Chapter 4
Tornai ad aprire la busta, macchinalmente. Tornai a gettar gli occhi su quel foglio timbrato, percorso da una di quelle perfette calligrafie d'amanuensi le quali constituiscono il merito più considerevole degl'impiegati a' Ministeri. La partecipazione era estetica: il mio nome era scritto in rondino...
Una voce squillò improvvisamente nella mia camera...
--Carlo! Carlo!
S'era spalancata la porta e Matteo Barra, il mio compagno di studio e di stanza, quasi mi si precipitava addosso.
Io m'ero levato, commosso. Buon figliuolo! Il portinaio, o qualche comune amico, o il solito bollettino del Ministero gli avevano partecipato la mia nomina...
--Come hai saputo? Da chi?
Ci eravamo abbracciati e baciati. Egli mi guardava, ora, con gli occhi ridenti.
--Ho fatto la scala d'un fiato!--balbettò, ansante.
Mise la mano in petto. Cavò il portafogli, le sue carte d'appunti di «Diritto Costituzionale», il librettino in cui segnava le mie e sue spese giornaliere. Spuntò di mezzo a quelle carte un telegramma. Egli lo spiegò, mi trasse al balcone, me lo pose sotto gli occhi.
--Ecco... leggi!--mi fece--È mia madre. L'ho saputo da lei...
Lessi, sorpreso:
«Caterina acconsente assieme famiglia. Tutto pronto. Vieni passare qui feste. Ti benedico. Carmela».
--Non capisci?--esclamò Matteo Barra--Non hai capito? Io mi sposo. Io parto.
--Parti!...
--Ma certamente!--e si mise a misurare la stanza a larghi passi--E che vuoi che aspetti? Non hai letto? Dice «tutto pronto».
Mi si arrestò d'avanti. Mi mise la mano sulla spalla.
--Tu ti ricordi di Caterina, non è vero? Della sua zia monaca?... Quella è morta, la zia, a ottant'anni! _Requiescat_! E Caterina eredita. Ricordi che lotte, che battaglie, che disperazioni? Bene: ora non più... Tutto è a posto... I parenti di lei mi scrivono lettere affettuosissime... E lei!... Lei, non ti puoi figurare! È felice, è orgogliosa della mia laurea. Capirai, abbiamo una laurea adesso... Dottore in _utroque_!... Ah, mio Dio! Son contento, guarda, son contento! Andiamo a pranzo. Pago io. Voglio pagare io!...
S'interruppe. Mi guardò, meravigliato. M'afferrò pel braccio e mi scosse, faccia a faccia.
--Ma, che hai? Carlo? Che hai?...
Guardò intorno, come a interrogare sul mio silenzio le umili e fredde pareti della nostra stanzuccia. Io ero rimasto impiedi tra la vetrata e le imposte del balcone. Era un momento in cui l'oscuro Vico Majorani, laggiù a' Tribunali, taceva, penetrato tutto quanto da quella naturale malinconia della sera che cade, dalla particolare tristezza dell'ora in cui pare che tutte le anime si raccolgano. Brillò un lume, di fuori, a un tratto: di faccia al nostro balcone al primo piano s'accendeva il fanale al cantone. Arrossato nel volto da quell'improvviso fuoco esteriore, ritto rimpetto a me, Barra mi stendeva le mani. Io le presi e le serrai, muto.
--Ma che hai?--mi ripetette--Tu tremi?... Tu hai le mani gelate!
Balbettai:
--Senti... Credevo... M'era parso che tu sapessi...
--Ebbene? Che cosa?...
--Ho avuto il decreto, ecco... Il decreto di professore...
--Come!--esclamò--Ma davvero?...
Gl'indicavo il tavolino, sul quale il lume esterno a pena riesciva a far biancheggiare, nella oscurità, quel provvido foglio. Barra lo prese, s'appressò alle vetrate un'altra volta, lo lesse in fretta.
--Perdio!... Ma come!... E non mi hai detto niente!
