L'idolo

Part 7

Chapter 73,469 wordsPublic domain

GIORDANO MARI (_imponendogli di tacere: protendendo le due mani aperte: voltando, torcendo indietro il capo per non sentire_) Quello che possa avervi detto la signorina, non so: non voglio sapere; non ho diritto di sapere. Vi ripeto — sì, — ho avuto cinque minuti di pazzia, come voi avete avuto la vostra crisi... nervosa. Ma gli uomini devono guarir presto, e noi siamo uomini: infatti, voi ormai siete più calmo, ed io ricomincio a ragionare. Vedete? (_indicando verso la finestra_) Ecco il mattino, come dice Shakespeare, che lievemente librandosi pare in procinto di slanciarsi sulla terra! A letto, andiamo a letto, amico mio; voi, per rialzarvi più forte, dopo qualche ora di riposo, e con tutte le vostre più belle e più care speranze nel cuore. Io, con un amico prezioso (_con mesto sospiro_) e colla costanza, la forza e il conforto del lavoro.

CARLO BORGHETTI (_senza esitare, con uno slancio generoso_) Se non volete, se non posso dirvi di più, vi devo dir questo, però: vi assicuro; voi siete in errore riguardo ai sentimenti della signorina Emma.

GIORDANO MARI (_con mestizia_) Ho quarant'anni, e sono quasi povero. Volete ripeterglielo voi, da parte mia, a quella cara figliuola?

CARLO BORGHETTI (_torvo, accigliato_) No.

GIORDANO MARI. Sta bene. Le scriverò io stesso, prima di partire.

CARLO BORGHETTI (_vivamente: con un guizzo di gioia che non può frenare_) Partite?

GIORDANO MARI. Appena avrò pronto tutto il materiale che mi può occorrere; documenti, note, memorie inedite per la mia monografia.

CARLO BORGHETTI (_subito_) So, so! _Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi_.

GIORDANO MARI. Appunto. Anzi, vi dirò che il mio editore...

CARLO BORGHETTI. L'Amodei?

GIORDANO MARI. L'Amodei... mi ha detto che voi avreste potuto essermi molto utile, per affrettare alcune mie ricerche.

CARLO BORGHETTI (_diventa di nuovo melanconico, scrollando il capo, borbottando fra sè_) Tanto lavoro, tante speranze... Tutto inutile!

GIORDANO MARI (_sempre attentissimo: studiandolo_) E non fu solo l'Amodei; tutti quelli cui ho parlato del mio argomento, pareva lo facessero apposta, venivano fuori col vostro nome. — Ma lei deve farsi presentare all'architetto Borghetti! — Ma lei deve cercar di conoscere l'architetto Borghetti! — ed io — vedete come sono sempre sincero? — (_ridono gli occhi e sembrano ridere anche i denti bianchi_) io, a costo anche di riuscirvi importuno, non solo ho voluto conoscervi, ma diventare anche vostro amico... per sant'Ambrogio!

CARLO BORGHETTI (_ridendo a sua volta, ma con un riso amaro che sembra errare tristemente sulle labbra scolorite_) Vi avrà parlato di me, monsignor Strada?

GIORDANO MARI. Il parroco mitrato di Sant'Ambrogio? Altro che! Vi ha definito il «Saturno degli archeologi» perchè vi mangiate i vostri figliuoli... cioè, perchè i vostri studii, le vostre note, i vostri commenti, li fate ingoiare dalle enormi fauci dei vostri cassetti, sempre aperte per ricevere e sempre chiuse, dopo.

CARLO BORGHETTI. Bel tipo, quel monsignor Strada!

GIORDANO MARI (_alzandosi in piedi: la mano appesa, col pollice, al taschino del gilet: la sua solita attitudine di conferenziere_) Bel tipo; interessantissimo e singolare. Un bel prelato del Velasquez, ammorbidito, spiritualizzato da un pennello fiorentino! Quanta irrequietudine intellettuale sotto quell'apparente placidità fisica! E che passione gelosa, che ambizione superba, da monarca, per la sua illustre basilica!

