sorriso di sua moglie è un incanto!... Non mi parli, per carità, delle bocche piccole come la mia. Le labbra di sua moglie sono dei petali carnosi!... E quel pallore così distinto! e quello sguardo che affascina! quel languore pieno di soavità, quella voce che è una melodia!... Uomo, farei pazzie per lei!...
Sentiva quel che diceva, ma pensava pure che fosse dover suo tenergli quel linguaggio; poi ancora le piaceva ascoltar le proteste del conte, che erano altrettante esaltazioni della bellezza sua propria. E come egli, più umilmente, a voce più bassa, esprimeva il suo voto, ella lo interrompeva:
— Tacete!... No, mai!...
— Ma perchè? Vi dispiaccio tanto? Sono così disgraziato da riuscirvi intollerabile?
Messa alle strette, ella evitava di rispondere.
— Che c'entra questo?... Io ho dei doveri... e voi anche!...
Allora egli sorrideva un poco, scetticamente.
— Doveri?... Ma se da per tutto si fa così!...
E aveva preso a deridere gli sciocchi scrupoli provinciali, la buffa gelosia da Arabi andati a male dei Siciliani, narrando quel che si faceva da per tutto, le raffinatezze del piacere, gli sfrenamenti delle orgie. A poco a poco le sue parole diventavano più crude; ella avvampava, ascoltandole. Grandi dame che si vendevano, velate, in casa di provveditrici discrete, quando avevano bisogno di denaro; duchesse spagnuole che facevano chiamare i _toreadori_ più gagliardi; alte cortigiane che ricevevano i principi nei letti dalle lenzuola di raso nero perchè il roseo delle carni spiccasse di più; le orgie imperiali di Saint-Cloud, le caccie _aux flambeaux_ in cui le prede erano rappresentate da donne ignude... Malgrado l'ansia malsana di sapere quelle cose, ella gl'imponeva di tacere, si portava le mani alle orecchie; egli continuava. La contessa di Streetford, prima di andare a Corte, quando era vestita di tutto punto, sfolgorante di gemme, si abbandonava al suo cocchiere in livrea; la Cordellani riceveva con certi accappatoi ovattati che s'aprivano rapidamente, in modo che ella poteva mostrarsi tutta agli amanti negli intervalli fra una visita e un'altra; la principessa Valitzine, la celebre Russa, aveva dei gusti contro natura... Ella si chiedeva come era arrivata fino al punto che quell'uomo le parlasse così! Ritrovandola, egli cercava di ricominciare.
— Basta! — esclamava lei — non voglio saper nulla, non voglio nausearmi...
— Ma la vita è così!
— È molto brutta, convenitene...
— Bisogna conoscerla!
E le parlava delle donne che aveva avute: analizzava la loro bellezza, entrava in particolari intimi, faceva dei paragoni con lei, riferiva le fantasie, le stranezze che avevano avute alcune, le sensazioni che gli avevano procurato altre: una corsa di notte, in islitta, a Bucarest, sotto le pelliccie, in un deserto di neve; la visita fatta con la moglie del suo ambasciatore a un museo secreto... Le mandava dei libri, dei romanzi; ogni volta erano più arditi, più liberi. Ella si sentiva prendere insensibilmente, malgrado il proposito di resistergli. Fingeva di non comprendere le cose che le diceva, gli restituiva quei libri senza parlargliene, pensando così di non compromettersi; ma si sentiva tutta inerme dinanzi a lui, sedotta dall'idea ch'egli la desiderasse, vedendosi messa per questo solo a paro con tutte quelle donne più belle, più ricche, più nobili; presa certe volte, repentinamente, dalla folle tentazione di sentirsi giudicar tutta da un conoscitore suo pari... E una soggezione la vinceva, pensava intimidita che egli doveva trovarla molto provinciale; aveva paura, lei così padrona di sè, di commettere delle _gaucheries_. Egli era vissuto nel fasto delle Corti, conosceva i secreti delle alcove regali!... Però, come si faceva più ardito, ella lo scostava:
— No, è inutile!... Vostra moglie mi è amica... non la tradirò mai!...
— Tradire? No, non la tradirete...
Ella rovesciava il capo, lasciava pendere un braccio, oppressa, turbata, intanto che egli le alitava in viso, mormorando:
— Non c'è bisogno di tradirla...
VI.
Era stata una corruzione sottile, lunga e sapiente, una febbre malsana, la profanazione dei suoi sogni d'amor forte, schietto e trionfante. Non aveva amato quell'uomo, era stata ubbriacata da lui. Durante il torpore in cui i suoi sguardi e le sue parole l'avevano immersa, ogni tentativo di rivolta era stato soffocato dall'idea della propria ignoranza, dall'esempio delle altre, dall'ansietà di sapere, fin quando quell'uomo era andato via com'era venuto, da un giorno all'altro, portandosi qualche cosa di lei, del suo pudore, del suo candore, lasciandole in fondo all'anima, con un amaro disgusto, un'irrequietezza scontenta e come il bisogno d'una purificazione, d'un ideale lavacro.
