Part 8
Il cavalier VENCESLAO (_rimane meditabondo, le braccia al sen conserte_).
EMMA (_quietamente, dà fondo al caffè e latte, alle uova, e a tutto il piatto dei panini arrosto_).
La signora LETIZIA (_dal fondo: con voce di dolore_) E non si replica nemmeno?.. È caduta senza rimedio?
_Il dottore_. Una catastrofe. Avete letto la _Perseveranza_? Bene: è ancor niente. Bisogna leggere la _Lombardia_. È stato Guido Bardi; me l'ha portata al Cova; era spiacentissimo anche lui del cattivo esito di Roma, per quanto avesse egli pure preveduto l'insuccesso. Voler fare l'Ibsen?... Ci vuol altro! (_leggendo la_ Lombardia _con voce sepolcrale_) Ecco qui: «_I cavalli del sole_, dramma ecc. ecc. Primo atto, mormorii: secondo, interruzioni, disapprovazioni: terzo, risate, urli e fischi. Il dramma, che avrebbe voluto essere simbolista, non è riuscito altro che una vuotaggine noiosa, inconcludente!»
EMMA. Oh, povero Sebastiani! (_E, più che per altro, per la faccia comicamente costernata del dottore, trattiene a stento un risolino che per forza le vuol bucare gli occhi vispi e le gote rotonde e morbide_) Povero Sebastiani!
_Il dottore_ (_voltandosi, guardandola, e dopo averla guardata non potendo a meno di rasserenarsi_) Ecco, se questo tuo sentimento diremo di... (_si ferma, si gratta la barba con malizia_) diremo — va bene? — di simpatia, fosse proprio spontaneo, starei quasi per dire, ecco appunto che da un male ne segue un bene. (_Alzandosi gaio, prendendo sotto braccio Emma per condurla sul terrazzino: voltandosi verso la signora Letizia_) Permette — vero? — La confesserò io questa mia _tosa_!... (_minacciandola scherzosamente con la mano_) E le darò anche la penitenza per ieri sera. (_Appena sul terrazzo, alla luce chiara del mattino, il dottore fa la sua ispezione anche al viso di Emma; ma ne rimane soddisfattissimo_) Continui — vero? — colle presine di fosfato?
EMMA. Sempre: una alla mattina; una alla sera!
(_Il dottore dandole un leggero buffetto sulla gota in segno di approvazione e di ammirazione_) Brava! Ma, adesso, il faccino è così bello, la nutrizione così perfetta... direi... si potrebbe anche sospendere. Per la salute — vero? — le cure, i riguardi, il cambiamento d'aria, il moto, le distrazioni, tutto ciò va benissimo, ma non basta; anzi, in certi casi — mi capirai più tardi — terminano col far male, appunto perchè fanno stare troppo bene. «Tutto a suo tempo;» questa è la regola generale per ogni prescrizione. E da un po' di giorni, basta guardarti in faccia perchè ognuno diventi dottore; cioè, possa subito indovinare che cosa è ormai tempo di ordinarti. (_Ride soddisfatto di questa sua scappata: la ripete un paio di volte: poi ritorna serio, ritorna grave e riprende colla solita lentezza_) Dunque, si sarebbe detto, appunto, un momento fa, colla signora Sebastiani... (_si ferma, fissa Emma negli occhi_).
EMMA (_che comincia a diventar nervosa prevedendo dove il dottore vuol andar a finire_) Che cosa?... Si sarebbe detto, che cosa?... Fa presto! Ho la lezione di piano.
_Il dottore_ (_fissandola sempre con malizia bonaria_) La maestra di piano. (_Pausa_) La maestra aspetterà. Si tratta di cosa ben più importante. Insomma, — per venire a una conclusione — sentiamo; a che punto sei con questo Nino Sebastiani?
EMMA (_diventando più rossa delle sue stesse labbra_) Come? Non ti capisco!
_Il dottore_. Vi siete spiegati, sì o no? (_Vedendo che Emma sempre più nervosa, e da rossa diventando pallida, si ostina a non voler capire_) Benedetta la mia _tosa_! È un anno che questo Sebastiani ti viene per casa, è un anno che ti segue dappertutto, è un anno che per causa tua si arrabbia, si inquieta — come ieri sera, per esempio — e dopo risponde male a sua madre. Sai — vero? — che la signora Sebastiani ha un vizio di cuore? (_Pausa, sospiro_) Da una parte bisogna ricorrere alla digitale; dall'altra al chinino o alla fenacetina. (_Alzando la voce: riscaldandosi_) Cara mia, se non hai capito tu, ha capito ormai tutta Milano, e per questo è ora e tempo di venire ad una conclusione.
