L'Illusione

Part 13

Chapter 133,499 wordsPublic domain

La scossa nervosa prodotta dalla triste spiegazione si prolungava, in un eccitamento della sensibilità, in una trepidazione continua. Ella aveva ora come una sbarra sulla fronte, come un nodo alla gola, e le convulsioni tornavano ad assalirla. Per alcuni giorni, Guglielmo parve mutato: le stava vicino, ricevendo le visite delle amiche che si succedevano intorno al letto di lei, chiacchierando, studiandosi di distrarla. Ella rispondeva sorridendo a fior di labbro, col cuore stretto, aspettando invano che egli le si buttasse ai piedi, che le chiedesse perdono, che cancellasse coi baci, con le proteste d'affetto, le amare parole. Nelle lunghe ore che passava a letto, o sopra una poltrona, col corpo indolenzito e la testa confusa, ella si perdeva dietro a imaginazioni, a progetti che la forza della fantasia quasi le dimostrava realizzabili e di cui poi scopriva a un tratto l'assurdità. Voleva confidarsi al vecchio marchese che era tanto buono con lei, rivelargli la condotta di suo nipote affinchè lo costringesse al rispetto dovutole — ma non avrebbe fatto peggio, a mettere un altro di mezzo? E malgrado la ragione fosse dalla parte sua propria, pensava di cedere, di umiliarsi dinanzi a suo marito; di dirgli: «Sì, ama quell'altra... io non sono gelosa... capisco che in una persona come te, dopo la vita che hai fatta, quelle donne esercitano sempre un gran fascino... ma capisco pure che è un fascino passeggiero, che pel tuo cuore, per la casa, per la società, la tua donna son io!... Ebbene, vedi come mi faccio una ragione? Dapprima avevo delle fisime, credevo che le cose andassero altrimenti!... Io ti lascio libero di fare quel che tu vuoi; anzi, imagina di avere in me non una moglie, ma un amico; confidami i tuoi segreti, ti prometto di ascoltarti, di darti dei consigli... ma non mentire, non fare scandali, non espormi alle risa, non mi dire delle cose dure, perchè... perchè...» e in una súbita rivolta dell'orgoglio ferito, nel nuovo e più doloroso ricordo della lunga tortura, della lenta agonìa di sua madre, ella si tacciava di vigliaccheria, insorgeva contro di lui e contro sè stessa, lanciava una sorda sfida: «Bada!... bada!...» Allora delle torbide visioni le sfilavano tumultuosamente dinanzi, un'oscurità tetra avvolgeva l'avvenire, delle rovine si accumulavano sulla sua via... e con la testa fra le mani, ella si diceva: — «Mio Dio, no!... salvatemi, risparmiatemi!...»

Ella si sentiva buona, piena d'indulgenza: ammetteva che gli uomini sono fatti ad un altro modo, era disposta al perdono, alla rassegnazione; e come Guglielmo una sera le chiedeva affettuosamente se si sentiva meglio, invasa da una gran tenerezza ella l'attirò a sè:

— Vieni qui vicino... sì, mi sento meglio... perchè tu sei buono con me!... Guardami in viso: ti ricordi quel che mi hai detto? come hai potuto?... Dimmi che non è vero, che io sono l'amor tuo... È vero che non è vero?... Guardami, non sono bellina? non sono tutta tua? non ti ho data tutta me stessa? Non ti so amare anch'io?...

Egli aveva mormorato qualche cosa, dei monosillabi, intanto che lei gli passava soavemente una mano sui capelli; poi a un tratto, con un impeto di desiderio, la prese. Uno scontento rimaneva in lei: non era questo che voleva; ella sentiva il bisogno di buone parole, di proteste sincere, di giuramenti teneri; e non ne otteneva. Poi, degli argomenti dimenticati le tornavano alla memoria; avrebbe dovuto dirgli: «Come puoi dire che non m'hai voluta, se m'hai domandata tu stesso? Chi ti forzava? C'era qualcuno che t'appuntava una pistola al petto, quando mi domandasti se ti volevo?...» Però, malgrado tutto, la speranza tornava a fiorirle nel cuore, le tristi visioni si dileguavano; e la sera della beneficiata della Fumagalli, per dargli una prova della sua rinata fiducia, ella lo pregò di andar fuori.

