L'idolo

Part 9

Chapter 93,686 wordsPublic domain

«Non mi vedrete mai più; mai, finchè siete così bella, finchè siete ricca e felice. Ma se un giorno, ed io fossi ancora amato, se l'infermità, se gli anni vi rapissero la beltà e gli agi, se foste padrona di voi, se foste povera, disgraziata, se allora vi mancasse nel mondo un marito, un amico, un fratello, io volerò a voi — come oggi, che siete bella e ricca, fuggo da voi — e vi dirò: eccomi, cara; prenditi il mio cuore, l'anima mia... tutto me stesso; e vi sarò marito, padre, amico, fratello e fremerò d'amore ai vostri piedi. Ma, ve lo ripeto: questo giorno non potrebbe venire se non tardi; dopo la sventura. Oggi, un altro avvenire vi aspetta; quello che meritate, quello che è degno di voi, quello che vi promette, colla felicità, tutte le gioie della ricchezza e degli onori.

«Addio, con tutta l'anima, addio.

«GIORDANO MARI.»

La signorina Emma Dionisy a Giordano Mari:

«Sono giorni terribili: sempre in urto, in collera con tutti i miei. Ho tanto pianto, ho tanto sofferto. Ma, dopo la tua lettera, sono felice; adesso non ho più paura; sono contenta di soffrire. Sono tua: ricordati: sempre con te, l'anima mia, il mio cuore, tutte le mie promesse, tutti i miei baci. Scriverò Padova: ferma in posta.

«EMMA.»

XV.

A PADOVA.

In una casupola antichissima, sulla quale pesa la leggenda di un turpe delitto commesso da Ezzelino da Romano. La facciata nera dà sulla Piazza delle Erbe, ma vi si accede da un vicoletto augusto e da una porticina alta, al primo piano, sopra una piccola scaletta. Appena dentro, al buio, per un giro tortuoso di corridoi e seguendo nel tanfo di rinchiuso certe zaffate di un puzzo più forte di cavoli a lesso, si arriva dinanzi ad un piccolo uscio a vetri, con una tendina stinta; di fianco, inchiodato sul muro, vicino al cordone del campanello, un cartellino, con su scritto a mano:

IL SIGNOR TANCREDI.

«Tancredi» non è un casato, come si crederebbe a prima vista, ma soltanto il nome del signor Mari.

— Che importa aggiungere il Mari, quando basta Tancredi? — Così spiega, alla sua serva, la vecchia Veronica, il signor Tancredi Mari, che risparmia sempre, su tutto.

— Chi mi conosce, sa che il signor Tancredi sono io, e di chi non mi conosce, non me ne importa.

L'appartamento di Tancredi si compone di quattro stanze; la famiglia, di tre individui: il padrone, la serva e _Truffaldino_, un galletto vecchio e spennato.

Il cuore espansivo della serva ha bisogno di amore; ma il padrone, al galletto, avrebbe preferito un gatto. Il gatto si sarebbe mantenuto da sè, mangiando i topi, e per di più avrebbe permesso al signor Tancredi di papparsela allegramente, per una settimana, con polenta, cavoli e _Truffaldino_... Ma quando egli espresse questa sua idea, per poco la Veronica non gli cavò gli occhi. Tancredi borbottò contro tutte le donne, capricciose, pazze, romantiche... ma rinunciò al guazzetto di _Truffaldino_.

La Veronica era l'unico essere al mondo che tenesse un po' in soggezione il signor Tancredi, e al quale il signor Tancredi, a modo suo, fosse anche affezionato. La Veronica era sempre stata in casa; egli la pagava ancora, come l'aveva pagata suo padre, sotto i tedeschi, in ragione di sette svanziche al mese; e nascosta, sotto il pelo del suo cuore, c'era una punta d'invidia, di gelosia per la preferenza che la Veronica aveva sempre dimostrato a suo fratello minore, quello _spampanone_ di Nano. Nano, il diminutivo di Giordano.

