L'idolo

Part 5

Chapter 53,516 wordsPublic domain

_La marchesa_. Poco male?... Malissimo! Una donna di giudizio deve pensare innanzi tutto alla propria riputazione; e il giorno nel quale Fanny non ha più l'usbergo del Bardi, addio, ti saluto. La sua riputazione è andata! (_Rabbiosissima_) Non avete _atouts_?

— Sì.

— Allora state attento!... Prendete.

Carlo Borghetti prende, ritira le carte. La marchesa ripiglia il giuoco e il discorso:

— Lui, come lui, il Bardi, ormai è stato accettato: dunque finchè c'è lui, non c'è nessuno; e finchè lui resta al suo posto, nessuno ha il diritto di accorgersi degli altri, di mormorare. — Marco il re! — (_nota il punto, e si calma un poco_). Sicuro; bella novità! Il Bardi, anche versi a parte, non è divertente. Ma quello _scrivano_ di Padova è per di più un ineducato. Con me, per esempio, il suo obbligo era di farsi presentare. Ma, però, io sono una donna giusta e sincera: in fatto di sgarberia, anche quell'altro, anche il poeta può darsi il vanto! In tutta la sera non ha trovato un momento per venirmi a salutare. Ma io so come vendicarmi: invito a pranzo la Fanny coi miei amici: tutti giovanotti! tutti simpatici! e lui, quel noioso insopportabile... niente!... A casa.

CARLO BORGHETTI (_non sorride più: è diventato molto scuro_) Dunque avevo ragione io: poco male.

— Voi?

— Se questo Bardi è noioso, è insopportabile, donna Fanny merita indulgenza.

— Niente affatto: lo ha voluto? Adesso è in dovere di tenerselo; così vuole la morale!

CARLO BORGHETTI (_si ferma dal giuocare: la guarda_).

_La marchesa_. Tocca a voi (_Si china, vedendoci poco, per enumerare colle dita gonfie e corte, coperte di grosse gemme, le marche del piattello_) Sono nove; dieci per nove, novanta. Se perdete anche questa partita, sono cento lire, per i miei poveri. Tocca a voi!

— Giuoco il re di cuori.

— Lo piglio io e allora faccio il punto. (_Mescolando le carte_) Anche quell'altra, sapete? Anche la Dionisy... l'amica... (_Mettendo il mazzo di carte sul tavolino_) Alzate.

— Mia cugina?

_La marchesa_ (_fa cenno di sì col capo_) Alzate.

CARLO BORGHETTI (_rauco, torvo_) Con.... Giordano Mari?

_La marchesa_ (_più forte_) Alzate! Bravo! (_Dando le carte, poi guardando le proprie e mettendole a posto_) A' miei tempi — e non sono lontani — le ragazze oneste, come si deve, usavano di prender marito prima di farsi far la corte dal terzo e dal quarto!... Ma adesso? Ragazze e maritate... non c'è più distinzione; è tutta una _charlotte_!

CARLO BORGHETTI (_ancora più rauco e ancora più torvo_) E... credereste?

_La marchesa_. Credo tutto. (_Storce la bocca nera con ironia maligna e appunta come un istrice i peli corti dei baffetti_) Mi hanno fatta diventare.... di una fede straordinaria!

Entrano in quel punto nel salottino il nobile Barbarani, saltellante, e Giordano Mari impettito, maestoso.

_La marchesa_ (_sottovoce, in fretta_) Giuocate! Giuocate! Arriva il grand'uomo col servitore di piazza!

Il nobile BARBARANI (_avvicinandosi alla marchesa col suo compagno dietro: due o tre colpetti di tosse_) Permetta, cara marchesa gentilissima, che finalmente possa avere l'onore di presentarle io stesso il mio amico Giordano Mari, illustre pensatore, filosofo, illustre letterato, di cui la bellissima fama, certo... _certissim_... (_e si fermerebbe anche da sè, ma la marchesa lo interrompe, offrendo la mano, assai graziosamente, anche al luterano_).

