Chapter 7
--Così fate, voialtre!--urlò Rocco--Così ingannate la gente, razza di bagasce!...
All'improvviso le piantò sulla spalla la mano larga e pesante, e si chinò sopra di lei che s'era gettata addietro sui cuscini.
--Almeno...--sogghignò--Ch'io vi veda in faccia, carina! Come siete in faccia?... Bella... brutta...? Vediamo un poco...
Ma si ritrasse, spaventato. Ella era diaccia: un sudore gelido le veniva giù pel volto e le bagnava pur le mani, che tremavano convulsamente.
Longo, sbalordito, la scosse:
--Signorina... signorina!... Che avete?... Non v'impaurite... Non vi voglio far niente...
La giovane s'irrigidiva. De' conati di vomito la facevano sobbalzare sul cuscini, gli occhi già quasi le diventavano vitrei.
--Ho freddo...--mormorò--Ho freddo... Muoio...
Allora Longo comprese.
--Ah, Cristo!--urlò--Un caso fulminante!...
Si voltò, si guardò intorno, assalito da così vivo terrore che per due o tre secondi i suoi movimenti ne vennero paralizzati. La sconosciuta seguitava a torcersi e rantolava:
--Freddo... freddo... Oh mamma!...
E come lo vide fuggire a gambe levate per l'Arenaccia, si levò quasi in piedi nella vettura, con un ultimo sforzo, e stese un braccio.
--Aiuto!... Aiuto!...
Ricadde. Si ripiegò sui cuscini: v'annaspò con le dita raggranchite. E al sereno cielo che si popolava di stelle palpitanti e la vedeva morir sola, nella notte, levò uno sguardo disperato.
Balbettò ancora:
--Mamma... mamma...
E ricadde. E non parlò più.
Dopo un po' il cavallo affamato si mise a nitrire e a battere sul selciato la sua larga unghia ferrata.
Poi fece un passo, poi un altro.
E si rincamminò, portandosi lentamente la piccola bruna, immota, per l'oscurità, verso la nascosta rete dei binari...
ADDIO, CAROLINA...
I
--Dunque, senti; ti ricordi di quella sera piovosa in cui ci lasciammo così nervosamente, uscendo dalla _Trattoria dell'Asso di fiori_?
Così cominciò a dire Cataldo Abbadessa, col quale ero seduto a tavola nel giardino della sua villetta a Cassino, sotto gli alberi di prugne e tra l'odore acre della mortella. Nel lontano s'infiammavano le cime degli alberi e la cupola dorata del piccolo campanile di Santa Mariella.
--Come accesi il lume nella mia camera--continuò Cataldo--e lo misi sulla tavola, m'accorsi che v'era stata lasciata una lettera al mio indirizzo. L'apersi con qualche trepidazione. Le condizioni dell'animo mio erano tali, quella sera, e così scombussolato era il mio spirito che ogni più piccolo avvenimento produceva sui miei nervi l'effetto d'una punta di fuoco. Letta appena la lettera, dubitai di sognare. M'annunziava un'eredità. Già: un mio lontano parente, vedovo, senza figli, era morto a Cassino e mi lasciava tutta la sua sostanza, vale a dire un gruzzolo rispettabilissimo, la _Fattoria del Cavallo_ e il molino detto di _Francescone_. Partii subito, il giorno appresso: e arrivato a Cassino mi recai dal notaio. Il buon vecchio m'abbracciò e baciò con le lagrime agli occhi: mi conosceva da quando ero bambino e mia madre mi conduceva a spasso lungo le rive del fiumicello disseminate di sassolini rotondi che io m'indugiavo a raccogliere. Terminati gli abbracciamenti e le congratulazioni il notaio mi consegnò una lettera del mio lontano parente, e mi disse: Don Cataldo, prima di visitare i poderi che v'ha lasciato il mio cliente, buon'anima, leggetevi questa lettera ch'egli mi raccomandò di consegnarvi appena foste arrivato quassù. Lessi la lettera. Il buon'uomo, tra l'altro, aveva voluto aggiungere al suo testamento una certa clausola riguardante il molino di _Francescone_. Francesco Battiloro, detto _Francescone_ a causa della sua statura gigantesca, era stato, fino a pochi anni addietro, padrone del molino che ora veniva in mie mani. Per le grandi ristrettezze in cui s'era trovato lo aveva poi venduto al mio parente. Questi era un'eccellente persona, e non aveva voluto strappare il vecchio e le sue due figliuole alle loro care pietre: e così, _Francescone_, fino a morte, era rimasto mugnaio nel molino dei suoi padri. Rosa e Carolina lo aiutavano a macinare, a riempire i sacchi e a caricare i carrettini. Un giorno il povero vecchio...