Nella cucina che serve anche da salotto e da studio: la Veronica, seduta sotto la finestra e con un paio d'occhiali, colle lenti rotte, inforcato sul naso, rattoppa delle calze blù, grosse un dito. _Truffaldino_, in equilibrio sopra una gamba sola, si gratta il becco, fra le penne. Quando entra Tancredi, _Truffaldino_ scappa, la Veronica non si muove.

TANCREDI (_ha la faccia, tale e quale, di suo fratello Giordano: ma bucherellata dal vaiuolo e senza barba. Non ha quasi più denti, ma i pochi rimasti sono bianchissimi come quelli di Giordano. Due, davanti, quando parla si allungano per ballare. È vestito con un'enorme giacca marrone, che sembra un saio. Le brache larghe, sformate, gli cascano da tutte le parti e gli nascondono, quasi, i piedi tozzi, piatti, con certe scarpacce di tela greggia, come le pantofole da bagno_) Anche, per oggi, il pranzetto lo abbiamo guadagnato! E abbondante. (_Butta un fagotto sul tavolo, e siede, ridendo sgangheratamente, sopra una seggiola di paglia, così bassa, che la giacca gli spazza per terra_).

La VERONICA (_si alza lentamente, pone le calze sullo sgabello e gli occhiali sulle calze; si avvicina alla tavola e comincia a sciogliere i nodi del fagotto_).

TANCREDI (_cogli occhi da ghiottone e i due denti che gli ballano dalla gioia_) Una bella fetta di lardo, quattro carciofi, sedano, patate, cavoli. (_S'interrompe, con un'altra risata di compiacenza_).

Tutta quella «grazia di Dio» non gli costa un soldo. Gambe e talento; ma del vero talento, del _suo_; di quello che frutta. E gambe buone: fare un sei o sette chilometri, fra l'andare e il tornare, sotto il sole cocente, lungo lo stradone, fuori di porta San Giovanni.

Tancredi negozia in effetti privati. Il tasso varia dal venti al trenta per cento all'anno, sugli affari grossi, e dal cinque al dieci per cento al mese, sulle _picciorlerie_; cioè, sulle cambialette di poche decine di lire. Pei grossi affari ha i suoi agenti, le sue teste di legno. Le _picciorlerie_, invece, le tratta da sè. Formano il suo passatempo, dal quale ritrae, oltre al solito frutto del cinque o del dieci per cento al mese, anche la piccola gioia quotidiana di un'economia sulle spese di casa.

Per ciò, questi suoi piccoli clienti li sa scegliere con molto tatto.

Ha le scarpe rotte?... Tancredi presta novanta lire per un mese, sopra una cambialetta di cento, ad un calzolaio, ed esige, per soprammercato, in ricambio «dell'amicizia», una buona rimonta.

E così ha fatto quel giorno coll'ortolano fuori di porta San Giovanni. Passando «a caso» per di là, è entrato nel podere, per riposare un poco; e dopo quattro chiacchiere sul prezzo dei cavoli, sul taglio del fieno e sull'Africa, lasciando balenare la speranza di una rinnovazione, ha fatto, _gratis_, la sua abbondante provvista per il pranzo.

— Sono sicuro, signor Tancredi? — gli dice l'ortolano, portandogli il fagotto fin sulla strada. — Sono sicuro? Mi fa il rinnovo per un altro mese?

— Sicuro, mai! — gli risponde Tancredi, con una cera misteriosa che lo sbigottisce. — In affari, posso promettere; ma non mai assicurare. Anch'io devo ricorrere alla Banca, e il Comitato di sconto è ancora più terribile, certe volte, del Consiglio dei Dieci! Ma vi prometto, brav'uomo, tutto il mio possibile, anche a costo di fare un sacrificio. — E col sorriso e il saluto del generoso benefattore, preso il fagotto, se ne torna a Padova.