EMMA (_è arrabbiata: increspa le ciglia, allunga il musetto: la voce roca, aspra, con un'alzata di spalle_) Tu... Fammi il piacere! Finiscila!... Hai capito?... Finiscila!
_Il dottore_. Quel povero Sebastiani! Si vede lontano un miglio! È innamorato morto. Innamorato e geloso. Ieri sera, per esempio, con quell'altro là di Padova, sei stata un po' troppo a discorrere (_Pausa: sospiro significantissimo_). Sebastiani non ne poteva più; e intanto quella matta della d'Arborio andava in estasi, lei, per suo conto. Da brava: facciamo giudizio. È un bel giovane; il matrimonio è conveniente sotto tutti i rapporti. Non ci può essere — vero? — nessun ostacolo? E dunque, tutto a suo tempo: il tempo è venuto anche per te e facciamola finita. (_Prendendole una mano e accarezzandogliela con affetto sincero, con tenerezza, e accarezzandola anche cogli occhi diventati buoni e dolci_) Pensa, la mia cara Emma, che il tempo, per le ragazze specialmente, passa in un lampo. Come le rose; proprio come le belle rose. Un giorno di più di sole, o un giorno di più di acqua — vero? — e addio: i bei petali se ne vanno, e resta un torsolo.
EMMA (_col capo chino, pallida, sconvolta, agitatissima: tutta vibrante: una pila elettrica_) Intanto, credo... anzi, sono certa, ti sei sbagliato. A me, il signor Sebastiani non ha detto in proposito nemmeno una parola.
_Il dottore_. No? Non ti ha detto niente? E che importa, anche se non ti ha detto niente? Via, da brava. Sei sempre stata sincera, e adesso, con me, devi esserlo tanto più. (_Ridendo_) Anche se lui non ti ha detto niente, tu, per parte tua, hai capito tutto!
EMMA (_in collera: rivoltandosi_) Ti dirò, per altro... Mi stupisce che tu, proprio tu, mi faccia simili discorsi. E in questo modo! E in questo tono! Ho mio padre e ho mia madre. Non tocca a te.
_Il dottore_ (_la guarda, la fissa; diventa seriissimo: poi la lascia sfogare, le lascia passar la collera, e intanto cammina su e giù pel terrazzino, ficcandosi le dita nel taschino del gilet, giocando, al solito, nervosamente, colle chiavette: dopo qualche tempo si ferma, torna a guardare Emma; scrolla il capo, fa un gran sospiro_).
EMMA (_pentita, con effusione: stendendogli tutte e due le mani_) Perdonami.
_Il dottore_. Perdonarti? Figurati! (_Continuando ad osservarla, a studiarla, a scrutarla e a far risonare le chiavette_) Ma, pur troppo, starei per dire, non basta perdonarti: per il tuo bene vorrei anche convincerti. E invece... (_sospira_) non vorrei, sul più bello, avere sbagliato la diagnosi (_pausa_)... ed essere andato fuori di strada. Cioè, tu, per conto tuo — vero? — avrai capito tutto, ed esser io, viceversa, quello che non ha capito niente. Insomma, senti, cara la mia Emma: lo vuoi questo Sebastiani, sì o no? Ricco, onesto, buono — adesso è geloso e non lo puoi giudicare; ma dopo, ne fai quello che vuoi: garantisco io. Anche per la salute. Al giorno d'oggi bisogna accontentarsi. E se ti ha fatto impressione l'incidente di Roma, a questo non ci devi pensare. Commedie non ne scriverà più. Sua madre, la signora Sebastiani, è una donna eccellente; e, come suocera, avresti in certo qual modo il vantaggio di non averla, perchè è sempre ammalata. Sua madre, per mio suggerimento, farebbe a Nino una grande intemerata: «Ti piace l'Emma Dionisy? Tu vuoi l'Emma Dionisy? E noi te la daremo volentieri, ma ad un patto: rinunciare per sempre alla manìa del teatro: non solo non devi più scrivere commedie, ma nemmeno sentirne; per schivare il contagio».
Emma (_che intanto ha pensato sempre a Giordano Mari, ha pensato anche a quel sì o no, al quale deve rispondere: risoluta_) Ebbene... no.
_Il dottore_ (_meravigliato_) No? Che cosa?
EMMA. No: è impossibile. Sento che è impossibile!