CARLO BORGHETTI (_stanco, sudato, continua a ripetere_) Bel tipo!... (_Ad un tratto, gli passa l'immagine di Emma dinanzi agli occhi; si scuote, si alza, trasalendo_) Colla sua mansuetudine e la sua transigenza politica e mondana, serba la tradizione un po' ribelle dei parroci mitrati, anche di fronte alla Curia.

GIORDANO MARI (_come il gatto che scherza col topolino: sempre pronto a ghermirlo_) Io me la godo, come suol dirsi, a osservare quella sua grave pinguedine, la carnagione latte e vino, la mano morbida, dalle unghie rosee, periate, come quelle della più bella fra le sue aristocratiche penitenti.

CARLO BORGHETTI (_corre col pensiero alla manina di Emma, e gli par di vederla nella mano di Giordano Mari: alzandosi di colpo_) E, all'Ambrosiana, avrete conosciuto il prefetto, don Galimberti?

GIORDANO MARI. Oh, anche lui; tante volte mi ha fatto il vostro panegirico! Vi vuol molto bene. Ha per voi una grande ammirazione. (_Compiacendosene: con ambizione_) Che buon uomo! Sapete? Siamo diventati quasi amici. (_Riprendendo la conferenza e di nuovo facendo penzolare la mano sul gilet_) Quell'uomo serio, macilento, tranquillo, è un mostro di erudizione. Fa spavento. Lo stavo a sentire, queste mattine, magari per un'ora intera, e ne rimanevo sbalordito.

CARLO BORGHETTI (_socchiudendo gli occhi come evocando l'immagine del buon prete; poi sorridendo, accarezzandola con uno sguardo affettuoso_) Con quella sua vocetta sommessa, rassegnata, che sembra una preghiera, vi dice una dopo l'altra le cose più complesse, più remote, più varie...

GIORDANO MARI (_Interrompendolo: tuonando_) E che memoria! Le date, poi!... L'anno, il mese, il giorno! È portentoso!

CARLO BORGHETTI. E par sempre che domandi agli altri; che non ricordi, che dubiti!

GIORDANO MARI (_cambiando voce: fissandolo negli occhi: lentamente_) E tanto monsignor Strada, quanto don Galimberti, mi hanno assicurato che voi possedete tesori... tesori. — Aiutatemi! (_Risoluto, con un'espressione strana, che il Borghetti osserva a volo, con un tremito, diventando prima rosso, poi ancora più pallido_) È perchè voglio partire, devo partire. Soltanto per questo vi dico: aiutatemi!

CARLO BORGHETTI (_un po' balbettando_) Sì, infatti. Anch'io, per molto tempo, ho lavorato, ho pensato allo stesso vostro soggetto.

— Tesori!... Tesori, m'hanno detto. Avete raccolto tesori.

— Poi, un bel giorno... Un bel giorno? Un giorno qualunque. Non ci son mai stati bei giorni per me. Un giorno, mi vien dato l'incarico della ricostruzione del monastero di Pontida; e allora, addio sant'Ambrogio e Teodosio; addio Marcellina e Susanna; Susanna la vergine caduta, la vergine innamorata. — L'amore, sempre l'amore! — E, invece, Federico Barbarossa e la Lega Lombarda — il Carroccio e la Battaglia di Legnano...

GIORDANO MARI. E sant'Ambrogio?...

CARLO BORGHETTI (_di nuovo stanco, abbattuto, la testa pesante_) A dormire... (_sbadigliando_) L'ho messo a dormire.

GIORDANO MARI (_afferrandogli tutte e due le mani_) Fatemi partire... (_scotendolo_) Fatemi partir subito da Milano.

CARLO BORGHETTI (_rimettendosi: fissandolo a sua volta_) Tutto ciò che vi occorre, è vostro: ma non per farvi partire: restate.