— No; preferisco restare... — rispose lui, passeggiando di su e di giù per la stanza.

— Fammi questo piacere:... Va' fuori un poco, al circolo, a vedere i tuoi amici... Poi mi dirai che novità si narrano... Fammi questo piacere; starai fuori un'oretta; io t'aspetterò in piedi...

Si lasciò finalmente persuadere. Tornò a mezzanotte, quando la scappata delle carrozze annunziava la fine della rappresentazione. Ella lo aveva aspettato di minuto in minuto, rifiutandosi di credere che fosse al teatro, e quando Guglielmo entrò nella camera di lei, a chiederle come si sentisse, gli rispose:

— Meglio, grazie. Tu sei stato a teatro?...

— Sì, un momento...

Ella si morse le labbra, chiudendo un poco gli occhi. Poi disse, disinvoltamente:

— Una bella serata? Molti applausi?... molti regali?...

— Così, discreta...

Vi erano quelli di lui, fra i regali: ella ricevette il domani un giornaletto satirico, il _Ficcanaso_, che alludeva agli omaggi raccolti dalla Fumagalli presso le corti estere, specialmente dallo _czarevitch_... Lesse quelle righe tremando, con la vista intorbidata, sentendosi divenuta la favola di tutta la città, aspettando di leggere un'allusione a sè stessa... Lo sconforto tornava ad abbatterla, tutto sarebbe stato inutile: le recriminazioni come il perdono, l'odio come l'amore. Che cosa dirgli? Perchè tentare ancora di ricondurlo a sè? Adesso, ella era preparata a tutto, s'aspettava uno scandalo pel giorno in cui la compagnia sarebbe andata via; era sicura che egli l'avrebbe seguita o che l'avrebbe raggiunta.

Con suo grande stupore, Guglielmo restò. E prevedendo il peggio, credeva di respirare sapendo oramai rotto quell'intrigo. Però, dacchè la compagnia era partita, egli si mostrava più brusco, più duro, la trattava con minori riguardi. Se ella si vestiva pel passeggio o per le visite, egli gettava un'occhiata sulla toletta di lei, osservando;

— Come ti vesti male!... Ti metti come una contadina...

— Ti pare?... — rispondeva ella, fingendo di prender la cosa con indifferenza e continuando a guardarsi allo specchio.

— Le contadine fanno di questi sfoggi di colori!... Ma non li vedi, i figurini?... Non vedi come si vestono le altre?... Ma già, poveretta, la colpa non è sua; chi doveva formarle il gusto, in quella bicocca dove è stata educata?...

L'amor proprio di lei sanguinava, e in quel preciso momento che egli la denigrava, le tornavano alla memoria tutte le lodi che aveva raccolte in società, da Toledo, da Basile, da tutti: «Come siete elegante!... Dopo aver visto voi, non si può guardare più nessuna!... Siete la Dea dei nostri salotti!...»

Più dei tradimenti, la ferivano i suoi sarcasmi; e adesso ella vedeva tutti i suoi difetti; la sua leggerezza, la sua ignoranza, la sua ridicola vanità. Se discendeva da una stirpe reale, era molto degenerato! Quella nobiltà del sangue non riscattava la volgarità dell'animo, il vuoto della mente! E si proponeva di non curare le sue derisioni; ma quando egli la pungeva più duramente, si voltava un poco verso di lui, chiedendo:

— Adesso sono una contadina, eh?... E quando mi trovavi graziosa, elegante?

— Io?... — esclamava Guglielmo, come cascando dalle nuvole.

— Tu, sì; precisamente tu... Quando mi dicesti, a Misilmeri, sulla terrazza: «Come sei bella, stamani!...»

Allora egli alzava le spalle, con una smorfia di noncuranza.

— Ah, era questo?... Sì, te lo dissi... perchè in quel momento avevi la bellezza dell'asino... La sai qual è, la bellezza dell'asino? Adesso vorrei sapere a che cosa mi servi? Non sei neppur buona a fare un figliuolo!...