Cataldo s'interruppe. Mi guardò, guardò il mio bicchiere, e mi fece:
--Ebbene, non bevi?
Difatti, dimenticavo il delizioso vinetto bianco del mio amico.
Bevvi. Cataldo riempì per la terza volta il suo bicchiere.
--Alla tua salute, Vittorio!
--Alla tua, Cataldo!
Egli continuò:
--Un giorno, il povero _Francescone_ sentì che la vita lo abbandonava. Mandò a chiamare il mio parente e con le lagrime agli occhi gli raccomandò, lo scongiurò di proteggere Rosa e Carolina come aveva protetto e beneficato lui. Che ne sarebbe stato delle due povere ragazze se avessero dovuto abbandonare il molino? E il mio parente promise, col cuor buono che aveva, e mantenne la sua promessa. Rosa e Carolina rimasero nel molino assieme a un antico e fedele garzone, e il mio buon parente, durante il resto della sua vita, non s'occupò che di loro. Venuto a morte anche lui, dopo quattro anni da quella di _Francescone_, chiamò il notaio, gli ripetette le medesime raccomandazioni del mugnaio e non una ma cento volte lo pregò che m'interessasse in coscienza alla sorte delle due ragazze. Da parte mia risposi al notaio che Rosa e Carolina non avrebbero mai avuto a dolersi di me: sarebbero rimaste nel molino de' loro avi e nessuno le avrebbe tormentate. Anzi, soggiunsi, io farò che una parte dell'utile vada proprio a loro vantaggio.
Bevemmo un altro sorso, e Cataldo riprese il suo racconto.
--Fin qua le cose andavano benissimo, e io stesso, non avendo altro da fare, mi occupavo delle faccende del molino. Quando ecco che v'entro un giorno, e chi vi trovo? Il figlio d'un carrettiere, un ubriacone della peggiore specie, alle prese con un giovanotto beccaio. Il carrettiere aveva cacciato il beccaio in una enorme madia, e quasi era per schiacciargli la testa sotto il coverchio. Figurati! E tutto ciò accadeva perchè quei due, tutti e due presi di Rosa, s'erano incontrati nel molino e lì era venuto loro in mente di saldare i loro conti. E ci volle il bello e il buono per metterli fuori! Vi riuscii soltanto in forza della mia qualità di assessore per l'istruzione, titolo e carica di cui l'onesta cittadinanza di Cassino mi aveva voluto insignire per i miei meriti letterarii. Intanto le due ragazze piangevano in un angolo, e la bionda Rosa mi fece, a mani giunte: Per carità, signor padrone, non ci mandi via dal molino! Io non ho colpa in quel ch'è accaduto! Glie lo giuro sull'anima di mio padre!
--Non era quella, caro Vittorio--seguitò Cataldo--la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con le due mie protette. Ma quella volta, la commozione, il dolore di Rosa, non so, mi fecero un'impressione straordinaria.--Ma come--dissi io--come potete permettere a due insopportabili gaglioffi di venire ad accapigliarsi giusto nel vostro molino? Intanto tutti e due si vantano della vostra simpatia per ciascuno d'essi... (Rosa mi veniva appresso mentre uscivo--e nella viuzza, davanti al molino, ci trovammo a un tratto soli addirittura). Io continuavo a dire: Voi volete bene o all'uno o all'altro, non è vero? Dunque, ditelo. A chi volete bene? Al carrettiere? Al beccaio?...
Ella rispose, semplicemente:
--A nessuno dei due, padrone...
La guardai. Rosa mi guardò co' suoi grandi occhi azzurri e poi li chinò, e arrossì, e tacque...
II
Il mio amico Cataldo s'interruppe un'altra volta.
--Be'?--mi fece col suo tipico accento pugliese--E non bevi?
Allora, sorridendo e battendogli con la mano sulla spalla, risposi:
--Ho capito. Bevo alla salute di Rosa, alla salute di tua moglie, caro Cataldo! Alla vostra felicità!
Egli assentiva, felice davvero, con gli occhi che gli luccicavano.
--Bravo! E io bevo alla tua salute, Vittorio! Hai indovinato. Sposai Rosa dopo due mesi. Ed eccomi qua, eccomi tranquillo, ecco la mia pace...
