Part 18
— Te ne prego, cara, assolutamente. E mi farai il preciso favore, a Milano, di non salutarla nemmeno più. Col suo Guido Bardi, e compagnia, è diventata una donna, ormai, troppo, moralmente, avariata.
Ed egli sta in guardia, e ancora più attento, alle lettere del dottore. Una, anzi, la fa sparire.
Il buon dottore annunziava appunto in questa lettera la partenza di Carlo da Milano per Val d'Olona, la campagna del Borghetti, non molto distante dall'Argentera e, dopo una lunga e fitta pagina di storia e di minuta diagnosi della malattia, concludeva «che il lentissimo e saltuario miglioramento era, pur troppo, da ritenersi più che altro apparente e momentaneo, senza il concorso di nessuna risultanza, di nessun dato favorevole che inducesse ad un pronostico soddisfacente.»
Emma, finchè Giordano è ammalato, non s'arrischia nemmeno di scrivere al suo povero cugino. Gli scriverà subito, dopo, appena Giordano sarà guarito... e non avrà più tante idee così strane per la testa.
— Adesso non bisogna inquietarlo; soffre, ha la febbre.
E Giordano ne approfitta per dire tutto il male possibile «di quel Borghetti» e per mettere in ridicolo anche il dottore:
— Credi, mia cara, il tuo illustre e straordinario cugino non è altro che un erudito. E gli eruditi, sai che cosa sono?... I nostri rigattieri. Gli ho letto qualche capitolo del mio _Sant'Ambrogio_, e ho fatto male. Per aver ascoltato il suo consiglio ho troppo abusato di note, di documenti, di erudizione. Di primo getto mi era riuscito molto più agile! Mah! a Milano fate presto a inventare i genii!... Come, per esempio, anche quel noioso e interminabile funerale del vostro Esculapio a ripetizione!
EMMA (_supplichevole, colle lacrime_) Il dottore, no! Il nostro buon dottore, no! Ti prego, ti prego!... Ma, pensa, quanto ha fatto per noi!... Devi voler molto bene anche tu al nostro buon dottore!
GIORDANO. Per noi?... Per te. Si sarebbe prestato ugualmente volentieri se invece di me si fosse trattato (_strizzando l'occhio_) di Nino o di Carlino. Un matrimonio è quel che preme!... Per far moltiplicare i clienti!... Ma poi questo non toglie, cara, che anche il tuo dottore, per quanto di moda, non sia un grande esagerato. Tu, per esempio, a voler dar retta a quel Torquemada, dovresti esser morta e sepolta! Invece sei una bellezza! la mia bellezza cara!... La mia gioia! Vieni, dammi un bacio.
Spariscono le lacrime. Emma, ridente, salta sulle ginocchia del «suo povero Nino ammalato», e per quel bacio ch'egli le chiede essa abbandona allo strazio dei suoi epigrammi il povero Carlo e il buon dottore.
GIORDANO. Del resto, se non sono diventati tutti imbecilli, e se non mi vogliono veder morto per la solita invidia nazionale, — dàgli addosso a quel cane che si è innalzato sugli altri!... accoppalo!... — se non è, dico, per questo, il _mio Sant'Ambrogio_ avrà un successo straordinario. Me lo scrive l'Amodei.
EMMA. _Sant'Ambrogio_?... Dunque, hai cambiato il titolo? _Sant'Ambrogio vescovo_, come vuole lo zio?
— No, come voglio io. _Sant'Ambrogio_, e basta. Io sono sopra tutto sincero e aborro i bigotti di tutte le chiese, specialmente delle chiese nuove: i più fanatici e i più ipocriti. — _Santo_, sicuro. Sai che cosa vuol dire _Santo_? — Uomo giusto; nient'altro. È l'ignoranza, gioia mia, gioia cara, che impone la doppia servitù del pensiero e della parola!
I fignoletti sono scomparsi affatto, da parecchi giorni, e Giordano Mari alle dieci del mattino è già uscito, ed è già stato alla posta, ufficio _Pacchi postali_, nella speranza di ricevere da Milano le prime copie della sua opera.