--Che importava?
--Come! A me! Ma importava moltissimo, importava! Ma è una consolazione, per un amico!... Carlo! Che diavolo! Dovevi subito dirmelo!... Dunque bravo! Bravo! Son contento... Dunque eccoti a posto. Son contentone!
Aveva acceso l'ultimo mozzicone che ci era rimasto d'una stearica e ora badava a cacciare e a pestare in fretta e furia in una valigetta qualche camicia, de' libri, un paio di scarpe, una spazzola. Andava su e giù per la stanzuccia, frugandovi, accrescendo a mano a mano il suo bagaglio. E durante la bisogna continuava:
--Sì... Ti devi chiamar fortunato, via! Non ti pare?... La vita assicurata. Ma scherzi?... Dimmi, hai visto niente i miei pettini?... Non ti scomodare. Eccoli. Dunque... Ti dicevo, ringrazia Dio!... Sì, sì, sono soddisfazioni meritate... Tu sei buono, tu hai un magnifico talento, tu faresti cose grandi. Si, sì. Ma di questi tempi... La vita... l'avvenire...
Quali parole vuote, nulle, abituali! E poi, gli premeva davvero la mia fortuna?...
Nella penombra, ricadendo a sedere davanti alla tavola, sorrisi amaramente. Ora Barra interrompeva il suo vaniloquio. Aveva preparato la valigia. E pareva indeciso, mortificato, quasi. Certo, egli mi voleva dire che l'ora della partenza si appressava, che occorreva che egli se ne andasse.
E in quel silenzio della cameretta, quasi senza distintamente vederci, c'intendemmo: il fluido dei nostri pensieri s'incontrò. La nostra amicizia si spezzava, in quel punto--e a nessuno di noi importava più dell'altro.
--Va pure--mormorai.
E mi parve di rispondere, freddamente, a quel che egli non aveva il coraggio di dirmi.
--Senti--disse lui, decidendosi--Ho un'ora. Il tempo per pigliare un boccone assieme. Vieni?
--No. Non ho fame.
--Non vieni?
--No.
--Hai mangiato?
--Ho mangiato.
--No, non è vero...
--Voglio dormire. Sono stanco.
Vi fu un silenzio.
--Buon viaggio--soggiunsi--Buona fortuna...
M'ero levato. Egli mi si avvicinava, confuso.
--Almeno...--mormorò--Abbracciami, almeno!...
L'abbracciai. Sentii, in quel punto, sciogliersi il mio cuore così gonfio. Sentii che Barra era stato, dopo tutto, il mio compagno di speranze, di privazioni, di gioie... Il suo cuore batteva sul mio così forte, così forte!... E mi prese un tremito invincibile: la gola mi si serrò...
Ma, novellamente, e d'un subito, rampollò dall'orgoglioso e inasprito animo mio il tedio di questo ambiguo momento. Barra mi parve volgare e ipocrita: la sua frettolosa espansione mi disgustò.
--Vai, vai!--gli feci.
E, sulla porta, mentre ancora gli stendevo la mano, un impeto di collera e di disprezzo me la fece ritrarre.
--Va!--dissi--Addio!... Va pure!... Sii felice!...
--Addio...--mormorò Barra, timidamente.
Scese le scale, da prima lento, poi proprio a rompicollo. Io rinchiusi l'uscio. Mossi diritto al lume e lo spensi.
Si rifece l'oscurità nella stanzuccia. Nell'angolo della vetrata tornò più vivo il riflesso rossastro del fanale, e mi parve che il Vico Majorani diventasse più cupo e più silenzioso.
Mi sentivo piegare. Cercai il letto, tastai la fredda coltre, mi vi gettai sopra, bocconi. Il silenzio era alto. La fruttivendola, una storpia, addormentava il suo piccolo giù, nel vico, con una cantilena lamentosa.
Nascosi la faccia nelli origlieri. E a un tratto mi misi a singhiozzare, convulsamente.