--Ecco la tua pinguedine, ecco il bel colore di salute che si spande sul tuo volto arrotondato, ecco il tuo debole per questo buon vinello bianco...
Egli si mise a ridere. Se ne versò un altro bicchiere: lo bevve d'un fiato, e cantò con la sua voce un poco stonata:
O rose del mio volto, non appassite ancor!...
Poi allungò le braccia sulla tavola, ve le incrociò, e soggiunse:
--E tu?
--Io? Non vedi? Son qui, ispettore scolastico delle vostre classi elementari. Resto a Cassino otto giorni, e poi torno a casa.
--A casa dove?
--Come dove? A Napoli. A casa mia.
--Dove abiti?
--A Forcella.
--Sempre solo?
--Sempre solo.
Vi fu un silenzio. Avevo allungato il braccio e spiegata la mano sulla tavola. Cataldo stese la sua lentamente e la posò sulla mia. Ci guardammo. Egli mormorò:
--Povero Vittorio!...
E perchè?
Che volete, il vino mi diventò triste, all'improvviso...
III
--Dunque partite?
--Sì... parto.
--Quando?
--Domani.
Eravamo nel giardino, Carolina ed io, soli. Perchè ci lasciava soli, Cataldo? Carolina era bruna, aveva gli occhi neri e dolci, aveva le labbra rosse come le ciliege, le mani piccole piccole, bianche come la farina del suo molino. E durante la mia breve dimora a Cassino il mio amico Cataldo non aveva fatto che parlarmi di lei. Ricordo le sue parole: _Francescone_ ha lasciato in questo molino due pietre preziose...
E ricordo, come se ora trascorresse ancora sotto gli occhi miei, il magnifico tramonto che quel giorno imporporava le montagne cassinesi. Il loro dosso s'infiammava, e un roseo riverbero coloriva ogni cosa intorno a noi. Il giardino odorava di mentastra, e il silenzio era alto, l'ora era propizia. Io sentivo battere il mio cuore con palpito insolito. Un flutto di tenerezza mi veniva alle labbra e si voleva mutare in parole. Una interna voce mi sospingeva: Su, coraggio, parla, dille che le vuoi bene da quando l'hai vista! Chiedila al buon Cataldo! Rompi l'indugio! Seppellisci una buona volta la tua tristezza! Ma non vedi che ti vuol bene?...
La guardai, muto. Carolina abbassò gli occhi e si mise a tormentare la frangia del suo grembiale. Io non li vedevo quelli occhi--ma tutto in lei rispondeva: Sì, sì, signor Vittorio, io vi voglio bene! Chiedetemi a mio cognato! Prendete la piccola Carolina e formate la sua felicità...
Poche volte da quando esisto mi sono sentito così sconvolgere come in quel punto. Ero per afferrare il mio momento--ciascuno ha un momento decisivo della sua vita--e la mia mano s'irrigidiva! I miei occhi si velarono...
--Che avete?...--ella balbettò.
Io volevo dire: nulla, o volevo chissà che cosa dire, quando la voce di Rosa suonò dall'alto, da una terrazzetta:
--Carolina!... Carolina!...
Ella rispose:
--Eccomi.
Mi tese la piccola mano. La strinsi dolcemente e la rattenni nella mia fino a che la poverina non la ritrasse pian piano. Ella scomparve. E, come se allo stesso tempo un velario si fosse squarciato davanti agli occhi miei, mi riapparvero, in una rapida successione d'immagini, la mia triste cameretta in una delle più malinconiche vie di Napoli, l'affumicata _Trattoria dell'Asso di fiori_, la sala vasta, silenziosa e fredda della biblioteca _Brancacciana_, ove il meglio della mia giovinezza era trascorso...
E il tedio di questa mia giovinezza senza coraggio, senza speranze, senza consolazioni, premette il mio spirito addolorato. Il giardinetto aveva in quel punto una voce misteriosa, vi passava, con le ombre che scendevano, come un soffio dolente: le cose attorno, oscurate, svanivano...
IV
--Addio, dunque, Vittorio!...
E Cataldo Abbadessa, grasso, roseo, allegro, affettuoso, mi gettò le braccia al collo, presso al carrozzino che mi doveva accompagnare alla stazione.
--Caro Vittorio!...--diceva--Povero il mio caro Vittorio!
E non sapeva dire altro. La signora Rosa, fiorente come lui, fresca, d'una bellezza piena di salute e di luce, mi andava cacciando sigari in saccoccia e ammucchiava alcuni piccoli formaggi della sua fattoria sui cuscini del carrozzino.
