Part 15
— Adesso lascia stare la tua cavalleria da tavola rotonda!... Ti ho detto che mi dispiace...
Ella disse, ancora più freddamente:
— Non ho che farci.
— Sentiamo questa, adesso...
— Guglielmo!... È inutile che tu insista. Ho un'amica a cui accade una disgrazia... le altre le dànno addosso; io la difendo e la difenderò...
— Ah, la chiami una disgrazia?... Povera innocente! è stata una tegola piovutale sul capo, eh?... Chi glie l'ha fatto fare, dunque? Che cosa le mancava, in casa di suo marito?
— Tu credi che queste cose si facciano per un bisogno materiale?
— Ah, lo so... i bisogni del cuore! il vuoto dell'anima! Di' piuttosto che l'aveva nel sangue, quella...
Ella sorse in piedi, pallida, fremente.
— Bada come parli.
— Parlo come si merita...
— Guglielmo, bada! È una mia amica... Bada che non tollero che tu l'insulti in mia presenza!
Egli brontolò qualche cosa, cedendo dinanzi alla minaccia. Ella s'acquetò a quella sodisfazione; non sapeva dove si sarebbe arrestata se egli avesse continuato.
Abbandonare Giulia, fare come le altre, le sarebbe parsa una indegnità, tanto più che non v'era in quel momento nulla da rimproverare nella condotta dell'amica. Un bel giorno, però, Toscano tornò a Palermo. Allora, l'accanimento contro la caduta ricominciò, più feroce. Ella raddoppiava d'attenzioni per lei. Toscano glie ne era grato, le dimostrava, in certi saluti rispettosi, in certe strette di mano, quanto apprezzava quella condotta. Egli del resto obbligava anche gli altri al rispetto; aveva provocato Platamone, che era stato uno dei più malvagi contro la caduta, gli aveva assestata una tale sciabolata sul braccio, da storpiarlo malamente. E vedendosi ossequiata da lui, ammirando il suo coraggio, la sua eleganza, la distinzione dei suoi tratti, ella pensava: «Se egli s'innamorasse di me?...» Un romanzo s'intrecciava nella sua fantasia: ella vedeva Toscano lottare tra la vecchia passione e la nuova, Giulia accorgersi di avere in lei una rivale; l'amicizia contrastare con la gelosia, l'amore col dovere, dei sacrifizii compiersi da una parte e dall'altra... Fantasie di cui sorrideva, creazioni della sua imaginazione eccitata, che non avevano nessuna base nella realtà, poichè Toscano, come diventato un altro uomo, viveva esclusivamente per Giulia, compensava coi trasporti d'una passione sempre più calda i dolori che la falsa situazione le procurava... Se l'amica sua era dunque tanto felice, voleva dire che non aveva più bisogno di lei; ma, più che questa idea, era una specie d'invidia, sottilissima ed inconfessata, che la faceva allontanare a poco a poco; una sorda gelosia, non per Toscano, che non le veniva nulla, ma per le gioie arcane di cui la vita di Giulia doveva esser fatta...
Però ella adesso vedeva dovunque delle felici. Lisa Ramondetti era amata da Vadalà: l'uno andava dove andava l'altra, e quale emozione non doveva procurare l'incontrarsi in pubblico, cerimoniosamente, con chi si aveva avuto al fianco, nella più grande delle intimità!... La Molina le faceva vedere, nel suo salottino, l'angolo in cui passava il suo tempo, circondata da tutti gli oggetti che le erano cari: un quadretto con una iniziale nera per firma, un'anfora di bronzo, un tagliacarte di filigrana d'argento, un cofanetto sempre chiuso — dei regali d'amanti! La baronessa Marcieff, una russa che svernava a Palermo, seguìta da un marito vecchio e filosofo che la lasciava libera di fare tutto quel che le piacesse, era entrata in relazione col conte Roberto di Diana: tutti lo sapevano, sapevano i loro convegni in una casa di via del Papireto, le passeggiate notturne che facevano insieme, al porto, fuori porta Vittoria. La principessa parlava dell'amante innanzi alle persone; a lei una volta aveva detto, spiegando perchè non era andata ad una festa: «Roberto non può venirci!» Una nuova conoscenza, quella di Antonietta Rossi, moglie di un capitano di vascello venuto in missione, era diventata presto intima. Era bionda come lei, ma più ben fatta, _souple_, _élancée_ dall'espressione più _langoureuse_. Si lagnava del soggiorno di Palermo, della lontananza dal proprio paese. Quando ella le proponeva di andare insieme in qualche posto, di far toletta, rispondeva:
— E perchè poi?... Son cose di cui vale la pena quando c'è un interesse, uno scopo...