_Il dottore_ (_la guarda; capisce e non capisce_).
EMMA (_gettandogli le braccia al collo con trasporto, con tutta la passione... per Giordano Mari_) Ma tu, tu che mi vuoi bene, vorresti vedermi morire?
_Il dottore_ (_colpito_) Morire? Che spropositi! Che c'entra il morire?
EMMA. Ascolta: il Sebastiani, non lo voglio, non lo voglio, non lo voglio! Non lo amo: è impossibile! Se penso soltanto di doverlo sposare, mi diventa insopportabile, lo detesto; mi diventa antipatico; lo odio. Dunque, no; dirò sempre no, no e no! E se poi dovessi sposarlo per forza, se me lo faceste sposare per forza, prima morirei. Hai capito? E se mi vuoi bene, lo devi dire al babbo e alla mamma. Devi dire — tu che mi conosci — che io morirei (_colle lacrime negli occhi e nella voce, tutta sconvolta, tutta febbricitante, fugge nella sua camera a rinchiudersi, a nascondersi_).
VENCESLAO (_dopo un momento: cacciando fuori il capo da una delle finestre che dànno sul terrazzo_) Pst! Pst! Dottore... E così?
_Il dottore_ (_voltandosi: forte_) Altro che _I cavalli del sole_! Un fiasco ancora più tremendo!
XIV.
GIORDANO MARI ALLA SIGNORINA EMMA DIONISY.
«Torno in questo momento da casa vostra, dove ho portato a vostra madre un biglietto da visita, per prendere commiato: nell'uscire, proprio sulla soglia del palazzo, mi sono incontrato col cavalier Venceslao. Salutandolo e ringraziandolo delle cortesie fattemi, gli ho espresso pure il desiderio, la speranza, di poter forse rivedere ancora la signora Dionisy prima di partire; il dispiacere mio, in ogni modo, di dovermi così allontanare senza poterle esprimere, anche a viva voce, tutti i sensi della mia devozione, della mia ammirazione e della mia riconoscenza. A queste effusioni spontanee d'un cuore espansivo, forse disadatto alle formalità cortigiane ed al sussiego dell'etichetta, certo sincero ed appassionato e ingenuo, il cavalier Venceslao rispose con una freddezza compassata e studiata, con una durezza così inattesa e immeritata, da indurre in me non so più se stupore o dolore amarissimo.
«Vostro padre (e per la sua età e per la sua condizione, toccava a lui ad essere il primo), vostro padre non mi stese la mano: io trattenni la mia, trattenni ogni slancio: il saluto mi si agghiacciò sulle labbra. Colpito, ma non volendo rispondere all'offesa, dignitoso e grave, mi raccolsi nel riserbo, nella fierezza altera dell'animo mio; sicuro della mia coscienza, sicuro di ogni mio sentimento, sicuro di ogni mio atto, di ogni mia parola, di ogni mio sospiro, così del passato come dell'avvenire; sicuro di poter nuocere forse a me stesso, non mai agli altri.
«Il cavalier Venceslao mi parlò con un tono quasi aspro, senza guardarmi in faccia. Eccovi le sue parole ad una ad una:
«Mia moglie, in questi giorni, è molto sofferente; non riceve altro che i parenti ed i pochissimi amici più intimi». Io feci un atto che esprimeva l'intenzione, l'offerta di una mia visita a lui stesso... Il volto così espressivo di vostro padre, quel volto in cui la bellezza, la bontà e l'intelligenza vanno a gara per suscitare e imporre la simpatia ed il rispetto, si mutò; divenne arcigno; non ebbe più che dell'avversione e dell'odio negli occhi.
«Grazie; ma io pure, in questi giorni, non posso ricevere alcuno. Ho molto da fare, dovendo assentarmi per la mia solita cura... di Montecatini».
«Signorina, oh, signorina Emma! Era un congedo questo; un congedo in piena regola, in tutte le forme; era un'offesa, un insulto fatto e immeritato; era la porta di casa vostra, che mi veniva chiusa in faccia. E da chi? Da chi?... Da vostro padre. Oh, signorina Emma, voi così buona e delicata e riguardosa e fiera, voi potete immaginare lo stato dell'animo mio, lo strazio del mio amor proprio, e del mio orgoglio. Un orgoglio — sì — lo confesso, eccessivo, smisurato, sospettoso; in relazione colla assoluta indipendenza del mio carattere, con tutta l'imprudente, la temeraria sincerità della mia vita.