VECCHIE CONOSCENZE
I
--La buona sera alla compagnia!
Mi volsi. E al suono della rauca voce grossolana si voltarono pur a guardare verso la porta i miei compagni di tavolino del _Caffè Grande al Corso_. Era l'ercole della _troupe_ d'acrobati attendata a Giffuni dietro il mercato bovino.
--Buonasera--risposi--Che c'è? Non si lavora?
--Macché!--fece l'ercole, raggiustando sulla piccola testa quasi calva un sudicio berretto di pelo marrone--A Giffuni Vallepiana? E Pompei non è meglio! Città morta, caro lei, città di barbari, non dico per offenderla. Già lei non è giffunino.... o giffunese... Come si dice?
E sedette al nostro tavolino e cavò la pipetta da una saccoccia d'un grande panciotto stinto di velluto rossastro.
--Giffunese--disse il telegrafista di Bartolo, levando gli occhi dalla _Gazzetta di Venezia_ che gli mandava ogni giorno un suo ex collega di laggiù ove il di Bartolo era stato quattro anni.
Seguì un silenzio. Il _Caffè Grande_ era quasi deserto: due mercanti ragionavano del raccolto a un cantuccio, e a un altro sedeva, solitario, il giovane professore di lettere del Liceo Cotugno. S'era fatto portare il calamaio e rivedeva le bozze del suo studio sull'_Hecatelegium_ di Pacifico Massimi, comunicando alla ruvida carta da stampe l'acre e molesto profumo del _patchculi_ ch'egli usava portare addosso. Appiè del banco del principale erano due o tre cacciatori di Casalferrato e sentenziavano di cani e di fucili col caffettiere, Nemrod impenitente anche lui.
--Un rhum!--chiese l'ercole, dopo un po', lanciando al soffitto la prima boccata di fumo denso e puzzolente--Almeno--soggiunse, e si trasse davanti il bicchierino--qui c'è calduccio, ci si sta bene. Hanno visto fuori? Mezzo palmo di neve e nemmeno un cane per la via. La neve in Ottobre? Ma dico, dove siamo? In Russia?
--Cattiva stagione--disse il di Bartolo, per dir qualcosa.
--E voi che farete?--chiesi all'ercole, che si grattava il mento e guardava davanti a sè nel vuoto, con uno sguardo sgomento.
--E che devo fare? Domani o domani l'altro si va via. Domani è domenica e vorrei profittare della giornata. Chissà! Bel paese Giffuni! In tre sere settantotto lire! Cosa vuole, che ci lasci in pegno Mahmud?
Il di Bartolo si volse, con l'indice puntato sulla _Gazzetta_ al passo che leggeva.
--Mahmud?
--L'orso bianco--disse l'ercole, grave.
--Difatti--io dissi--avrete le vostre spese...
--Spese? Altro! E poi gli incerti, caro lei. Se sapesse!
Bevve un goccetto di rhum, si passò il dorso della mano vellosa e enorme sulle labbra e soggiunse:
--Guardi, tre cavalli m'erano rimasti e uno m'è finito a Roccadaspide, col carbonchio. Il pagliaccio mi s'è affiochito per via e ha mezzo perso la voce; sua sorella, la Gilda, è cotta d'un impiegato di ferrovia che le faceva l'asino a Tricarico, e gli scrive lettere tutta la santa giornata e non mi lavora più come prima. E la Rosetta che a un tratto mi vien fuori con l'isterismo! Che? Contentezze grandi, caro signor dottore!
E fregò palma a palma, con tale furia che pareva si volesse spellare le mani.
--Mi dica, dottore, lei che se ne intende: che roba è codesta? Malattia grave?
--L'isterismo?
--Ecco.
--E vostra moglie è isterica? Davvero non mi pareva. E che ha? Che accusa?
--E che so, io? Dolori in petto, dolori allo stomaco, alle gambe, ai polsi. In faccia, di certo è smagrita. L'avesse vista quattro o cinque anni fa! Le dico, un bisciù! L'ha vista al trapezio?
