L'idolo

Part 4

Chapter 43,478 wordsPublic domain

Nel salone del concerto: la folla degli invitati: il maestro Arnaldi, del Conservatorio, eseguisce mirabilmente le _Trascrizioni di Liszt sull'Aida_: mormorii di approvazione: il cavalier Venceslao, — la cui bella testa italiana ha maggior risalto col _frak_ e la cravatta bianca — ritto in piedi, accanto al pianoforte, volta le pagine della musica, ringrazia sorridendo, con dignitosa affabilità, il pubblico plaudente, o lancia occhiate terribili se appena uno si muove o dice una parola.

In fondo al salone, nascosti dalla portiera dell'uscio a destra: Guido Bardi e donna Fanny: scena di gelosia, sotto voce, ma vivacissima: quella stessa mattina donna Fanny è stata veduta sul Corso, dopo la messa in duomo delle dieci e mezzo, con Giordano Mari.

Accanto alla portiera dell'uscio a sinistra: Nino Sebastiani, colla faccia stralunata e l'occhio sempre attento con inquietudine ansiosa verso il grande finestrone che mette sul terrazzo: si lascia fare una gran corte dalla contessina d'Arborio: una nanerottola napoletana, pertinacemente signorina dopo i trent'anni, che ha perduto una riputazione e sta formandosene un'altra, tutto ciò con un volumetto di _Note e frammenti_ — versi e prose — assai fisiologicamente psicologici.

Nella sala da giuoco: la marchesa Gonzales, più gonfia per le strettoie del busto, più che mai abbarbagliante per i vividi colori dello sfarzoso abbigliamento, più che mai bisbetica e più che mai rabbiosa, per la smania che la rode di un bicchier d'acqua gelata, si sfoga colle sue conoscenze — tutti uomini e tutti bei giovinotti! — contro quel genio inconcludente di Guido Bardi, che non è corso ancora a complimentarla, e per conseguenza anche contro donna Fanny, che scappa via in furia dalla messa, per trovarsi sul Corso con quel luterano... che nessuno sa chi sia!

Nel salottino verde e quasi buio della biblioteca: la signora Letizia, quella sera più che mai sofferente, e perciò lontana dalla luce, lontana dal caldo, lontana dalla folla. Mollemente sdraiata sulla lunga e morbida poltrona, come in un lettuccio, scintillante di gemme e ancora affascinante, in quel mistero della fida penombra per l'incerto bagliore delle spalle e delle braccia ignude, essa sospira e langue, co' suoi più intimi, per il caldo che l'opprime, per i suoi nervi, per Venceslao che ne fa strazio a suon di musica, per Emma ingrata e disobbediente che non si cura di lei, che non si fa mai vedere, che non le vuol bene affatto.... E di tanto in tanto interrompe il lamento e manda il dottore sulle traccie della figliuola, per tenerla d'occhio, per sapere almeno con chi parla. Ma anche il dottore sembra molto preoccupato, sfiduciato, e se ne va in punta di piedi alla ricerca di quella _tosa_ senza giudizio, scrollando il capo e sospirando.

Sul terrazzo: Emma e Giordano Mari. Ci si vede appena, perchè la notte è bella, ma senza luna, e il salone di faccia, illuminato, lascia il terrazzo ancor più nell'ombra.

_Le Trascrizioni di Liszt sull'Aida_ stanno per finire.

EMMA. No! No! Adesso no! Mi lasci andare dalla mamma! Chissà che cosa dirà la mamma!