_La marchesa_ (_perfettissima_: vieux régime) Giordano Mari, e basta il nome, caro Barbarani. Basta il nome. Non sono poi così dell'altro mondo: anch'io ho applaudita, ho ammirata la sua bellissima conferenza. (_Abbassa gli occhi, si dà una rapida occhiata orizzontale: tutto è a posto: amabilmente, facendo scorrere la collana di perle_) Tutti speriamo di sentirne un'altra; sarà presto?

GIORDANO MARI (_rivolgendosi collo sguardo anche a Carlo Borghetti_) Per ora, no. Ho dovuto interrompere il ciclo delle mie conferenze per un lavoro più serio, più importante... (_alzando gli occhi al cielo e mostrandosi stanchissimo_) che mi occupa assai.

BARBARANI (_pronto, pigliando la palla al balzo_) Un lavoro storico, alla Momsen, interessantissimo: _Ambrogio vescovo, nella civiltà de' suoi tempi_.

_La marchesa_ (_coi peli dei baffetti che tornano a rizzarsi, per pungere_) Cioè... _Sant'Ambrogio_?

BARBARANI (_con acume e competenza_) A' suoi tempi, non era ancora santo: era soltanto vescovo!

GIORDANO MARI (_sempre rivolgendosi cogli occhi e col discorso all'architetto_) Per questa mia monografia, per rivederla, per completarla, mi sono fermato a Milano. Qui, sul luogo, ho molte ricerche da fare; moltissimi documenti da consultare. E, perciò, devo scusarmi con lei, signora marchesa, se, dopo aver ottenuta la gentile permissione di esserle presentato, non ho potuto, prima d'ora, procurarmi l'onore e il piacere della sua ambita conoscenza.

_La marchesa_. Appunto: pensavo anch'io: — che mai vuol dire questo ritardo? — Forse qualche... _divieto_? Ma, adesso, capisco benissimo: _Sant'Ambrogio_! E quando si ha da fare coi santi, non si scherza e non c'è più tempo per i poveri mortali. Dico bene, Barbarani?

BARBARANI. _Benissim_! Son proprio _content_!

E il nobile Barbarani era davvero molto contento. Ormai, per le leggi dell'etichetta, era la marchesa che doveva presentare Giordano Mari a quel lunatico impetuoso del Borghetti.

CARLO BORGHETTI (_alzandosi e offrendo alla marchesa, con un inchino, un biglietto di banca_) Se permette, marchesa... il mio debito.

_La marchesa_ (_mostrando le cento lire a Giordano Mari e poi chiudendole nel portamonete colle dita tremanti e con un lampo di gioia ingorda negli occhi spelati_) Sono... per i miei poveri. (_Trattenendo Carlo Borghetti mentre le dà la mano e fa per andarsene, e presentandolo_) L'architetto Carlo Borghetti: Giordano Mari.

GIORDANO MARI (_Un grande inchino, e tutti i soliti complimenti: molto espansivo. L'altro risponde appena senza guardarlo, occupandosi solo della sua mano che gli si è un po' sfasciata_).

_La marchesa_. Soffrite?

— No.

BARBARANI. Dovresti farti fasciare di nuovo e un po' meglio col taffetà, dal dottor Speranza.

— No.

_La marchesa_ (_che ha sempre bisogno di muoversi per quella sete che la brucia viva, ma non la dimagra: alzandosi adagio, appoggiando le mani al tavolino, soffiando e sbuffando; due minuti per ripigliar fiato; poi, accettando il braccio del Barbarani, e avviandosi con un po' di ondulamento_) Andiamo in cerca del dottore (_si sentono gli accordi al pianoforte_) Sst! (_ascolta un momento_) il Falstaff!... Andiamo a farci vedere nel salone, da Venceslao. È troppo buono; non merita dispiaceri.

Giordano Mari, per lasciar passare tutta la magnifica marchesa col Barbarani, resta indietro, vicino a Carlo Borghetti.

Quella presentazione è stata troppo breve, troppo superficiale; egli ha paura che Carlo Borghetti gli sfugga; vuol trattenerlo ad ogni costo; ma, per trattenerlo, bisogna parlare.