Più tardi, con la confidenza cresciuta, aveva spiegato meglio:
— Quando si deve piacere a qualcuno, quando si va ad incontrare l'amante... Per chi vuoi che mi vesta?... Tu, sì...
Ella non protestò. A poco per volta Antonietta le narrava il suo romanzo, il grande amore della sua vita: un conte veneziano, discendente dai Dogi, ricchissimo, che possedeva non so quante ville, una delle quali aveva messa a sua disposizione; poi, le gelosie del marito, certe scalate di notte, per mezzo di corde di seta; delle lettere anonime, la denunzia d'un segretario che s'era innamorato di lei; un seguito di avventure che ella ascoltava a bocca aperta, credendole tutte, con la secreta mortificazione della propria inesperienza che non le suggeriva nulla da raccontare a sua volta. Poi le confidenze dell'altra si erano fatte più intime: aveva avuto un altro amore, prima di maritarsi, suo marito non l'aveva trovata ragazza; ma neanche lui aveva aspettata la cerimonia nuziale... Allora, s'era messa ad enumerare altre cose: quello che gli amanti pretendono, le sensazioni che essi procurano...
Tutto questo l'aveva leggermente nauseata; udendo parlare l'amica dei suoi antichi amori con un tono di voce tranquillo, anzi con una specie di lieta compiacenza, ella si diceva che colei doveva essere molto leggiera, per non commuoversi al ricordo degli uomini dai quali era stata amata, per restare così indifferente dinanzi all'evocazione della sua vita sentimentale. Ma se ella avesse amato, se fosse stata amata, solo la morte avrebbe potuto cancellar dal suo cuore le memorie d'un grande affetto!... L'invidia secreta per le fortune delle altre donne si temperava allora col sentimento della propria superiorità; ella sentiva che esse meritavano il severo giudizio del mondo. Però, fuori della colpa, nella santità del matrimonio, la passione non avrebbe potuto esistere? Mondini, uno degli avvocati di casa Duffredi, aveva preso in moglie una cugina: come l'amava! Ella era stata un giorno a trovare la giovane coppia, in una casetta di campagna, nascosta tra gli aranci sulla via di Monreale; era tornata via tutta rimescolata: Mondini, cogli occhi umidi, non aveva parlato d'altro che della sua felicità, dell'adorazione che aveva per sua moglie; a un certo punto, senza curarsi della presenza d'un'estranea, le aveva messo una mano sui capelli e l'aveva baciata in bocca...
Precisamente come suo marito!... Egli era adesso più freddo di prima: aveva assunto con altri amici l'impresa del teatro di musica, rimettendoci quattrini a palate, per fare il pascià in mezzo alle cantanti e alle ballerine; e tutto il giorno se ne stava con dei giovanotti scapoli, con le combriccole di _viveurs_, di _coureurs de femmes_, con tutti coloro ai quali venivano raccomandate le donnine allegre di passaggio e che se le passavano di mano in mano... Ella cercava di rifarsi col suo bambino; ma questo diventava ogni giorno più irascibile e sembrava nutrire un'avversione per lei. Col padre, che gli lasciava fare tutto quel che voleva, stava volentieri; con la zia Carlotta che lo guastava peggio, era tutto sorrisi e battute di mani; se lei lo prendeva in braccio, la picchiava sul capo, le graffiava il viso, le afferrava il naso, le strappava i capelli, si torceva come un serpe, rosso quasi stesse per iscoppiare, e non si chetava se non quando tornava con la balia o con Stefana.
I giorni di lei passavano monotoni, vuoti, o pieni soltanto di fantasticaggini, di rimpianti, di aspettative vaghe e sempre deluse che accrescevano la sua irrequietezza. Le distrazioni che un tempo aveva amato adesso la tediavano; sentiva che mancava uno scopo alla sua vita, e un'oppressione insoffribile, atroce, l'accasciava all'idea che gli anni passavano, che il tempo volava... La gioventù! la stagione più bella della vita! la stagione che non sarebbe tornata mai più!... E dei sorrisi d'amarezza le spuntavano sulle labbra.