L'improvvisa decisione di Guglielmo di partire per la capitale operò in buon punto una diversione nello spirito di lei. Il marchese stava sempre male, ma egli stesso aveva consigliato loro di andar via, per mettere un freno alla prodigalità pazza del nipote, che restando a Palermo, in mezzo alla Società abituata a vedere il suo lusso, non avrebbe mai saputo frenarsi. Il bambino era affidato, pel momento, alla zia Carlotta ed a Stefana.
I preparativi della partenza, le visite di congedo, il viaggio, la distrassero; ella era piena di vaghe fantasie, di aspettazioni indecise, cercava di rappresentarsi quel che le sarebbe accaduto in quella nuova fase della sua vita che stava per cominciare. Nei primi giorni di Roma, dinanzi alla folla sconosciuta, con l'oppressione d'un inverno rigido, non trovò che delle crisi d'angoscia muta e sconfinata. Poi, come lasciarono l'albergo per un quartiere piccolo ma grazioso, in via del Tritone, le cure dell'assestamento l'occuparono; a poco a poco la vita della capitale la travolse. Aveva cominciato per andare in casa di Mazzarini, il ministro siciliano legato con suo nonno da un affetto quasi fraterno; le sue conoscenze, lì, si moltiplicarono rapidamente. I salotti del ministro erano molto frequentati da uomini politici, da alti funzionarii, da ufficiali; non v'era però l'alta aristocrazia, le grandi dame fra le quali ella si struggeva di prendere posto. Una sera, si vide guardare da un giovane alto, magro, coi capelli bruni, i baffetti biondi. Malgrado gli anni trascorsi, lo ravvisò subito; il deputato Arconti, che aveva incontrato durante il suo viaggio di nozze. Avvicinatosi alla padrona di casa, egli le venne incontro insieme con lei.
— L'onorevole Arconti... — cominciò la Mazzarini.
Ella stava per dire qualche cosa; l'altro la prevenne:
— Io non so più se ella si rammenta che ebbi già l'onore di esserle presentato, cinque anni addietro...
— Ma sì, rammento benissimo...
— Il giorno dell'inaugurazione della legislatura passata, all'albergo di Milano...
Questa precisione di ricordi da parte d'una persona che doveva conoscere tanta gente la stupì un poco. Voleva dunque dire che ella gli aveva lasciata un'impressione speciale?... E intanto che egli parlava della Sicilia, del suo desiderio di andarvi, d'un giro che prossimamente vi avrebbe fatto in missione parlamentare, ella lo guardava, cercando di scoprire l'intimo pensiero di lui dietro alle sue parole rapide e calde, dietro al suo sguardo scintillante, penetrante, irresistibile. «Gli piaccio!...» si diceva; «che effetto produco su lui!» Ed ella restava piena della sua figura, della sua voce. Non era bello, ma pieno di simpatia, col fuoco che lo animava, con la schiettezza buona che traspariva dai suoi occhi vivaci. Un interesse che non voleva ancora confessarsi la induceva a parlare di lui, a chieder notizie intorno alla sua persona ed ai suoi casi. Così venne a sapere che egli apparteneva ad una nobile famiglia lombarda, ma che, alla Camera, sedeva verso l'estrema sinistra. Un gran dolore gettava un'ombra nella sua vita: fidanzato a una bella fanciulla, gracile e delicata, nel cui petto un germe mortale aveva già cominciato secretamente la sua opera distruttrice, egli era stato spettatore d'un'agonia straziata in entrambi dall'idea della felicità perduta sul punto che stava per essere raggiunta. Dicevano che il giorno in cui la poveretta s'era spenta, avean dovuto strappargli a viva forza il suo revolver, perchè egli non voleva sopravvivere alla creatura adorata. Era stato sul punto d'impazzire, poi aveva viaggiato lungamente; di ritorno in patria, s'era buttato alla politica. Possedeva una coltura brillante, era un oratore irresistibile, una natura di fuoco. Ella si lasciava vincere da una curiosità irrequieta, si chiedeva se quell'uomo potesse amare ancora, studiava il senso della premura con cui s'era fatto ripresentare. Aspettava che venisse a trovarla; lasciò invece una carta. Però lo incontrava sempre dalla Mazzarini; ed egli le si metteva vicino, le parlava a lungo: delle conversazioni attraenti, nelle quali il giovane mostrava una rispettosa deferenza per tutte le opinioni di lei. Ma come ella manifestò una sera il desiderio di assistere qualche volta alle sedute della Camera, egli protestò:
— No! no!... Non ci venga!...
— Perchè?
— Perchè quell'ambiente falso, vecchio, ammorbato, è letale per tutto ciò che è grazia, freschezza e serenità... Perchè gli sguardi fatti per contemplare le cose belle, tutto ciò che riluce e sorride, non si debbono perdere in quel limbo tristo!...
