Part 6
_Emma_ (_trasalendo, con un grido represso_) No! No! È sofferente! Sta proprio male! Le domanda scusa! Le vuol domandare scusa! (_Avvicinandosi palpitante, tremante, con uno sguardo che è tutto una preghiera, una carezza, una promessa_) Per me! Per me! Lo faccia per me! (_Congiungendo le palme, timidamente, con un'ondata di rossore che corre dalle spalle alla fronte_) Voglio così!
GIORDANO MARI (_cavalleresco, inchinandosi, offrendole il braccio_) Allora, sia. Mi conduca da suo cugino.
EMMA (_lo avvolge con uno sguardo amoroso: i suoi occhi hanno un lampo, le sue labbra un tremito: passa leggermente la manina morbida e bianca sotto il braccio di Giordano Mari, e gli risponde appoggiandosi tutta, coll'aria quasi di abbandonarsi, di farsi portare_) Grazie.
GIORDANO MARI (_inebriato_) Dov'è?
EMMA (_indicando il Borghetti colla punta del ventaglio_) Là!
Succede un gran movimento nella sala del _buffet_: le signore che hanno finito di cenare si alzano per cedere il loro posto alle altre signore, rimaste in piedi. Carlo Borghetti in quella ressa è ricacciato indietro. Emma e Giordano Mari non possono più andare avanti.
GIORDANO MARI (_chinando il viso verso quello di Emma, che irresistibilmente sporge il suo_) Devo perdonargli dunque? E devo volergli bene anch'io, perchè gliene vuol lei?
EMMA (_trasportata fra gli angioli_) Sì; per questo.
GIORDANO MARI (_dopo un momento: con un risolino maliziosetto, indicandole Nino Sebastiani_) E... dovrei voler bene anche a quello là?
EMMA (_scotendosi con dispetto_) Oh, a quello poi no! (_Senza rifletterci_) È vero, sa? Prima mi era indifferente; adesso mi è antipatico.
GIORDANO MARI (_che invece riflette molto, riprende prudentemente l'affabilità paterna_) Bambina! Sempre... una cara bambina!
Sono interrotti: Emma rimane appoggiata al braccio di Giordano, ma, presa in mezzo da tutta quella gente, deve rivolgere e ricambiare complimenti, ringraziamenti e saluti. Finalmente la calca si dirada e possono avvicinarsi a Carlo Borghetti, che intanto, per rinfrescarsi, ha continuato ad inghiottire champagne frappè.
CARLO BORGHETTI (_molto sudato: stranamente pallido: si avvicina, vuol parlare, vuol sorridere, ma non sa fare che una smorfia_).
EMMA (_arrossendo a sua volta per l'imbarazzo del cugino e sforzandosi per essere disinvolta e per aiutarlo_) Il signor Mari non è in collera; anzi, ha per te moltissima simpatia.
CARLO BORGHETTI (_a Giordano Mari: colla voce troppo alta e fuori di tono_) Le devo domandar scusa!
EMMA (_vivamente: si mette il ventaglio sulle labbra, facendogli segno di tacere_) Piano! Parla piano!
BORGHETTI (_rauco_) Le voglio domandare scusa.
GIORDANO MARI (_compitissimo_) Scusa? Fra di noi? Fra due buoni amici?
BORGHETTI (_borbottando a guisa d'eco le ultime parole_) Buoni amici. Ho detto anche alla signorina Emma... (_la guarda e i suoi occhi si riempiono di lacrime_) buoni amici.
GIORDANO MARI (_osservandolo con qualche inquietudine_) Il torto è mio: lo scherzo a proposito della sua piccola ferita è stato inopportuno.
BORGHETTI (_rintontito_) Scherzo? Io non scherzo mai. Ho detto amici, ripeto amici.
GIORDANO MARI (_dà un'occhiata espressiva alla signorina Emma, quasi imponendole di allontanarsi. Sarebbe rimasto lui con suo cugino Carlo: non lo avrebbe lasciato_).