Mi sono imposto il più severo, il più scrupoloso esame di coscienza, ed innanzi a voi, soave ed impeccabile, che eleggo giudice, ecco l'accusato, forse il colpevole; eccovi il mio cuore, tutta la storia infelice del mio cuore. Ed eccovi insieme la mia risoluzione, la mia ultima volontà. Siate giudice severa, ma imparziale; leggete questa mia lettera voi sola — per voi sola. — Oppure distruggetela, datela alle fiamme: — _lo dovete_; — è la mia confessione.
«Vedrò il Barbarani; egli mi conosce; egli stesso vi dirà come io sia ben risoluto a sacrificarmi, a perdonare, ad obliare ed a morire, non mai a deviare d'un punto dalla retta via, dalla dolorosa via del dovere. E il Barbarani — il mio buon amico, il _nostro_ buon amico, il gentiluomo dal cuore leale e cavalleresco — vi consegnerà questa mia lettera.
«... Ebbene, sì! È un mese ormai che io sopporto le angoscie del silenzio, che io mi struggo nell'ardore secreto che mi consuma... Io parto; voi non mi vedrete mai più; noi non ci vedremo mai più. Ma non credete mai, ve ne supplico con gli occhi pieni di lacrime e il cuore pieno di adorazione, non credete mai che io vi abbia abbandonata per indifferenza e che io paghi di ingratitudine un cuore che mi si mostrò sì appassionato e sì nobile. No, mia cara amica; no, mia _cara figliuola_... Io non vi lascierò senza prima accertarvi che voi siete riamata; amata caldamente e teneramente. La riconoscenza per il vostro cuore che così _spontaneamente_ è corso verso di me; un mite sentimento di tenerezza per la vostra gioventù, l'ammirazione grandissima per le doti dell'anima vostra e della vostra mente, faranno sacri quei palpiti, faranno pure ed ardenti quelle ansie, che una forza arcana, che il fascino della vostra bellezza e l'incanto delle vostre grazie, subito al primo vedervi, mi hanno suscitato nel cuore.
«Oh, il primo giorno che vi ho veduta! Beato giorno! Ricordate, Emma. Riunite tutte le forze del cuore e del pensiero nella memoria vostra e ricordate:
«Io parlavo, in alto, sulla folla intenta; mille occhi ansiosi, curiosi, erano fissi su di me. Ma gli occhi miei, incontratisi coi vostri, non videro più che i vostri: e da quel punto io non ho parlato se non per voi; non ho veduto, non ho sentito altro che voi. Scrosciavano gli applausi ed io rimanevo incantato nel vostro sorriso e in quel mondo di ignoti — voi — da quel primo incontro di due sguardi, e di due forze, non foste più ignota al mio cuore: eravate voi, la cara, la soave, l'attesa.
«Vi siete accorta del mio pallore? Io tremavo confuso, intimidito, balbettante. Ricordate Emma, ricordate: sul grande scalone del palazzo delle conferenze, io udivo la vostra voce e vi vedevo arrossire: il buon Barbarani mi presentava a voi e a vostro padre. E dopo?.. Dopo?.. Quella via di San Paolo, percorsa al vostro fianco. E tutta la strada fatta insieme?.. E quando ci lasciammo sulla porta di casa vostra? — Casa vostra? — Ci son passato e ripassato, nella notte, furtivamente, pauroso di essere sorpreso. Qual'era la vostra finestra?.. Qual'era il vostro sogno di quella notte?
«Che delirio, che delirio! Cara, cara, dolce, soave amica... _figliuola mia_!... Oggi _dovete_ tutto sapere: quanto vi ho amata e vi amo, quanto ho sofferto e soffro per voi. Così, soltanto così, per tutte le mie angoscie, e per tutte le mie lacrime, per la speranza di un'ora, e per il rimorso di tutta la vita, ho il diritto di pregarvi, di supplicarvi, di _imporvi_ io stesso ciò che la vostra famiglia esige da voi per il vostro bene, ciò che per voi e per me diventa il dovere.
«Che delirio, che delirio, quel primo giorno! Rientrato all'albergo, subito, mi son chiuso nella mia camera. Tu eri là, viva, palpitante... bella... i tuoi occhi, la tua voce, i tuoi capelli, il tuo sorriso... il tuo rossore. Eri là; tutta là, tutta mia!