Mentre Veronica, pulita e tagliata la verdura, la mette nel secchio per lavarla, Tancredi, che la sta osservando, sempre seduto sulla seggiola bassa, sente il bisogno di una parola di lode, di approvazione:

— Dunque, Veronica, ho più talento io, che so conservare e far fruttare i pochi soldi di mio padre, o quella tua «bardassa cara» che ha dato fondo a tutto e si è riempito di debiti?

La Veronica tace; butta sotto la tavola, a _Truffaldino_, le foglie verdi dei cavoli e del sedano e comincia a mondare le patate.

TANCREDI (_per toccare il cuore alla Veronica_) Anche il nostro _Truffaldino_ fa la sua spappolata! Come becca di gusto! — Ohi, adagio, _Truffaldino_! Non mangiar tutto in un giorno, come Nano! (_Tancredi ride per far ridere la Veronica; ma questa rimane seria, imbronciata_). Gli puoi dare anche la buccia delle patate; gli fa bene: è un rinfrescante. (_Chiamandola_) Veronica! (_più forte_) Veronica!

VERONICA (_lo guarda, imbronciata, affettando le patate in una scodella_).

TANCREDI (_strizzandole l'occhio_) Mancano ancora quattro giorni soltanto; e poi la prima cambiale gli va in protesto.

VERONICA (_fissandolo cogli occhi torvi, la voce roca_) Vergogna! Godersi del male di suo fratello! Vergogna!

TANCREDI. Starà allegro colla gloria e le sue contesse!... Ridi, Veronica!

— No; non rido.

— Adesso, per altro, devi dire anche tu che Nano è un poco di buono e, per di più, un asino.

— No; non dico niente.

— Un poco di buono, perchè non paga i proprii debiti.

— Se non paga vuol dire che non può. Del resto, ancora non si sa niente. Non mancano quattro giorni alla scadenza?

TANCREDI (_arrabbiandosi_) Devi dire almeno che è un asino: lo devi dire! Quando non si può pagare, si corre, si cerca, si domanda; non si aspetta di aver l'acqua alla gola; non si lasciano protestare le cambiali; non si disonora la propria firma, il proprio nome!

VERONICA. Ancora non si può dir niente sul conto del mio Nano. Ancora non si sa che cosa farà!

TANCREDI. Il tuo Nano!... Però, se si lascia protestare le cambiali, questo sarà un disonore anche per il tuo Nano! Sì o no? Sarà un disonore, sì o no? (_Non ottenendo risposta, dopo un momento, con un impeto d'ira, agguantando il galletto che continua a beccare sotto la tavola_) Rispondi sì o no, o strappo la coda a _Truffaldino_!

VERONICA (_avventandosi, infuriata; togliendogli la vittima dalle mani_) Vergogna! Disonore è il suo di fare il Caino!... Caino! Anche colle povere bestie!

TANCREDI. Caino! Perchè Caino? È venuto forse, il gran talentone, a domandarmi qualche cosa? Forse che io gli dovrei correr dietro a costo di sporcarlo, soltanto a farmi vedere dalle sue _madame_, per ottener l'alto onore di pagare i suoi debiti? (_Facendo colle dita il solito conto che seguita a ripetere da quindici giorni alla Veronica_) Dunque quattordici, poi mille e cinquecento, poi altre duemila fanno diciassette e cinquecento... in tutto ventimila lire! Ha mangiato tutto il suo, più ventimila lire degli altri. Che appetito il tuo Nano, la tua bella bardassa cara! Oggi — capisci l'aritmetica? — ha bisogno ancora di ventimila lire, soltanto per non aver un soldo! (_Alzandosi, irritato per l'atteggiamento e il mutismo ostile di Veronica_) Superbo, spampanone, vanaglorioso e asino, con tutta la sua scienza; (_più forte_) un bell'asino!

VERONICA (_si tappa le orecchie colle mani, allontanandosi per non sentire_).

TANCREDI (_la segue gridando_) Un asino! Un asino! Un asino! (_L'afferra per un braccio e le urla sul viso_) Un porco!

VERONICA (_divincolandosi_) Finiamola! Mi lasci andare!