_Emma_ (_dolcemente, felice di mostrarsi ubbidientissima a quel primo comando, rientra nella sala del buffet, e sparisce in mezzo ad un gruppo di signore_).
GIORDANO MARI (_prendendo confidenzialmente sotto braccio Carlo Borghetti, e facendo un po' di violenza per condurlo via_) E adesso, non è vero? — ce ne andiamo via anche noi?... E alla romana; ringrazieremo domani, portando un biglietto di visita.
CARLO BORGHETTI (_lasciandosi trascinare_) Sì; domani: basta un biglietto di visita.
XI.
NEL PALAZZO VISCONTI.
Giordano Mari e Carlo Borghetti si avviano insieme da casa Dionisy verso il corso Venezia. Carlo Borghetti, rasentando, a volte sfiorando il muro: Giordano Mari, camminando diritto, sicuro, il soprabito sul braccio, adocchiando il compagno.
GIORDANO MARI (_respirando a pieni polmoni_) Ah! Si rivive! In quelle sale, in quella luce, in quella folla c'era da soffocare.
BORGHETTI. Già, molto caldo; troppo caldo, (_si lascia cader la testa di colpo sul petto_).
_Giordano Mari_ (_osservandolo ancora, poi con un tono di maggiore intimità_) Dove state di casa?... Molto lontano?
BORGHETTI (_dopo un momento, come risvegliandosi_) In via Monforte. In fondo a via Monforte.
GIORDANO MARI. Se mi permettete, vi accompagno. Immagino che non vorrete passare dal club. Abbiamo fatto troppo tardi.
BORGHETTI (_ripete cupo_) Già, abbiamo fatto troppo tardi.
E continuano a camminare l'uno a fianco dell'altro. Giordano Mari, diritto, con la testa alta, sporgendo all'aria il largo petto dallo sparato bianco; il Borghetti, curvo, col capo chino, mezzo sprofondato nel bavero del _pipistrello_. Sempre senza parlare, arrivano in capo a via Monte Napoleone, attraversano il Corso, si inoltrano nella lunga via Monforte, deserta e buia.
Dopo che Giordano Mari ha dato un'altra occhiata a Carlo Borghetti.
— Dite la verità: vi sentite poco bene?
— Già; oggi ho preso molto sole. A pranzo avevo sete; anche stasera bruciavo dalla sete. Ho bevuto e non ci sono avvezzo; mi avrà fatto male.
— Certo, vi ha fatto male. Volete appoggiarvi al mio braccio?
— No.... Grazie. No.
Carlo Borghetti, istintivamente, si tira più vicino al muro. In quel suo stordimento, in quel suo istupidimento, con un ronzio crescente che gli gira pel capo e gli introna gli orecchi, egli si sente addosso come un peso, una sofferenza, come un'infinita, come la peggiore sofferenza, la compagnia, la vicinanza, la vista, l'ombra di quell'uomo; certe volte, passando sotto ai fanali, vede quell'ombra distendersi, allungarsi smisuratamente sul marciapiede. Quell'uomo... maledetto quell'uomo!... Maledetto il giorno che è capitato a Milano! È l'amante, è il padrone di Emma: Emma è cosa sua. Essa gli appartiene già coll'anima; essa lo ama, ne è innamorata!... Quell'uomo così alto, così forte, prepotente, brutale, non ha che a dire una parola; comandare, volere, ed Emma è cosa sua! Egli lo odia, sente di odiarlo per questo suo fascino, per questo suo potere misterioso — una malìa forse — lo odia, e lo teme: lo teme per Emma. Povera Emma! Chissà?... — Lo odia, eppure si sente costretto a chinare il capo dinanzi a lui, e dinanzi alla sua volontà, alla sua forza, al suo ardimento e alla sua fortuna. Lo odia, lo teme, e, in fondo al cuore, lo invidia e lo ammira. — Così presto! Appena veduto, e l'ha subito innamorata, stregata, presa! Come ha fatto? Come c'è riuscito? — Emma!... Emma!... Emma!... — grida, spasima il suo cuore! Oh, ma è inutile chiamarla! Emma non ascolta, non sente, non obbedisce alla sua voce, alle sue lacrime! Se invece _quell'uomo_ lì, che cammina al suo fianco, superbo, sfacciato, quel «gigante» l'avesse chiamata colla sua voce forte di comando, oh, con lui docile, ubbidiente, sarebbe corsa, si sarebbe precipitata di volo, fremente e palpitante, a buttarsi nelle sue braccia; forse alle sue ginocchia, perchè ha visto, ha letto in que' suoi occhi sfolgoranti: essa lo adora! Ma lui, Carlo, Carlo detto _il lunatico_, lui non si è mai fatto ascoltare, non è mai riuscito a parlare al cuore di lei.