Era forse la vera disgrazia. Nei primi tempi, ella non si era molto lagnata della mancata maternità, parendole che fosse borghese divenire incinta appena maritata; adesso riponeva le sue speranze su questo; ma che colpa aveva ella? E quando capitava l'occasione, l'altro non mancava di vilipenderla.

— Già, prima di tutto, sei nana... Io domando come puoi prendere sul serio i complimenti che ti fanno, quando chi ti vede dice subito: «Oh, la nana!...»

Ella avvampava tutta; era il difetto che meno poteva sentirsi rimproverare; e intanto Guglielmo continuava, freddamente:

— Poi, sei bionda _fadasse_...

— Oh! oh! — protestava allora, vivacemente. — Io ho sempre sentito che il tipo classico della bellezza è biondo...

Egli scoppiava in una risata.

— Oh! per questo, sì! sei proprio classica, te l'assicuro!...

— Io so che tutte m'invidiano i miei capelli d'oro...

— Di stoppa, vuoi dire. Tu poi devi metterti bene in testa una cosa: che le brune durano di più e che la tua, diciamo così, bellezza, finirà presto, non resisterà, che invecchierai rapidamente, che non ti si potrà più guardare...

Questo ella temeva, talvolta; ma perchè doveva egli dirle una cosa tanto dura?

— Allora, perchè non hai scelto una bruna?

— Io scegliere?... Ma se io non volevo prendere moglie di nessuna maniera?... Ah, no; non la vuoi sentire?...

— Ma, scusa, — proruppe ella una volta — se non volevi prender moglie, chi t'obbligò? Chi ti pregò di domandarmi? M'hai domandata, sì o no? Chi t'obbligò?..,

— Ah, chi mi obbligò?... — rispose egli con uno stridore nella voce cattiva. — E tutti gl'intrighi di tuo nonno, non li sai dunque? L'arte infernale con cui mi perseguitò, senza darmi requie, riducendomi al punto che non potevo uscir di casa, per paura di incontrare un amico, un compare, un mezzano, che mi parlasse di questo matrimonio?...

Ella aveva portato le mani alle orecchie, per non udire; ed egli continuava a sfogare, buttandole in viso le male arti del vecchio, le civetterie di lei, le trame che tutti gli avevano ordite quando egli si era ostinato a dire di no, di no, di no.

— Come dovevo farvelo intendere? Non lo vedevi che ero uno trascinato per forza in quella casa, preso alla sprovvista, da una banda di briganti? Non lo sapevi, che c'era una che m'aspettava a Roma, che io andavo a trovarla, che le volevo bene, e che a te no, no e poi no? Ti dissi mai che ti volevo bene? Non mi piacevi! non mi piaci!... E ti dicono intelligente! Non lo capivi dunque? Non capivi che mi seccavi, che io non ero fatto per questa vita, che se avessi voluto prender moglie non mi sarebbero mancate centomila donne, più belle, più ricche, più colte, più brillanti, più eleganti, più spiritose di te?

Adesso ella non sveniva più, non piangeva, non diceva nulla; lo guardava, impietrata, e a un tratto sentiva che quell'uomo era come morto per lei, come trasformato in un altro, che non le veniva nulla, a cui non doveva nulla, con cui non aveva, non avrebbe potuto mai più avere assolutamente nulla di comune... E nella tempesta che le si scatenava nell'anima, ella pensava al partito che le conveniva prendere: andar via da quella casa, subito, separarsi, tornarsene dal nonno: questo era per lei un dovere; non restare in quella casa dove l'accusavano di aver voluto penetrare per forza, contro la volontà del padrone! Sarebbe andata dalla zia Carlotta, senza portar via nulla, neppure le sue cose, neppure uno spillo... Uno scandalo, dei commenti maligni, il trionfo delle sue nemiche — ma che cosa importava quel che avrebbe detto la gente?... O meglio, aspettare il prossimo vapore, andarsene a Milazzo con un pretesto qualunque; una malattia, un cambiamento d'aria... No! No! Quelle mura l'opprimevano, quel pavimento le scottava i piedi; voleva andar via immediatamente, a qualunque costo... E come sua zia sopravvenne, ella le corse incontro, l'afferrò per un braccio, trascinandola:

— Portami via!... ora... all'istante!.. Portami via..,

— Teresa!... Che cos'è stato?... Tu mi fai paura!...