TANCREDI (_scotendola brutalmente_) Devi dire che questa è un'azionaccia! Che non te l'aspettavi da Nano.

VERONICA (_tramortita: senza fiato e senza voce_) No... non me l'aspettavo.

TANCREDI. E che io sono un galantuomo e Nano, invece, no.

VERONICA. Sì; sarà.

TANCREDI. Sarà? No, per Dio, è!

VERONICA (_sciogliendosi: stirandosi il braccio indolenzito_) È, è; sissignore! Ma è uno di quei galantuomini lei... che fanno paura ai ladri.

Si sente camminare in fondo alla scaletta, poi uno scricchiolìo leggero di scarpe che sale e si avvicina rapidamente. Veronica e Tancredi cessano dal bisticciarsi e guardano istintivamente verso l'uscio. _Truffaldino_ posa per terra anche l'altra gamba, e, fissando l'uscio a sua volta, emette dal gozzo un _corrocochè_ strozzato.

Dopo un momento di sospensione, entra Giordano Mari, senza picchiare, spalancando l'uscio di colpo.

GIORDANO MARI. Addio! Tutti bene? Bravi! (_E va ad appendere il cappello al solito piuolo, come se rientrasse per il pranzo, dopo la passeggiatina di una mezz'ora_).

VERONICA (_è rimasta esterrefatta col mestolo in mano_) Gesummaria! Il Nano! Proprio il Nano! (_A mano a mano, diventa rossa dal piacere e le rughe della sua vecchia faccia sembrano spianarsi: rivolgendosi a Tancredi, sempre col mestolo in mano e in aria di trionfo_) Vede, se io avevo ragione di voler aspettare a giudicare? Eccolo, che è venuto in persona.

TANCREDI (_sogghigna ironicamente, squadrando il fratello dalla testa ai piedi; fa una smorfia sprezzante in atto di stizza; si caccia le mani in tasca; poi, voltandogli le spalle, dimenandosi tutto e zufolando, passa nell'altra stanza_).

VERONICA (_gridandogli dietro incollerita, mentre accende il fuoco sotto la pentola_) È suo fratello! Vergogna! E dovrebbe vantarsi di averlo per fratello!

GIORDANO MARI (_intanto fa i complimenti al galletto che gli si avvicina ciangottando sottovoce_) Evviva _Truffaldino! Corrocochè! Corrocochè!_ Sempre di buon appetito e di buon umore!

VERONICA (_pianino_) È tornato per le sue cambiali, non è vero! Ha fatto bene. Adesso che è venuto, suo fratello gliele dovrà pagare.

GIORDANO MARI (_fissandola, un po' inquieto_) Credi, Veronica?

VERONICA (_indicando Tancredi nell'altra camera_) Quel ludro è pieno di quattrini!

GIORDANO. Non ho bisogno di quattrini: basta che mi faccia rinnovare le mie cambiali per sei mesi.

VERONICA (_sicura di quello che promette_) Lo farà; si tratta di suo fratello.

GIORDANO. E di tutto il mio avvenire. (_A bassa voce_) Prendo moglie.

VERONICA (_tra lo spavento e la contentezza_) Gesummaria! (_Guardando esitante verso la camera di Tancredi_) Almeno, la sposina, ha qualche cosa?

GIORDANO (_ancora più piano: in un orecchio_) Più di mezzo milione!

La Veronica rimane a bocca aperta, mentre il suo Nano entra nell'altra stanza, lasciando l'uscio socchiuso.

La camera da letto di Tancredi:

Un lettone alto e gonfio, colla coperta bianca e l'imbottita rossa: seggiole di paglia; lo sciugamano appeso ad un chiodo, accanto al catino. A capo del letto, l'oleografia di una Madonna addolorata, con una cornicetta nera, sottile, senza vetro.

GIORDANO. Puoi ascoltarmi cinque minuti, tranquillamente, e senza ingiuriarmi?