— Ancora niente.
— Niente.
Torna all'albergo brontolando contro la poca sollecitudine dell'Amodei ed entra subito al numero 31.
— Buon giorno, cara. È più tardi del solito e non hai ancora finito di vestirti?
EMMA (_come sempre, appena lo vede all'improvviso, correndo ad abbracciarlo con un grido di gioia_) Sei già stato fuori?
— Sì. A comperarmi dei sigari.
— E il libro è arrivato?
— Che libro?
— Il _Sant'Ambrogio_!
GIORDANO. Non seccarmi sempre col _Sant'Ambrogio_! Arriverà... quando arriverà.
EMMA (_ancora colle braccia attorno al collo del marito, indietreggiando a un tratto per guardarlo, per osservarlo bene_) Ma tu, scusa... (_gli tocca leggermente una guancia colla punta del dito_) Sicuro!... Sei gonfio!
GIORDANO. Gonfio! (_corre a guardarsi nello specchio_) Che mi venga qualche diavolo anche in faccia?
EMMA. No, no! È un po' di gonfiezza, soltanto. Apri la bocca! Lasciami vedere in bocca!
GIORDANO (_opponendosi vivamente_) Ma no, non seccarmi! Mi secchi! (_Cambiando tono, sorridendo_) Bambina!... Pare impossibile!... Sempre il mio tesoro di bambina che giuoca! Adesso ti diverti a giocare con me «al signor dottore». (_Avviandosi verso il numero 30_) Per te i dieci anni non saranno ancora passati, nemmeno quando ne avrai quaranta!
EMMA (_per seguirlo_) Vengo io!... Hai un po' di tintura d'iodio o di laudano?
GIORDANO (_con fermezza_) Ti prego: c'è la Carolina per gli unguenti e per gli empiastri. Fammi il piacere di sonare e di chiamare la Carolina. Grazie.
EMMA (_suona mortificatissima e facendo il broncio_).
GIORDANO (_ritornandole vicino, accarezzandole una mano_) Per un po', sta bene; ma adesso, basta. Le tue manuzzole sono troppo belle e desidero baciartele... senza sentir l'odore di seme di lino!
La CAROLINA (_precipitandosi in furia_) Sua Eccellenza! Il signor ministro! L'ho visto adesso entrare nell'_ascenseur_!
GIORDANO (_ad Emma_) Ricordati che io sono ammalato e che dormo! Già, non viene per me, ma per te! (_Passa colla Carolina nel numero 30, e chiude a chiave l'uscio di comunicazione_).
Emma, in un attimo, finisce di vestirsi.
_Sua Eccellenza_ (_in frak, decorazioni e un grande scatolone di dolci sotto il braccio: fermandosi sull'uscio_) Troppo presto?
EMMA. No, no, zio! Avanti!
_Sua Eccellenza_. Vengo presto perchè più tardi, oggi, non posso. (_Sospirando_) E poi dicono che non si lavora per il nostro paese! Alle dieci del mattino, come vedi, sono già in abito di fatica!
EMMA (_ammirandolo_). Sei magnifico!
_Sua Eccellenza_ (_avanzandosi_) Tuo zio, dunque, ti piace?
EMMA (_birichina_) Moltissimo... colla commenda!
— E allora, perchè sei brava, eccoti il premio. (_Le dà la scatola dei dolci e il solito bacio, paterno, sui capelli_).
Suo marito le ha ripetuto tante volte che «non c'è pericolo!» Ed Emma, ormai, chiude un occhio, e lo zio continua a prendersi qualche piccola confidenza. Suo marito le ha sempre predicato che non bisogna disgustarlo, anche per un riguardo alla mamma, ed Emma ha finito per lasciarsi fare un po' di corte, ricambiandola con molta civetteria graziosa, briosa, spiritosa. Del resto, con una lezioncina di tanto in tanto, Richelieu si tiene nei limiti, e la sua corte non ha che un eccesso di espansione in fiori, in dolci, in ninnoli. Sua Eccellenza è amabile, galante e di buon umore. È un innamorato che sospira ridendo. Ride anche donna Emma e comincia a divertirsi della corte dello zio, come si diverte e ha preso piacere alla sigaretta. L'una e l'altra, due cose che da ragazza non avrebbe nemmeno potuto provare; due passatempi da maritata e che si risolvono in un po' di fumo, che non dà la tosse a nessuno.
