Part 12
A Palermo, per la sua parentela, per la sua posizione, ella troneggiava. Erano una stazione di carrozze signorili, il martedì, le vicinanze di casa Duffredi; era una successione di visite nel suo salotto giallo, dalle tre alle sei: ella si sentiva avvolta dagli sguardi di ammirazione degli uomini, dagli sguardi d'invidia delle donne, che avevano intanto sulle labbra le frasi melliflue dell'amicizia più affettuosa. «Come stai bene, cara!... sei un amorino, oggi!... Già qualunque cosa tu metta, sei sempre un amore!... Come sei felice di avere questa bella casa, dove tutti dipendono da un tuo cenno!... Che cosa ti resta da invidiare?...» Ne conveniva anch'ella, sorridendo di compiacenza, quando Stefana, richiamata da Milazzo, la vestiva da capo a piedi, esclamando, con le mani giunte: «Come sei bella! sembri una regina!» quando il cameriere in livrea nell'anticamera s'inchinava al suo passaggio e un altro domestico le reggeva la coda dell'abito per le scale, fino alla carrozza di cui il lacchè spalancava lo sportello, col cappello in mano e gli occhi a terra; quando nell'entrare in un salotto od al teatro, o nell'attraversare le strade destava una corrente di sguardi ammiratori, un mormorio di lodi; quando presiedeva le feste che facevano accorrere nei suoi saloni tutta la Palermo ricca, nobile ed elegante. Erano dei giorni sereni, felici, sempre eguali, con suo marito che tornava ad esser buono con lei, che non le faceva mancar nulla, che pareva non pensare se non a lei. Adesso, ella dettava legge, nel circolo delle sue conoscenze; ciò che ella portava veniva copiato, i suoi consigli erano sollecitati da tutte, il soggiorno di Roma le aveva costituita un'autorità e adesso la distanza abbelliva i ricordi del suo viaggio. Ella parlava con una specie di orgoglio di ciò che aveva visto, delle conoscenze che aveva fatte, sentendo che esse le conferivano importanza, non trovando più i difetti, le ridicolaggini che l'avevano colpita nella gente di cui ora parlava con interesse, trovandoli e mettendoli in evidenza, nell'intimità, con una schiettezza di buon umore a cui nessuno resisteva.
— Come sei allegra!... Come sei spiritosa!... La felicità ti si legge negli occhi!... Tu l'hai meritata...
Quelle che un tempo avevano parlato contro di lei, la Carduri, Giovannina Leo maritata adesso con Platamone, Sara Màscali ora marchesa di Friddi, le facevano la corte, sollecitavano degli inviti: lei dimenticava il passato, le accoglieva come le buone amiche, come Bice Emanuele, come Anna Sortino, come Giulia; e un giorno rimase stordita, credendo d'aver udito male, quando, parlando appunto della Sortino, Giulia le disse:
— Sai, non c'è molto da fidarsene... non è tanto fedel quanto gagliarda... Di te, per esempio, ha detto certe cose...
— Che cose?
— Quelle che dicono le altre, le cattive: che sei superba... che vuoi schiacciar tutte noi col tuo lusso... che a lungo andare rovinerai tuo marito...
— Lei?... Lei ha detto questo?
La sua mente si smarriva, dinanzi a quella rivelazione di una perfidia che niente giustificava. Comprendeva che le antiche nemiche parlassero ancora contro di lei, malgrado, anzi a ragione del suo perdòno; ma che cosa aveva fatto a colei, per esser giudicata così? Chi aveva detto a colei di rivolgerle tante lodi melate, tante proteste di amicizia? La sincerità era dunque una cosa molto difficile?... E nei disinganni che cominciavano, ella acquistava una maggior coscienza di sè, della dirittura del suo carattere, della superiorità del suo animo. Come potevano dire che ella rovinasse suo marito, quando era egli stesso che le aveva assegnata una specie di pensione, cinquecento lire il mese, con le quali ella doveva pensare a quanto le occorreva, dalle scarpe ai cappellini, dagli spilli alle gioie? Perchè non avevano, quelle altre, la stessa abilità di lei nello spendere, nel sapersi mettere, in modo da far figurare per dieci ciò che le costava cinque? Se Guglielmo stesso era il primo a volere che ella non si facesse eclissare da nessun altra?...