— Voglio andar via, subito!... non voglio restar più qui; — e a frasi rotte, ansimante, le narrava quella scena, le brutalità che quell'uomo le aveva dette, tutto ciò che le aveva fatto soffrire, fin dal primo giorno del matrimonio, rivelando ogni cosa, dando finalmente uno sfogo alla piena dell'ambascia che la soffocava.

— Ebbene, cálmati... Sì, hai ragione... ma cálmati. Teresa!...

— No, voglio andar via: sul momento!

— Sì, andremo via, ma senti... ma aspetta...

Allora, scoppiò a piangere, chiamando la sua mamma, querelandosi alto di esser così maltrattata perchè non aveva nessuno che la difendesse. Come ebbe dato sfogo alle lacrime, udì la zia che continuava ad esortarla:

— ... ma chi ci ha colpa?... I matrimonii sono così, figlia mia... Andartene via di casa?... E poi? a ventidue anni?... Che cosa farai? Questo è il destino di noi donne... Credi tu che le altre siano più felici?... Se sapessi!.. È vero, egli non voleva ammogliarsi... ma credevo che si fosse persuaso... Adesso siete legati l'uno all'altro, per sempre... Bisogna armarsi di pazienza, di coraggio... Io gli parlerò, non dubitare... Ti trascura? cerca altre donne?... Se sapessi quel che fanno certuni! Bisogna adattarsi, figliuola mia; armarsi di rassegnazione... Non sai che cosa fa la tua amica Emanuele?

— Che cosa?

— Si marita, con Ragalna: uno che ha vent'anni più di lei, che manca d'educazione, e non d'educazione soltanto... Ma è ricco, è creditore di suo padre, e la buona ragazza si sacrifica... Ne aveva delle fisime, lei?... Ma ciascuno deve portar la sua croce!... Tu hai almeno tante sodisfazioni, sei tanto invidiata...

— E che mi giova?... — proruppe ancora. — Vorrei mangiare pane nero, ed esser voluta bene!...

— Eh!... pane nero... ma servito in piatti d'argento, con un cameriere ritto dietro la tua seggiola, non è vero?... Lo so anch'io!... Credi a me, tu hai molti compensi... Ne conosco tante altre che non ne hanno nessuno!... Prega Dio che ti mandi dei figliuoli: allora sarà un'altra cosa... Intanto, hai la tua casa, la tua situazione sociale, i tuoi piaceri... Cosa vorresti fare? sola, esposta a tutte le malignazioni? Non sai i pericoli che correresti?... Tu parli così perchè non sai!... La moglie deve stare col marito... Rassegnazione ci vuole, pazienza....

E non aveva più smesso per un'ora. Ella rimaneva ad ascoltare, asciugandosi gli occhi, col respiro rotto dai singhiozzi, il viso in fiamme, negando certe cose, consentendo in altre, lasciandosi persuadere a poco a poco, tornando ad opporsi, tacendo finalmente quando sua zia, sentito che Duffredi rientrava, andò a parlare con lui. Così, restò un pezzo sola, cercando di indovinare quel che la zia poteva dire a suo marito, con la tentazione di andare ad origliare, rinunziandovi poi, sfiduciata, indifferente, stringendo amaramente le labbra, finchè i due rientrarono.

— Adesso — diceva la zia — bisogna che facciate la pace... che la collera finisca!...

— Io non sono in collera... — esclamò lui, disinvoltamente, quasi ridendo.

— Fra marito e moglie!... Persone come voialtri, ben educate!... fatte per intendersi!... Guglielmo è stato un poco vivace; ti domanda scusa, non è vero?... E tu gli perdoni... Andiamo, dà un bacio a tua moglie...