GIORDANO MARI. Resti ancora!... Tacerò!... Non ho sempre taciuto tutti questi giorni?... Tacerò! Per me sarebbe una colpa parlare! Per questo l'ho sempre sfuggita! (_con una amarezza che mostra i bei denti candidi fra la barba bionda_) All'uomo consacrato alla ragione, non è concessa la follia del sentimento!... Eppure... questo le dicevo, questo le voglio dire, questo solo. Era il misterioso fascino della simpatia o la suggestione eterna della bellezza? Era la visione di un'anima o l'incontro fatale del destino? Tutto; la folla, il fragore delle approvazioni, l'ansia del successo, il momento presente, l'evocazione immaginosa del passato, tutto si allontanava, illanguidiva, spariva!.. I suoi occhi soltanto; non vedevo altro che i suoi occhi dolci e buoni; i suoi occhi lucenti e fissi, che si erano impadroniti di me, coll'intimo, profondo turbamento di una nuova commozione, che si eran fatti oramai i visibili e magici conduttori della mia parola e del mio pensiero.... Signorina! (_trattenendola perchè il maestro Arnaldi ha finito, scoppiano gli applausi, ed Emma rossa, confusa, intimidita, tremante e fremente, vuole scappar via_) Ancora!... Ancora! Vederla soltanto! (_Le afferra la mano colla quale Emma tiene il ventaglio, gliela stringe forte, le fa male, molto male_).

EMMA (_non si oppone, non dà il più piccolo grido. È lui: essa è contenta che la faccia soffrire; è contenta di quel dolore: essa lo sente; essa sola lo sa!_)

GIORDANO MARI (_continuando a stringere la povera manina_) Vederla così!... Così bella!... Tacerò... o parlerò, ma come parlerebbe un babbo colla sua figliuola.

EMMA (_interrompendolo, urtata, offesa da quel confronto nella poesia del suo cuore_) No! No! (_ed alza l'altra mano rimasta libera per chiudergli la bocca... ed anche per nascondere quei denti bianchi di cui sente istintiva la vicinanza e l'insidia_) No! No! Così no!... Così no! Non dica così!

_Giordano Mari_ (_lasciandole la mano rimasta tutta rossa, tutta livida_) Eppure, signorina, è la verità: la verità che io non devo mai dimenticare che domando alla vita, al passato, che cerco di evocare dalla storia e di concretare colla filosofia e colla scienza: la verità; l'inesorabile e spietata verità che mi nega Dio... e mi toglie lei.

EMMA (_alza gli occhi sbigottita, poi rimane a guardarlo maravigliata: il cielo profondo, immenso, è pieno di stelle, e il pensiero di quell'uomo vi spazia solo, libero, sicuro. Egli impone un nome e una legge ad ognuna di quelle stelle e ne diventa il padrone. E, inconsapevolmente, la giovinetta superstiziosa e pia, la signorina cattolica e aristocratica, pensa che doveva essere così, così biondo, così bello e così forte — e pure in frak collo sparato bianco — l'angelo ribelle, il Lucifero di Milton. Essa ritrae da quell'uomo l'immagine della grandezza, e si sente umile al suo confronto, si sente debole, piccina. China il capo confusa; rimane intimidita, ma non lo fugge, gli si avvicina invece con un moto irresistibile, pieno di grazia, di verecondia e di abbandono.... gli si avvicina palpitante, attratta da un misterioso e nuovo sgomento, attratta, commossa, dall'irresistibile poesia dell'amore_).

GIORDANO MARI (_guardandola, trovando maravigliosi quei capelli, i contorni di quel collo sottile, di quelle spalle candide e delicate, sboccianti colla fragranza d'un fiore dal modesto decolleté_) Dunque?... papà... no?

— No.

— Eppure... è così. È perchè sono oramai un giovine vecchio, che lei deve avere in me tutta la fiducia, ed io devo impormi la calma e il ragionamento. Per questo ho aspettato che il Barbarani me lo dicesse tre volte, in tre occasioni diverse, prima di farmi presentare a sua madre, prima di venire in casa sua. Per questo è la prima volta che oso parlarle da solo a sola... (_si avvicina di più, quasi a toccarla_).

EMMA (_trasalendo: allontanandosi_) È finito! (_infatti il pianoforte tace_) Mi lasci andare.

GIORDANO MARI (_senza muoversi: rimanendo appoggiato alla ringhiera del terrazzo_) Ricominciano. Chi è quel signore calvo e pingue che si accinge a cantare?