TANCREDI (_continua a fissarlo, a squadrarlo, e ghignare: i due denti davanti gli si allungano, ma per mordere_) Parlare con me? Oh, oh, che degnazione! Ma, caso mai, intendiamoci: se tu mediti un colpo nella speranza di potermi _imbalsamare_ colla tua oratoria, hai preso un gambero, anzi un'aragosta addirittura! (_Ride contento del motto spiritoso: continua a squadrarlo beffandolo_) Che lusso, commendatore! Non ti dico nemmeno di sedere. Sei vestito troppo alla _milorda_ per le mie seggiole. Io, invece, come mi vedi, estate e inverno, sempre lo stesso vestito! (_Con invidia per l'eleganza del fratello e colla boria esosa dei proprii quattrini_) Il che vuol dire che, non essendo un riccone milionario, come te, io soffro il freddo l'inverno e il caldo l'estate.

GIORDANO (_cominciando a perdere la pazienza_) Mi vuoi ascoltare? Ho da parlarti di affari serii, che premono.

TANCREDI. A me, intanto, un solo affare mi preme; avvertirti che, se vuoi denari, non ne ho. (_Soffiandosi sul palmo della mano_) _Tabula rasa_. In quanto poi al tuo _avito_ patrimonio, rivolgersi per informazioni all'avvocato Todeschini: e se hai fretta, gambe in spalla e corri: Portici del Santo, n. 337.

GIORDANO. Ho da parlare con te: con te.

TANCREDI. Non hai capito che non ho denari? Nostra madre ti ha lasciato di più, nel testamento, perchè eri il più giovane, il più bello, il talentone della casa. E dunque, se non hai più un soldo, paga le cambiali colla bellezza e col genio.

GIORDANO (_per la bile, gli diventa la faccia color di piombo: ma si sa contenere: sedendosi_) Quando mi lascierai parlare, ti dirò che non ti domando niente, nemmeno un soldo.

TANCREDI. Oh, oh, ti conosco, mascherina! Quando non hai bisogno di niente, non ti lasci vedere; non mi capiti fra i piedi. Allora, colla scusa di lavorare, col pretesto degli studii, scappi lontano, il più lontano possibile; e quando le tue contesse ti portano in trionfo nei loro tiri a due, allora, fingi di non vedermi per la strada, perchè hai vergogna di salutarmi!... Allora, quando ti domandano al caffè Pedrocchi, se sei parente del Mari _capitalista_, allora, per cavartela, rispondi ai tuoi nobili che ce ne son tanti dei _mari_ e dei _monti_. (_Ridendo, trionfando, la faccia rossa, invasata; gli occhi loschi, la boccaccia enorme, sdentata, che perde la saliva_) Fuori! Fuori di casa mia! Adesso ho vergogna io, di te! Sì, io, l'usuraio! Io che pago i miei debiti; io che non mi lascio protestare le cambiali; io che ho una firma onorata e alla quale tutte le Banche fanno di cappello! Va via! Vattene!... Ce ne son tanti di _mari_ e di _monti_: io non ti conosco.

GIORDANO (_abbassa la voce_) Ho un affare da proporti. Un buon affare anche per te.

TANCREDI. No, no, no; io sono l'usuraio dei signori. Lavoro sul sicuro. Affari con te? Niente! (_Gli gira intorno di nuovo, osservandolo con dispetto e invidia per quella sua eleganza signorile_) Certo che... a guardarti, a giudicarti dagli abiti... altro che Rothschild!

GIORDANO (_con la voce bassa e con un tremito che pare d'incertezza, mentre non è che lo sforzo per trattenere la collera_) Sì... hai ragione. Non ho avuto testa, mi sono rovinato. Speravo di ottenere dagli studii, dalle lettere, un compenso materiale molto maggiore. Invece (_con un sospiro_) non ho pensato che non siamo in Francia, ma nel paese più cretino, più ignorante e più pitocco, dove non leggono che i professori e i giornalisti... ai quali i libri bisogna regalarli! Hai ragione; ho commesso molti spropositi, ma ormai sono risoluto. Voglio cambiar vita.