GIORDANO MARI. Quando posso venire? Quando mi volete? Oggi? (_coll'aria di esser lui che compie un sacrificio e insieme un atto generoso_) Voglio oggi. Dopo colazione? Al tocco? (_si ricorda del suo appuntamento con Fanny, e non lo vuol perdere, tanto più che — non si sa mai! — potrebbe essere anche l'ultimo_) No; dopo colazione non posso. Mi devo trovare all'Archivio di Stato. (_Tirando il colpo_) E adesso? Un momentino? (_Prendendolo sotto il braccio, stringendolo con effusione, guardandolo sorridendo_) Un momentino?... Adesso?... Sì?... I nostri studii prediletti!... Sono la nostra forza! Il nostro conforto! La vita; la vita nuova! Dopo una cattiva notte, ricominciamo una buona giornata! (_Tenendolo sempre stretto affettuosamente sotto il braccio, indicando appunto dove immagina sia lo studio del Borghetti, quasi coll'invito, col molle atteggiamento di una cocotte_) Là?...

CARLO BORGHETTI. Mi promettete prima di non partire? Resterete a Milano?

GIORDANO MARI (_baciandolo sulla fronte_) Quanto sei buono, grandemente buono!

XII.

SANT'AMBROGIO.

Carlo Borghetti e Giordano Mari entrano nello studio ancora buio. Carlo Borghetti apre la finestra: è uno studio severo, raccolto: le pareti ricoperte da alte e ricche librerie, ornate dall'ingorda biscia viscontea, e in perfetto stile coi mobili severi, massicci, coperti di pelle a fregi istoriati. Non una penna, non un foglio di carta fuori di posto: fuori di posto, in quel luogo, in quel momento, sono quei due uomini dai frak polverosi, colle cravatte a sghembo, e sulle cui faccie stanche, smunte, giallognole, stride la purezza della luce mattutina.

GIORDANO MARI. Quanto ordine in questo studio! Chi direbbe che è l'officina di uno dei nostri più instancabili lavoratori?

CARLO BORGHETTI. Non è lo studio dell'architetto; qui non ricevo i clienti. È il mio studio particolare, in cui non entra, e raramente, altro che qualche amico.

GIORDANO MARI (_pronto, accettando per sè quell'«amico»_) Non abuserò.

Carlo Borghetti cerca fra il mazzo delle chiavette; va ad aprire lo sportello d'uno degli armadioli, che formano il ripiano, tutto all'ingiro, sotto gli scaffali dei libri, e ne leva una lunga cassetta, anche questa pur chiusa a chiave, e la porta di peso sulla scrivania.

GIORDANO MARI (_seguendolo sempre coll'occhio: sempre in ammirazione_) Sei maraviglioso! Come hai tutto a posto: le tue carte in pieno ordine, raccolte ne' loro cassetti, come le idee nella testa. Bravo!

CARLO BORGHETTI (_aprendo e sollevando il coperchio della cassetta_) Sono un pedante. Il disordine, la confusione in chi lavora... è un perditempo.

GIORDANO MARI. Anch'io sono come te. (_Lanciando un'occhiata rapida sui molti fascicoli e sui pacchetti di cartelle, allineati, legati ad uno ad uno, numerizzati, che riempiono tutta la cassetta: con una certa monelleria soddisfatta_) Ed ecco — non è vero? — gran parte di ciò che rimane dello spirito, dell'anima... del nostro caro Ambrogio.

CARLO BORGHETTI. Sì; del grande Ambrogio. Del _santo_, veramente santo, nel senso filosofico della parola: _santo_ perchè giusto. E chi più giusto di lui? (_Siede alla scrivania e accenna al Mari una seggiolina accanto, più bassa_) Quale poeta non ha sciolto un inno al sole? Eppure, io sfido anche... (_prova qualche difficoltà, per la sua naturale ritrosia, per la sua selvatichezza, a dargli, così subito, del tu_) io sfido anche te, a dirmi di chi sia quest'invocazione, così ispirata e pura, degna di Francesco d'Assisi:

Tu, lux, refulge sensibus, Mentisque somnu discute...

(_Gli dà la cartella e lascia che il Mari, stupito, prosegua in silenzio la lettura_).

GIORDANO MARI. Come?... Ambrogio?... Sant'Ambrogio?...