La vanità era una delle molle più forti del carattere di lui; ella adesso cominciava a giudicarlo. Profondeva regalmente il suo denaro, a cavalli, a pranzi, a ricevimenti, per fare la prima figura, non ammettendo di esser soverchiato da nessuno. Quando parlava della sua casa, della sua nobiltà, era inesauribile; sapeva a memoria tutto il capitolo del _Teatro genealogico di Sicilia_ del Mugnos, dove si discorreva della sua famiglia, Duffredi o Duffrè era una corruzione di Umfredo; sotto gli Svevi i suoi discendenti erano stati perseguitati; ma un Guglielmo, schieratosi con Carlo d'Angiò e pugnando per lui a Benevento, aveva ottenuto feudi ed onori. Col Vespro, la fortuna della famiglia fu ancora travolta; ma Federico II d'Aragona la rialzò, creando un Roberto Duffredi barone di Marzallo; i titoli di principe di Casàura e di marchese di Lojacomo erano più recenti, datando da Filippo V. I nomi ricorrenti nell'albero genealogico erano quelli di Ruggero, di Tancredi, di Roberto, di Guglielmo; egli stesso, quand'era stato in Francia, aveva fatto stampare sulle sue carte da visita: _Guillaume Duffré d'Hauteville_ e parlava adesso di rivendicare stabilmente e legalmente il _d'Altavilla_ come secondo cognome.
Dal suo soggiorno di Russia, aveva portata un'ammirazione sconfinata per lo Czarevitch, che era il suo modello; il taglio delle sue livree era copiato su quelle dello Czarevitch, fumava i sigari che fumava lo Czarevitch, i suoi fucili e i suoi revolver uscivano dalla stessa fabbrica che forniva lo Czarevitch; tanto che pei suoi amici era diventato un continuo soggetto di scherzo.
— Queste scarpe sono come quelle dello czarevitch?... Questi bottoni chi li porta, lo czarevitch?...
Il vecchio marchese era con lei molto affezionato: le faceva sempre dei piccoli regali, la voleva spesso con sè nel quartiere che occupava al pian terreno, per evitare le scale. Che modi da gran signore egli aveva! Appena la vedeva entrare, s'alzava a dispetto della gotta, le baciava la mano, restava ostinatamente in piedi fin quando ella non era seduta, non rimetteva il suo berretto se non dopo lunghe insistenze.
— Ma si copra, zio! prenderà un'infreddatura, altrimenti!
Il secreto di quella cavalleresca galanteria era perduto! Egli stesso criticava l'educazione moderna, cominciando da quella del nipote; e la sua conversazione era interessantissima, piena di ricordi del passato regime, di aneddoti intorno ai personaggi della Corte, alle rivoluzioni del 20 e del 48. In cuor suo, era rimasto fedele alla casa di Borbone; e questo dava origine a liti cortesi, perchè ella esaltava la virtù dei Savoia, l'eccellenza del governo costituzionale, la grandezza della nuova nazione.
— E la chiamate una nazione, nipote mia? Ma è il mantello d'Arlecchino! Com'è possibile cucire insieme il Piemonte e la Sicilia, Milano e Napoli, gente diversa, costumi opposti, tradizioni che si pigliano a pugni?
— Sarà l'azione del tempo! Contentiamoci per ora dell'unità politica, verrà poi quella reale.
Egli scuoteva il capo, rimpiangendo i tempi dell'autonomia siciliana, della monarchia nazionale.
— Non sapete dunque che siete una d'Altavilla? — aggiungeva, mezzo serio mezzo sorridente.
— Ma fummo usurpatori anche noi! — replicava ella, sullo stesso tono. — Venimmo di Normandia a conquistar l'isola!