E ricorda il colloquio di quella sera, lo stupore, le parole di Emma. «Mi volevi bene?... Tu?... Tu?... A me?» Sì, sì, sì! Egli non ha mai osato, egli non ha mai saputo parlare, è stato troppo debole, timido, vigliacco! Sono anni ed anni, sono dieci, venti, trent'anni, è tutta la vita ch'egli l'ama, ch'egli soffre per lei, che smania per lei, che pensa, studia, lavora, si strugge, tutto per lei, e lei, nemmeno se n'è accorta!... Quello lì, il «gigante», l'ha vista un momento: ha subito parlato: ed Emma è sua. — In quanto tempo? Ci ha messo un giorno? Un'ora?... Nemmeno!... Un minuto, una parola sola. — Ti voglio! — Eccomi! — E tutto è finito! Tutto è finito! tutto! tutto! tutto! Perchè ormai... ormai è già come fosse sua, cosa sua, sua moglie! — Venceslao?... Avrebbe detto di no — pianino, per non guastarsi la voce, per ventiquattr'ore; poi avrebbe pensato ad un gran concerto per la sera della scritta. La signora Letizia? — sospiri, gemiti, e noce vomica, per non guastarsi lo stomaco e la carnagione. — E così Emma, povera Emma, così buona e così bella, bella, tanto bella, è in piena balìa di quel «gigante», di quello sconosciuto. È lui, adesso, il padrone, il solo padrone — padrone anche di non lasciargliela più vedere! E, forse, non è meglio? — Non sarebbe stato meglio non vederla più, mai più, quella leggera, vana, civetta, falsa?
GIORDANO MARI (_toccandogli leggermente il braccio_) Volete darmi la chiave? Aprirò io.
Carlo Borghetti guarda, trasognato, Giordano Mari, si guarda attorno, poi si ricorda; cerca nel taschino della sottoveste, gli dà il mazzetto delle chiavi. Sono giunti sulla soglia di casa sua, senza che egli se ne sia accorto.
Giordano Mari prova una piccola chiave: la porta si apre: entrano.
GIORDANO MARI (_accendendo un cerino_) Il servitore non c'è?
CARLO BORGHETTI. È a letto; sempre a letto.
GIORDANO MARI (_indicando una bugia, sopra un palchettino, accanto alla bussola del portinaio_) È questo il vostro lume?
CARLO BORGHETTI. Sì... questo (_sempre con un tono profondo, doloroso_) Questa candela... è la mia.
Giordano Mari accende il mozzicone: poi, col palmo della mano, riflettendo innanzi a sè il chiaror della fiamma, si guarda attorno, sotto l'ampio vestibolo. Indicando a Carlo Borghetti l'invetriata dello scalone:
— Per di là?
— Sì. Per di là.
L'ampio e maestoso scalone, le invetriate, i tappeti, i fiori, gli stemmi, tutta quella grandezza e tutto quel lusso del vecchio palazzo, eredità dell'avo materno del Borghetti — un Visconti — fanno colpo su Giordano Mari: e lì per lì, nell'astuto e sfacciato avventuriero delle belle lettere, torna a galla, fa capolino, collo stupore rispettoso del plebeo, il figliuolo risalito del piccolo merciaiuolo di piazza delle Erbe a Padova.