--Sì, mi pare...
--Eh?...--fece l'ercole, strizzando l'occhio--Ha visto che lavoro preciso?
Accennavo di sì, col capo. In quel punto pensavo ad altro. Il di Bartolo s'era sprofondato nella lettura del suo giornale, ma di volta in volta, ne levava lo sguardo per lasciarlo posare sul mio interlocutore, ch'egli affisava, silenzioso per qualche minuto, come si fa con certe persone nuove le quali vi suscitano un curioso interessamento nell'animo.
--Ha un cerino?--chiese l'ercole, che aveva vuotato nel cavo della mano il fornellino della pipetta e ora la ricaricava, lentamente.
Ne prese un fascetto dalla scatola che gli porgevo e se li mise in saccoccia.
--Scusi se mi permetto... Ma qui a Giffuni non c'è un solo cortile che abbia uno straccio di lume. L'altra notte per poco non mi sono spaccato il capo a un muro... Ma lei che ha, dottore? La vedo così uggioso! Che ha? S'annoia, non è vero?
Sorrisi malinconicamente. E mentre, voltandomi, cercavo sul divanetto ov'ero seduto, il mio _bambù_ e l'ultimo fascicolo della _Rivista Clinica_ sulla quale il di Bartolo s'era adagiato, l'ercole, frugando nel taschino del suo panciotto, borbottò:
--S'intende: questo non è paese per gente che vive. Denari in giro niente: divertimenti niente. Nemmeno un teatro. Prefettura e Municipio nello stesso palazzo, all'ultimo piano! Macché! Dopo dimani _adios_!
--Lei resta?--feci al di Bartolo.
L'altro nostro compagno di tavolino, Bazza, cancelliere alla Pretura, al solito s'era addormentato. Usava di far questo ogni sera, e lo svegliava il cameriere quando il caffè si chiudeva.
--Ma è presto--osservò il di Bartolo.--Guardi, non sono le dieci. Io resto ancora un poco e accompagno Bazza. Ma lei proprio vuole andar via?
--Ho sonno--risposi--Arrivederla.
--Signori!--salutò l'ercole, che pure s'era levato e si sberrettava.
Fuori, rialzando il bavero della sua giacchetta e tossendo a piccoli colpetti secchi, egli mi si mise allato e prese con me pel Corso scuro e deserto.
S'era liquefatta la neve: al raro lume di qualche bottega ancora aperta lucevano qua e là delle pozze e dei rigagnoli. L'ercole mi pigliava pel braccio, dolcemente, e me li faceva schivare.
Facemmo una ventina di passi in silenzio.
--Abita lontano?--chiese lui a un tratto.
--Non così lontano. Ma dal _Caffè Grande_ a casa mia c'è un bel tratto. Sono in via del Mercato.
Si fermò su due piedi.
--Come! Ma dunque siamo vicini! Io son lì, di rimpetto. Non ha visto il mio carrozzone?
--Sì... difatti.
Ripigliammo il cammino e si rifece il silenzio fra noi, per un tratto. Dopo un po' l'ercole riprese:
--E Bamboccetta, l'ha vista?
Lo guardai. Scossi la testa per dir di no. Egli parve meravigliato.
--Non ha mai visto Bamboccetta? Mia figlia? La piccina? Ma al circo c'è mai stato, lei?
--Sì, una volta: non ho troppo tempo...
--Ma scusi, ci deve venire. M'onori domani ch'è domenica. Senza complimenti... Lei mi fa chiamare alla porta e sarò ben felice. Almeno vedrà Bamboccetta.
Pronunziando quel nome il vocione s'inteneriva. L'ercole si arrestò un'altra volta, per un momento, come a meditare, e io pure dovetti arrestarmi. Il silenzio era alto. A un tratto, nel lontano, fendette l'aria il fischio del treno diretto che partiva per le Calabrie e ne vibrò, per qualche secondo, l'eco malinconica.
