Chapter 8
--Il fatto del ferimento?--disse il brigadiere--Ecco. Io e la guardia scelta Cosentino, qui presente, passavamo pel Vico Astuti, verso le nove e un quarto. Costei urlava, in mezzo a certe femmine. Ci siamo avvicinati al gruppetto. Be'?--dico--di che si tratta? Dice una di quelle femmine: Brigadiere, portatela all'ospedale: l'hanno sfregiata e perde sangue. E così l'abbiamo portata qui, in vettura...
Il dottore s'era levato e s'avvicinava al divanetto.
--Dove ti hanno ferita, eh, bella bimba?
La donna, che premeva sulla guancia destra una pezzuola la quale s'era tutta arrossata, ne la disgiunse pian piano. Apparve la guancia sanguinante. Ella strinse i denti, con un brivido, e tornò a chiuder gli occhi.
--Rasoio:--mormorava il medico, reclinato sulla donna--colpo scorrente dalla tempia all'angolo mascellare inferiore. Ferita abbastanza profonda. Aspetta... Anche qui? Anche al braccio?
Gli agenti s'accostarono per guardare.
--Ferita anche al braccio!--esclamò il brigadiere--Era per questo che mi sentivo scorrere il sangue nella manica, quando l'ho afferrata pel braccio! Vuol dire che ha parato un altro colpo e ha preso anche quello.
--Ah, Signore Iddio!--sospirò la suora.
--Come ti chiami?--chiese il dottore.
La donna balbettò:
--Sofia Ercolano.
--Soprannominata _la rossa_--disse il brigadiere.
--E lo vuoi dire chi è stato?
Attraverso alla pezzuola che le nascondeva quasi tutta la faccia, la _rossa_ mormorò:
--Non lo so... Non l'ho visto...
--Sangue d'un cane!--esclamò la guardia Cosentino--Ma senti se non fanno tutte così! «Non lo so! Non lo conosco! È stato uno sbaglio!...». Ah, brutte bagasce!...
--Basta!--disse il dottore.
--Ma Cristo!--mormorò il brigadiere alla guardia--Vuoi star zitto? Non vedi che c'è la suora madre?
Soggiunse, levando la mano spiegata al chepì:
--Possiamo andare?
Senza badargli il chirurgo si volse alla monaca.
--La catinella.
La _rossa_ sgranò gli occhi spaventata, e tentò di rizzarsi.
--No! No!... Che mi volete fare?...
--Pazienza, bella mia. Poca roba. Ce la caveremo in cinque minuti.
Rimboccò fino a' gomiti le maniche del lungo camice grigiastro e si mise a frugare tra' suoi ferri. Intanto, piegato sulla cassetta ov'erano riposti, senza nemmeno voltarsi, diceva alle guardie:
--Voialtri andatevene, pel momento. Poi vi chiamerò.
--Andiamocene--disse il Guglielmi a Cosentino.
Nel corridoio incontrarono la suora che portava la catinella.
Il brigadiere le domandò:
--Scusi, resta qui la _rossa_?
--Ma s'intende--disse la suora.
S'udì la voce dell'Ercolano, alta, squillante:
--No! No!... Ah, bella Vergine!... Ah, Madonna del Carmine!...
Ora, nello spazioso cortile tutto inondato dal chiaro lume della luna, le guardie, stanche, s'avviavano al largo sedile di marmo su cui, presso alla scala scoperta e marmorea, un gigantesco eucaliptus spandeva un'ombra nerastra.
Sedettero. Il brigadiere accese un sigaro e lanciò alla fresca e pura aria notturna una copiosa boccata di fumo.
Risuonò, ancora, più cupo, un urlo della _rossa_. Si rifece il silenzio.
--Guardi che luna!--mormorò Cosentino, levando gli occhi in alto.
--Luna piena--disse il brigadiere, beatamente.--Pare giorno.
Dopo un po', Cosentino disse:
--Ha mezzo sigaro, per caso?