CARLO BORGHETTI (_scegliendo un altro foglietto_) È il canto del gallo. (_E mentre legge la prima strofa, la sua faccia sembra ricomporsi, il suo occhio ritorna vivo, scintillante_).

Surgamus ergo strenue, Gallus iacentes excitat; Et somnolentos increpat, Gallus negantes arguit. . . . . . . «Dei tristi che rinnegano Il gallo è accusator!»

Sono inni armonici, canti descrittivi, liriche maravigliose, nella loro semplicità. A te, prendi, leggi il canto del Natale: «_A solis ortus cardine — Ad usque terrae limitem_». A te il _Passio Laurentii martyris_ (_e ad uno ad uno gli passa quei fogli preziosi_).

GIORDANO MARI (_li afferra con le dita tremanti, li scorre con uno sguardo rapido, aggrottando le ciglia, fissando gli occhi bramosi, trovando subito la nota, il riscontro, il punto più importante, colla pratica dell'usciere che cerca una cifra in una carta bollata; poi, sempre guardando, esaminando le preziose cartelle, si avvicina, per vederci meglio, alla finestra aperta, mentre il cielo si sbianca sempre più e di lontano, dalla via e dalla casa, giungono i primi rumori, i primi indizi del giorno che ricomincia_) Io non sapevo, cioè sapevo, ma non fino a questo punto. Ambrogio poeta...

CARLO BORGHETTI (_a mano a mano dall'abbattimento, dalla cupa taciturnità di prima, passa ad un'espansione vivissima, cordiale, ad un abbandono senza limiti_) Ambrogio poeta?... Ma è tutto un tesoro, tutta una rivelazione, una miniera! Semplicità, ispirazione, impeto lirico, fervore sacro...

GIORDANO MARI. E mi lascieresti vedere?... Potrei portare con me... per qualche giorno?...

CARLO BORGHETTI. È tutto tuo, roba tua. Prendi! Prendi! Fa conto che questo lavoro di amanuense io l'abbia fatto per incarico tuo. Tu eri a Padova, io a Milano: mi hai scritto, io ti ho servito, ti ho accontentato, ben lieto di accontentarti.

GIORDANO MARI (_tra l'ansia, l'inquietudine, un po' di esitazione, e nello stesso tempo la smania di avere tutto_) Ma poi, se qualcheduno venisse a saperlo ed esagerasse... l'importanza della cosa? o svisasse i fatti per farmi danno?... per combattermi?... È così pieno il mondo — e il nostro mondo specialmente — di invidiosi, di calunniatori. Se un giorno si venisse a sapere...

CARLO BORGHETTI (_distrattamente_) Sapere? Come? E poi _sapere_ che cosa? Non è mio, come non è tuo: tutto questo è di lui. (_Tornando ad infervorarsi nel suo argomento_) È ciò che ha dato, ha creato, ha rivelato, anche nei versi, quella sua mente poderosa, complessa di romano fiorito sul limitare della barbarie; ed io... io non ho avuto altro che la pazienza di raccogliere, di ordinare...

GIORDANO MARI (_ripiegando i foglietti dei versi per portarseli via_) E la fortuna di poter disseppellire, scovare...

— Già; pazienza e fortuna. Ho rintracciato tutto, o almeno quasi tutto: liriche, inni, salmi. Il Biagi ed il Venturi avevano intuito, sospettato appena...

— Tu hai avuto più fortuna, e colla pazienza sei andato fino in fondo.