Un giorno era così, sola, nel suo salottino dalle cui finestre socchiuse filtrava una scarsa luce, quando Guglielmo rientrò, insolitamente presto.
— Ti conduco una vecchia conoscenza, — disse.
Un altro che era con lui s'avanzò. Nella penombra, ella non distingueva i suoi tratti.
— Non mi riconosce?...
— Accardi!... — esclamò, sollevandosi e tendendogli una mano. — E come a Palermo?... Da quando?...
— Per affari, appena da ieri l'altro.
— Aspettami un momento — disse Guglielmo all'amico... Poi, rivoltosi a lei, avvertì: — Stasera resta a desinare con noi...
— Naturalmente!... E che notizie mi porta da Milazzo?
Egli cominciò a riferirne tante: dei matrimonii, delle morti, delle emigrazioni.
— E di Bianca Giuntini, ne sa nulla?... S'è poi maritata?
— Maritata?... È già divisa!
— Come?
Egli raccontò una storia. Mentre parlava, ella stava a guardarlo; pareva non fosse cresciuto; a trent'anni, quanti doveva averne oramai, conservava l'aspetto minuto e gentile dell'adolescenza. Quando ebbe finito di raccontare, guardò intorno per la stanza. Chiese:
— E lei?... Ha già un bambino?
— Sì.
Aggiunse ancora, guardandola:
— È felice?
Ella rispose, vagamente:
— Sì...
Sopravvenne Guglielmo; i due amici andarono via. Ella restò inchiodata sulla sua poltroncina, con le mani inerti, la testa bassa. Come per un sasso caduto in mezzo ad acque stagnanti, un'agitazione si diffondeva nel suo pensiero, ne guadagnava a ondate le pieghe meglio riposte... Luigi, l'antico amore, i giorni lontani di Milazzo, il presente così diverso dell'avvenire sognato, la fatalità che le rimetteva ora dinanzi quell'uomo, ciò che sarebbe accaduto fra loro prolungandosi il soggiorno di lui... Pensava ancora quand'egli tornò insieme con suo marito. Il desinare fu gaio, Guglielmo era di buon umore, parlava continuamente con l'amico, che però si rivolgeva quasi sempre a lei, dicendole delle cose gentili, approvando ciò che ella diceva. Quando passarono nel salotto, Guglielmo li lasciò un poco soli.
Accardi rammentò alcune scene di Milazzo, la rappresentazione, la seduta fotografica, insistendo sulla parte che vi aveva presa lei stessa; ed ella credeva di leggere delle allusioni al loro passato, imaginava che egli non avesse potuto dimenticarlo. L'altro parlava ancora, la faceva ridere al ricordo di certi incidenti comici, quando suo marito tornò per condurlo via.
Venne a trovarla due giorni dopo; ella era sola.
— Partirò presto... — annunziò, con una sfumatura di tristezza nell'accento, dopo averle parlato di cose indifferenti.
Ella disse, con un falso sorriso, per provocarlo:
— Non la tratteniamo... L'aspetteranno!
— S'inganna!... Nessuno m'aspetta... come nessuno m'ha aspettato.
Il colpo era diretto a lei. Ella abbassò gli occhi. L'altro continuava:
— Avevo sognato... avevo sperato di poter ottenere una immensa felicità... Mi duole troppo di vedere che questa felicità è d'un altro... Non so rassegnarmi ad esserne spettatore!...
Il cuore di lei batteva violentemente. Una musica di parole turbatrici, mai udite; una sincerità commossa d'accento in quel rammarico sommesso di cui ella era l'oggetto... Ella era l'oggetto di quella passione! qualcuno l'amava! glie lo diceva!...
Egli s'alzò, sospirando. Fece qualche passo; poi le si avvicinò nuovamente, le disse:
— Come avete potuto dimenticare?
Ella rispose, guardando lontano:
— È la colpa della vita!
Subito si pentì, indietreggiando, poichè egli le era quasi ai piedi, le prendeva una mano, glie la stringeva con forza.
— Dunque lo confessate? Voi non siete felice?... Sapevo che non era possibile!.. Quell'uomo non è fatto per voi!.. Oh, se sapeste!... — Poi, con più fervore, stampandole un bacio sulla mano, soggiunse — Teresa, io vi amo!...
— Barone!...
S'era alzata, liberandosi da lui.
— È troppo tardi... io non posso ascoltarvi!... Qualunque sia lo stato dell'animo mio, ho dei doveri: bisogna che io li adempia, a qualunque costo.