II
Nella sala «_Ramaglia_», al buon sole che v'entrava pe' larghi finestroni, le ricoverate nell'ospedale chiacchieravano. Delle frasi allegre correvano di letto in letto fino in fondo allo stanzone, ove, presso alla bella porta di marmo e accanto a una tavola coperta da un tappeto verdognolo, una suora preparava filacce. Seduto alla medesima tavola l'impiegato delle _entrate_ ricopiava in un quaderno le prescrizioni farmaceutiche. Era l'ora della _visita_. I parenti delle ricoverate arrivavano a gruppi, continuamente, e si sparpagliavano intorno a' letti e subito vi si andavano a sedere accapo o nel corsello tra muro e letto, o rimanevano davanti ad essi, impiedi, con l'aria triste e meravigliata delle persone di buona salute che si trovano al cospetto d'un qualche loro caro diventato là dentro così pallido, così triste, così sfinito! Laggiù, verso gli ultimi letti, una giovane contadina itterica baciucchiava il figliuolo che le avevano portato dal villaggio, un marmocchietto bianco e roseo il cui vivo incarnato dava maggior rilievo all'orribile color giallastro della madre. Un altro figliuoletto di lei s'era arrampicato sul letto e là dove la coltre si alzava ad angolo sulle ginocchia della mamma egli si piegava, e abbracciava ridendo quelle ginocchia nascoste e le baciucchiava.
La suora di guardia sospese la sua bisogna e mormorò all'impiegato:
--Guardi che bella scenetta per un pittore!
--Idroclorato di morfina--fece l'impiegato, con l'indice della sinistra puntato sul foglio dal quale ricopiava--Ovatta pacchi nove... Diceva, suora?... Già: difatti. Scena per un pittore. C'è la visita, oggi?
--Certo. È giovedì.
--Non ci avevo badato.
Rimasero muti per un pezzo, guardando a uno a uno i nuovi venuti dei quali qualcuno, capitato lì per la prima volta, cercava il letto che gli avevano indicato.
--Quella lì non ha proprio nessuno che la venga a trovare--osservò la suora, a un tratto.
--Chi?
--L'ottantuno. Laggiù.
--La _rossa_? E chi vuole che la venga a trovare? Ecco... se proprio ci volessero venire tutti quelli che la conoscono... Avremmo qui un reggimento, suora!...
--Davvero? E perchè?
--Perchè?... Perchè queste cose lei non le sa. Sono piccole miserie della vita, ecco. Quella signorina è un po'... Come devo dire? Un po' la signorina _Omnibus_.
La suora arrossì e si levò. Minacciava l'impiegato, con l'indice teso.
--Ah, quella linguaccia!
--Già, già: ha ragione.--disse quello, e si rimise a ricopiare--Ovatta pacchi nove, garza tre, bende sette...
La suora mosse dirittamente al lettuccio della Ercolano, che pareva assopita. Contemplò a lungo quel volto ancora pallido, segnato dalla tempia all'angolo della bocca dalla ferita recente, che ora s'andava rimarginando. E come l'Ercolano lasciava penzolare fuori del letto un braccio ella glie lo sollevò, dolcemente, e lo ripose sulle coltri.
La _rossa_ aperse gli occhi e sorrise.
--Quel povero braccio!--disse la suora--Il braccio malato! E lei se lo lascia cascar giù fuori dal letto!
--È guarito.
--Ah, sì? Come andiamo dunque? Bene?
--Bene, sì, sì. E domani me ne voglio andare. Ecco già undici giorni che son qui. Ci perdo la salute, suora! Peggio d'un carcere!
--Ma dove vuole andare? Parenti ne ha lei?
--Non ho alcuno--rispose l'Ercolano, un po' triste, un po' impazientita.
S'era messa a sedere in mezzo al letto e le sue mani esangui e nervose tormentavano le lenzuola. Il suo sguardo errava, senza volontà. E su' letti in fila, sul viavai della gente esso passava come quello, già abituato e senza curiosità, delle vecchie clientele dell'ospedale. A un momento, più a lungo, s'arrestò sulla cappelletta che veniva fuori da un angolo dello stanzone, nascosta da pesanti cortine a fiorami.
La suora immaginò che pregasse. Si intenerì. Stese la mano, dopo un poco, e lievemente glie la posò sulla spalla.
--A che pensa?
--Penso--mormorò l'Ercolano--al sogno che ho fatto stanotte. Ho sognato delle ciliege. E mi pareva di averne pieno il grembiale e di mangiarne tante, tante!...
--Ciliege?
--Le adoro.
S'era fatta lieta. Si dimenticava.
--Tante volte, quando mi cercano, chiedono di _quella delle ciliege_...
--È il tempo loro--disse la suora, arrossendo--Domani glie ne faccio avere.
--Domani me ne vado.