Che cosa dire? Che cosa dire?

Giordano Mari ha la smania di parlare e non trova una parola. È rimasto ad un tratto, per combinazione, per dispetto, col cervello vuoto e colla lingua di piombo. Eppure bisogna parlare, parlare! Bisogna rompere il ghiaccio, o lasciarselo scappare!

Ma ogni istante che passa è un'occasione perduta; ad ogni istante cresce l'impiccio del momento... Giordano Mari si sente persino ridicolo.

Parlare? Parlare?... bisogna trovar le parole per parlare!

Carlo Borghetti rimane sempre più impenetrabile, freddo, muto, in un atteggiamento quasi ostile: si sforza per annodare la fasciatura di seta nera attorno alla mano.

GIORDANO MARI (_a un tratto, con premurosa gentilezza_) Permette? Potrei aiutarla?

CARLO BORGHETTI (_cacciando subito la mano nella sottoveste_) Grazie; ho finito. (_Gli volta le spalle e fa per andarsene_).

GIORDANO MARI (_tenendogli dietro ostinatamente, dicendo il primo scherzo, le prime parole che gli corrono sulle labbra_) È stato un duello, non è vero? Me l'ha detto l'amico Barbarani! Un duello con una bottiglia!

CARLO BORGHETTI (_fermandosi, voltandosi, fissandolo serio_) No, non è vero; non l'ha detto. Il Barbarani non dice sciocchezze! (_Guarda ben fisso Giordano Mari ancora per un istante, poi dà un'alzata di spalle e se ne va_).

L'altro rimane sbalordito, a bocca aperta.

IX.

LA SIGNORINA EMMA E CARLO BORGHETTI MENTRE GLI INVITATI SI AFFOLLANO NEL «BUFFET.»

Emma ha sentito dal Barbarani che suo cugino Carlo si è ferita una mano «abbastanza serissimament» col vetro di un bicchiere. Inquieta, corre a cercarlo dappertutto: lo trova, alla fine, solo soletto, seduto in un angolo della stanza più lontana, in fondo all'appartamento. È lo studio del cavalier Venceslao, denominato «_lo studio del Maestro_», perchè le pareti sono tappezzate colla raccolta completa di tutti i ritratti di Giuseppe Verdi, coi quadri allegorici di tutte le sue opere; coi ritratti degli interpreti più famosi. Sulle scansie, sulle mensole, statuette, figurine in bronzo, in terracotta: Aida, Ernani, Otello, il Trovatore, Falstaff, il gruppo dei tre congiurati del _Ballo in maschera_. Il calamaio, in argento russo, sempre pronto, con un quinterno di musica, vicino al pianoforte verticale, rappresenta una tomba colla iscrizione in oro: _A Carlo Magno sia gloria e onor_!

EMMA (_correndo appena lo vede, presso il cugino, che, sorpreso, si alza di colpo chinandosi per salutarla_) Ti sei fatto male?...

CARLO. No, no.

EMMA. Mi ha detto il Barbarani che ti sei tagliato una mano con un bicchiere?

— Non è niente!

— Che non sia rimasto nella ferita qualche pezzettino di vetro?... Lasciami vedere!

— Grazie, ma non ne val la pena! Mi son fatto lavare anche col _sublimato_.

— EMMA (_con stizza_) Quel benedetto dottore! C'è sempre, tranne quando occorre! È appena andato via!

CARLO (_sforzandosi per sorridere, per scherzare_) Non è necessario amputarmi la mano, proprio stasera!... Il tuo dottore potrà aspettare fino a domani!

EMMA (_osservandolo_) Ti sforzi per scherzare, ma devi soffrir molto. Sì, perchè sei pallidissimo. (_Gli tocca la fronte_) Dio mio, come bruci!... E hai gli occhi rossi, gonfi! Si direbbe persino che hai pianto! E poi ti sei nascosto quaggiù, solo solo, vuol dire che la tua mano ti fa soffrire. Forse avrai anche un po' di febbre...

CARLO. Ma no!