Egli s'inchinava, come non potendo o non volendo opporre nulla a tale argomento. Del resto, quella era una mania di famiglia: Guglielmo non negava al re il diritto di conferire al figlio del principe Amedeo il titolo di Duca di Puglia, appartenendo esso alla loro casa? Ella sorrideva un poco di tutto questo; ma in fondo se ne compiaceva. Anche per ischerzo, chi avrebbe potuto dire altrettanto? E trovava che suo marito, oltre alla nobiltà regale, era d'una eleganza estrema. Ella conosceva tutti i giovani amici di lui, che erano anche fra i più _lancés_ di Palermo; Alfredo Basile, così allegro e pieno di spirito; il conte di Caldarera, lo spadaccino famoso; il marchese Lauria, la cui fronte seria era velata di tristezza; altri ancora, in mezzo ai quali non trovava qualcuno che valesse molto più di Guglielmo.
Egli non voleva però che fosse troppo attorniata dai giovanotti, che ballasse troppo, che parlasse a lungo con una stessa persona. Era geloso?... Dunque l'amava! Tutta lieta della sua scoperta, ella protestava amabilmente, cercava di fargli intendere ragione.
— Tu credi che io noti questa gente?... Ma neppure per sogno!... Tu vali più di tutti!...
Ai balli, erano dei complimenti stupidi, sempre gli stessi: «Felice quella camelia!... Vorrei essere al posto di quelle violette... I vostri occhi offuscano i brillanti!...» Ella rideva di quelle galanterie, le metteva in canzonatura con le amiche; però le piacevano, le provocava: dietro a quegli omaggi stereotipati c'era il riconoscimento della sua bellezza, ed ella aveva bisogno delle lodi, delle adulazioni e del trionfo. Non distingueva nessuno in quella massa di giovanotti, di uomini maturi, di vecchi che si alternavano al suo fianco; però s'appoggiava con eguale abbandono al braccio di ognuno, piegava un poco il capo di fianco con egual grazia ad ascoltare ciò che tutti le dicevano, rivolgeva a tutti gli stessi sorrisi con uno stesso frequente palpitare di ciglia; e quando suo marito la rimproverava, portandole ad esempio le altre che tenevano la gente a distanza, ella rispondeva:
— Ma che posso farci, se sono fatta così?
Una quistione grossa, la sera delle tolette di gala, era quella della scollatura: egli la trovava sempre troppo bassa, esclamava che era un'indecenza, pretendeva che mostrasse appena la gola.
— Allora tanto vale andare _montante_! Si transige fin qui?...
Alla luce delle candele che si struggevano con fiamme lunghe sulla toletta e sui bracciali del grande armadio a specchio, le rose della sua carnagione si animavano, il sangue giovane e sano si vedeva fluire attraverso quel marmo vivente, e il seno sbocciava, fiore carnale, dall'anfora serica del busto, e l'oro della chioma aveva fulgori matti, e da tutta la persona esalava, incenso sottilissimo, un profumo così inebbriante, che ella appressava la bocca all'alto del braccio, dove il guanto finiva, e quasi addentava la polpa morbida e soave. Con le piccole mani levate, dipanava poi lievemente i riccioli della fronte e della nuca, assestava tutta la massa sapientemente composta dei suoi capelli appoggiando le palme alle tempie, e si mordeva le labbra per farle venire più vive, intanto che si svolgeva ai suoi occhi abbacinati dalle fiamme la visione del mondo eletto e felice che l'aspettava coi suoi sorrisi, con le sue armonie, con le sue ebbrezze... A un tratto, le braccia le ricascavano pesantemente lungo i fianchi. Una domanda si presentava al suo spirito: perchè quella gioia? a che pro? E fin quando?... La vanità di tutto le si rivelava; come al tempo della fanciullezza, pensava che le feste duravano poco: i suoni si sarebbero dispersi, le luci si sarebbero spente, un giorno la gioventù sarebbe anch'essa svanita e la bellezza distrutta... Irrigidita, stecchita dinanzi all'alto specchio che la rifletteva da capo a piedi, con le braccia pendenti come cose inerti e con gli occhi socchiusi, ella si vedeva morta, vestita di quello stesso abito bianco col quale avrebbe voluto esser composta nella bara, e un brivido le passava per tutto il corpo all'idea che i becchini, che le mani orribili dei becchini avrebbero toccato il suo corpo... La voce di Guglielmo la strappava alla lugubre idea; ella si avvolgeva nel mantello che Stefana reggeva pel bavero; e intanto che la carrozza correva rapidamente nella notte e che suo marito l'annebbiava col fumo della sigaretta, ella si portava una mano al seno abbassando nascostamente la ruche di cui il corpetto era orlato per accrescerne ancora un poco la scollatura.