CARLO BORGHETTI. Fino in fondo: sì, proprio, fino in fondo. Oh, qui c'è tutta racchiusa la grande anima! Tutto il pensiero di quell'uomo strano che visse in tempi più strani ancora. (_Traendo dallo stipo altri fascicoletti di cartelle_) Ecco qui i ritratti di Ambrogio. Che gemme di miniature! Sono sulla cartapecora: fregi di antichi messali. Guarda in questo pezzettino di raso: che ingenuità di disegno, ma che vivezza di espressione! Ecco un mio vanto. Chi mai ci ha pensato ai ritratti di Ambrogio?... E qui le sue missioni politiche, ma le inedite. Poi, tutta la verità contro la leggenda nelle sue lotte cogli ariani. Poi, la storia soave e cara di sua sorella Marcellina... E qui la sua crociata contro il lusso delle signore, a' suoi tempi, e contro le crapule e i banchetti. _Sint pura cordis intima_... E qui Agostino d'Ippona e la regina Frigitilla, e qui le lettere e qui la morte... la morte. (_Ad un tratto l'immagine di Emma gli riappare più viva che mai, più bella che mai: tutto il suo entusiasmo si spegne, egli ricade di nuovo, affranto, esausto sulla poltrona, le gote smorte, i lividi profondi, sotto gli occhi fissi, immoti. Con voce cupa, con un atto che fa capire all'altro di andarsene, perchè egli ormai vuol restar solo: dimenticandosi di dargli del tu_) Prendete, prendete tutto. Andate; sono stanco. Vi manderò tutto all'albergo.

GIORDANO MARI. Oggi stesso. Te ne prego: _hôtel Bella Venezia_. E poi, che serve? Dammi qua! Porto io, con me, senz'altro; senza incomodar nessuno. Ecco un giornale! Il _Figaro_!.. E se non basta, ne prenderemo due. Permetti, non è vero?

Dopo fatto il pacco:

GIORDANO MARI. Ed ora, un ultimo favore.

CARLO BORGHETTI (_alza appena gli occhi: lo guarda quasi con una timidezza supplichevole: sente dentro di sè, ha lo sgomento, lo spavento che gli parli ancora di Emma_).

GIORDANO MARI. Devi permettere, mi devi concedere, che io intitoli al tuo nome, così simpaticamente illustre, il mio _Sant'Ambrogio_. Lo devo a te, per un debito di riconoscenza; e lo devo un po' anche a me stesso, agli scrupoli della mia delicatezza. (_Vedendo che l'altro vorrebbe opporsi: insistendo_) Va bene, va bene. Adesso non devi rispondere, adesso non devi dirmi nè _sì_, nè _no_. Te ne scriverò... forse, domani stesso; da Padova.

Mezz'ora dopo:

Carlo Borghetti è ancora nel suo studio; è ancor seduto, sprofondato nella poltrona, dinanzi alla scrivania, col capo fra le mani. Pensa ad Emma, sempre ad Emma, con un rimorso nel cuore, che si fa sempre più vivo, più acuto: ha dato al Mari, proprio al Mari, gli ha ceduto le sue carte, lui così avaro, così geloso de' suoi studii, de' suoi documenti, delle sue raccolte. E lo ha fatto soltanto perchè egli parta; per farlo andar via più presto.

Ed Emma? Emma? Emma che lo ama, quel Giordano Mari!

Povera Emma!

XIII.

I FIASCHI DI NINO SEBASTIANI.

Salotto da pranzo in casa Dionisy: la mattina dopo il concerto: le dieci: l'ora della prima colazione.

Il cavalier Venceslao seduto alla tavola bianca elegantemente imbandita: il collo avvolto nell'ampio foulard, il naso un po' gonfio, un po' rosso e un po' intasato per la veglia e la fatica delle emozioni artistiche, fa colazione con discreto appetito: caffè e latte, panini arrosto e miele.

La signora Letizia. In fondo alla sala da pranzo: nel suo angolo prediletto della mattina, con accanto il piccolo tavolino, apparecchiato soltanto per lei: vestaglia vaporosa, veli, mezzi guanti di filo, sotto i quali luccicano le gemme degli anelli: melanconica, di cattiva voglia, tuffa nella sua tazza di cioccolato sospiri, lamenti e chifel.

La signorina Emma: non c'è. Il suo posto a tavola, in faccia al cavalier Venceslao, è ancora vuoto.

VENCESLAO (_al cameriere_) La signorina è stata avvertita?

_Cameriere_. Sissignore.

VENCESLAO. Avvertitela ancora.