EMMA. Lasciami vedere. Voglio vedere!... Almeno ti fascierò un po' meglio. Un po' più stretto. (_Gli prendo la mano, gliela sfascia lentamente, e lentamente ricomincia a fasciarla di nuovo_).

_Carlo_ (_Sta lì, proprio lì, sotto le sue labbra, quella testina cara e adorata... tanto cara e adorata e tanto bella! La fissa cogli occhi imbambolati, mentre quei due o tre bicchieri di vino bevuto, senza esserci avvezzo, gli ronzano nel cervello. Ad un tratto, barcollando, si china, quasi per baciarla, per toccarla colle labbra... ma non la tocca; si tira su: è ancora più stravolto: fra sè, confusamente, sentendo la vocetta del Barbarani ripetere ciò che aveva detto a pranzo: «Le ragazze oneste non amano altro che il matrimonio... La ragazza gli piace? Avanti!... La sua brava domanda e il suo bravo matrimonio...»: forte_) Emma!

EMMA (_spaventata_) Ti ho fatto male?

CARLO. No...

EMMA. Allora, lasciami fare. (_E colla ingenuità spensierata di una fanciulla semplice, sincera... innamorata di un altro, essa gli sfiora il naso, coi suoi bei capelli fini e odorosi, attortigliati in una massa pesante sulla nuca: gli si fa vicina vicina, quasi addosso, avvolgendolo col suo stesso profumo, col suo stesso calore, rivelandogli inconsapevolmente, coi suoi atti, colle sue movenze graziose e serpentine, l'incanto della sua bellezza giovane e fresca_) Così... così... Ecco; così va bene!

CARLO (_a un tratto: rauco_) Emma... Vuoi... _volete_ sposarmi?

EMMA (_lo guarda: scoppia in una risata_) Sì! Altro!... Quando vuoi!

CARLO (_di colpo, abbracciandola_) Ti amo! Ti amo tanto!

EMMA (_sciogliendosi con un grido: poi, a mano a mano, fissando Carlo: l'espressione del suo volto diventa triste, dolorosa: i suoi occhi, ad un tratto, si riempiono di lacrime_) Tu? Tu? (_con maraviglia, quasi con disperazione_) Tu? Carlo?

CARLO (_supplichevole; come scusandosi, come domandandole perdono_) Sì, ti amo tanto!... Sempre.

EMMA. Sempre?... E non mi hai mai detto niente?... Non mi hai mai detto niente?

CARLO. Ho sempre pensato di parlare: cento volte sono stato sul punto di parlare. Non ho mai osato. Ero contento di vederti, mi bastava vederti: ecco la mia più grande felicità! Parlando, temevo di perderti, mentre invece non ho mai preso sul serio il tuo matrimonio col Sebastiani. (_Con un'alzata di spalle_) Tu? con Sebastiani? Non l'ho mai creduto! Certi giorni mi faceva dispetto, ero geloso anche di lui, per la sua sfacciataggine, per le sue arie di intimità, quasi di padronanza; lo avrei strozzato! Ma poi vedevo te così indifferente... mi calmavo, ridevo del Sebastiani, e, dopo averlo trovato ridicolo, pensavo che anche lui, forse, ti amava davvero, e allora mi faceva compassione.

EMMA. Ma perchè non me lo hai detto subito? Perchè? Mi volevi bene? Tu? Tu? Ma... io non ci ho mai pensato. Tu?... A me?... Se siamo sempre stati insieme! Mi hai vista sempre!... Anch'io ti voglio bene, molto, molto... (_si ferma come interrogando sè stessa, si passa una mano sui capelli, sospirando, stralunando gli occhi_) Sì, molto: come a un fratello; ancora di più! Se tu me lo avessi detto prima, forse... Chissà? Chissà? Chissà?

CARLO (_fissandola, le prende una mano_).

EMMA (_guardandolo timidamente_) Io non sapevo nulla. Ti ho fatto dispiacere? Ti ho fatto del male?

CARLO (_tenendole sempre stretta la mano_) Sì, molto; adesso. Ma non importa per me. Dimmi soltanto, francamente, lo voglio; adesso è troppo tardi? Ho parlato troppo tardi?