GIORDANO MARI. _Vuol_ darmi il braccio! _Vuol_ appoggiarsi, _don_ Carlo?
CARLO BORGHETTI. Grazie; no. (_Si appoggia invece, per tirarsi su, alla maniglia e borbotta colla voce sempre più bassa, più fioca, più rauca, soffermandosi quasi ad ogni gradino_) Si soffoca; si soffoca orribilmente.
GIORDANO MARI. È tutto chiuso. Vuol darmi il soprabito?
Su, nell'anticamera, Carlo Borghetti ostinandosi, arrabbiandosi, prende lui in mano la candela e cammina innanzi per indicare la via, aprendo gli usci, sollevando le portiere.
GIORDANO MARI (_ad un tratto, accorrendo_) A me! Dia a me, don Carlo! (_Strappandogli il lume di mano_) Imbratta colla cera tutti i tappeti, i mobili! È un peccato!
Attraversano una lunga fila di sale, poi entrano nella camera da letto.
CARLO BORGHETTI (_Improvvisamente: con un impeto di furore, si leva il cappello e lo scaglia sul canapè: il cappello rimbalza, ruzzola per la camera: diritto in piedi, con gli occhi attoniti, egli lo guarda ruzzolare, perdersi nel buio; poi, di peso, si lascia cadere, vinto, affranto, sopra una poltrona_). La finestra... Aprite la finestra... Soffoco... Soffoco... muoio.
GIORDANO MARI (_corre, spalanca i vetri: accende un'altra candela e la pone come la prima sul canterano: un mobile antico, dagli intarsi dorati: un capo d'opera: a mezza voce, girando gli occhi attorno ammirato_) Quanta bella roba! (_Osservando di qua, e di là, dove la camera resta illuminata: accanto al letto, in una cornice nera sopra una mensoletta di bronzo vede il ritratto di una signora: una vecchia fotografia di una giovane signora, che somiglia molto all'architetto_) Sua madre, certo. Bella donna! (_Ad un tratto, sorridendo e prendendo il lume per osservar meglio, più vicino_) Toh, toh, toh! (_Rivolgendosi al Borghetti con un moto istintivo_) I Dionisy! La famiglia Dionisy!
Infatti, sopra un elegante palchetto, coperto di stoffe antiche e ornato a festoncini, c'è tutta una raccolta di ritratti di ogni dimensione e di ogni epoca. Dalle prime fotografie del Duroni ormai stinte e giallognole, alle ultime, le più recenti e più artistiche.
C'è, in grande formato «gabinetto», il cavalier Venceslao, seduto al pianoforte, la testa pensosa, chinata con intimo compiacimento sullo spartito del _Trovatore_; e c'è, piccolo piccolo, il ritrattino più piccolo e più scolorito, un _bebè_ in camicina.
GIORDANO MARI (_appressa la candela e legge_) «Emma Dionisy, di cinque mesi, alla zia Paola» (_Vedendo il ritratto della signora Letizia in abito da ballo: l'ultimo suo ritratto: dal 1887 continua sempre a farsi far quello_) Che spalle!... Che... che busto!... Che meraviglia! (_Lo confronta con un ritratto di Emma recentissimo che le sta accanto_) Era molto più... bella, la madre! (_Continua a fissare il ritratto di Emma, spirante nel semplice vestito bianco la sua fresca giovinezza: lo fissa studiandolo, esaminandolo, con uno sguardo acuto, minuzioso, investigatore, ricercando somiglianze e rapporti, tra la madre e la figliuola_) Anche la figliuola, è molto giovane ancora... si farà una bellissima donna. E questo?... (_È il ritratto di Emma vestita per la prima comunione: la riconosce subito e gli viene da ridere_) Ah! Ah!... La mocciosetta!