— Il maggiore Costamagna.

— Che cosa viene adesso?

— Il _Credo_ di Jago.

— Ecco, incomincia. Suo padre volta le pagine lanciando occhiate terribili: chi oserebbe muoversi adesso? Entrare in sala?

EMMA (_sorride e resta_).

GIORDANO MARI (_ritornando a guardarla molto e riprendendo il discorso di prima per ispirarle sicurezza e far combattere da lei stessa l'ostacolo dell'età, che egli capisce sarebbe stato il primo sollevato dalla gente contro di lui_) Se non come suo padre... pensi, signorina, io avrò per altro... quasi l'età del ministro Albertoni!... Di suo zio!

EMMA (_subito_) Ma lo zio è molto più giovine del babbo!... È fratello della mamma! (_mettendosi, sorridendo con una cert'aria maliziosa, l'indice sulla bocca per raccomandare il segreto di quella sua gran confidenza_) Ha due anni meno della mamma!

GIORDANO MARI (_trovandola ancora più graziosa e piacente in quel passaggio dal candore sentimentale alla furberia birichina_) Lei, vuol bene a Sua Eccellenza?

EMMA.... Sì; è molto simpatico.

GIORDANO MARI (_con aria disinvolta, senza parere: ma ha parecchie domande da fare che gli premono assai: fissando, ammirando la fanciulla tutta bianca e vaporosa, come l'evocazione fantastica di quella notte calda di giugno, egli non le dà, per sfondo al bel quadro, il cielo immenso e stellato: ma invece tutte le finestre illuminate dello splendido e ricco palazzo, in cui si raccoglie il _superchic_ della nobiltà e dello sfarzo milanese. Quel fiore candido e profumato, quella fanciulla soave deve essere l'apportatrice di pace nelle preoccupazioni finanziarie che lo turbano, che lo agitano, che diventano di giorno in giorno più gravi e più minacciose: e nello stesso tempo la nipotina prediletta di Sua Eccellenza il ministro Albertoni deve essere pure l'araldo gentile della sua gloria: ed anche sotto questo rispetto la sua fortuna: e guardandola pensa con compiacenza_) Non una fortuna cieca, ma con due occhi maravigliosi. (_Forte_) E Sua Eccellenza, vedendola così bella, vedendola così buona, le vorrà molto bene?

— ... Sì; credo.

— Per altro... non vivono insieme?

— Lo zio è quasi sempre a Roma.

GIORDANO MARI (_con voce timida, commossa, profonda — un capolavoro — anche perchè sta perdendo sinceramente la testa_) Voglia un po' di bene anche a me, signorina!

EMMA (_diventa rossa, poi pallidissima_).

GIORDANO MARI (_supplichevole, umile, implorandola, domandandole scusa_) Non ho detto niente! Non ho detto niente! Non mi risponda! Non mi risponda! Non mi mandi via!... Stiamo a sentire. Non parlo più! Che meraviglia di musica!

La voce baritonale del maggiore Costamagna è un po' aspra, un po' sforzata, ma la signorina Emma e Giordano Mari non se ne accorgono e la trovano davvero deliziosa. Emma sente che comincia allora un'altra vita per lei: che non è più la fanciulla di poco prima: sente che essa ormai appartiene a quell'uomo, il quale, fino dal primo momento che le è apparso, l'ha subito dominata, si è impadronito della sua immaginazione e dei suoi sensi... e Giordano Mari, in quel punto, è vinto a sua volta da un desiderio solo, quello di abbracciarla; dal desiderio ardentissimo di quei capelli odorosi, di quel bel corpo flessuoso e candido come giglio. Non fosse la ricca ereditiera; non fosse la nipote di un'Eccellenza, non la bacerebbe ugualmente molto _volentieri_?.. E per questo egli sente che il suo amore è spontaneo e disinteressato, e che egli dunque ha tutto il diritto di amarla.