Come spuntammo dal Corso nella _Via del Seminario_ ci apparvero di faccia, nell'alto, le tre finestre del _Circolo_, rosse nel buio profondo.
--La vita, caro signore--continuò l'ercole, seguitando nel suo vaniloquio--è una cosa triste e pesante. Non le pare? Ho una moglie, la Rosina, che m'è nemica mortale. Non se la può figurare: dispetti, furie, malattie, ogni sorta di birbonate. L'ho presa a Settignano, in Toscana, una volta che vi sono passato con tanti bei denari in saccoccia, che ora non si vedono più. Era lì con un signore titolato, un conte, gran femminiero, e costui l'aveva conosciuta in compagnia Roussel, a Firenze, e se l'era portata via in campagna. Bene; dopo un po' eccoti il signorino che ti pianta lì quella creatura senza neppur dirle: obbligato. Arrivo io, comincio a lavorare, la Rosina mi viene a narrare i suoi patimenti e così senz'altro me la metto in casa. Sarà stato un sette anni fa: dico bene: l'anno appresso m'è nata Bamboccetta. La rosa fra le spine, caro lei, la...
S'interruppe, si piegò, per frugare con lo sguardo nella oscurità della strada. E in quell'atto, col capo avanzato, rimase qualche secondo.
Lontano nella piazza del mercato, ove il carrozzone degli acrobati scompariva nel buio fitto, brillava, come una lucciola sorvolante, la piccola e rapida fiamma d'uno zolfanello, e subito si spegneva. Io la vidi: all'ercole forse sfuggì. Egli si era quasi rivolto addietro e continuava a spiare.
--Chi va là?--fece a un tratto.--Rigo?... Sei tu, Rigo?...
Non rispose alcuno. Ma un'ombra era scivolata lungo il muro, dall'altra parte, e aveva svoltato al cantone.
--Che volete fare?--dissi all'ercole, piano.--Qui a Giffuni non sono ladri. Sarà qualche amante...
--M'era parso Rigo--borbottò.--Sa, quello che mangia la stoppa accesa. Il gobbetto. Una vipera... Ma lei è arrivata?
Ero giunto a casa, difatti, e m'arrestavo davanti al portone. Accesi un moccoletto che portavo addosso per la bisogna e si fece un po' di lume sotto l'arco barocco. E a quella luce indecisa che saliva a stento fino alla testa dell'ercole, mi parve di vedere impallidito il suo volto e diventati minacciosi quei piccoli occhi tondi, fino allora così inespressivi.
Stesi macchinalmente la mano. Egli la strinse fra le sue, diacce, e dell'atto che non s'aspettava parve sorpreso a un tempo e commosso. D'un subito lasciò la mano, mi voltò le spalle e scappò fuori. Andava lesto. Risuonò per buon tratto il romore dei suoi passi precipitosi, nella notte, e poi daccapo tutto tacque.
Come entrai nella mia stanza da letto mi feci al balcone che dava sulla via, e lo apersi, e ficcai lo sguardo laggiù nelle misteriose tenebre del mercato bovino.
La notte era fredda. Sgusciò nella mia camera, per lo schiuso delle vetrate, una folata di vento e quasi me le spalancò a dietro. Mi rivoltavo per tornar dentro quando un grido, all'improvviso, ruppe il profondo silenzio, e seguirono al grido un rumore confuso, un tramestio, laggiù, presso alla baracca, e subito un va e vieni di lumi e d'ombre. S'illuminò dopo un poco--ero rimasto lì inchiodato al balcone--la finestra terrena della caserma dei carabinieri, poco lontana dalla baracca, e novelle ombre frettolose passarono e ripassarono in quel chiaro. Appresso i lumi si spensero intorno intorno, e tornò il buio impenetrabile.