TANCREDI. Cambiar vita, alla tua età? (_Ghignando_) Fai ancora il biondino con abbastanza disinvoltura, ma i quaranta sono sonati anche per te. Troppo tardi per cambiar vita... quantunque si direbbe che tu continui a mettere i denti. Una volta, o mi sbaglio? te ne mancava qualcuno.

GIORDANO. Sono sul punto di farmi una posizione, di ottenere una cattedra, di pagare tutti i miei debiti.

TANCREDI (_interrompendolo_) Vuoi dar la scalata alla Banca d'Italia?

GIORDANO. Aiutami, te ne prego colle lacrime agli occhi. Aiutami, è la prima e sarà l'ultima volta. Non ti domando niente; non ti domando un soldo. Sarai contento di me, e anche tu avrai fatto un buon affare, te lo giuro. No? No? Ebbene, pensaci. Se non mi aiuti, al punto in cui sono, al punto di raggiungere la felicità, la fortuna e la quiete, perdio, mi ammazzo e sarà per colpa tua!

TANCREDI. Per colpa mia? No, caro. Ammazzati quanto vuoi; io non ho rimorsi.

_La voce di_ VERONICA, _dalla cucina_. È suo fratello, vergogna! Lo stia a sentire. Lo deve sentire!

TANCREDI (_sottovoce_) Animo, spicciati, perchè devo uscire. Non vuoi niente? Non vuoi un soldo? Allora, cos'è che vuoi?

GIORDANO. Poter concludere un matrimonio colla nipote di un ministro, molto ricca.

TANCREDI (_sogghigna, mostrandosi incredulo; ma nell'espressione della faccia gli si vede ancora la rabbia, l'invidia_) Bravo! Congratulazioni! È... giovane? Non sarà più tanto giovane, voglio sperare; perchè sarebbe un altro sproposito, per tutti e due.

GIORDANO (_risentito: sincero_) Giovanissima; e parlane con tutto il rispetto; e se la sposo, non è per interesse, ma perchè l'amo, appassionatamente, perchè ne sono innamorato.

TANCREDI. Giovanissima? Male. La tua età è una brutta età per il matrimonio in generale, e per sposare una giovane in particolare. (_Ridendo, coi due denti che gli ballano_) C'è da diventar vecchi dalla sera alla mattina... e, al solito, avresti fatto un altro debito, senza aver da pagarlo. La nipote di un ministro! Salute, Eccellenza!

GIORDANO (_scattando: afferrandogli un braccio_) Finiscila di scherzare! Finiscila di ghignare!

TANCREDI (_spaventato: diventando livido, gridando_) Veronica! Veronica!

GIORDANO. Non c'è da gridare, non c'è d'aver paura. Il tuo ghigno offende quella ragazza, e non lo voglio, perchè devi rispettarla. Hai capito? E devi ascoltarmi: ascoltami.

— Ebbene, non ti ascolto, perchè non ti credo.

— Non mi credi?

— No.

— Non credi al mio matrimonio?

— No.

— Ma, allora, perchè te lo avrei inventato?

— Per farmi pagare le tue cambiali.

— Ma ti giuro che è vero; verissimo; te lo giuro!

— No. Non ti credo; non credo niente.

GIORDANO (_afferrandolo per una mano; sottovoce_) Mi prometti di tacere? È la signorina Emma Dionisy di Milano, la nipote dell'onorevole Albertoni, ministro dell'istruzione pubblica. Scrivi a Milano, a qualche tuo corrispondente d'affari... ti diranno se non è vero. Mi basta che tu, con una tua parola, mi ottenga la rinnovazione di tutte le mie cambiali per sei mesi. Sai che anch'io sono stato vittima di una disgrazia. Se quell'altro non falliva, col mezzo del Finardi ero certo di rinnovare. Pensa che colpo, che disgrazia sarebbe per me... e anche per te! Prima di ammazzarmi, penserei anch'io a vendicarmi. Lo direbbero tutti i giornali, che Giordano Mari si è ammazzato perchè tu, suo fratello, tu ricco, tu il capitalista, l'usuraio, ti sei rifiutato, non lo hai voluto aiutare.