Costamagna finisce il _Credo_: Venceslao ringrazia il pubblico: il buon dottore approfitta del movimento della folla e capita sul terrazzo in punta di piedi.

_Il dottore_ (_ad Emma: Giordano Mari si è allontanato a tempo_) Ma con l'umidità del giardino, la mia tosa, vuoi anche buscarti un po' di febbre?... Qui! Da brava! (_le prende il braccio e lo mette sotto il suo_) Andiamo — vero? — dalla mamma!... È un po' nervosina stasera... (_sospiro, pausa_) non bisogna tenerla agitata. E Sebastiani? (_pausa_) Hai veduto Sebastiani?

EMMA (_assai distratta, tenendo dietro coll'occhio a Giordano Mari, che entra nel salone e si avvicina a donna Fanny_) No!

_Il dottore_ (_osservandola_) Non hai la _cerina_ solita... hai le labbra pallide... (_toccandole la mano e tastandole il braccio_) sei fredda... fredda. Sei stata troppo sul terrazzo senza niente sulle spalle. (_Pausa: torna a fissarla, a studiarla_) Hai preso — vero? — le cartine di fosfato?

EMMA. Sì; le ho prese.

_Il dottore_. Allora — vuoi? — andremo dopo dalla mamma. (_Pausa, fa due o tre passi, conducendo Emma verso Nino Sebastiani, il quale, appena vede il conferenziere entrare nel salone, fa un sospiro di sollievo e, voltando le spalle alla finestra del terrazzo per mostrarsi affatto indifferente con Emma, parla forte e gestisce molto animatamente colla contessina D'Arborio. — Il dottore ad Emma con una strizzatina d'occhi assai espressiva_) Dobbiamo sentire anche noi che cosa dice il nostro Nino Sebastiani?

EMMA (_che ha visto Giordano Mari allontanarsi dal salone con donna Fanny: nervosissima_) No. Non seccarmi sempre con quel tuo antipatico Sebastiani! Andiamo dalla mamma!

_Il dottore_ (_scrolla il capo, diventa sempre più tenebroso: con un sospiro_) Mah!.. (_Poi, mentre passano vicino al cavalier Venceslao_) La signora Letizia... ti raccomanda di non stancarti troppo. Prendi un bicchierino di Bordeaux, con due dita di Vichy.

Il cavalier VENCESLAO (_calmo, affabile, sorridente_) Adesso daremo le _Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos_.

VIII.

DURANTE E DOPO LE _Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos_ E IL «PACE, MIO DIO!» DELLA _Forza del Destino._

Giordano Mari e donna Fanny dietro la stessa portiera che nascondeva prima donna Fanny e Guido Bardi.

GIORDANO MARI (_tenero_) Finalmente!

FANNY. Bravo, professore! (_Quando è stizzita o vuole scherzare lo chiama sempre professore_). Vi ricordate che ci sono anch'io a questo mondo!

GIORDANO MARI (_inchinandosi graziosamente ed osservando con un sorriso di compiacenza e una cert'aria di ricognizione tutto ciò che rivela lo scollo del busto o che lasciano trasparire i veli e le trine_) Bellissima!...

FANNY (_percuotendolo leggermente sui capelli col ventaglietto lungo, chinese_) E... soltanto per lei!

GIORDANO MARI (_continua ad ammirarla, approvandola per la toilette e il resto_) Brava! Brava! _Patet dea_!

FANNY (_calmandosi; fissando, come Emma, i bei denti bianchi di Giordano Mari) Con questi calori!... Con un programma storico-biografico_ di dodici numeri!.. Dall'_Oberto di San Bonifacio al Falstaff_!.. (_Sempre come sopra e cogli occhi sempre più lucenti_) Se proprio non fosse stato per il signor professore, avrei inventata l'emicrania; oppure che mio marito doveva arrivare da Roma!

— Vi offrirò un quadretto votivo: Per _grazia ricevuta_!