--Ma no!--esclamò l'altra, scotendo il capo.--Non voglio che se ne vada così presto! Ancora non siamo in gambe, figliuola!
E le carezzò i capelli, col suo solito atto materno che le ingraziava le ricoverate più difficili.
Lentamente l'Ercolano si riaddossò ai cuscini e vi affondò il capo. Sulla sua pallida faccia passò un'ombra di tedio e di stanchezza.
--Dunque si resta intese--disse la suora--Domani non si va via. E le porterò le ciliege, domani.
La _rossa_ aveva chiuso gli occhi. Pareva assopita. La suora si chinò sopra di lei e le mormorò:
--Arrivederci, non è vero?
--Arrivederci...--balbettò la convalescente.
III
A poco a poco il sole risaliva su per le coltri del letto. Una chiazza ancor abbagliante dilagava sulla bianca parete, a capo; ancora gli origlieri se ne bagnavano e, come un casco dorato, lì, copiosa e lucida, la capigliatura dell'Ercolano accoglieva riflessi quasi metallici. Le coltri estive disegnavano una sagoma voluttuosa, un ricco e immoto seno giovanile.
Era terminata la visita. Dei ritardatarii s'indugiavano presso a' letti, impiedi, con le mani ancora poggiate sulle spalliere delle seggiole dalle quali s'erano levati e dove pareva che stessero lì lì per rimettersi a sedere come per tornare a discorrere coi loro malati.
Un giovanotto piccolo, bruno, col cappello di feltro molle su gli occhi, ronzava da un pezzo attorno al letto della _rossa_. Ed era adesso così intento a contemplare l'Ercolano, così conquistato da quella dolce immobilità sopita, che non s'accorse null'affatto di due altri borghesi che gli stavano alle costole e spiavano ogni atto di lui.
A un tratto si decise. Fece due passi verso il letto e cacciò la mano in saccoccia.
--Fermo!--urlò uno dei borghesi, ch'era il brigadiere Guglielmi.
E gli fu addosso e lo abbrancò pel colletto. La guardia Cosentino gli afferrava le braccia, di fianco.
--Che vuoi fare? Un'altra rasoiata? Fermo, corpo di Dio!...
L'uomo, agguantato così d'un subito, sulle prime non aveva opposta alcuna resistenza. Ma ora cercava di divincolarsi.
--Fermo!--gridava il Guglielmi.
Cosentino gridava anche lui, voltato alla porta:
--Qua, qua! Custodi!
E mentre di laggiù, dal fondo della sala, qualche inserviente accorreva e s'udiva gridare qua e là anche da' letti, la rossa si svegliò, di soprassalto. Ora quel giovanotto le stava quasi di faccia.
Lo riconobbe. Gli era cascato il cappello, a piè del letto.
Mise un grido rauco:
--Tu! Tu!... Rafèle!...
--Cuccia!--le fece il Guglielmi.
Cosentino le gridava:
--Sorcio in trappola! Ora ce lo dirà lui chi è stato che t'ha sfregiata!
Lo sconosciuto mormorava, perdutamente:
--Io... sì... è vero...
Ma protesa dal letto, l'Ercolano urlava, con le braccia stese:
--No! No!... Non è stato lui!...
--Va bene!--rise il brigadiere--E ti credo, va! Parola d'onore. Vi metterete d'accordo davanti al giudice!...
Cosentino si frugava, cercando le manette, e canticchiava:
_E ll'ammore è na catena, nun se po' cchiù scatenà!..._
--Perquisiscilo--disse il Guglielmi.
L'uomo, pallido come un morto, si lasciò fare.
--Ha le saccoccie piene di ciliege--disse Cosentino.
Ne gettò sul letto due schiocche.
E alla _rossa_, che mordeva gli origlieri e si torceva tra le coltri, gridò, ridendo:
--Toh, _rossa_! Le ciliege! E fattene buccole!...
QUARTO PIANO, INTERNO 4
Al quarto piano d'uno de' mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo rione risultato dalla bonifica delle paludi, rimpetto alla stazione ferroviaria, il maestro direttore d'orchestra Sponzilli--la cui moglie, scappatagli di casa con un tenore, era finita di febbre gialla in America--abitava l'interno 4 con la figliuola Sofia e una servetta, l'Emilia, che in casa chiamavano Milia--una contadinotta di Corleto Perticara.