EMMA (_sdraiandosi sul canapè nel suo cantuccio solito e cominciando a rosicchiar dolci_) Sai che Giordano sta poco bene?
_Sua Eccellenza_ (_con un'occhiata verso il numero 30_) Sempre a cagione del Taine?
EMMA (_seria_) Non scherzare; questo te lo proibisco. Scherza sul Cogoleto quanto vuoi, ma non su mio marito. (_Ad alta voce_) Ha una guancia un po' gonfia.
— È a letto? Dorme?
— Credo.
Sua Eccellenza si allunga sul canapè, avvicinandosi colla faccia, fissando Emma.
EMMA. Vuoi... un cioccolatino?
_Sua Eccellenza_ (_tenendo strette le dita che gli offrono il piccolo dolce, lo avvicina alle labbra di Emma_) Metà per uno.
EMMA (_finge di non capire, libera la mano e spezza il cioccolatino_) Ecco, prendi.
— Tutti i giorni sempre più... cattiva!
— Proibito parlare sottovoce!
_Sua Eccellenza_ (_forte_) Allora vengo a prenderti colla carrozza prima di pranzo e stasera ti conduco a teatro, alla prima della _Manon_.
Emma gli accenna ripetutamente di no, scrollando il capo.
GIORDANO (_dall'altra stanza, parlando colla bocca chiusa_) Vieni a prenderla prima di pranzo colla carrozza; e stasera la condurrai a teatro.
Finchè la moglie è gentile, Giordano sa di poter essere sgarbato collo zio ministro, e però si sfoga, per mostrare la propria indipendenza, col trattarlo quasi arrogantemente.
GIORDANO (_rivolgendosi dopo un istante a sua moglie, con un tono più sommesso e più affettuoso_) E tu farai, almeno per questa volta, come ti dico io. Per guarir presto, ho bisogno, sopra tutto, che tu mi permetta di fare a mio modo. Ho bisogno di quiete, di silenzio assoluto, di dormire, di non mangiare e di non veder nessuno. Ti mando un bacio, cara. Buon giorno, zio!
_Sua Eccellenza_ (_subito, ad Emma, sottovoce_) Allora vieni a pranzo con me!
EMMA. Ti par possibile?
_Sua Eccellenza_. Col deputato Cogoleto, coi nostri soliti! (_nomina due o tre dei più assidui frequentatori di Emma_).
EMMA. Sola, senza Giordano e con Giordano che non sta bene? Mai più! Anzi, régolati: non venirmi a prendere, oggi, colla carrozza. Non voglio assolutamente.
— Hai sentito? Tuo marito me lo ha ordinato.
— Dirai a mio marito che hai avuto Consiglio, che non hai potuto.
— E... in compenso della bugia?
EMMA. Verrò, forse, a teatro. (_Sdraiandosi, sporgendo il piede che vede ammirato dallo zio, sul panchettino di velluto_) Che cosa guardi?
_Sua Eccellenza_. Quel piedino! Quel piedino! (_Mettendosi il pince-nez e chinandosi per ammirarlo più dappresso_) Oh! il piedino delle signore milanesi!... Come il cielo di Lombardia, così bello! quando è bello!
La nipotina ha detto di no, ma Sua Eccellenza ritorna verso le sei colla carrozza: tentar non nuoce.
— Non sgridarmi! Non sono venuto a prenderti. Soltanto desidero avere le notizie di tuo marito. Come sta? (_Guardandola: abbassando la voce_) Hai pianto?
— No.
— Sì.
— No.
— Hai gli occhi rossi!
EMMA. In tutto il giorno non ho potuto vederlo. Ecco che cos'ho! Tutto il giorno la Carolina, soltanto la Carolina!