All'aria m'era entrato addosso un gran freddo. La naturale emozione che anche mi penetrava mi tenne desto sotto le coltri per un bel po'. Che cosa dunque era accaduto nella baracca dell'ercole? Al mattino lo seppi. La Rosina se ne era scappata via col pagliaccio, e quel Rigo, il gobbetto, le aveva tenuto mano. E l'ercole aveva accoltellato il gobbetto.
II
Cominciò Giffuni a parermi detestabile, a un tratto.
Fin qua, da un paio d'anni durante i quali vi avevo tranquillamente esercitata la mia professione di medico condotto, nella piccola cittadina mercantile e malinconica io avevo represso, fin da quando vi ero arrivato, ogni moto ribelle del mio carattere così ombroso, è vero, e pur così passionale e sincero. Bisognava mutar vita addirittura. Io stesso, al quale erano state offerte residenze migliori, avevo preferito questa che mi dicevano uggiosa e difficile e dove m'avevano accompagnato da Napoli, in una triste giornata di marzo, il vento, la pioggia fitta e un'aria scura e fredda, così che m'era parso come se m'avessero inteso e compianto fino gli elementi della natura. Una piccola camera ch'era stata d'un pretore e poi d'un commesso viaggiatore, lì, in via del Mercato, in un vecchio e sdrucito palazzo del seicento, detto la _Casa del Conte_, m'accolse da' primi giorni in cui giunsi. M'ero, a mano a mano, costituita una clientela, difficile ma sicura, tra la gente del vicinato: e l'_onesta_ mia maniera di vivere me l'aveva accresciuta. In provincia si continua ad essere stimati per questo. Avrei pure, voglio dirlo, potuto bene ammogliarmi là basso: ma mi sarebbe toccato di seppellirmi a Girifalco, addirittura in mezzo a contadini sorvegliati e maltrattati da qualcuno di que' possidenti che mi avrebbe, sì, preso a genero ma del quale avrei finito per ereditare con le sostanze pur quella missione autocratica.
In verità, già da quattro o cinque mesi prima del fatto dell'ercole, scrivevo e riscrivevo a Napoli per farmi cavar via da Giffuni. Se vi dico che dalla sera delle coltellate a quel Rigo il mio desiderio assunse quasi una forma di nevropatia, d'impazienza, di sofferenza angosciosa crederete che io esageri. Ma fu proprio così. La mattina dopo quel fatto l'ercole m'era passato sotto gli occhi mentre mi asciugavo la faccia al balcone, dietro i vetri appannati. Vedevo venire dal mercato alla mia volta una folla che a mano a mano ingrossava. Fregai l'asciugamani a un vetro e distinsi ben tutto nella via. L'ercole era lì, tra' carabinieri, ammanettato. Gli avevano buttato addosso un gran cappotto ed egli, muto, procedeva, scotendo il capo. I carabinieri, infilavano i guanti. Lo conducevano alla prigione.
Non mi vide. Ah, fu meglio! Roba da niente, direte, solite storie che seguono tutti i giorni, cose che s'incontrano a ogni passo. Sì, è vero. E pur io non potrò mai dimenticare quel triste corteo silenzioso, sotto quel cielo opalino di Giffuni, nell'augusta via fiancheggiata da scure bottegucce--e quell'infelice che strappavano al romoroso suo Circo per chiuderlo in un carcere.
Per tre o quattro giorni si rifece alla memoria degli occhi miei, doloroso e insistente, quello spettacolo. Seppi fra tanto che Bamboccetta, la piccina, se l'era portata via la madre; che per la Gilda, rimasta a Giffuni, s'era fatta una colletta--e mi vi dovetti anch'io sottoscrivere--per farla partire per Tricarico ov'ella andava a cascare addosso all'impiegato postale; che la roba dell'ercole era stata sparsa un po' qua un po' là in consegna al Tribunale. I carabinieri presero l'orso bianco e lo chiusero in un sottoscala: il figlio del sindaco accolse i due cavalli nella sua scuderia. Ogni giorno, a prima ora e daccapo verso il tramonto, s'udivano gli urli rauchi dell'orso, che forse aveva fame.