S'era nel luglio. Presso alla finestra che affacciava sul vasto cortile del palazzo, Milia s'era posta a lavorare all'uncinetto. Le mani pienotte e arrossate che, poco prima, avevano risciacquato panni e pentole, andavan lente: di volta in volta l'uncinetto, tra quelle impratiche dita poco agili, s'arrestava e ricascava in grembo alla giovanetta. E di su 'l davanzale della finestra, tra un vaso di menta e i fascicoli d'un romanzo illustrato, il gatto di casa, che lì aveva trovato il suo posticino al sole, la contemplava, ammiccando. Un'afa sciroccale pesava sul cortile silenzioso: le ore d'un torrido pomeriggio scorrevano lente.
Improvvisamente suonò, breve, una voce. La servetta trasalì e levò il capo: si rizzò pure il gatto e fece arco della schiena, e sbadigliò. La voce veniva dalla camera da letto della signorina Sofia.
--Milia! Milia!
Il gatto scese dalla finestra e s'avviò. La servetta raccolse il merlettino, il gomitolo, l'uncinetto e ammucchiò tutto sui fascicoli del romanzo. S'alzò e scosse il grembiale.
La voce interna insisteva:
--Milia! Milia!
--Uff!--fece Milia.
E rispose forte:
--Vengo, vengo! Pronta!
Nella cameretta della signorina era buio: le imposte del balcone erano chiuse. Ma da quella commessura, avanzando fino a piè del letto, si partiva come una sottile lama d'oro. Attorno l'ombra si raffittiva.
--Dove siete?--disse Milia.
--Qui, qui. Vieni qui: senti...
E la sagoma del letto si svelò a poco a poco agli occhi della servetta. Vagamente, nella penombra, cominciarono a pigliar rilievo un tavolo tondo, il canterano, il divanetto.
--Senti, Milia, senti...
Dal letto si stese un braccio, e una mano febbrile le agguantò e strinse il polso.
--Oh, Gesù!--fece Milia, impaurita.
Di su le coltri--s'era gettata bell'e vestita sul letto--la signorina Sofia, sollevata sopra un gomito, si protendeva. Gli occhi di lei lucevano nell'oscurità e la Milia, immota, si sentiva figgere addosso quello sguardo ansioso.
--Milia, dimmi... Mi vuoi bene? E se la signorina tua ti chiede un favore... dimmi... se ti chiede un favore, che le rispondi?
--Oh, signorinella!--balbettò Milia.
--Senti, un favore da niente... Ascolta bene. Tu devi andare da Enrico... Alla ferrovia... Alle partenze, lo sai, dove si prendono i biglietti...
La signorina frugava sotto l'origliere.
--Lo farai chiamare e gli darai questa lettera.
Nella penombra la busta della lettera biancheggiava. Milia ritrasse le mani.
--Non vuoi? Non vuoi andare?...
Ora la signorina s'era levata a sedere sul letto e ricercava le piccole ruvide mani che le erano sfuggite. Le ritrovò, le strinse, dolcemente, lasciò tra quelle scivolare la lettera e le rinserrò.
--Perchè non vuoi? Di che hai paura? Tu lo sai, fino a stasera papà non torna. Nessuno saprà nulla. Su, Milia! Come te lo devo dire? Vacci! Fammi questa carità!
L'altra, irresoluta, taceva, girando e rigirando la lettera fra le dita.
--Rispondi! Che vuoi fare? Non vuoi? Dunque alla signorina tua non le vuoi più bene? Di', non le vuoi più bene?
E a un tratto ruppe, afferrandole e squassandole le braccia:
--O vai tu, o mi levo e ci vado io!
--Date qua.--piagnucolava la servetta--Ci vado, ci vado...
La lettera era caduta a piè del letto. La servetta si chinò, sospirando, e la raccolse.
--Che gli devo dire?
--Che voglio subito la risposta. E... se è vero...
--Se è vero?...
--Se è vero quello che si dice...
--Che volete la risposta a quello che gli avete scritto e se è vero quello che si dice.
--Così. Ora va. Ti ricordi? Alle partenze. Chiamalo fuori dell'ufficio.