— E tu lascialo colla Carolina, e vieni con me!
_La voce di Giordano_ (_ancora più soffocata per la pappa di lino_) Sei tu, zio?
— Sì, ma... (_per obbedire ai cenni della nipote_) ma devo scappar subito! Abbiamo Consiglio!
— Allora, dopo. Vieni col Cogoleto! Venite a prendere Emma! Io sto meglio, grazie, ma non posso parlare e non sopporto la luce. Invitate Emma a pranzo!
EMMA (_rivoltandosi furente verso il numero 30_) Io fuori, a pranzo, non ci vado! A teatro, non ci vado! Dici sempre che ho passato i vent'anni! Sì! Sì! Sì! Ho passato i vent'anni, sono una donna e non sono più un _baby_ da condurre a spasso! Voglio fare quello che voglio! Voglio restare a casa mia, a casa mia! Voglio restar sola, a casa mia!
Sua Eccellenza se ne va, in punta di piedi, sospirando, e senza sorridere. Giordano non fa sentir più la sua voce per tutta quanta la sera.
Emma, seduta, sprofondata nell'angolo del canapè, ha un libro in mano sul quale tien fissi gli occhi, senza voltar mai le pagine. Batte nervosamente la punta del piede sul palchettino, ha le ciglia aggrottate. Silenzio perfetto al numero 31: silenzio profondissimo al numero 30. Soltanto la Carolina va innanzi e indietro, e gira intorno alla padrona che non la guarda, che le tiene un muso tremendo. La Carolina soffia e sbuffa; vorrebbe forse parlare... dire alla signora qualche cosa, ma guarda verso il numero 30 e non si arrischia.
— Le fo portare da pranzo, signora? Sono le nove!
— No.
— Ma non vuol prender nulla? Ha mangiato così poco, quasi niente, anche a colazione!
— Emma non risponde: rimane immobile, gli occhi fissi sul libro che tiene in mano.
La Carolina, avvicinandosi, molto sottovoce:
— Lei, se continua così, domani sarà ammalata e, invece, il signor padrone, glielo assicuro io.... starà benissimo.
Emma, le ciglia sempre aggrottate, alza il capo dal libro e fissa la cameriera. Perchè sorride?... Che cos'ha da ridere, la sciocca?...
Carolina, in punta di piedi, va fin presso all'uscio del padrone, ascolta attentamente, poi, passo passo, si avvicina di nuovo alla signora:
— Non c'è pericolo!... Dorme a suon di musica! (_Guarda fissamente Emma e torna a sorridere_).
EMMA (_alzandosi d'un balzo e gettando via il libro_). In fine, che cosa c'è?
CAROLINA. Per amor del cielo! Ho promesso al padrone, ho giurato al padrone che avrei sempre taciuto, taciuto con tutti, ma specialmente con lei! Si figuri se io avrei mai parlato! Ma.... è tutto il giorno che la mia signora piange, soffre; sembra in collera anche con me! Io non ho coraggio di vederla così disperata per una sciocchezza, per una debolezza!
E Carolina, anche colle lacrime negli occhi per il gran bene che vuole alla padrona, non può a meno di non continuare a ridere.
EMMA (_nervosissima_) Insomma... che cosa c'è?
CAROLINA. Badi, signora — mi raccomando! — il padrone ha minacciato di mandarmi via, su due piedi! È una sciocchezza, le ripeto!... Poi dicono, le donne! Ma se gli uomini sono in tutto e per tutto molto più donne di noi!
— Che cosa c'è? Senza tante chiacchiere!
— Ha tre denti finti... Ma mi raccomando, per amor del cielo! Lei deve continuare a non accorgersene!
Emma fissa la Carolina come per voler intender meglio: poi passeggia per la stanza e diventa ancora più seria. La piccola ruga apparsa in quei giorni per la prima volta sulla fronte limpida, intatta dei bei vent'anni, si fa più viva e più profonda.
Sì, pensa Emma fra sè, è una sciocchezza; ma come si può fingere, come si può mentire, anche per una sciocchezza, con chi si ama, a chi si vuol bene? Io non gli ho mai potuto nascondere nemmeno un punto solo, un respiro, il respiro più lieve della mia anima!