II.
L'avvenimento dell'estate fu l'arrivo del Circo Fumagalli. V'erano delle amazzoni giovani, belle, elegantissime, che avevano messa la rivoluzione nel campo dei _Crociati_. Ai bagni dell'Acquasanta, dalle compagne che prendevano il fresco dinanzi al mare, ella udiva le notizie dei successi, delle rivalità, tutta la cronaca delle relazioni già strette e delle trattative avviate.
Che cosa vedevano gli uomini in quelle creature? Come era possibile far delle pazzie per esse? Come si poteva credere a quegli esseri volgari e interessati? Senz'amore, ella non riusciva a concepire che potessero esistere rapporti fra uomini e donne. Un giorno che le sue amiche parlavano delle amazzoni con maggiore insistenza, ella disse:
— Io non capisco come si possano cercare queste femmine.
Non le risposero; solo la Carduri sorrise un poco.
Le due più ammirate fra quelle saltatrici erano la Doreley e la Ruscalli; la Francese già era l'amante di Toscano; ai bagni s'incontravano quasi tutti i giorni. Quando Giulia Viscari era lì, ella studiava il contegno dell'amica, per notare che effetto le faceva quel veder l'uomo da lei un tempo amato in compagnia di un'altra donna. Giulia non lasciava scorgere nulla, continuava, ridendo, a conversare: era dunque senza cuore, per averlo dimenticato così? Ed ella imaginava che Toscano ostentasse quella relazione come per vendicarsi.
Ma chi fosse l'amante della Ruscalli non si sapeva ancora. Tutte le volte che ella ne chiedeva, non le sapevano rispondere. La Leo parlava un giorno di certi doni che l'amazzone aveva ricevuti; ella domandò:
— Da chi?
— Non so, non rammento... Me l'ha detto Anna Sortino.
Ella non serbava rancore a costei; un giorno le chiese:
— Chi è dunque che protegge la Fumagalli?...
— Non lo so.
— Come non lo sai, se l'hai detto a Giovannina? Sentiamo, chi è?
— Se non lo so!... Chiedilo a tuo marito.
E ad un tratto ella comprese certe reticenze di Giulia, le difficoltà che Guglielmo aveva fatte ogni volta che lei aveva chiesto di andare al circo. Fu come una sferzata in pieno viso, come se la saltatrice, dall'alto del suo cavallo bianco, le avesse dato il frustino sul viso. Più che il dolore del tradimento, più che la rovina della sua fiducia, era l'affronto che le cuoceva, l'idea di quella rivalità umiliante, della derisione di cui sarebbe stata l'oggetto per la volgare creatura che le rubava il marito, delle intime rivelazioni che egli avrebbe fatto, ridendo, intorno a lei; della profanazione d'ogni ideale di affetto e di rispetto! — Una cavallerizza, una donna senza nome, educata nelle stalle, per cui tutti i palafrenieri erano passati, esposta ogni sera, quasi nuda, alla concupiscenza dei curiosi!... Un brivido di disgusto e di ribrezzo la scuoteva; ma al circo, intanto che l'altra passava, ritta in piedi sul cavallo galoppante, al suono d'un'orchestra rauca, fra lo schioccar delle fruste, nell'abbacinamento delle piramidi luminose, coi capelli disciolti, una gamba levata, le braccia inarcate, un sorriso sulla bocca rossa; intanto che gli applausi cominciavano a scoppiare e si propagavano per tutto il teatro, ella comprendeva, sì, la seduzione di quel corpo serpentino che tutti desideravano, l'ebbrezza che quel clamoroso trionfo doveva destare, l'esaltazione che si sarebbe provata pensando: «Questa donna che vi vedete passare dinanzi, che v'infiamma con uno sguardo, con un sorriso e con un bacio fittizio, io la posseggo, tutta; e voi non sapete che con la vostra ammirazione, coi vostri applausi di folla anonima incapace di arrivar mai fino a lei, non fate se non accrescere per me il suo valore!...» Allora, ella restava come ammaliata a fissare quella figura giravoltante, seguendola in ogni atto, non vedendo altro che lei, credendo di sorprendere degli sguardi d'intelligenza scambiati fra lei e suo marito, che poi la lasciava sola con delle visite, per andarsene nella barcaccia, a guardar quell'altra più da vicino... Nella nervosità dolorosa di cui quel pensiero fisso le era cagione, ella credeva adesso di esser guardata da colei con uno sguardo tra curiosa e sprezzante, e una sera ne fu certa: colei la sfidava, le agitava dinanzi il frustino... e tutto il sangue le si ritirava al cuore, e tutta la sua persona tremava, dall'umiliazione, dalla vergogna.