— Lei intanto ci vive.
Egli tacque un poco; poi rispose, piano:
— Io seguo i precetti della medicina omeopatica: curo la tristezza con la tristezza.
Ella pensava: «Se quest'uomo mi amasse? Lo amerei anch'io?...» Non si rispondeva, però una gaiezza insolita le metteva dei muti sorrisi sulle labbra; si diceva: «Qualche cosa nascerà!...»
Gli aveva detto che era in casa tutti i martedì: e il martedì seguente che ella era sola, con un libro chiuso fra le mani e il pensiero rivolto a lui, venne a trovarla. Vi era, nella sua voce sommessa, qualche cosa di turbato intanto che le parlava ancora della Sicilia.
— E lei è nata proprio a Palermo?
— Io sono fiorentina!
Ascoltava intento le spiegazioni che ella gli dava sulla propria famiglia; la interrompeva di tratto in tratto per chiedere qualche cosa, dei minuti particolari.
— Io andrò presto in Sicilia... Ma, fanciulla, dove è vissuta?
— A Milazzo.
Si sentì intenerire all'idea che egli pensasse al suo passato di giovanetta, udendogli pronunziare quella parola: _fanciulla_, in cui le era parso di sentire come una blanda carezza.
La conversazione durò ancora un poco; quando egli fu andato via, ella restò con un certo senso di disinganno, come se qualcosa d'aspettato non fosse avvenuto. Voleva dunque che le cadesse ai piedi? Ella scherniva la fretta da cui la propria imaginazione era presa; però aveva la certezza di non essergli indifferente. E un gran signore romano, il principe di Lucrino, che le avevano presentato in casa Varconati, la guardava a lungo anche lui. Era un altro tipo: non s'occupava d'altro se non di _sport_, voleva fare la vita dell'allevatore: ogni giorno alle sette del mattino saliva sopra un due-ruote e fino alle dieci addestrava un cavallo, col bavero del paltò sul collo, un _plaid_ sulle ginocchia e grossi guanti alle mani. Poi andava a far colezione, e subito dopo riprendeva a guidare fino alle quattro. Assisteva alla ferratura degli animali, faceva mettere sotto i propri occhi la biada in macerazione, e comprava lui stesso gli arnesi occorrenti nella scuderia. I suoi amici lo mettevano un poco in canzonatura, contestavano la sua competenza. La sua conversazione era molto limitata: razze, corse, premii, allevamenti. Tutte le volte che egli la incontrava, l'osservava da capo a piedi, con l'occhio avvezzo a giudicare le belle forme dei nobili animali. Ella discuteva tra sè le qualità di quest'altro. Non aveva l'ingegno e la cultura del deputato, ma un nome più sonoro, una più alta posizione sociale e la passione per quella vita di signorili passatempi alla quale ella stessa si sentiva portata. Egli poteva dare l'ebbrezza dei successi mondani; l'altro parlava alla mente ed al cuore. L'amor proprio di lei era solleticato da quei desiderii destati in due uomini appartenenti all'_élite_ della capitale. Del resto, la sua bellezza, le sue doti intellettuali le procuravano da per tutto l'accoglienza più lieta. Le restava di andare a Corte: la Mazzarini s'era incaricata delle pratiche occorrenti.
Ella studiava attentamente gli usi della società, per correggere i provincialismi dei quali poteva essere attaccata. A Palermo, nel suo giorno, il cameriere annunziava le visite: vedendo che dalla principessa di Castrano questo non si faceva, diede ordine di smettere. Alcune signore ricevevano coi guanti, altri senza: ella li lasciava da parte, perchè s'ammirasse la sua mano; e quando arrivavano delle lettere d'amiche, le fiutava prima di leggerle, per sapere quale profumo era più in voga.
Venne anche il principe a trovarla. Come ella aveva visite, dei Siciliani di passaggio, fu tutta lieta di mostrar loro che relazioni avesse stretto. Per far parlare il principe, avviò il discorso sul suo tema favorito, chiedendogli delle notizie e degli schiarimenti. Egli descrisse capo per capo la sua scuderia, annunziando che il suo _Rataplan_ era già iscritto a Palermo per la riunione di fine marzo. Parlava con una voce molle, strascicata, da prete.
— Ma coi nostri fantini!... In Francia, fantini e _trainers_ sono tutti inglesi; solo in Germania, a Francoforte, ho visto fantini tedeschi. Ogni ottobre, i Francesi fanno delle corse di prova: bisogna vederli, sembrano altrettante scimmie a cavallo...
— Del resto, l'Inghilterra è la patria dello _sport_...
— Però, vi sono buoni allevatori anche in Francia. Adesso non solo battono gl'Inglesi che vengono da loro, ma vanno a contendergli il campo fino a Londra. Cominciò _Gladiateur_, il primo francese vincitore del _Derby_. Un cavallo! Arricchì il proprietario ed il fantino, che scommisero tutto, anche quello che non avevano...