CAROLINA. Ma perchè non ride? Si metta di buon umore! In fine, che c'è di male? È un bell'uomo; ci tiene! Mi promette, non è vero? Giura di non tradirmi col signor padrone?
EMMA (_seriamente_) Basta! Basta! So ciò che devo fare. Tu, per altro, quando ti dicono di tacere, devi tacere.
CAROLINA (_piccata_) Se ho sbagliato, scusi; è stato a fin di bene! Sembrava in collera anche con me! Non mi diceva più una parola!... È naturale!... Prima lei, che è sempre stata la mia padrona, di tutti gli altri!
E la Carolina se ne va, anch'essa un po' imbronciata, dopo aver augurata la buona notte alla signora.
EMMA (_fra sè_) Quando egli mi guarda, mi legge subito in fondo al cuore. Io, invece, no; capisco, non so leggere nel suo cuore; non ci vedo; è buio, è chiuso! Dio, Dio, se non mi volesse bene Che gran dolore! Che _fine_ di tutto! Che morte! E che orrore! (_Si copre il viso colle mani, mentre un brivido le corre per la vita. Si è data, si è abbandonata così interamente, così appassionatamente: si sforza per calmarsi: sorride, ma con molta, con profonda tristezza_). Anch'io sono una gran sciocca, stasera; mi monto la testa; esagero! Ma, pure, io gli avrei detto tutto, qualunque cosa, grande o piccola; fosse pure un'inezia e anche un torto mio; fosse pure una colpa. Impossibile tacere sotto i suoi occhi. Impossibile! Impossibile! Solo a guardarmi saprebbe sempre tutto. Invece, lui, mi fa una gran commedia per una ridicolaggine inconcludente!... Un pasticcio, segreti, misteri colla Carolina, colla cameriera, che scherza poi, e ne ride! E peggio ancora! Peggio ancora!... Ha il coraggio di restare un giorno intero senza vedermi; ha il coraggio di farmi soffrire un giorno intero! È troppo! No, è troppo! (_Comincia a svestirsi sempre più eccitata e vibrante: i piccoli bottoni di madreperla saltano lontani, e i cordoncini di seta si aggrovigliano fra le dita nervose_). Che donna mi crede? Come mi giudica? Ha più vanità per sè stesso — sì, vanità, vanità, vanità! — che non amore per me! Una vanità piccola, meschina, ridicola. E colla cattiveria di lasciarmi sola, tutto un giorno sola, senza poterlo vedere, inventando mille bugie, mille finzioni per allontanarmi! Voleva mandarmi fuori a pranzo, a teatro collo zio, col Cogoleto, con tutto il mondo! Perchè non ho accettato? Perchè non ci sono andata?... Oh, ma un'altra volta!... Lo merita.
Emma, sempre colle ciglia aggrottate, pallida, smorta, senza mai guardare verso l'uscio del numero 30, ha finito di spogliarsi. Salta in letto, spegne il lume e si caccia sotto.... voltando le spalle al numero 30!
Chiude gli occhi, ma non riesce ad addormentarsi: resta immobile, rannicchiata senza voltarsi, senza distendersi, presa da un senso d'inerzia, di freddo. È tardi; lo scricchiolìo dei passi e le voci lungo il corridoio si fanno più rari; i rumori dell'albergo si allontanano, si perdono, e nella camera buia, silenziosa, a poco a poco, prima leggero, interrotto, poi, più forte, più lungo, entra il gran russare di Giordano, accompagnato da un sibilo, da un fischiettìo, che varia tutti i toni.
Emma si rannicchia ancora di più; caccia la testa sotto le coperte, per non sentire; ma quel rumore sempre più forte, continuo, misurato, la tien desta, l'opprime, la soffoca, riempie tutta la camera... e, sembra, tutto l'albergo.
EMMA (_sotto sotto, cacciandosi sempre più sotto_) Dio, Dio, sentiranno?... Sentiranno nelle altre stanze?