Poi c'è un'altra Emma colle gambine esili, e i piedi grandi, ancora informi, sotto il vestitino corto corto; poi Emma, ragazzetta, ma già più elegantina, e un po' pretenziosetta, colla grossa treccia pesante, sproporzionata, giù giù, lungo la vita.
Poi Emma, nell'amazzone, a cavallo, e tutti quei capelli cadenti sulla nuca, sulle spalle, e sporgenti in una massa enorme, sotto l'ala del piccolo cilindro; poi Emma in costume _Empire_, come era andata alla festa di casa Ottolini; poi Emma colla camicetta, il berrettino e la racchetta del _lawntennis_...
GIORDANO MARI (_fra sè, di malumore: deponendo il candeliere_) La raccolta è completa. Tutte le età, tutti i costumi, e tutte le pose! (_Si volta verso l'architetto, guatandolo bieco, mentre a sua volta si sente rodere da una punta di gelosia leggera, sottile... eppur molesta_) Sono cugini; si sa: il cugino e la cugina! (_Ma è un lampo: rivede gli occhi di Emma innamorata, e torna ad infischiarsene del Borghetti come del Sebastiani, e colla fede nella sua buona stella e nel suo talento e nella sua furberia gli ritorna la sicurezza, la contentezza e l'audacia — Sente un sospiro come un lamento: corre vicino al Borghetti_) Volete il servitore? Devo sonare, per chiamare il servitore?
CARLO BORGHETTI. No! No!... Sto troppo male: non voglio nessuno.
GIORDANO MARI. Abbiate pazienza, ma se non vi sentite bene, lasciatemi chiamare il servitore. Vi aiuterà a mettervi a letto. Vi farà un the.
BORGHETTI (_alzandosi in piedi d'un balzo, stravolto_) Ma non capite che non sono ammalato? Sto male perchè... ho l'inferno. È l'inferno!... Qui!... Qui!... (_Si batte sul petto violentemente colla mano ferita: si scioglie la fasciatura_).
GIORDANO MARI (_gli afferra il braccio: gli tien ferma la mano_) Che fate?... Viva Dio! Perdete ancora il sangue! (_E, come prima aveva fatto Emma, Emma così affettuosa, Emma così brava, ricomincia lui a fasciarlo di nuovo, ma con meno perizia, certo, e con meno garbo_).
CARLO BORGHETTI (_lo lascia fare, guardandolo muto, pensando sempre a quell'altra: poi ad un tratto gli occhi si riempiono di lacrime; gli si riempiono di lacrime il petto e la gola; si sforza, ma non può più trattenersi; ha un tremito convulso, e quando il Mari ha finito di fasciarlo e gli ripone la mano nella sottoveste, scoppia all'improvviso in un pianto dirotto; dà un calcio furioso a una seggiolina che gli impediste il passo e si butta sul canapè_).
GIORDANO MARI (_lo guarda: resta un poco a guardarlo: piano piano, gli si siede accanto, senza parlare_).
CARLO BORGHETTI (_continua a piangere, a singhiozzare, a borbottare, a strapparsi i capelli, a disperarsi: poi, a poco a poco, si calma, cerca un fazzoletto, si asciuga gli occhi_) Perdonatemi! Perdonatemi, signor Mari! Sono pazzo e poi mi sento male.
GIORDANO MARI (_prendendogli una mano affettuosamente; con voce dolce, penetrante_) Piangete, piangete, sfogatevi. Questo solo vi può far bene.
CARLO BORGHETTI (_alzandosi di nuovo con ira_) Ma no; no! Non ho nessun diritto nè di piangere, nè di disperarmi! (_Dopo un momento di pausa: frenandosi, stendendogli la mano_) Ve lo giuro, signor Mari; sono un pazzo e un ragazzo. Un ragazzo pazzo e ridicolo. Niente altro. Ve lo giuro.