--Perdonateci, professore... È cosa da poco... Siamo gente alla buona...
--Dunque, addio...--balbettai--Addio, Cataldo... Addio, signora Rosa...
Il carrozzino si metteva in moto.
Ebbi appena il tempo d'esclamare:
--Signorina Carolina, addio...
Ella, ritta in mezzo alla via, immota, pallida, stese la mano...
La udii mormorare:
--Addio, signor professore...
E il carrozzino partì, velocemente, tra nugoli di polvere.
TOTÒ CUOR D'ORO
I
Due disgrazie, una più terribile dell'altra, colpirono, tre anni fa, nel febbraio, il mio amico artista Totò Galiero. Morì improvvisamente un suo zio presso il quale Totò mangiava, beveva, e scriveva le sue poesie lagrimose, i suoi sonetti pieni d'anima, come dicono adesso, i suoi straziantissimi drammoni, brani d'un cuore esulcerato, ch'egli, con un sorriso amaro, gettava di volta in volta a quel cane del pubblico. E un male misterioso--lo scoppio, a sentire i medici, d'una latente infermità nervosa che finiva per molto stranamente esprimersi--gli annebbiava in tale maniera la vista da nascondergli a un tratto e completamente ogni miseria umana.
Gli amici, figurarsi se rimasero atterriti da questo duplice disastro! Coglieva il poeta sentimentale, il pietoso scrittore del «_Calvario d'una derelitta_», l'espositore commosso delle privazioni degli oppressi, Totò Galiero, il vero socialista della penna, soprannominato fra noi «Totò cuor d'oro» per le rare e nobili qualità della sua psiche.
La povertà! La cecità! Ci pensate voi? Roba da far rabbrividire, veri castighi tremendi. Ed ecco per un anno la _Vedetta Letteraria_, _L'Humanum_, il _Giornale del Socialismo Artistico_ privati, deserti dei versi e della prosa del nostro buon Totò. Ed eccolo sparito, seppellito chissà dove, muto per tutti, ma impavido, stoico, certamente, e con quell'animo forte che posseggono le creature fatte come lui, ritto di fronte alle sue due immani sventure.
Dopo un anno da questi fatti dolorosi, mentre una sera leggevo tranquillamente il processo Dreyfus, la posta mi recapitò, fra l'altre, una lettera sulla cui busta era scritto, con calligrafia evidentemente muliebre, il mio nome.
Io non sono un donnaiuolo, non intrattengo corrispondenza epistolare con le ammiratrici del mio nobile ingegno, non eccito gli scambii spirituali con le letterate. Quella calligrafia donnesca mi sorprese, dunque, e m'intricò. Apersi la busta, guardai in fondo alla breve letterina e vi lessi con meraviglia non poca la firma del mio amico Totò! Lì per lì, non ricordando la sua triste infermità d'occhi, mi domandai perchè mi scrivesse a quel modo, servendosi di quelle _pattes de mouche_ così peculiari a un sesso che non era il suo. Poi mi risovvenni della fatale necessità ch'egli aveva di ricorrere a un'altra mano per le sue epistole, e nello spirito mi rimase soltanto la curiosità di conoscere per quale ragione egli affidasse la sua corrispondenza a una donna. La lettera, per altro, me lo spiegò subito.
«Conoscete, mio caro amico, l'ex monastero di Santa Patrizia, lì nella vecchia Napoli, ricoverante famiglie povere e vergognose della loro povertà, antichi impiegati pensionati e pinzochere e attori decaduti? Lo conoscerete certamente. Ebbene, io son lì, anzi qui, in questo decrepito locale: secondo corridoio del secondo piano, terza porta a sinistra. Vado dal medico ogni tre o quattro giorni e aspetto, pazientemente, l'operazione alla quale egli mi dovrà sottoporre e che, dice lui, riescirà completamente. Le mie condizioni finanziarie non sono, ahimè, mutate. Se spero di riacquistar la vista non così spero di potere trovar presto un posticino, un'occupazione quale che sia, tanto, insomma, che mi dia da vivere. Pazienza! Sapete d'altra parte, che cosa veramente desidero? Una vostra visita. Verrete dunque? Vi aspetta il vostro affezionatissimo Galiero. Ave!
«P.S.--La mano che vi scrive questa lettera è quella d'una buona vicina che mi fa da segretario. Il cuore è sempre quello del vostro Totò. Arrivederci!»