EMMA (_lo guarda ancora fisso fisso: ad un tratto, si lascia cadere sul canapè, scoppiando in lacrime. Sono quelle lacrime stesse che durante il suo colloquio con Giordano Mari le erano corse tante volte alla gola, e che adesso soltanto trovano libera la via di prorompere, per quel gran dolore del suo povero amico_).

Carlo, immobile, muto, l'osserva attentamente: le lacrime e i singhiozzi di Emma sembrano calmare il suo turbamento, il suo sconvolgimento. Egli non trema più; non è più barcollante. I suoi occhi sono più incavati, ma vivi; lo sguardo è risoluto. La sua voce è mutata; è un'altra; ma pure è ferma, chiara. — Le lacrime di Emma son la risposta della fanciulla: egli non ha più nulla da sperare: il suo destino è segnato. L'uomo — _un uomo_ — a costo di morire, non deve nè imprecare, nè lagnarsi contro il proprio destino; deve accettarlo, subito: _un uomo_ deve essere forte.

CARLO. Adesso è troppo tardi?... Giordano Mari, non è vero?... Lo ami?

EMMA (_col capo chino accenna di sì_).

CARLO. Te lo ha detto?... Ve lo siete detto?

EMMA (_aspetta un istante, guarda Carlo, torna a chinare il capo e accenna un'altra volta di sì_).

CARLO. Stasera?

EMMA. Sì.

CARLO. E... hai fissato? Avete fissato? Vi sposerete?

EMMA. Non so. Questo... non so.

CARLO. Non sai?

EMMA (_sottovoce, timidamente: sempre senza osare di guardarlo_) Non me lo ha detto.

CARLO. E... (_ancora un'ultima esitazione: forse coll'ultimo filo di speranza_) e quando lo dirà?

EMMA. Allora... sì.

CARLO. E la mamma? Ma la tua mamma?

EMMA. Non so certo, avrò molto da lottare, da soffrire; ma pure... oramai è deciso; è così. Quel che _lui_ mi dirà di fare, farò.

CARLO. Anche... anche _contro_ tua madre?

EMMA. _Lui_ non mi potrà mai consigliare una cosa mal fatta.

CARLO. Ma... lo conosci? Sei sicura di lui? — Come ne sei sicura? Lo conosci bene?

EMMA. Lo sento!

CARLO. E subito?... Ti sei innamorata subito? In così poco tempo? Come ha fatto? Come hai fatto?

EMMA. Non so: appena l'ho visto; fin dalla prima volta. L'ho visto così grande! Tanto superiore a me! E la prima volta che mi ha parlato ho sentito... che era padrone lui di me. Mi pareva quasi di dovermi inginocchiare dinanzi a lui.

CARLO. E vi siete veduti... molte volte?

EMMA. Due... tre soltanto.

CARLO. E... vi siete detto di volervi bene?

EMMA. No, mai, stasera...

CARLO. Stasera sì?

EMMA (_balbettando_). Non domandarmi più niente... più, più; te ne prego. Ora sai tutto (_quasi con rassegnazione accorata: quasi col presentimento di dolori misteriosi, lontani_) Non parlamene più. Mi fa male; tanto male. Per me... e anche per te.

CARLO (_dandole la mano_) Sei buona: hai sempre ragione. Ti prego; soltanto questo: dimentica quanto ti ho detto.

EMMA. Dimenticare quanto mi hai detto? Ma, Carlo, ti par possibile? Potrei dimenticarlo?

CARLO. Ebbene, anche fra me e te dev'essere come se io non ti avessi parlato... non ti avessi detto niente.

EMMA. Con _lui_, come con tutti gli altri, come fra me e te: sarà come se tu non mi avessi detto niente.

CARLO. E sarò... sono tuo fratello?.... Ancora?

EMMA (_con entusiasmo_) Sì! Sì! Sempre! Sempre!

CARLO (_dopo un momento di silenzio_) Asciugati gli occhi. Cerca di ricomporti. (_Più serio, quasi grave_) Lui adesso dove sarà?