GIORDANO MARI (_a sua volta, stendendogli la mano con molta cordialità_) Non dovete nascondermi nulla. Non dovete chiudervi con me; non dovete dissimulare. Siate sincero: la sincerità è gran parte della bellezza e della bontà. Siate sincero con me. Io vi sono amico; vi sarò sempre amico.
CARLO BORGHETTI (_colle ciglia aggrottate, col suo fare burbero, ma risoluto_) Grazie; vi ringrazio. Ma vi ripeto, tengo a ripetervi: stasera il caldo, il pranzo, lo _champagne_, mi hanno fatto male. Si vede che ho il vino melanconico, triste. Niente altro; ve lo giuro. Del resto, voi mi avete già dato prova della vostra amicizia, stasera, in casa Dionisy, quando avete accettate le mie scuse.
GIORDANO MARI. Non parliamone più. (_Affettuosamente sorridendo, mettendogli un braccio al collo_) Dite la verità: mi avete odiato molto, stasera?
CARLO BORGHETTI (_trasalendo, scostandosi, fissandolo_) Non capisco, non vi capisco.
GIORDANO MARI (_fissandolo a sua volta, ma con un sorrisetto pieno di furberia bonaria_) Eppure, sarebbe così facile intendersi. Basterebbe un po' più di confidenza. Basterebbe ammettere, da parte vostra, una cosa sola.
CARLO BORGHETTI. Quale?
Giordano Mari è ancora titubante: si alza, passeggia su e giù per la camera.
— E se il colpo non mi riesce? Se invece di un tratto di genio, fossi per commettere un errore? In tal caso, pazienza! avrò perduta la bella ragazza e il buon matrimonio, ma avrò salvata la mia riputazione di uomo serio, di uomo di spirito e di uomo d'onore!
Come ha già detto a donna Fanny, egli non può sperare di ottenere la signorina Dionisy, domandandola ai genitori. Egli, anzi, e più che mai, in faccia al mondo, in faccia ai parenti della ragazza, deve aver l'aria di ritirarsi, di non volere, di nascondersi, di sacrificarsi. Tocca alla ragazza di compromettersi, tocca alla ragazza di fare il dramma, e imporre il lieto fine.
CARLO BORGHETTI (_che ha notato l'esitazione, la lotta interna del suo nuovo amico, gli si avvicina, ripetendo più lentamente_) Devo ammettere da parte mia una cosa?... Una cosa sola?... Quale?
GIORDANO MARI (_calmo, ma con forza_) Dovete ammettere di essere molto innamorato della signorina Dionisy.
CARLO BORGHETTI (_prorompendo, come spaventato_) No! No! No!
GIORDANO MARI (_mettendosi un dito sulle labbra_) Zsst!... Non dite bugie, e non gridate tanto forte. Sveglierete la casa. Tutti dormono ancora.
CARLO BORGHETTI (_il viso smunto, lucente di sudore e di lacrime; gli occhi pesti, bruciati dalla febbre; si guarda attorno, sorpreso, sbigottito. Il chiarore incerto delle due candele rischiara, or sì, or no, un angolo appena della camera vasta, profonda. Dalle grandi finestre spalancate si scorge un lungo tratto di cielo, fattosi più chiaro, più alto, più diffuso. Un soffio, quasi un alito fresco, leggero leggero, corre nella camera. È un gran silenzio intorno: un silenzio di ombre, infinito; la quiete d'ogni cosa viva. Come il mondo, tutto il mondo, sembra lontano lontano, in quell'ultima ora della notte! Come sembra indifferente quella moltitudine inoffensiva, quasi morta nel sonno_).
GIORDANO MARI (_gli prende una mano stringendola forte, con tenerezza_) L'amore, giovane amico mio!... L'amore non si nasconde. Voi siete innamorato della signorina Dionisy.