TANCREDI (_colpito_) Sei sempre stato... una disgrazia per tutti!

Giordano. Per nessuno; e per te ancora meno; ma per te, al caso, potrò diventarlo.

TANCREDI (_lo fissa cogli occhi sbigottiti: ha una gran paura istintiva dei tribunali, dei giornali, di tutto ciò che può mettere in pubblico i suoi affari e la sua vita... specialmente quella di notte. Se un cronista pettegolo avesse fatto cantare le ragazzette di una vecchia sarta in Prà della Valle, che egli, non ostante la sua avarizia, regalava di dolciumi... e di certe piccole statuette in legno rappresentanti sant'Antonio col bambino?_) Ne anderebbe di mezzo anche il mio nome; sono sempre un Mari come te.

Giordano. Vedi, dunque? Bisogna star uniti, per l'interesse del nome, della famiglia, per l'interesse comune. Fammi rinnovare le cambiali, per sei mesi, soltanto. Ti regalerò cinque, diecimila lire.

Tancredi. Come vai di carriera! Si vede che hai in animo di amministrarla bene la dote di tua moglie. Le hai dato ad intendere, anche, di essere un milionario?

Giordano. Sa che sono povero.

Tancredi. E dunque?

GIORDANO. Altra cosa è esser povero... e altra essere un fallito.

TANCREDI. Tu sei un letterato; non sei un mercante. Dunque, tu non hai paura del fallimento. Non mi hai scritto, l'ultima volta, che ti avevano offerta la collaborazione in tante Riviste tedesche, inglesi, francesi? Ebbene, vuol dire che diventerai un collaboratore... anche del _Monitore dei protesti_! No; ti dico di no, la mia parola vale la firma e dovrei pagare per te. Ventimila lire! Sei matto!

GIORDANO (_è agitatissimo: un tremito delle labbra, delle mani mostra la sua nervosità, il suo dispetto, la sua rabbia, il suo timore di non poter riuscire_) Ebbene, come ti ho detto, informati a Milano. Non adoperare, s'intende, il primo che capita, ma uno dei tuoi manigoldi; uno molto prudente e che abbia rapporti coll'aristocrazia. Bada bene: sono i Dionisy, che hanno un palazzo in Monte Napoleone.

TANCREDI (_con un'alzata di spalle_) Che ci siano i Dionisy e il palazzo non vuol dire.

GIORDANO (_con qualche esitazione: poi vincendosi_) Fa domandare se non è vero che la figlia unica dei Dionisy, la... (_soffre nel dover dire quel nome a suo fratello, il cui occhio, il ghigno della boccaccia lurca, hanno dell'osceno nella loro volgarità_) la signorina Emma, era quasi fidanzata ad un ricchissimo giovinotto, il Sebastiani; e se non è vero che il matrimonio è andato a monte perchè si è innamorata di un letterato, di Giordano Mari di Padova...

TANCREDI (_con sprezzo_) Peuh! Sarebbe una bella matta da legare; ma non ti credo. Sei sempre stato un bugiardo: questo lo diceva anche nostra madre e arriva ad ammetterlo anche Veronica: tu mi vuoi _gabbolare_ per via delle cambialette. Alle ragazze piace di scherzare, di far le civette anche coi disperati: ma sposano i quattrini. In ogni modo, lontan dagli occhi lontan dal cuore, e quando le diranno che sei uno spiantato, un letterato... collaboratore del _Monitore dei protesti_ per la _picciorleria_ di ventimila lire, ti volterà le spalle e sarà come se non ti avesse mai conosciuto. (_Vede di aver punto suo fratello sul vivo e contento, ripete le stesse parole con una sghignazzata_).

GIORDANO. Ah, no! Anche volendolo, non lo potrebbe più fare. È in mano mia.