FANNY (_Percuotendolo ancora col ventaglio, ma più forte e sul naso_) Sciocco!.. (_Tornando in collera_) Tutta sera, sempre con Emma!.. Ed io, invece, per tutta sera, rimproveri, minaccie, disperazioni e lacrime! Un bel divertimento! Musica e gelosia! E intanto Emma si monta la testa. Non dica di no! Si vede subito! Si monta la testa! Voglio sapere di che cosa parlavate, vicini vicini, come due colombe, sulla ringhiera del terrazzo, il professore fissando le stelle, la signorina, la punta dei piedi! — Voglio saperlo!

— Si parlava di cose indifferentissime! Di arte, di letteratura, di filosofia; di Nietzsche e... di Puvis de Chavannes.

— Una conferenza! Un'intiera conferenza! (_Più stizzita che mai_) Lei, caro signore, doveva farsi presentare alla marchesa Gonzales, come le avevo imposto; doveva far la corte alla marchesa Gonzales e tenerle alla marchesa le sue conferenze! Invece, il grand'uomo si diverte a farsi ammirare, a farsi adorare dalle fanciulle sentimentali, dalle fanciulle poetiche, ispirate! (_Con un sorriso e un'occhiatina maliziosa_) Ma... no, professore! (_Scrollando il capo e cantarellando sottovoce_) No! No! No! Con Emma, tempo perso! Appartiene alla drammatica! (_battendo comicamente le sillabe_) Alla dram-ma-ti-ca!

— Vede dunque? Le sue accuse sono ingiuste! Ho preferito la signorina Dionisy alla marchesa Gonzales, semplicemente per il senso estetico.

— Lei non professa l'estetica, ma la storia: deve, dunque, preferire la marchesa, per il senso storico.

Donna FANNY (_continua a scherzare, a punzecchiare Giordano Mari a proposito della signorina Dionisy: continua a scrollare il capo, a dir di no, ma, colla bocca mobile e quasi scintillante, si avvicina, come attratta irresistibilmente, alla bocca di Giordano Mari_) Lei, no!... Mai! Giammai! Emma appartiene alla drammatica, al-la dram-ma-ti-ca!

GIORDANO MARI (_punto sul vivo, ma trattenendosi_) Lei vorrebbe rendermi anche ridicolo! Crede che io non mi veda bene?.. Non mi conosca a fondo? La signorina Emma? Troppo ricca e troppo giovane: potrei quasi essere suo padre.

FANNY (_risentita e prorompendo_) Adagio, col padre, perchè anch'io allora, l'avverto, non ho che tre o quattro anni più di Emma!

GIORDANO MARI. Appunto; anche lei. Se avessi dovuto chiederla ai suoi genitori, mi avrebbero risposto di no.

FANNY (_pensa, riflette, ridiventando seria per quanto le è possibile_) Appunto; e allora, anche per ciò... ho ragione di non fidarmi! Lei... (_fermandosi colla punta del ventaglio, in atto di possesso, sullo sparato bianco della camicia di Giordano Mari_) lei potrebbe architettare un bell'intreccio, romantico-sentimentale, col lieto fine del matrimonio...

GIORDANO MARi (_diventa attentissimo: è anche un po' inquieto, ma si mostra indifferente e cerca di fare lo spiritoso_) Per rubare anche il mestiere al commediografo Sebastiani?

FANNY. Sicuro. Il mestiere e la signorina Dionisy, in un colpo solo. Lei...

GIORDANO MARI. Io?..

FANNY... Sì, lei; lei potrebbe pensare, per esempio: io faccio perdere la testa alla ragazza parlandole anche di Nietzsche e di Puvis de Chavannes, visto che tutte le strade conducono a Roma; e, una volta ben bene innamorata, la ragazza stessa può volere e imporsi al dispetto degli amati genitori... oppure la sensitiva comincia a perdere i colori e l'appetito, comincia a dimagrare, a languire, a soffrire, finchè salta in iscena il buon dottor Speranza; tasta il polso, scrolla il capo, pausa, sospiro, caso grave... e subito, _recipe_, il professore!