— A costo del vostro cuore, a costo della vostra felicità?
— A qualunque costo!
Ella si lasciò ricadere nel suo cantuccio. Vide che egli si stringeva la fronte tra le mani; a un tratto le tornò dinanzi.
— Ebbene, sia... ma lasciatevi amare, se non mi amate!... non è un delitto questo!... Voi non potete impedirlo!...
Era il suo sogno: un amor puro, un affetto secreto che occupasse l'anima, che illuminasse la vita.
Ella taceva, dicendo di sì col pensiero. Così egli non partiva, tornava ancora a trovarla, a ripeterle delle parole di fuoco quando erano soli, a dirle con lo sguardo: «Vedete a chi vi sacrificate?» quando Guglielmo, non prendendosi più soggezione dell'amico, si rivelava qual'era. Le baciava la mano, tentava di abbracciarla: ella gli sfuggiva, mettendolo a posto con una parola, godendo del dominio che esercitava su di lui, inebbriata dalla passione che aveva destata, dagli stessi pericoli che correva, impedendogli di continuare quand'egli si faceva troppo insistente, ma aspettando sempre che ricominciasse.
Ella si domandava: «Cadrò?...» e al pensiero colpevole, all'idea del peccato, chiudeva gli occhi, giungeva le mani: mormorando: «No, no!...»
Una volta ella aveva il suo bambino in braccio; come si mise a baciarlo lungamente, egli disse:
— Non baciate così!
— Oh!... da quando in qua si proibisce alle mamme di baciare i proprii bambini?...
— Si proibisce di far dannare la gente!...
Ella rideva, sentiva disarmarsi, e come anche lui dava dei baci al suo figliuolo dove ella stessa lo aveva baciato, si sentì turbare, chiamò Stefana per riconsegnarle il piccolino.
Di tanto in tanto, egli annunziava drammaticamente:
— Partirò domani...
— Fate un buon viaggio — augurava ella, con un sereno sorriso.
— Come siete fredda!... Come siete senza cuore!... Come nulla vi scuote!... Io potrei morirvi dinanzi senza costarvi un palpito solo!
— Non sono fredda, sono saggia.
— Siete senza pietà!
Altre volte egli supplicava:
— Se andrò via, se non resterò qui, che cosa temete?... Chi saprà nulla?... Non avrete a temere neppure di incontrarmi: non vi verrò mai più dinanzi...
— E la mia coscienza?
— Ma un'ora d'ebbrezza, il paradiso per un'ora, da ricordare per tutta la vita?... Sì?... dite di sì?...
Ella rispondeva, sentendosi struggere:
— No.
Non sapeva ella stessa come quelle risposte le salissero alle labbra. Quell'uomo le piaceva, la tentazione era piena di fascino, ed ella si stupiva di non trovare l'argomento capitale contro quegl'incitamenti: l'impossibilità, per lei, di ammettere il capriccio di un'ora.
Un giorno che Guglielmo era in campagna, egli fu più insistente del consueto.
— Abbiate pietà di me!... Siamo soli, che cosa temete?
E la baciò sulla bocca.
— Scostatevi!... Io ho in custodia l'onore di un uomo... di un vostro amico!... Sarebbe una slealtà...
— Ma egli vi tradisce... con chi è indegna di alzar gli occhi su di voi!
— Vorreste che diventassi un'indegna anch'io?...
— Sempre il freddo ragionamento! Come siete calcolatrice!... ed io, come sono...
Ad un tratto l'afferrò per la vita, la piegò a viva forza, la rovesciò sul divano.
Tremando, balbettando, respingendolo con le braccia irrigidite, ella disse:
— Per pietà... ve ne scongiuro.... lasciatemi... No, per pietà!...
Egli si sollevò, pallido e sconvolto.
— Sta bene... poichè non volete...
Si contorse i baffi, girò intorno il capo come in cerca d'aria; poi soggiunse:
— A rivederci.
Ella gli stese una mano, supplicando:
— Accardi, sentite... siate ragionevole...
— Sta bene, sta bene... A rivederci.
E andò via.
Qualche giorno dopo Guglielmo venne a dirle:
— Luigi ti saluta; non è potuto venire. È ripartito per Milazzo.
Ella restava immersa in un muto stupore dinanzi alla forza della propria virtù.
V.
— Guarda, guarda un po', quell'imbroglione di tuo nonno!...