Nel gennaio dell'anno seguente ottenni di passare a Casagiove, in Terra di Lavoro. Toccavo, come si dice, il cielo col dito. Casagiove è lontano da Santamaria di Capua un tiro di fucile e da Santamaria si viene a Napoli in un'ora di ferrovia. A Napoli, nelle frequenti scappate che vi feci, tastavo terreno ogni volta. Alla residenza leggevo giornali, e badavo a guardare in terza pagina, se mai vi fossero annunzi di concorsi. Mi facevo fin mandare da Napoli la _Gazzetta Ufficiale_, da un mio ex compagno di scuola diventato giornalista.
Passarono così altri due anni, quando la morte di un mio zio mi fece ottenere un congedo di quindici giorni, durante i quali mi sostituì a Casagiove un medico di Caserta.
A Napoli volli, tra l'altro, rivedere e salutare i miei maestri. La vecchia via di Sant'Aniello, che avevo tante volte percorso per recarmi all'Università alle cattedre anatomiche, io ritrovavo immutata, deserta sempre e silenziosa, con la sua piazzetta nuda e sudicia, sparsa di rifiuti e di mucchi di pietre tra le quali perfino era nata l'erba. Ripensavo, attraversandola, agli allegri anni in cui m'ero posto, come si dice, in carriera, all'anno emozionato in cui m'ero addottorato medico, all'_internato_ nello spedale degl'_Incurabili_, così impressionante per me, in quel vasto e solenne ricovero, ove avevo tanto visto soffrire.
Ora ne ascendevo lentamente le scale marmoree e dietro di me vi si affaticava un'itterica contadina, incinta, che sospirava forte e a ogni gradino s'arrestava a ripigliar fiato. Di sopra, appoggiato a due infermieri, scendeva al gran cortile soleggiato--ove i parenti, aspettandolo, gli preparavano cuscini in una carrozza--un giovane convalescente, ancora assai pallido, ma così lieto, così felice d'andarsene!
Gl'inservienti mi riconobbero.
--Oh, signor dottore nostro! Riverito dottore! Beato chi vi rivede!
Mi sorrideva anche il convalescente, con lievi cenni di saluto. E, a poco a poco, rividi, lassù, tutti. Nella spaziosa e luminosa _Sala Cotugno_, ch'era stata, anni a dietro, la mia seconda casa, rividi le suore, gl'infermieri, il farmacista, il reverendo confessore, sempre florido e roseo tra tante bianche facce esangui.
--Guardate chi vi riconduco!--esclamò l'adorabile vecchia suor Agata che, al solito, m'aveva preso per mano e ora mi poneva di faccia al primario professore X... mentre costui dalla sala _Severino_ entrava nella _Cotugno_ in mezzo ai discepoli.
--Giovannino!--fece lui, che usava di chiamar ciascuno col suo nome di battesimo e ricordava mirabilmente quelli di tutti--Chi si rivede! Che c'è? Ritorno del figliuol prodigo? Vieni, vieni dentro...
Si avviò, seguitando:
--Benissimo. T'invito a pranzo. Uno che s'è fatto onore, signori miei. Medico condotto in Terra di Lavoro. Bene, benissimo. Come dite voi, suor Agata? _On revient toujours_...
S'era arrestato presso un letto intorno al quale già quattro o cinque degli scolari si radunavano.
Il malato con un bianco berretto da notte in capo, col petto scoverto, si lasciava tastare.
Lo riconobbi subito. Era l'ercole di Giffuni.
III
--Ma sa che ho pensato a lei tante volte da che sono qua dentro? Mi dia la mano almeno: ora non glie la lascio più come quella sera, si ricorda? Mi avrà perdonato? Non può immaginare cosa mi sentivo dentro, allora... Non si mette a sedere?
Sedetti accanto al letto. La mano che premeva la mia sulle coltri era calda: mi pareva febbricitante. Egli era rimasto addossato a' cuscini, col bianco e largo petto scoverto.