— Signora Duffredi, si sente male?...
— Io?... No, davvero... — e si studiava di sorridere, intanto che quell'uomo solo con lei nel suo palco, quel conte di Toledo che suo marito le lasciava al fianco, le diceva, col solo sguardo, senza aprir bocca: «Avete ragione!... vedete chi vi preferisce?... Non sapete che tutti gli occhi sono rivolti su di voi?... Ecco di qual uomo voi siete!...»
Era uno strano fascino che l'attirava ancora a quello spettacolo, un bisogno malsano di sentirsi straziare da quella vista, di comporre il suo viso a una indifferenza disinvolta sotto gli sguardi inquisitori che le pesavano addosso, intanto che il cuore le tumultuava, che dei propositi di scandalosa vendetta, attraversavano come baleni il suo cervello... Lanciare il suo guanto in viso a quella donna! alzarsi, chiedere il braccio del primo venuto, e dirgli: «Andiamo!...» così, a fronte alta, in presenza di tutti!
Adesso ella era sicura che a Roma, nei primi tempi della loro unione, egli era stato a trovare un'altra donna, che l'aveva trascurata per un'altra: la Balsamo, le amiche di Palermo quasi glie l'avevano detto. Voleva fargli intendere che sapeva tutto, voleva ingiungergli di rispettarla; e col ricordo di quel che aveva sofferto la sua mamma, il suo rancore si esasperava. Se credevano di far di lei una vittima, come quella poveretta! Ella sentiva a momenti di dover vendicare, coi proprii, i dolori della morta: allora si proponeva di parlar alto e chiaro; e i rimproveri amari, le parole di sdegno le salivano alle labbra; ella cercava assiduamente il modo con cui aprire finalmente il proprio animo al marito; ma, come l'occasione si offriva, ella taceva, indietreggiava, presa da una soggezione paurosa dinanzi a quell'uomo freddo, muto, che non le chiedeva più i suoi abbracci, che era nuovamente diventato l'estraneo, il nemico... Ella non si riconosceva più, non trovava più la nativa energia, la naturale schiettezza del proprio carattere, si sentiva avvilita da quel silenzio a cui era ridotta, quando invece avrebbe voluto prorompere, lagnarsi, ottenere giustizia, esemplarmente!... Egli rientrava a casa tardi, passava il pomeriggio in compagnia dell'amante; e la tentazione di andarli a sorprendere l'assaliva tratto tratto. Ogni sera egli era al Circo, e all'idea che essi si guardavano, si sorridevano, si comprendevano attraverso la folla, nell'assenza di lei, una insofferenza, una smania, un'ansia la distoglievano da ogni occupazione, da ogni discorso, da ogni altro pensiero... Un giorno, mentre erano a colazione, il cameriere venne ad annunziare:
— C'è di là il fattorino del teatro, con la pianta... dice se vogliono un palco, per la serata della Fumagalli...
Guglielmo fece un gesto di contrarietà.
— Sì — rispose lei, subitamente.
— Ma passerò io dal botteghino...
— Non è meglio fissarlo subito?... Dite che segnino il solito numero 10.
Egli non disse più nulla. Solo quando ella era già passata nella sua camera, se lo vide dinanzi.