GIORDANO MARI (_sentendosi diventar rosso, ride forte, troppo forte_).

Donna FANNY (_mettendogli il ventaglio sulla bocca_) Sst!.. Silenzio! Non sentite? _Pace, mio Dio_! Ispiriamoci... e facciamo la pace anche noi.

— Chi è quel brutto sgorbio di soprano?

— La maestra Perticari. Ha insegnato a stonare, a bocca stretta, a tutta Milano.

— E il cavalier Venceslao?.. Come è grave, solenne in quel voltar del foglio!

— Ha una gran bella testa decorativa!

Finchè dura il canto. Giordano Mari e donna Fanny continuano a parlare molto sottovoce.

Donna FANNY (_quando il «Pace, mio Dio» sta per finire_) Cessa il canto; bisogna andare. — Io di qua: (_indicando nel salone Guido Bardi_) Ecco pronta... l'espiazione. Voi scappate in fretta di là, e speriamo che non vi abbiano veduto.

— E... domani?

— Domani?.. Due giorni di seguito? È impossibile.

— Sì! Sì! Da brava!

— Come si fa?...

— Un telegramma dell'onorevole! Arriva l'onorevole! Dovete andare alla stazione.

— Mai più: è una scusa che mi può servire soltanto per il pubblico; non per Guido Bardi. (_Con arguzia e molti sottintesi_) Vorrebbe venire anche il poeta incontro all'onorevole... alla stazione!

— Ah no!... Viva Dio!

Giordano Mari insiste, prega, supplica: donna Fanny risponde che non può e ripete:

— È impossibile!

Ma continua a scherzare, a ridere, a guardarlo, a fissarlo.

Ad un certo punto, lui si fa molto vicino; lei, pronta, si tira indietro e lo minaccia col ventaglio:

— È impossibile. E poi... lo avete meritato? — No. Dunque... non voglio.

La signora Perticari ha finito. Scoppiano gli applausi: anche Venceslao ringrazia col solito sorriso dolcemente dignitoso; tutti si muovono: bisogna andare, scappar fuori dal nascondiglio: non c'è più tempo di ostinarsi, c'è appena il tempo di cedere e di intendersi.

Donna FANNY. Alle due? Può alle due?...

Giordano Mari. Sempre! Quando vuole! Qualunque ora!

Donna FANNY (_gemendo_) Ma, Dio mio, come farò?... (_ci pensa: l'ha trovata_) Sì, va bene; alle due. Per essere libera, inviterò mia suocera a colazione.

GUIDO BARDI (_la lente ficcata nell'occhio; i baffi da gatto più irti che mai, avvicinandosi a donna Fanny colla faccia da volerla mordere: l'ha veduta mezzo nascosta dalla tenda della portiera, ma non ha potuto capire se quell'altro era proprio Giordano Mari_) Con lui? Ancora?

Donna FANNY (_comicamente tragica_) Sì; con lui! (_percuotendolo col ventaglio sul braccio: con un'occhiata che lo calma_) E col Barbarani! _Lui_ non è stato solo altro che con Emma. Sapete?... È il Sebastiani che mi pare molto in pericolo!

GUIDO BARDI (_ridendo con precauzione perchè gli può cadere la lente dall'occhio_) Oh! Oh! Oh! Povero Nino!

GIORDANO MARI (_nell'altra sala, incontrandosi col nobile Barbarani_) E l'architetto? Don Carlo Borghetti? Non è ancora venuto?

Il BARBARANI. Adesso! Adesso! In questo momento! Te l'ho detto, non è vero, che si è tagliata una mano con una bottiglia?... Cioè con un bicchiere?

GIORDANO MARI. Andiamo a cercarlo! Mi presenterai.