Lo spinse verso di lei; Guglielmo la baciò in fronte; ella rimase fredda sotto quel bacio.

— Così, da bravi!... E che diamine!... Ci sono abbastanza seccature nella vita, per crearsene apposta!... Divertitevi, il mondo è fatto per voi!... Adesso arriva l'autunno; perchè non ve ne andate a Misilmeri?...

— Se Teresa vuole...

Ella si strinse un poco nelle spalle:

— Per me!....

III.

Una pace profonda, un silenzio solenne e misterioso, un trionfo di verde su cui l'autunno cominciava a gettare i primi toni di porpora e d'oro. Dinanzi alla villa, una lunga fila di platani altissimi dal fogliame diradato metteva come una cortina, come un merletto immenso, dietro al quale il cielo del tramonto aveva lucentezze di serica stoffa. Un portico i cui pilastri scomparivano negli abbracci dell'edera e dei convolvoli, correva in giro al pianterreno formando terrazza al piano superiore; e da ogni lato l'occhio riposava sopra folte distese di vegetazione, sopra freschi ammanti di erboso velluto. Laggiù in fondo, sulla piccola collina, biancheggiava la chiesetta dedicata alla Vergine, si disegnava una piccola croce sul cielo terso; ed era una malinconia soave, un raccoglimento tenero che i rintocchi dell'ave, tremuli e lenti, facevano discendere in fondo al cuore; intanto che le prime stelle cominciavano a luccicare, incerte, come sguardi velati da un rapido batter di ciglia.

Era la tempesta dalla quale ella usciva? La calma sovrana della natura, la semplicità nuda dei campi, le conciliavano un benessere insperato. In quella malinconica ora del tramonto, quando gli occhi si volgevano al cielo e le labbra mormoravano l'antica preghiera, ella si diceva che malgrado le prove amare, era immune dal peccato; e delle lacrime le gonfiavano le palpebre a quest'idea, al pensiero della sua purezza, come quando, fanciulla, piangeva all'imagine del simbolico velo nuziale. Il giorno, ella se ne andava, sola, sotto l'ombrellino rosso, per la villa, nei posti più deserti, più brulli, scoprendo la poesia della campagna, dei fili d'erba, degli insetti ronzanti, piccoli miracoli della creazione; componendosi dei mazzi di fiori selvaggi che trovava più veri degli splendidi fiori di serra; ricordandosi delle sue passeggiate infantili di Milazzo, sedendo sopra un sasso, sopra un tronco d'albero, sopra un pilastro rovesciato, per pensare alle sue vicende, intanto che con la punta dell'ombrellino richiuso, descriveva dei semicerchi, dei zig-zag, dei segni capricciosi sulla terra. Allora delle tentazioni sorgevano, suo malgrado, dal profondo dell'essere suo. Per discacciarle, schiudeva un libro che aveva portato con sè, vi leggeva un poco, poi lo lasciava cadere. Avrebbe voluto avere qualcuno al fianco, scrivere le iniziali d'un nome con la punta dell'ombrello, intanto che un altro avrebbe fatto lo stesso con la punta d'un bastone; scolpire delle date sulle corteccie degli alberi, essere amata in cospetto del cielo, sentirsi chiamare: _Diletta!_... Dopo il libro, lasciava cadere anche i fiori: poichè li aveva colti ella stessa, non avevano nessun valore; una margheritina spiccata per lei da un amato, offertale in mezzo al sussurro delle carezzose parole, sarebbe stato un dono impagabile... Mai ella avrebbe provate queste tenerezze, le sublimi fanciullaggini della passione! Tratto tratto, delle oppressioni le facevano alzare il capo e increspar le narici, col desiderio rapido ma acutissimo di sentirsi stringere tutta, forte forte... Suo marito, malgrado avesse una camera per sè, era tornato buono con lei, ma qualche cosa s'era rotto fra loro; e poi, egli non comprendeva nulla, non aveva mai nulla compreso dei bisogni che la travagliavano.