La signora LETIZIA (_a Venceslao: uscito il cameriere_) Emma, ieri sera, si è condotta malissimo: non vuol capire che è ancora ragazza: è stata un'ora sul terrazzino, sola, con quel Mari. Anche il dottore, capirai, è rimasto molto contrariato. Dopo tante raccomandazioni, tante prediche, ha tenuto col Sebastiani un contegno... ancora più impossibile.

VENCESLAO (_sussultando, colla vocina inviperita_) Per questo ti dirò che il vostro Sebastiani è stato lui, a sua volta, molto scorretto. Ha chiacchierato, ha parlato tutta la santissima sera. Anche durante il quartetto!... È pochissimo gentile codesto vostro Sebastiani!... Dirò, anzi, pochissimo educato; e, per parte mia, dichiaro a te e anche al dottore: se ad Emma non accomoda, io me ne lavo le mani.

La signora LETIZIA (_con calma: lentamente_) Tu farai e dirai ciò che sarà necessario di dire e di fare. Intanto, ricordati, le farai le tue osservazioni per ieri sera. (_Un gran sospiro_) Io sono troppo stanca di sentirmi poco bene, per dovermi sempre inquietare.

Un fruscìo di vesti e un ritmico tic-tac, risonante sui parquets.

La signora LETIZIA. Eccola. Mi raccomando. (_Premendosi la fronte con una mano, perchè teme un principio dell'emicrania_) E parlate sottovoce.

EMMA (_tutta rorida, tutta fragrante nell'abitino tutto rosa_) Buon giorno!... Buon giorno!... Dio, Dio, come ho dormito tardi! Buon giorno, mamma! (_Leggera leggera, quasi di volo, corre ad abbracciare la signora Letizia, che si lascia toccare appena per timore di spettinarsi. Saltando sulle ginocchia del cavaliere Venceslao_) Buon giorno, papà!

VENCESLAO (_si asciuga prima i baffi e la barba, poi le offre gravemente le due guance: allontanandola da sè_) Adesso, va; siediti al tuo posto e fa colazione; dopo, io avrò da parlarti.

EMMA (_interrompendolo: sapendo di fargli piacere_) E la _Perseveranza_? Dice qualche cosa? Parla del concerto?

VENCESLAO (_dandole il giornale: sempre assai gravemente_) Un articolo fatto bene. Non ha dimenticato nessuno. (_Riprendendo, mentre sceglie un altro panino arrosto, il discorso di prima_) Poi verrai con me nel mio studio: discorreremo a lungo.

EMMA (_mentre il cameriere, che è rientrato, le prepara la colazione, apre e scorre il giornale_).

VENCESLAO. Ho da farti le mie osservazioni per ieri sera.

EMMA (_d'un tratto: vivamente_) Fiasco!... La commedia di Nino Sebastiani ha fatto un gran fiasco! (_Leggendo forte_) _«I cavalli del sole»_, dramma in tre atti di Stefano Sebastiani al Costanzi di Roma: — primo atto, silenzio: secondo, interruzioni, mormorii: terzo, disapprovazioni insistenti. Il dramma, ibseniano nel concetto, sembrò troppo ingenuo e prolisso nello svolgimento» Oh, povero Sebastiani!

La signora LETIZIA (_alzandosi sulla poltrona: a Venceslao: marcatamente_) Ma... ma tu non avevi letta la _Perseveranza_?

VENCESLAO (_stupito_) Io, no... cioè sì. (_Dopo un momento, sentendo gli occhi di sua moglie sopra di sè, e volendo rimediare alla propria inavvertenza, riprende con calma tutta la maestà dell'uomo superiore_) Fischiato?... Che cosa vuol dire? (_Stringendosi un po' nelle spalle_) E la prima del _Nabucco_? E la _Traviata_ a Venezia? Fischiato? Il dramma, come si chiama?

EMMA. _I cavalli del sole_.

VENCESLAO (_con un sorriso amabile: compiacendosi del titolo_) _I cavalli del sole_. Mi piace. Io già mi son sempre detto: — consoliamoci! — non si fischiano molto, altro che i capolavori.