Povero Totò! Non misi tempo in mezzo e andai a trovarlo nel vecchio monastero di Santa Patrizia. Era una di quelle uggiose, piovigginose, grige giornate di marzo che vi mettono la tristezza in cuore e l'umido nelle ossa. Trovai Totò del suo solito umore quasi allegro e fu egli stesso, anzi, che avviò la conversazione per via non funebre.
--Guarirò--mi disse--Il dottore me l'ha proprio assicurato. L'operazione sarà dolorosa, sarà lunghetta, ma io tornerò _a vedere_.
--Ma davvero?
--Oh! Ne sono certissimo. Lo sento, ecco. E sento che al mio cuore tormentato è riserbata la più alta, la più gentile delle soddisfazioni. Quella di poter _vedere_, di poter ringraziare non solo col vivo della mia voce, ma col baleno del mio sguardo commosso la più santa delle creature di questo mondo, colei che durante la mia infermità non s'è mai per un momento solo allontanata da me, che m'ha prodigato tutte le sue cure, tutto il suo affetto, tutta la sua bontà! Oh! le sarò ben riconoscente, amico mio! Ora io non desidero di vedere _che per lei, per lei_ solamente!
Parlava forte. La sua voce s'era riscaldata e tutta la sua persona vibrava.
Mi parve di udire un fruscìo di gonne, fuori la porta della celletta. Qualcuno che forse origliava lì, nella penombra, ora s'allontanava in fretta.
E Totò mi parlò della sua vicina, a lungo. Un angelo. Tutti i giorni gli portava il caffè, gli sedeva accanto, lo consolava, gli leggeva i libri e i giornali, gli scriveva le lettere, badava alla sua biancheria, gli spazzolava gli abiti...
--Dunque un idillio?
--Mah!--fece lui, sorridendo.
--Bella?
Totò sorrise ancora, amaramente. E io m'accorsi della mia storditaggine. Che poteva sapere, il povero cieco, del fisico dell'angelo? Ma egli continuava a narrarmi di tante piccole circostanze sentimentali per cui pensai che almeno nell'anima di lui, se non davanti agli occhi suoi, la figura della misteriosa benefattrice doveva essere impressa come una delle più delicate e suggestive.
--Mi scriverete ancora qualche volta?--chiesi al mio amico sul punto di lasciarlo.
--Ma certamente. Spero di potervi presto annunziare la mia guarigione.
--E la felice soluzione del vostro idillio--soggiunsi.
--Chissà?...--disse lui.
II
Passarono da quel giorno sei o sette mesi. Notizie di Totò, durante tutto quel tempo, io non avevo più potuto apprendere poi ch'ero dovuto partire, appena qualche settimana dopo di averlo visto, per la Germania. Lassù, di volta in volta, mi si rifaceva vivo il ricordo de' miei amici di Napoli e spesso, nella nebbia nicotinizzata di qualche birreria di Magonza o di Heidelberg, tra' fumi del prosciutto caldo e del saüercraut, la ideale e dolorosa figura di Totò Galiero mi appariva come quella d'un personaggio poetico e tragico, e degno di quella nordica letteratura.
Tornato a Napoli trovai, fra le parecchie che il mio portinaio aveva avuto la splendida idea di serbarmi per tre mesi nel suo casotto, una lettera di Totò. Questa volta egli scriveva _manu propria_, con la sua bella calligrafia chiara e grande, indizio, come osservano i grafologi, d'una _passionalità generosa_.
«Sono guarito!--annunziava la lettera--Vedo! Vedo!»
Nient'altro.
Evviva! Ma dove ottenere più precise notizie, dove potermi congratulare con quel poveretto, dove poterlo riabbracciare? Corsi all'ex monastero di Santa Patrizia, infilai daccapo quel lungo e oscuro corridoio che m'aveva guidato alla cella di Totò e con una indescrivibile emozione picchiai al numero 40.
Mi venne ad aprire un vecchietto che aveva fra mani un berrettino tondo intorno al quale egli stesso andava cucendo un nastro di felpa. Dallo schiuso della porta s'intravedevano un lettuccio basso, una vecchia sciabola e due grandi stivaloni appesi al muro, e attaccati alle pareti delle immagini sacre, delle fotografie, un ritratto di Ferdinando II. La stanzuccia mi parve quella d'un qualche militare giubilato, d'un _solitiero_, come dicono a Napoli: il vecchietto aveva ancora l'aria marziale, un bel paio di bianchi baffi rialzati e addosso una giacchetta soldatesca, abbottonata fino al mento.