Il BARBARANI (_per cavarsela_) Non è venuto in sala: appunto, per via della mano fasciata. Ha salutato appena la zia, la signora Letizia, poi si è messo subito a giuocare all'écarté, una partita interessantissima, colla marchesa Gonzales.

— Andiamo anche noi a vedere; così mi presenterai a tutti e due.

BARBARANI (_imbarazzato_) Ti dirò — come vuoi, ma proprio stasera, quel lunatico nervosissimo...

È la terza volta che il Barbarani cerca scuse per ritardare quella presentazione: Giordano Mari, a cui invece preme assai dopo la lettera dell'editore Amodei, dopo certi discorsi fatti a Brera e all'Ambrosiana, e per altri suoi fini particolari, di entrare in amicizia con don Carlo Borghetti, il cugino della signorina Emma, lo guarda, lo fissa diventando serio.

BARBARANI (_subito_) _Felicissim_... (_Tossendo più forte_) Felicissimo!... Soltanto, volevo dir questo: un'ora di _tête-à-tête_ colla signorina Emma sul terrazzo; lunghissima conversazione e intimissima, sotto la tenda dei segreti, con donna Fanny... Diventi troppo pericoloso.

GIORDANO MARI (_con fatuità: prendendolo a braccetto_) Ormai, passò quel tempo, mio caro. Non sono più pericoloso per le signore.

— Ma sei pericolosissimo per me.

— Per te?...

— Precisamente!... E questa sera, per esempio, non ti presenterei una seconda volta, per tutto l'oro del mondo, nè al poeta, nè al commediografo. — Ohi! Furiosissimo l'Otello! E, per vendicarsi, ha promesso di scrivere un dramma in collaborazione con la contessina d'Arborio. La conosci? No? Quella brutta sagoma, più larga che lunga?... Quell'originale che fa la Sand?

GIORDANO MARI (_vivamente: coll'interesse di chi vuole acquistar cognizioni che, non si sa mai, possono sempre diventare utili_) La contessina d'Arborio? Una signorina letterata?

BARBARANI (_spiritoso_) Signorina e letterata... press'a poco.

— È ricca? Molto ricca?

— Questo poi sì. In mancanza di doti, ha una gran dote: un milioncino.

— Dov'è?... Voglio conoscerla.

BARBARANI (_con entusiasmo_) Subito! _Benissim_! Son proprio _content_!

GIORDANO MARI (_con calma_) No, no; dopo. Prima mi presenterai a don Carlo Borghetti.

Nella sala da giuoco: soli, ad un tavolino, la marchesa Gonzales e l'architetto. La marchesa sta facendo la partita all'_écarté_, per far passare il tempo e farsi passare la sete. Essa è in fortuna, marca sempre il re; e prova un ristoro alla compressione del busto — sforzo sovrumano di tre persone, la sarta e due cameriere — gridando addosso a donna Fanny.

_La marchesa_ (_giuocando_) È una matta! Non si può dir altro, è diventata matta! E per chi? Per un maestro di scuola. Sì; me l'ha detto uno dei miei amici, per mettermi in guardia; a Padova faceva il maestro di scuola. Un antipatico predicatore di spropositi!... Dev'essere anche un repubblicano, un socialista. Io, col mio colpo d'occhio famoso, appena visto, l'ho subito giudicato: è un po' di tutto... Peuh! — Ho fatto il punto (_lo nota_).

CARLO BORGHETTI (_risponde per lo più a monosillabi e giuoca distratto. Ha la faccia stralunata, un certo sorriso strano, melenso: ha una mano fasciata_).

_La marchesa_. Finirà, quella matta, a far nascere uno scandalo; a disgustare anche Guido Bardi, e... allora?

CARLO BORGHETTI. Allora... poco male.

_La marchesa_ (_facendo due occhi e una bocca da mangiarselo vivo_) Poco male?!

CARLO BORGHETTI. Sicuro! Se donna Fanny si lascia far la corte da un altro, vuol dire che il Bardi non le preme; e se non le preme, anche se lo perde... poco male.