Egli invitava gente a casa, per giuocare, per chiacchierare, per aver fatta la corte: venivano dei contadini agiati, dei notabili delle vicinanze, persone un po' goffe o esageratamente cerimoniose; con certi visi barbuti da briganti, delle manacce grosse e villose che dovevano insudiciare il raso delle poltrone sul quale si posavano — e dei discorsi interminabili, sulle campagne, sulle culture, sulla caccia. Le donne di quella gente erano ancora più impossibili: infagottate in certi vestiti verde-pisello o color d'albicocco, cariche d'oro come altrettante statue di santi, incapaci di capire qualche cosa: se ella domandava loro che libri leggevano, si sentiva citare la storia di Santa Genoveffa! V'erano appena due o tre persone con cui dire qualche parola: Sampieri fra questi, un bel giovane, ma non giovanissimo, discretamente colto, spiritoso anche, d'uno spirito non troppo fine, però. Egli possedeva la collezione completa di tutte le opere teatrali del mondo: volumi eleganti, riccamente legati, con una custodia di carta bianca; libretti economici, ingialliti, con una incisione grossolana sulla copertina, fascicoletti di farse cuciti insieme: non gli mancava nulla. Aveva la passione del teatro, dicevano che recitasse con arte, e una sera Guglielmo, di buon umore per aver vinto continuamente, gli disse:

— Andiamo, declamaci qualche cosa!

— Cosa vuoi che declami?...

— Quel che ti piace... Teresa non t'ha udito ancora.

Ella non aveva voluto guardarlo in viso, soffrendo per lui, indovinando che suo marito se ne prendeva beffe. Sampieri, intanto, seduto com'era, appoggiando un braccio al tavolo, senza gestire, aveva cominciato a recitare il canto di _Francesca_, e la sua voce aveva tali vibrazioni sonore, certe inflessioni così penetranti, una pastosità così ricca, che tutti, anche quei rozzi contadini, stavano a sentire, ammirati. Ella alzò gli occhi, e a un tratto vide che la guardava fissamente, comprese che quel canto era detto per lei.

— Benissimo!... Bravo! benissimo!...

Aggiunti i suoi applausi a quelli degli altri, ella era rimasta un po' turbata dagli sguardi di quell'uomo; poi aveva scrollate le spalle, trovandolo perfettamente innocuo. Ma, ad una per volta, scopriva in lui qualche altra qualità; una sera, sedutosi al piano, aveva eseguite da maestro le variazioni sulla Norma di Thalberg; un'altra volta era passato a cavallo, elegantemente piantato sopra uno svelto animale; e poi conosceva la società palermitana, era intimo di molti _Crociati_, le parlava delle sue amiche. Ella era tutta stupita di pensare a lui: non avrebbe potuto scegliere, a Palermo, fra tanti che valevano di più? Forse era la frequenza con cui lo vedeva: ordinariamente tutte le sere, qualche volta anche di giorno, la domenica a messa. Adesso studiavano dei pezzi a quattro mani; egli non le diceva nulla, ma tutti i suoi gesti, tutti i suoi sguardi esprimevano una devozione timida e ardente insieme. Una sera, intanto che Guglielmo giuocava a briscola, ella aveva esclamato, con un sospiro, guardando la finestra.

— Che bella luna!

Uno di quei contadini osservò:

— Due goccie d'acqua sarebbero però grazia di Dio!...

— Sarà benissimo, ma queste sere sono un incanto.

— La quistione è...

— Volete dar retta a mia moglie? — interruppe Guglielmo. — Vi farà ammattire, con le sue romanticherie...

Ella s'alzò e andò sulla terrazza. Sampieri ve la seguì.

— Quella gente — le disse — non capisce nulla.

Guardò anche lui in giro per la campagna addormentata, alzò gli occhi alla luna e soggiunse:

— La poesia è la ragione della vita.

Ella chinò un poco il capo, vide che l'uomo divorava con lo sguardo la mano di lei. Sospirò ancora e colse da un gran vaso un ramoscello di cedronella. Ne aspirò il profumo, morsacchiò un poco le foglie; poi disse:

— Vi piace il profumo della cedronella?

— Tanto!

Gli dette un poco di quella che aveva colta. Vide che egli la portava alla bocca.