Era sorta una lite, provocata dai creditori di Ragusa, l'antico proprietario del _Gelso_. Sostenevano che costui li aveva frodati, vendendo quel feudo quando, pei suoi tanti debiti, non poteva più considerarsene come padrone. Si parlava di _rivendica in danno_, di _azione pauliana_, pioveva della carta bollata e Guglielmo ne spiegazzava dei fogli:
— Guarda in quali impicci mi mette!... Questa è la tua famosa dote!... M'ha venduto la pelle dell'orso, capisci?... Una causa sulle spalle!...
— È forse colpa mia?... Che cosa posso farci? che ne so?... Perchè te la prendi con me?
— Già, è lo stesso che dire al muro!... Hai la testa ai nastri, agli svolazzi: queste son le cose di cui t'intendi!...
E come più l'affare minacciava di complicarsi, più se la prendeva contro di lei.
— Hai visto, eh?... Senti quel che dice l'avvocato? Una causa che durerà degli anni!... Capisci in che imbrogli mi cacciano?...
— Ma Guglielmo — protestava allora — perchè affliggi me, adesso?
Egli si traeva indietro, turandosi la bocca, affettando di prodigar delle scuse:
— Perdono, sai!... Scusa!... Non lo farò più!... La colpa è tutta mia!...
Poi riprendeva:
— Questa è la famosa dote!... Sono più le noie che altro!... Capisci?... Perchè tu non te ne venga con la tua famosa dote!... Imbroglione ed intrigante! Gli puoi esser grata, a quell'intrigante di tuo nonno!.. Già, la colpa è mia, che mi son lasciato mettere nel sacco!...
Lo sdegno le ribolliva in cuore, nondimeno taceva, soffriva, lo lasciava dire. Avrebbe voluto minacciarlo, confonderlo con la rivelazione dei propri meriti; ma non diceva nulla, disgustata, insofferente di vederselo dinanzi, non sperando altro che di esser lasciata in pace. A poco a poco, l'infelicità di quella sua condizione veniva conosciuta da tutti; ella stessa, senza lagnarsi apertamente, senza riferire i suoi motivi di dolore, faceva comprendere agli intimi lo sconforto in cui viveva. Tutti la compiangevano; alcune le dicevano:
— Voi siete una santa!... Un'altra al vostro posto gli avrebbe reso pan per focaccia...
Con Giulia, era più espansiva; le narrava quel che suo marito le faceva soffrire, le esortazioni interiori che ella rivolgeva a sè stessa.
— Che fare? Urtarlo di fronte? ribellarmi?... È peggio ed inutile!.... Andarmene? e come? per far che? con un bambino, un innocente che c'è di mezzo? Domando al Signore di darmi forza! lo lascio dire, lo lascio fare, lo evito... purchè mi rispetti...
Giulia le dava ragione, si lagnava ella stessa della condizione disgraziata che la società faceva alle donne. Toscano cominciava forse a trascurarla?
Ella lo aveva visto spesso vicino a una signora di Girgenti, la baronessa Cannetto, venuta a stabilirsi a Palermo: una donna matura, ma libera, sul conto della quale si dicevano tante cose e che molti uomini circondavano. Guglielmo glie l'aveva presentata, quasi forzandola a trattarla.
— Per questa qui non ci sono difficoltà? — aveva osservato lei, in tono leggermente ironico, ma senza secondo pensiero.
E un giorno, quando un'intimità s'era stretta fra loro, la zia Carlotta le disse;
— Non ti far vedere troppo con quella donna.
— Perchè?
La zia non volle rispondere altro; ma Giulia le ripetè più tardi la stessa cosa, e allora, subitamente insospettita, ella esclamò:
— Tu sai qualche cosa!... Dimmi tutto!... Sarò forte, vedrai...
— Ma no, nulla...
— Non sei sincera!... Vo' sapere... te ne scongiuro!... Mio marito!...
Come l'amica non rispondeva, ella si portò una mano alla fronte:
— Con lei?... Oh!
Restava interdetta, dallo stupore, dalla mortificazione: una vecchia, a quarant'anni, ritinta, infinta... quella vecchia era preferita a lei?
— E si vedono?... Oh, te ne prego, non mi nasconder nulla!... Guarda: sono tranquilla; che cosa potrei fare?... Si vedono, dove?...
— In una casa... fuori porta Sant'Antonino... T'assicuro che non so precisamente dove...