--Scusi, Totò Galiero?
Egli esclamò, sorpreso:
--Come! Chi?...
--Domando perdono.--soggiunsi--Galiero. Ha forse sloggiato?
--Da un pezzo!--disse lui.
--Sono un suo amico. Venivo a vederlo. A congratularmi con lui anzi, che, pare, ha riacquistato la vista... Lei... scusi, ne sa niente?... Vedo che occupa la sua stanza...
Il vecchio mi continuava a sgranare gli occhi in faccia, e taceva.
--Lo conosce?--insistevo--È pure un suo amico, lei?
--Io!?--urlò, come se gli avessi dato uno schiaffo.
Vi fu un silenzio. Ero confuso, non sapevo più che dire e quasi facevo per salutare il vecchietto e andarmene. Egli si volse addietro per riporre il berrettino e l'ago su un tavolinetto. Poi uscì nel corridoio, mi prese per mano, silenziosamente, e mi condusse rimpetto, d'avanti a un'altra porticella. Si chinò a guardare pel buco della serratura e mi fece atto perchè lo imitassi. Guardai là dentro anch'io.
V'era una giovane donna, bruttina, piccola, biondiccia, seduta per terra--al sole che la illuminava tutta--accanto a uno di que' grossi cestoni ne' quali le povere madri napoletane, le donne del popolo, mettono a dormire i loro piccini. La piccola bionda si chinava su quella culla e di volta in volta agitava la mano per cacciar via qualche mosca.
--Ha visto?--disse il vecchietto.
Non capivo e non sapevo che cosa rispondere. Allora egli, nel corridoio scuro, avvicinando quasi alla mia la sua faccia, mormorò:
--Il suo amico ci ha lasciato questo grazioso ricordo. Ah, non sa nulla? Bene, glie lo dico io. Partito... Il signor Galiero è partito per l'America, coi denari dell'eredità d'uno zio prete... Capisce?... E lei, non ne sapeva nulla?
Sorrideva, ma con tal sorriso che mi gelò il sangue. Le sue mani scarne tremavano.
--Totò Galiero!--esclamai--Totò ha fatto questo!...
--Già:--disse il vecchietto, continuando a sorridere e rincamminandosi verso la sua stanza--Totò Galiero ha fatto questo. Ha fatto una madre. E te l'ha piantata col figliuolo. Che? Bello! Magnifico! Grandioso! Per gratitudine, l'ha fatto. Quella è la signorina che lo ha assistito durante tutta la sua infermità...
Fece ancora due passi e si volse.
--Totò cuor d'oro, se non mi sbaglio--esclamò--Totò cuor d'oro!... Il poeta! Accidenti! Totò cuor d'oro!
Sulla soglia della sua stanza mi salutò con la mano.
--La riverisco, sa! E lei me lo riverisca!
Suonò una risata ironica, sghignazzante, terribile. Il vecchio sparve nella sua camera.
La porticina si chiuse, sbattuta forte.
QUELLA DELLE CILIEGE
I
Stesa supina sul piccolo divanetto della sala terrena dell'_Ospedale degl'Incurabili_, lì ove si fanno le immediate medicature a' feriti che vi capitano di tanto in tanto da' rioni popolani di Napoli, una giovane donna ripigliava i sensi a mano a mano.
Erano le dieci ore di una magnifica sera di primavera. La lampadina elettrica, che la suora di guardia aveva incappucciata con un pezzo di carta rosea, bagnava il divanetto e quella donna di un dolce lume colorito, diffuso e uguale.
In qua, presso a una tavola sulla quale era squadernato il registro per le _Ricezioni notturne_, il medico di servizio preparava, sbadigliando, le bende e l'ovatta. Quando ebbe tutto allestito per la medicatura, sedette alla tavola, si trasse davanti il calamaio e il registro, sbadigliò ancora una volta e accese un'altra lampadina, per vederci meglio.
--Dunque?--disse, voltandosi--Voialtri, fatevi avanti.
Due guardie di pubblica sicurezza uscirono dalla penombra e si posero di faccia al medico. Il brigadiere salutò militarmente.
--Il fatto?--disse il dottore.
--Vico Astuti, sezione Porto.
--Scusi, brigadiere--corresse l'altra guardia--sezione Mercato.
Il medico scosse la testa, nervoso.
--Vi ho chiesto del fatto, non del luogo. Come è andato? Spicciatevi.