Una lunga sonata elettrica dalla portineria.

EMMA (_contenta della diversione_) Il dottore! Quel caro dottore!

Rientra il cameriere: apre l'uscio aspettando il dottore, e aspetta un pezzo.

_Il dottore_ (_finalmente, entra, soffiando, sospirando: guarda tutti in giro con occhio fosco: la barba spettinata gli fa il viso storto e la cera ancora più truce_).

_Il cameriere_ (_adagio, gli versa la sua tazza di caffè, poi se ne va, in punta di piedi_).

EMMA (_allegramente_) Che brutta faccia, dottore! Sembri il re Erode, dopo la strage degli innocenti!

_Il dottore_ (_la fissa serio, accigliato, scrollando il capo per tutta risposta: passo passo, attraversa la stanza e si ferma dinanzi alla poltrona della signora Letizia. La guarda lungamente, strizzando gli occhi per raccogliere la luce_)... Sicchè?

La signora LETIZIA (_battendo le palpebre: con una vocina flebile, come fosse lì lì per piangere o per svenire_) Ha sentito, non è vero, del nostro povero Sebastiani? Così buono! Così caro!

_Il dottore_ (_sempre truce, non risponde: continua a studiarla, a scrutarla, poi le tocca la fronte, le tasta la mano_) Sicchè? Dopo lo strapazzo di ieri sera? È stata quietina? Ha potuto dormire?

La signora LETIZIA (_allungandosi, stendendosi voluttuosamente sotto lo sguardo fisso del dottore, come una gattina che fa le fusa_) Avrò dormito forse qualche mezz'oretta; ma mi sono risvegliata stanca.. stanca... stanca... (_Fa una sforzo per tirarsi su_).

_Il dottore_ (_accorre per aiutarla, per sorreggerla_).

La signora LETIZIA (_dimenando la testa sulla poltrona; alzando, stirando le bellissime braccia che escono nude fin sopra i gomiti dalle maniche larghe, soffici, che le si riversano sulle spalle_) Ma, dica, è proprio vero del Sebastiani? O ci sarà qualche esagerazione?

_Il dottore_. Vediamo, la mia _tosa_, da brava. (_Le fa la solita ispezione alle gengive, alla lingua, alla gola; scrolla il capo, sospira, le ordina di riposare, di guardar bene di non inquietarsi; e poi si avvicina passo passo al cavalier Venceslao_).

VENCESLAO (_dopo avergli mostrato la lingua_) I cavalli del sole? Io, per me, non lo ritengo un fiasco. Non ho ragione, dottore?

_Il dottore_ (_con due dita, delicatamente, gli solleva le palbebre_) Già: le sclerotiche sono ancora un po' gialline (_pausa_). Continueremo colla Vichy. (_Sempre passo passo va a sedersi dove il cameriere gli ha messa la seggiola, e gli ha versata la tazza di caffè; ma senza passare da Emma, senza nemmeno guardarla: il che vuol dire che è molto in collera con lei_) Dunque, Nino Sebastiani... Mah! (_Pausa; poi continuando fra una sorsata e l'altra di caffè_) Del resto, era cosa facilmente prevedibile. Io l'ho sempre detto anche a sua madre: i giornali, i teatri, le commedie vanno sempre a finire in dispiaceri! _Offelee fa el to mestee_. (_Con un'alzata di spalle e un'altra sorsata_) Il successo! Il pubblico! Intanto, per cimentarsi col pubblico, bisogna essere di quel ceto di persone — vero? — che non hanno niente da perdere: nemmeno la salute. (_Pausa: depone la chicchera vuota: si asciuga la barba_) Il telegramma da Roma è arrivato stanotte. Nino era qui al concerto. Sua madre si è spaventata (_sospirando_) e stamattina ha avuto uno dei suoi accessi. Quell'altro, il Nino, è verde come il sacco del fiele. Non mi stupirei se gli venisse la febbre: sicuro, con un seguito di cattive digestioni, di gastralgie. Mah!... E intanto in ballo ci sono io e devo correre.