CARLO BORGHETTI. Ebbene, sì; sono stato (_con uno sforzo_) innamorato della signorina Emma, ma la crisi è passata. (_Nervosamente_) Ormai è passata, è superata. Non parliamone più. Voi me lo avete chiesto: a voi, a voi solo, sento il dovere di confessarlo. Ma colla stessa lealtà, colla stessa franchezza vi ripeto: d'ora in poi, come sono amico vostro, sono amico suo. Un amico onesto; un fratello per tutti e due: l'ho promesso anche alla signorina Dionisy. Dovete credermi ed essere sicuro di me, perchè mi dovete stimare.
GIORDANO MARI. La vostra amicizia? L'accetto, ne sono orgoglioso. Anzi, colla mia testarda sincerità, vi dirò di più: la cercavo, la desideravo. Dunque, «amico mio», sì. Ma... volete essere soltanto amico anche della signorina Emma? Voi l'amate... (_s'interrompe: si preme una mano sul cuore, come per soffocarne i palpiti precipitosi_) Voi l'amate: soltanto amico, della signorina Emma?... Perchè?
CARLO BORGHETTI (_ha un lampo negli occhi, il cuore gli fa un sobbalzo, ma rimane muto, incantato, guardando Giordano, senza osare di interrogarlo, di parlare_).
GIORDANO MARI (_si preme la fronte e sospira: un momentino di pausa per raccogliere tutte le forze; poi riprende a bassa voce, con gravità, quasi solenne_) Siamo stati matti un po' tutti; ed io, lo confesso, è stato solo per cinque minuti, ma... (_un altro sospiro, l'ultimo_) sono stato matto più di tutti. (_Mettendosi a posto con un'alzata di spalle_) Io ero lontano dalla realtà, dalla verità, dal possibile, persino dalla logica. Sediamo, torniamo a sederci, e per cinque minuti parliamoci sul serio. Che cosa vi abbia detto la signorina Emma per mettervi alla disperazione, non so, non voglio sapere, non ho diritto di sapere. Sì, anch'io, lo confesso, anch'io ho la mia parte di torti, di colpa. Anch'io ho subìto una seduzione dolcissima, un improvviso stordimento. Non ve l'ho detto? Anch'io ho avuto i miei cinque minuti di pazzia, ma, ripeto ancora, e posso dire con orgoglio, furono soli cinque minuti. Quel primo giorno ch'ero a Milano, quel giorno della mia maledetta, malaugurata conferenza; quell'espressione incantevole di sincerità, gli occhi, la bellezza pura, angelica, l'intelligenza della signorina mi hanno colpito, colpito al punto... (_con un mesto sorriso_), che io, sin da quel primo giorno, a costo di sembrare ineducato, non ho più cercato di rivedere la... la signorina; anzi, ho fatto di tutto per sfuggirla. È stato quell'insistente seccatore del Barbarani che, per forza, ha voluto condurmi e presentarmi alla signora Letizia; è stato il cavalier Venceslao che è venuto a cercarmi apposta, all'_hôtel_, all'Archivio di Stato, all'Ambrosiana, perchè non mancassi al suo concerto; e stasera, appunto, ho avuto un lungo colloquio colla signorina, colloquio in cui le ho espresso la più viva simpatia e l'ho pregata anche di volermi un po' di bene... come una figliuola al suo babbo.
CARLO BORGHETTI (_vivamente_) Ma...
GIORDANO MARI (_con forza, con maestà_) Come una figliuola al suo babbo; perchè io sono molto più attempato della signorina Emma, e non mi sento di diventare ridicolo; perchè la signorina Emma è molto ricca, ed io, che sono quasi povero, non mi sento di diventare... un mantenuto di mia moglie. Perchè io sono filosofo razionalista e la signorina Emma è credente, è cattolica; perchè, infine, le mie idee e i miei principii, le mie aspirazioni, in fatto di politica e di ordinamenti sociali, sono precisamente agli antipodi con tutto il legittimismo reazionario, con tutto il detrito spagnolesco e austriaco di casa Dionisy. Parlo chiaro?
CARLO BORGHETTI (_con impeto_) Ma Emma mi ha detto...