X.
GRANDI NOVITÀ.
La mattina dopo, il gonfiore è scomparso; Giordano Mari si sente in lena ed è di buonissimo umore. Ha ricevuto colla prima posta una letterina dell'Amodei che gli ha fatto molto piacere.
«Illustre e caro amico,
«Vi furono spedite ieri le prime copie del _Sant'Ambrogio_. Vedrete che splendida edizione! Che margini! Che carta! Mi direte _bravo_! E ho procurato al volume un articolo _monstre_, scritto da un critico famoso, professore d'Università, deputato... Indovinate chi è, e ditemi _grazie_. Dopo _tantum nomen_, se le rane vorranno gracidare, infischiatevene chiamandole rospi.
«Vostro affezionatissimo
AMODEI.»
GIORDANO MARI (_in manica di camicia, dinanzi allo specchio dell'armadio, si strappa con una pinzettina i peli bianchi della barba: fra sè_) Che miracolo! Emma stamattina non si fa sentire! Forse, dormirà ancora. (_Tende l'orecchio verso l'uscio_) No! c'è la Carolina. Sarà in collera. Ieri gliel'ho fatta grossa! Tutto il giorno Richelieu e niente Nino! (_Ammirandosi nello specchio dopo aver indossato l'abito_) Povera piccola!... Faremo la pace. (_Spinge il capo, senza bussare, in camera di sua moglie che sta facendosi pettinare dalla Carolina_) Che capelli straordinarii!
Sente un'ondata del solito profumo _à la peau d'Espagne_, ma quella mattina è una delizia.
— Buon dì, dormigliosetta! Nemmeno un saluto, per chiedere al povero Nino come sta?
Emma voltandosi, mentre la Carolina le tiene sollevata tutta la grossa e lunga massa dei capelli, stende le due mani a Giordano, ma per un senso improvviso, come d'imbarazzo, non lo guarda in faccia.
GIORDANO (_colla sua voce più bella, colle modulazioni più tenere, stringendole le due mani e baciandola in mezzo alla testa sulla riga dei capelli, sottile come un filo di refe bianco_) Guardami, gioia. Sono bello come prima?
Emma lo guarda, ma non gli osserva la bocca e arrossisce come una fiamma, perchè vede nello specchio, o le par di vedere, la Carolina che si sforza per non ridere.
GIORDANO (_convinto che sua moglie è in collera per la «cattiveria» del giorno innanzi e voglioso di far la pace, siede sopra una seggiolina di fianco alla toeletta, in faccia, vicinissimo ad Emma_) Hai un _cerino_ oggi, come direbbe il nostro buon dottore, un _cerino_ incantevole. Sei fresca, bella, «bella al par d'una rosa». Non è vero, Carolina?
EMMA (_alla Carolina: un po' irritata_) Fa presto!
GIORDANO (_sorride fissando Emma e facendo sfoggio più che mai dei bellissimi denti_) Com'è buono, soave l'odore dei tuoi capelli! È un _peau d'Espagne_ delicatissimo! (_Fiutando a lungo e chiudendo gli occhi_) Un'ebbrezza!...
Emma si alza, con le mani agili dà gli ultimi tocchi di pettine ai riccioletti della nuca, poi, senza levarsi l'accappatoio, manda via la Carolina. Non può più vederla! Le riesce seccante, fastidiosa, insopportabile!
— Va! Va! Mi vesto sola.
La Carolina è intelligente: non fiata nemmeno; ma pensa, fra sè, andandosene pianino e chiudendo l'uscio, che l'ha sbagliata: ha fatto molto male a parlare.
GIORDANO. Ancora non mi hai dato un bacio. Sei proprio in collera?
_Emma_ (_adesso che non c'è più la Carolina lo guarda, lo guarda bene; ma non lo bacia sulla bocca; diventa rossa di nuovo e trova un altro posto dove baciarlo, sotto l'occhio_) Ha scritto la mamma! Se vuoi la lettera, è nella mia cartella: guarda sul letto.
GIORDANO. Dunque, mi hai perdonato?