La servetta si ficcò la lettera nel busto e uscì. Ripassando per la stanza che poco fa aveva lasciata si fece alla finestra e guardò nel cortile. Il gran cortile era deserto: a un angolo, per una delle porte d'entrata, passava un gran chiaro e si diffondeva e dilagava sull'arido selciato. La moglie del portinaio aveva piantata al sole una seggiola e appeso alla sua spalliera un sudicio lino del suo poppante. All'opposto angolo, nell'ombra, la ruota immane per la fornitura dell'acqua gocciolava e lo stillicidio incessante turbava una pozza d'acqua, là sotto. Di fuori l'immenso rione nuovo del Vasto pareva morto: il silenzio era alto: nessun romore, nessuna voce.
Di faccia alla finestra ove la servetta s'indugiava era quella della Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta a una tavola sulla quale era pur la piccola macchina da cucire, la Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta, sostando, si leccava il medio della mano destra che s'era insudiciato d'inchiostro, e lo fregava a una pezzuola.
--Signorina Marangi,--disse Milia--scusate tanto se vi disturbo. Io vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare occhio alla porta?
La Marangi levò il capo. Rispose:
--Va bene.
Si rimise a scrivere. S'udì lo sbattere della porta e Milia scese le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al portinaio:
--Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola in casa. Io vado per un soldo d'aghi e subito torno.
La maestrina, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le dita dalle quali era sfuggita la penna, sospirò profondamente. I suoi grandi e dolci occhi azzurrini si velarono, stanchi, fra le ciglia. Appena tornata dalla scuola s'era posta a rivedere i compiti delle sue scolarette: un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente ella aveva così poco dormito!
--Pazienza!--mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre grevi.
Come un'eco, dalla finestra dirimpetto, una voce ripetette:
--Pazienza!
--Oh, Sofia! Sei tu?--disse la Marangi.
Immobile, ritta presso il davanzale della sua finestra, la signorina Sofia la guardava.
--E tu che fai, Laura?
La maestrina sorrise, malinconicamente. Con gli occhi indicò gli scritti sparsi sulla tavola.
--Non vedi? Correggo compiti.
Rimasero mute per un po' tutte e due, contemplandosi.
--Che fai?--disse la Marangi.
--Nulla.
--Nulla? Troppo poco... Tu soffri. Sofia, tu soffri, lo so. Lo vedo. Come sei pallida!
Si levò dalla tavola e venne a porsi davanti alla finestra. Mise le mani spiegate sul davanzale. E, gravemente, soggiunse:
--Senti, Sofia, lascialo! Io te lo volevo dire da tanto tempo! Pensa a te, pensa a te! Quell'uomo lì non è fatto pel tuo carattere nobile e fine. Lascialo. Egli ti lascerà, se non lo lasci. È tristo, è ingeneroso... Perdonami, sai, non ti dolere... È tristo, è tristo!...
Sofia Sponzilli tremava, bianca come un cencio. Tremavano le sue piccole mani nervose e tormentavano i fascicoli del romanzo, il gomitolo, il ricamo che Milia aveva dimenticato sulla finestra.
Rispose, piano:
--No... non posso.
--Ti lascerà! Lo vedrai.
--Ebbene... se fa questo... Vedrai, Laura!
La maestrina scosse la testa, pietosa. E si mise a riordinare, macchinalmente, i suoi compiti sulla tavola.
--Tu non hai cuore per certe cose!--disse la Sponzilli, all'improvviso--Tu non hai mai amato!
--Oh, figlia mia!--balbettò la maestrina, con tutta la commossa voce del suo cuore pieno di ricordi e di rimprovero.
E le carte le sfuggirono di mano, ed ella chinò la testa e si sentì piegare.
La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò lentamente lungo la tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò, muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò uno degli scritti nel mucchietto che se n'era posto davanti. La mano e lo scritto, rimasero lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto l'amor suo finito miseramente per una volgare questione d'interessi, di denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente pensionata, con un fratello ferroviere che ora le voleva abbandonare per ammogliarsi, e senz'altro, senz'altro, che uno stipendio meschino! E senza più amore, e senza più speranza, davanti all'oscuro avvenire!
Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò, e vi nascose la faccia.
Ora tornava Milia, dalla ferrovia: si udiva il romore de' suoi zoccoletti, su per le scale. La porta di casa della Sponzilli s'aperse e sbattette con uno strepito breve. La Marangi non si mosse, non levò il capo. Piangeva piano, col volto sul braccio piegato: piangeva amaramente, senza sapere perchè.
Suonò, all'improvviso, un alto grido angoscioso. La servetta apparì alla finestra, con le mani ne' capelli, con la faccia stravolta.
--Milia!--gridò la Marangi.