Anche questa! Questa con le altre!... Ed ella si ripiegava ancora su sè stessa, inghiottiva l'amaro, rinunziava ai lamenti sterili, ridicoli ed umilianti. Non metteva alla porta quella smorfiosa, la riceveva, le restituiva le visite, studiando il suo contegno, misurando la sua falsità. Con la bocca chiusa, il collo un poco piegato, colei le prodigava elogi, dimostrazioni d'amicizia, la chiamava _amorino mio_, la baciava in viso! Ella sentiva la tentazione d'incrociare le braccia, di guardarla bene negli occhi, di dirle, lentamente: «Spudorata, a chi vuoi darla a intendere con le tue smorfie? Come hai il coraggio di comparirmi dinanzi?...» Quarant'anni? Ma doveva averne di più. Sotto la veletta, sotto la cipria, si potevano contare le rughe! Le mani con le dita cariche di anelli sfolgoranti facevano pietà! I capelli dovevano esser tinti! Ed era costei che le preferiva! Che cosa aveva dunque, che cosa sapeva fare, per sedurre ancora gli uomini?... Ma non era piuttosto per l'attrattiva del nuovo, del diverso, del frutto proibito, che suo marito preferiva quella vecchia a lei, giovane e fresca, ma saputa e risaputa? Non era il desiderio del nuovo, del diverso, del frutto proibito che metteva in lei stessa un'irrequietezza, uno scontento, una febbre intermittente di cui Sampieri ed Accardi avevano provocato due assalti?... V'era della gente che conosceva le delizie della passione, il sapore del mistero, l'emozione del pericolo! Pericoli, spasimi, torture, tutto era seducente, tutto dava valore all'esistenza! Tutto era compensato dalle ebbrezze divine, dalle estasi misteriose... Sognandone ad occhi aperti, languendo di desiderio, restava lunghe ore immobile sopra una poltrona, o a letto; a un tratto, si sollevava protendendo il busto, offrendosi, come se un essere presente ed invisibile, come se un fantasma, come se l'aria potesse abbracciarla, porgendo l'orecchio come se qualcuno mormorasse delle parole d'amore. Sola nella sua carrozza, si stringeva in sè stessa, imaginando di avere una persona cara al fianco, di far sentire a questa persona il proprio corpo, freddolosa e innamorata. Se incontrava delle donne sole procedenti a capo chino lungo i muri, supponeva che tornassero da un convegno d'amore; gli uomini vi correvano, e tutti avevano un secreto compenso alla volgare monotonia della vita. La felicità degli altri faceva la sua infelicità: ella non avrebbe mai conosciuto i palpiti e i delirii che aveva provati in sogno! Eppure, si sentiva un cuor tenero e forte, una fede viva e profonda: nessuna di quelle altre le pareva altrettanto degna d'amore quanto lei stessa. Si giudicava capace d'una passione grande, immensa, imperitura: l'aspettava, l'affrettava... Poichè suo marito veniva meno a tutti i suoi doveri, non era ella sciolta dai proprii? A che cosa era tenuta verso di lui? Ognuno avrebbe preso per la sua via; dinanzi alla gente sarebbero rimasti uniti, salvando le apparenze, come ella aveva letto che si faceva nelle grandi famiglie aristocratiche, a Parigi, a Londra. Non le importava più nulla degli intrighi di suo marito; era tacitamente inteso che ognuno riprendeva la propria libertà.
Una volta, rientrata tardi dopo aver fatte molte visite, il cameriere le disse:
— C'è stata la baronessa Cannetto.
Ella rispose tranquillamente:
— Va bene... Le hanno detto che non c'ero?
— Non so... credo di no, perchè è salita... l'ha ricevuta il signor cavaliere...
— Ah!...
Ella si morse le labbra. Ancora quest'altro affronto!... Però la sua maggiore irritazione era contro sè stessa, che non restava indifferente come aveva giurato. Il domani, nel suo salotto, chinatasi a raccogliere il tagliacarte cadutole, vide qualche cosa per terra, accanto al poggia-piedi. Una forcina da capelli... una forcina non sua, come ella non ne aveva portate mai!... Tutto il sangue le montò al viso; rapidamente, senza un istante di esitazione, andò in camera di suo marito.
Egli leggeva un giornale, fumando, sdraiato sopra una sedia a dondolo. Gli disse, freddamente:
— Un'altra volta, quando riceverai in casa mia le tue ganze, procura che non dimentichino nulla.