EMMA. Lasciami far presto. — Sai? — Dev'essersi perduta una lettera del dottore. (_Si leva l'accappatoio, sempre in fretta, per terminare di vestirsi_).
GIORDANO. Ti aiuto io?
EMMA. No, no. Da me sola fo più presto. Carlo andato a Val d'Olona, ma non sta ancora bene.
GIORDANO. Cara, cara, cara! Perdonami. Ti prego, ti supplico! Perdonami.
Emma si arresta... Lo guarda seria seria, a lungo, prima in collera, poi cominciando a sorridere. È l'incanto, la carezza della voce tenera, morbida. È il fascino dell'amore, il primo amore dei suoi vent'anni!
— No. Sei stato troppo cattivo. Lasciami far presto.
— Cara, cara, cara! Perdonami! Ti prego! Lo voglio! Perdonami!...
Emma si sente stretta fra le braccia di suo marito: tutto dimentica, tutto svanisce, si sente vinta. È l'anima risorta in estasi! È la gioia, è la vita che torna nel cuore palpitante!
— Povero Nino mio — pensa in cuor suo — ha detto una piccola bugia, soltanto per piacermi! — Si volta, lo fissa colle pupille lucenti, tremule. Emma perdona, e gli butta a sua volta le braccia al collo coprendolo di baci. — Nino! Tesoro! Mio!...
Si bussa forte all'uscio:
— Un pacco della ferrovia. Libri.
GIORDANO. _Il Sant'Ambrogio!_ (_D'un salto correndo ad aprire_) Avanti!
Emma, ancora in sottanina, ha appena il tempo di scappare nell'altra stanza. Poi, dopo un momento, appena l'agente della ferrovia che ha portato i libri se n'è andato, si nasconde, aspettando che Nino corra a cercarla. — Niente! — Allora, corre lei, cacciando il capo innanzi, e sorridendo: — Hai chiuso l'uscio?
GIORDANO (_sforzandosi inutilmente per rompere la corda del grosso pacco_) Dammi una forbice.
EMMA (_correndo gli dà la forbice e gli fa una carezza_) Hai chiuso l'uscio?
GIORDANO (_distratto: tutto intento a disfare il suo pacco_) Non so. Guarda.
Emma non guarda e, invece, finisce di vestirsi.
GIORDANO (_ammirando uno dei grossi volumi in ottavo che formano il pacco_) Magnifica!... Bravo Amodei! È una splendida edizione! (_Legge il frontespizio_): Giordano Mari, _Sant'Ambrogio_.
EMMA (_rimasta sempre un po' distratta_) Come? È il _Sant'Ambrogio_? Fammi vedere!
— Guarda, gioia. È il mio _Sant'Ambrogio_! Che bella carta! Che bei margini! Forse la copertina, se fosse stata un po' più chiara.... Non ti pare? Il titolo risalterebbe meglio!
EMMA (_cogli occhi incantati, seguendo un pensiero che sempre più si allontana_). È bello lo stesso!
GIORDANO. Ma se fosse stata più chiara, per l'effetto della vetrina sarebbe stato molto meglio. Adesso prendo la carrozza e in fretta. (_Guarda l'orologio_). Le dieci e mezzo. Sono quasi le dieci e mezzo. Porto due copie del _Sant'Ambrogio_ allo zio e le altre due al Cogoleto.
EMMA. E per me?
GIORDANO. Domani, o dopo, arrivano tutte le altre.
— Mi avevi promesso la prima copia.
— Sono tutte eguali, cara! Anzi, la tua te la farò legare. Una legatura artistica, di stile antico.
EMMA (_che sente il bisogno di arrabbiarsi_) Però, mi avevi promesso la prima copia!
— Una allo zio e l'altra al segretario dello zio! Sono urgentissime, per la stampa. Più presto le consegno e più presto i giornali amici possono parlarne e dare l'imbeccata! Per te, invece, giorno più, giorno meno, è lo stesso.
— No, che non è lo stesso. E le altre due copie? Tutt'e due al Cogoleto? Perchè tutt'e due?