«Come ti ho baciata e come ti ho adorata! E ti ho scritto. Era la poesia, la più bella, più calda, più ispirata, più appassionata. Ti ho scritto una lettera d'amore, una lettera di fuoco: ti ho detta bella, con tutte le mille voci della passione e del desiderio; ti ho detta cara, con tutti i palpiti del cuore!.. E poi ho distrutto quella lettera; poi ho distrutto quegli inni. Troppo presto alla divina follia dell'amore successe la calma della ragione.
«Emma, Emma, _figliuola mia_! Per quante vie tenebrose, per quanti sentieri seminati di ansie, di ardori, di pentimenti, di affanni, io vo errando da quel tempo, miseramente!
«Il buon Barbarani, la sera stessa, dopo la conferenza, voleva presentarmi a vostra madre: io trovai una scusa e declinai l'offerta.
«Per ben tre volte egli mi ripetè l'invito con un'insistenza che rendeva, oltrechè scortese, anche strano il mio rifiuto. Poi, lo sapete: venne vostro padre stesso a cercarmi, ad invitarmi...
«Oh, quella sera! Quella sera del concerto!
«Vi ricordate quel nostro primo, quel nostro solo colloquio sul terrazzo? — Quante cose _sapevamo_ già prima! E la vostra voce? Oh, l'incanto della vostra voce!
«Io vi dissi:
«Parlerò, ma come parlerebbe un babbo alla sua figliuola». Voi mi guardaste attonita, coi divini occhi vostri, pieni di lacrime.
«No! No! Così no!... Così no! Così no!»
«Eppure io, offeso, avvilito, disprezzato, disconosciuto, quasi scacciato dalla vostra casa, eppure io, anche allora, in quel momento, dinanzi a voi — noi due soli — anche allora, ho avuto la forza, il coraggio di pensare a tutto; al vostro nome e alla vostra condizione sociale; alla vostra ricchezza e alla vostra giovinezza. E vi ho ricordato: ho ricordato alla _figliuola mia_, che io ero povero e non più giovane; ancora più povero per la spensierata prodigalità del mio cuore, per l'indipendenza ombrosa, sospettosa, caparbia del mio carattere... non più giovane, anche, per le fatiche della mente, dello studio, del lavoro.
«Sì, sì; riacquistate la pace, l'affetto della vostra famiglia, e dimenticatemi. Io non potrò obliarvi; ma nel mio dolore avrò il conforto di essermi, per amor vostro, rassegnato costantemente al mio destino e di aver obbedito ai doveri d'un gentiluomo.
«Che cosa è successo? — Perchè vostro padre è così sdegnato? Ha capito qualche cosa? Ma come? Voi, forse, vi siete tradita... o vi hanno tradita? Qualcuno ha parlato? Chi? — Abbiamo degli amici, come il buon Barbarani e Carlo Borghetti; ma abbiamo pure dei nemici: donna Fanny Simonetti, per esempio... e quell'altro, quel giovane avventurato a cui la vostra famiglia e il destino riserbano la più grande, la suprema felicità.
«No, no, no! Non voglio, non posso pensare a costui; sento che non avrei più tanta forza, tanto coraggio quanto mi è d'uopo per mantenermi onesto e potervi dire: dimenticatemi.
«Avete avuto qualche dispiacere per cagion mia? Vostra madre, forse, è stata troppo severa?.. Ingiusta? — Perdonatemi, perdonatemi, buona, cara _figliuola mia_! — Ve lo prometto: domani, forse ancora stasera stessa, io partirò, io sparirò, e voi riavrete la serenità, riavrete la pace. La giovinezza è per sè stessa la felicità, e i felici sono immemori; voi, cara fanciulla mia, riuscirete a dimenticare.
«Anch'io: voglio dimenticare anch'io.
«Vi ripeto: che cosa sia accaduto fra voi e vostro padre o che cosa gli abbiano riferito sul conto mio, io non voglio sapere. Anch'io, _voglio_ solo dimenticare. Ricordatevi bene: non mi dovete rispondere; non mi dovete scrivere. Nessun rapporto deve più esistere fra di noi. Una vostra lettera mi farebbe troppo male. Voi non dovete essere più viva per me.
«Quanto oggi succede, persino il contegno di vostro padre a mio riguardo, era già da me preveduto; doveva finire così. Subito, appena vi ho veduta, vi ho amata e vi ho desiderata; e subito, d'intorno a voi, sorsero gli _ostacoli_, confusamente come fantasmi, a spaventarmi, a sbigottirmi, a farmi indietreggiare.