EMMA (_interrogandolo cogli occhi, meravigliata_) Non so. Perchè?

CARLO. Poco fa, nervoso, irritato, gli ho risposto male. L'ho offeso; l'ho provocato. Voglio cercarlo, vederlo: gli domanderò scusa. Tu gli vuoi bene: gli domanderò scusa.

X.

DUE AMICI.

Nella sala del _buffet_:

GIORDANO MARI (_prendendo il sorbetto: la sola cosa che in quel momento gli possa passar dalla gola: fra sè_) Consigliarmi col Barbarani?... Mi par di sentirlo, quel piccolo guerriero da club!

— _Felicissim_! Una questione d'onore? _Benissim_!

— E, intanto, se io piglio una sciabolata?... E pazienza la sciabolata; ma se mi toccasse di restare a letto?... Di non potermi muovere per una decina di giorni?.. Allora gli affari? Chi potrei mandare a Padova da quel vecchiaccio esoso di mio fratello colla lusinga del gran matrimonio?.. E l'armistizio da concludere col Finardi e compagnia? — _Benissim! Felicissim!_ — ma, intanto, se sono a letto e non mi posso muovere?... Io devo restare sulla breccia: cambiali e signorina Dionisy. (_Dopo due o tre cucchiaini di sorbetto: con un sospiro_) Ma se anche mi lascio insultare senza chiederne ragione, addio poesia e addio matrimonio, per un altro verso! (_Con stizza sempre crescente: le contrarietà, le incertezze, i «pasticci» lo urtano, gli seccano, lo fanno andare in bestia_) Questi borghesi arricchiti colle macchine e coi traffici e diventati nobili coi quattrini... Che piccola e brutta gente! Hanno nel sangue tutti i pregiudizii della stirpe bottegaia, compresa la fissazione che si debbano pagare i debiti sino all'ultimo soldo, non un minuto dopo della scadenza. E insieme si sono caricati anche dell'altra zavorra, i pregiudizii aristocratici. Vi parlano di correttezza e di diritto divino, di economia domestica e di splendore del casato; sono forti sul terreno e nell'aritmetica, hanno la vanità del loro stemma e del loro bilancio: fanno da maggiordomo o da gentiluomo, da fattore o da principe, secondo le ore della giornata e, come tutti gli ibridi, hanno, per atavismo, tutte le avidità del mercante e, per innesto, tutti i fumi del patrizio! (_Il sorbetto ingollato in fretta e in furia gli dà un dolore nevralgico acutissimo alle tempie: si ferma, chiude gli occhi: quando il dolore gli passa e li riapre, rimane distratto, guardando fisso il resto del sorbetto, e facendo scorrere fra le dita il cucchiaino_) Ed Emma?... Carina, lei, a dispetto della razza! Carina in tutti i modi! Colla freschezza sana e soda di una bella figliuola del popolo, e i piedini da marchesa. Con un'affettuosità sentimentale, docile, remissiva e credenzona; coll'onestà profonda della donna borghese nel sangue, e nell'anima, invece, le raffinatezze romantiche. Facile ad esaltarsi, ad entusiasmarsi e facile anche ad accontentarsi. Un amore di moglietta, sempre in adorazione dinanzi a suo marito... e che suo marito potrà educare in tutto e per tutto all'osservanza delle leggi ed alla moderazione. (_Cercandola cogli occhi lustri_) Ma dov'è? Dove s'è cacciata quella... marmottina? Il colpo mi è riuscito, stasera, ma non bisogna perderla d'occhio. (_Finisce in fretta il gelato; si asciuga i baffi col fazzoletto: gli viene un'idea_) Se, invece, andassi a consigliarmi direttamente da lei, riguardo a quell'«oltracotante» di suo cugino?... Mi ascolterebbe tremando, a bocca aperta — che bocchina deliziosa! — ed io mi farei consigliare di non prendere la cosa sul serio per amor suo, di lei. Già, nessuno mi toglie dalla testa che quel bisbetico architetto è un altro Sebastiani, e, anzi, con più gradi di bollore! È innamorato della fanciulla. (_Con un sorrisetto di compiacenza_) E... il poeta?... È gelosissimo del professore! La gran simpaticona quella Fanny! E poi suo marito è deputato: un voto di più per la mia cattedra. (_Rannuvolandosi_) E Borghetti? È il Borghetti che mi manca sul più bello! (_Tornando all'idea di prima_) Emma! Emma! (_La cerca cogli occhi, in mezzo a tutta quella gente, — le signore sedute, gli uomini in piedi, — che si affolla rumorosamente mangiando e bevendo attorno alla tavola del_ buffet). Dov'è andata? Forse da sua madre? Anche quella suocera, un ideale! Per farla scappare, basterà aprir le finestre! (_Guarda ancora tra la folla, alzandosi in punta di piedi_) No, non c'è. E nemmeno suo cugino! E nemmeno il commediografo! Che io abbia preso un gambero, e che la marmottina non sia invece altro che una famosa civetta? E che si diverta a tener in gioco l'architetto, il commediografo, e magari anche il professore? (_Va a spiare fra le tende dell'uscio a destra, che mette nel salottino dove si fuma_).