— Un'altra volta — cominciò, lentamente — quando io dico qualche cosa, ti prego di non contradirmi. Hai capito?
— Guglielmo!.... — esclamò lei, guardandolo in viso.
— Se no, mi costringerai ad alzar la voce dinanzi ai servi.
Ella dovè appoggiarsi con una mano alla spalliera d'una seggiola.
— Che cosa significa questo?
— Significa che io faccio quel che mi pare, in casa mia; hai capito? E che se dissi di non fissare il palco, avevo le mie buone ragioni...
— Le tue buone ragioni?... Ah, le tue buone ragioni!... Dunque ho torto io?... E tu credi che io non le sappia, le tue buone ragioni?...
— Che cosa sai? Di' su: che cosa sai?...
— Ah, tu credi che il torto sia mio?.,. È mio, infatti!... se sono la favola di tutta Palermo... se non ho il coraggio di ribellarmi...
Egli le si fece più vicino, con le mani in tasca.
— Ribellarti?... A che cosa vuoi ribellarti?...
— Alla tua condotta! ai tuoi abbandoni! ai dolori che mi procuri, ogni giorno, dacchè siamo insieme, da Roma a qui...
Aveva cominciato a parlare rapidamente, con impeto, ma la sua voce veniva morendo, nella commozione che la faceva tremar tutta e che le gonfiava le palpebre.
— Un piagnisteo, adesso, eh?...
Egli batteva nervosamente un piede; a un tratto, alzata la mano col pugno stretto, esclamò:
— Senti, mettiti bene in testa che io ho fatto e farò sempre quel che mi pare e piace, sempre e semprissimo, a Roma, a Palermo e a casa del diavolo...
Le lacrime di lei s'arrestarono. Cogli occhi spaccati e inariditi, ella disse:
— Tu?... tu parli così?... E allora, perchè?... che cosa ti ho fatto?... perchè mi hai presa?...
Di repente, egli scoppiò in una risata, appuntandosi l'indice contro il petto, additando replicatamente sè stesso.
— Io?... Ah, ah!... Io t'ho presa?... Dice che l'ho presa io!...
— Chi dunque?
— T'ho presa io, che non volli mai saperne nulla? che scappai di qui, quando mi seccarono l'anima? che fui trascinato per forza al municipio? che vi feci intendere, a quanti eravate, di...
— Guglielmo!
— Ma domandalo un po' a tutti, ai miei amici, a tutta Palermo, se t'ho presa io, se volevo prender moglie, se pensai mai a te...
— Guglielmo, per carità...
— Ah, mentre ci siamo, una volta per tutte, sai!... Adesso il fatto è fatto, e giacchè sei qui, bisogna che ci resti; ma bada, non mi seccare, lasciami fare quel che mi piace, pensa alle cose tue, non mi chieder nulla, se no...
Ella portò una mano alla gola, girando il capo ansiosamente, scongiurando: «No!... no!...» e ad un tratto cadde sopra una poltrona, con le braccia pendenti, invasa da un freddo mortale...
Quando riaprì gli occhi, Guglielmo era chino su di lei, le faceva fiutare dell'etere, le chiedeva:
— Teresa... sei desta?... m'hai fatto paura...
Ella potè dire soltanto:
— Che male... che male!...
Si reggeva la testa con una mano, e le orribili parole le echeggiavano ancora all'orecchio. Ah, i suoi terrori! il presentimento che l'aveva sempre fatta arretrare dinanzi a una spiegazione, con la certezza di provocare qualche cosa d'irreparabile!... Sì, sì; egli aveva ragione: era vero, non l'aveva voluta, aveva dimostrato abbastanza di non amarla!... Ella lo aveva compreso fin da principio; quante volte, durante il fidanzamento, era stata tentata di rompere? E s'era lasciata persuadere dall'amor proprio, dalla vanità stolta; e il ricordo di quel che aveva sofferto la sua mamma non era valso a salvarla! Erano dunque inutili, le lezioni della vita? L'esperienza non valeva dunque a nulla!... E adesso, che cosa poteva sperare ancora? Che cosa aspettava?...