«Come chiedervi in moglie? Come sperarvi dai vostri parenti?... Mio padre non era che un piccolo mercante: io devo tutto a me stesso. E quando pure, per amor vostro, cambiassi carattere e mi avvilissi — mi avvilissi a segno da sposare, io povero, una fanciulla ricca — non perderei la stima del mondo?... E voi forse non sareste accusata di avermela fatta perdere? E voi, un giorno... — nascondetemi quei vostri occhi, buoni e cari e innamorati, perchè io possa avere il coraggio di dirvelo — e voi, un giorno, vedendovi nella mia casa, la casa modesta e silenziosa dell'uomo di lavoro e di pensiero, non potreste dire a voi stessa, colla voce amara del pentimento, che io avrei dovuto sapere, immaginare, io, non come voi inesperto, ma fatto maturo dagli anni, dalle passioni, dalle vicende, che il regno di quella casa e l'adorazione di quell'uomo erano troppo umili offerte per la signorina Dionisy.
«Cedete, ubbidite, non pensate ad opporvi, non pensate a lottare. Rimarreste vinta. Non sono fatti i vostri begli occhi per le lacrime. Siete troppo bella. Fuggite l'amore, fuggite il dolore: esso farebbe sfiorire le vostre gote e impallidire le vostre labbra. Siete bella; trionfate del dolore e dell'amore e godete la vita.
«Una sola preghiera: distruggete questa mia lettera, cancellate da voi stessa, fin dall'ultimo dei vostri pensieri, ogni mia parola, ogni mio ricordo; lasciatemi morir lontano, solo, maledetto, calunniato, rinnegato; ma voi non cercate mai nemmeno di difendermi. Tacete, tacete, sempre... e per carità, per carità, ve ne supplico ancora, non commettete l'imprudenza di scrivermi. Il conforto pietoso di una vostra lettera, di una vostra parola, per quanto cara, bramata, invocata, sarebbe troppo pericoloso per voi.
«Sono povero; tutti i miei mezzi sono nel mio lavoro; tutte le mie speranze nella cattedra che sto conquistandomi con un volume di ricerche e di studii storici, per il quale ebbi più di qualche giovevole consiglio da vostro cugino Borghetti, un caro giovine che sento di amare quasi come un fratello. Tutta la mia ricchezza, per ora, sta nella filosofia insegnatami dalla sventura... e dal triste esempio di altri miei colleghi, che, per raggiungere la ricchezza e gli onori, diedero di sè insopportabile spettacolo, colla debolezza del carattere, colla rinuncia ad ogni fierezza, ad ogni indipendenza personale.
«Povero — io avrò l'immensa ricchezza di essere il solo padrone di me stesso — sempre indomabile e fiero. Ma tutto ciò potrebbe bastare forse per una giovinetta come voi?... Non sarei crudele e ingeneroso, e folle e imprudente, se dovessi pretendere, da altri, sacrifici... e quasi privazioni? Oh, mia cara amica; non rispondete su questo punto, col vostro cuore, colla vostra poesia.
«Voi vivete in mezzo agli agi, in mezzo allo splendore della vostra casa e del vostro nome: e non solo ci vivete, ma ci siete nata, e non potete apprezzarne l'inestimabile valore perchè... perchè non ne siete mai stata priva.
«Oh, mia cara amica, certe virtù sembrano facili fuori dell'occasione; ma, pur troppo, non si possono esercitare se non dopo molti anni di sudori e di prove.
«La signorina Emma Dionisy, diventata, semplicemente, la signorina Mari, o la moglie del professor Giordano Mari!... No, no, no! È troppo poco, per voi! No, no, no! Voi che siete un angelo, dovete volare in alto... sempre in alto.
«Non posso più: non mi regge più nè la testa, nè il polso. L'anima mia ha fatto l'ultimo sforzo e le lacrime grondano sulle parole che scrivo col sangue del cuore. Addio: ascoltate, per carità, i consigli del vostro misero amico; abbiate pietà delle sue preghiere; obbedite ai vostri genitori che non vorranno mai farvi infelice. Stracciate questa lettera e non rispondetemi; già, stasera stessa o domani, lascio Milano per sempre. Obbedite, sacrificatevi oggi per il vostro bene, per il vostro avvenire. Pensate che, alla età vostra, gli affetti, le simpatie, passano presto: alla mia età soltanto le passioni restano, come le sciagure, perenni nella vita! Io vi amerò sempre: ve lo giuro, Emma, ve lo giuro dal profondo del cuore; vi amerò fino all'estremo sospiro: e vi giuro, sull'onor mio, nessuna donna avrà da me una parola d'amore: vivrò; morirò solo.