--S'è buttata dal balcone! S'è buttata giù!...--urlava Milia--Ah, Madonna del Carmine! Signorina! Oh, Dio! La signorina mia ha avuto la risposta da quel giovane e s'è buttata!...
La Marangi si coperse la faccia con le mani. Tentò di levarsi. Ricadde sulla seggiola.
Balbettava:
--Oh, Sofia! Oh, Sofia mia!... Oh, Dio! Dio! Dio!...
Milia si schiaffeggiava, pazzamente, urlando:
--Dal balcone! Dal balcone!...
Disparve. La porta di casa s'aperse con un fracasso spaventoso. La servetta si precipitò per le scale, urlando. E su per ogni pianerottolo s'apersero subito altri usci, e nel cortile si popolarono tutte le finestre.
Una voce, dall'alto disse:
--Chi s'è buttata?
Un'altra rispose:
--La Sponzilli... La figlia del maestro di musica. Dall'altra parte. Nella via Brindisi...
E dalla via Brindisi un vocio confuso e crescente salì alle finestre. Ora la folla entrava nel cortile, e se ne udiva il mormorio. Portavano qualcuno, in cortile, un corpo immoto...
La Marangi, inorridita, si trasse addietro e s'appoggiò allo spigolo della tavola. Si sentì mancare. Si provò a chiamare la madre e la voce le venne meno.
Un prete, di furia, scendeva dall'ultimo piano. Era il fratello d'una vedova, cappellano a Santa Maria delle Paludi.
Si affrettava, pallidissimo, con la stola sul braccio, abbottonando, con le dita tremanti, la sottana al sommo del petto...
FEDERICA
I
Sono sei mesi da che ho dovuto lasciare una grande città del settentrione--desidero di non additarla a nome--per un paesetto che ne è lontano quindici miglia. Il mio spirito ha bisogno di quiete. Ho bisogno di vedermi circondato da cose e da persone tranquille; le capitali sono affollate di gente trista e volgare, ciarliera, spregevole, insopportabile, che vi preme e vi disgusta, che popola i caffè e li satura di vanità, di insincerità e di oziosi vaniloquii.
Qui dove sono venuto è altra cosa. Vi rimarrò a lungo? Non so. Ma mi sono suggestionato--e la mia suggestione non s'è interrotta fino a questo punto. Sì, vi rimarrò: vi devo restare parecchio. Qui scriverò, solo solo con me stesso e coi miei ricordi che hanno bisogno di prorompere una buona volta, la storia che attingerà dai molti e profondi dolori della mia stessa esistenza la materia più sincera. Vedo che mi aiuta, con la sua fisonomia placida e serena, il luogo ove ho riparato. Lo vado ancora percorrendo, in passeggiate mattutine, che non mi stancano e che oramai me l'hanno tutto quanto svelato.
A dugento passi dalla mia casetta, sul fondo verde della montagna, si disegna con semplici linee un edificio rustico e grigio. Ove la raggiunge un parco deserto appare la sua rozza facciata, qua e là striata da bianche suture di calce. Nel parco solitario spuntano da terra, come tanti fiori mostruosi e deformati, alcune antiche erme di pietra--che il padrone di quella casa, che forse fu signorile e bene architettata e ornata, sparse una volta su per un prato muscoso, il prato arcadico del suo bel tempo, ora diventato brullo e disuguale. L'ho pur amato così, nei mesi dell'inverno, quando la pioggia lo immolla, freddo pianto del cielo. Forse perchè la natura non mi pare interessante se non quando è debole o è malata.
La prima volta in cui visitai quell'edificio fu in autunno. Mi parve subito che il tono delle cose esteriori corrispondesse al palpito che da ognuna delle creature umane raccolte in quella casa s'esprimeva come cercando di superarne i muri impenetrabili. In quel vasto manicomio la vicina e grande città industriale manda all'aria ossigenata della montagna i suoi poveri folli. Città meccanica, così pare che si liberi di tutti i guasti suoi congegni: ma ne ricominciano a stridere qui gl'ingranaggi arrugginiti e, spesso, nei giorni di tramontana, all'urlìo del vento, al suo sibilo lacerante si mescola un suono che certo è umano, che da creature umane si parte, e nella cui scomposta e aneuritmica insistenza s'adunano come trasformati, e su d'un tono che ora sale ora scende, il pianto e la preghiera, l'imprecazione e il lamento.