Niente. Emma non si vede.

C'è un generale che si sfoga col prefetto contro i socialisti, e c'è Venceslao col sindaco di Milano: il cavalier Venceslao, le belle mani bianche da pianista incrociate dietro le reni, la bella testa un po' china, approva, umile in tanta gloria, una idea del sindaco, il quale vorrebbe intitolare col nome di Verdi una delle principali piazze di Milano.

Ad un tratto, Giordano Mari, sempre spiando fra le tende dell'uscio a destra, sente la voce di Sebastiani e caccia fuori la testa: Sebastiani non è con Emma. È invece colla d'Arborio.

GIORDANO MARI (_si nasconde di nuovo, ma in modo da poter osservar bene la d'Arborio da vicino: fra sè, con stupore ammirativo_) Un milioncino, mi ha detto il Barbarani! (_Dopo aver calcolata la grossa dote accanto alla grossa contessina_) Sarebbe guadagnato!... Ma sarebbe sempre un milioncino!

La D'ARBORIO (_strillando forte perchè ha «un gran secreto», una confidenza da fare al Sebastiani_) Sì! Sì! Voi mi avete conquistata! Io vi voglio aprire tutto il cuor mio! Ma solo a voi! Più vicino!... Solo a voi! (_Nino Sebastiani non si muove: la d'Arborio gli va sopra, quasi addosso_) Ditemi la verità: la verità del pensiero, del sentimento vostro: avete voi pure tutta questa grande ammirazione settentrionale (_sottovoce_) per i Promessi Sposi?

NINO SEBASTIANI (_soffoca_) ... No.

La D'ARBORIO (_strillando_) Ed io nemmeno! Solo a voi lo dico! Ed io nemmeno! Propriamente no!

GIORDANO MARI (_guardando dall'uscio a sinistra_) Finalmente! (_Emma esce dallo studio del Maestro: è seguita da Carlo Borghetti_) Toh, toh, toh! Era coll'architetto! (_Giordano Mari pensa che l'architetto, per vantarsi, avrà raccontato alla signorina la scena successa fra di loro: un sogghigno cattivo gli fa diventare la faccia lunga e verdognola_).

EMMA (_appena lo vede, gli corre subito appresso: un po' più timida, arrossendo, combattuta dalla verecondia e dall'amore_) Carlo, mio cugino, vuole parlarle, vuole scusarsi con lei per alcune parole di poco fa. (_Supplichevole, fissandolo con gli occhi belli, illuminati_) Mi promette, non è vero, di essere generoso, di essere buono?

GIORDANO MARI (_dignitoso, diplomatico_) Ma... che cosa le ha detto il signor Carlo Borghetti?

EMMA. Ha timore di averle risposto male, di averla offesa.

GIORDANO MARI (_interrompendola: eroico_) Appunto: volevo rivolgermi al Barbarani ed al maggiore Costamagna per avere una spiegazione.