Part 17
— Ma non dimenticarti che hai da scrivere anche al babbo, così buono colle sue piccole manìe! (_Ridendo_) Il Quadrelli è lo stesso scultore che ha fatto il busto anche a Verdi! Se non scrivi adesso... che cosa vuoi fare fino all'ora di colazione?
EMMA (_guardando fuori dalla finestra, dietro i vetri_) Aspettare che mi venga appetito.
GIORDANO (_ridendo_) E allora, perchè ti venga appetito, sai che cosa dovresti fare, cara la mia figliuola?
— No, caro papà.
— Una bella passeggiata, e se non vuoi uscire a piedi, prendi una carrozza. È una mattina deliziosa, primaverile! Non avessi da lavorare, ti avrei condotta al Gianicolo, o a San Pietro. Appunto, perchè non andresti a fare una scarrozzata fino a San Pietro? Poi ritorni, con tuo comodo, ti fermi giù nel _restaurant_, per non seccarti a fare le scale, e mi mandi a chiamare.
EMMA (_sempre immobile, senza voltarsi_) San Pietro non mi piace.
GIORDANO (_maravigliato_) Non ti piace? San Pietro? Perchè?
EMMA. È troppo grande. (_Comincia a suonare un valzer sui vetri, colle dita_).
Giordano Mari ha un impeto di stizza, che riesce ancora a frenare. Torna a ridere; si avvicina ad Emma, le cinge la vita con un braccio e l'obbliga a voltarsi:
— Senti, amore. È una debolezza... di nervi, ma non posso vincermi. Io non resisto a lavorare quando ti so qui ad ascoltarmi, a criticare, a far niente. È impossibile.
EMMA (_risentita: diventando ad un tratto la signorina Dionisy_) Prendi un'altra stanza più lontana. Capirai, per i tuoi nervi, e per i tuoi comodi, io non mi sento di girare come una matta... i sette colli!
Giordano si piglia la lezioncina, e rientra, sbattendo l'uscio, in camera sua. Emma non si muove dalla finestra. Suo marito brontola, pesta i pugili sul tavolo, straccia della carta, ma Emma seguita impassibile a suonare il valzer.
GIORDANO (_dopo aver molto tossito e annusato furiosamente_) Ah! Ecco, viva Dio! Il veleno! Il puzzo! (_Presentandosi sull'uscio con due grossi pacchi, uno per mano, trovati sotto un paltò accanto all'armadio_) Cos'è questa roba? È roba tua? I tuoi profumi, i tuoi soliti pasticci!
EMMA. Sì; il mio sapone, la mia acqua di _toilette_, tutta roba mia; l'ho presa ieri alla farmacia Inglese.
GIORDANO. E mi ha rovinato la gola; mi ha fatto svegliare col dolor di capo! Ti prego, un'altra volta, di dare il tuo nome e non il mio, e il numero della tua camera (_Butta i due pacchi, sgarbatamente, sul letto di Emma_).
EMMA (_seria, pallida, colla voce alterata, mettendosi il cappellino per uscire_) C'è il conto? Avranno mandato insieme anche il conto?
GIORDANO (_respira: sua moglie finalmente se ne va; apre uno dei due pacchi e trova il conto_) Sì, cara. Eccolo.
— Dammi i danari. Prenderò una carrozza! Andrò a pagarlo.
— Subito!... Quanto ti occorre?
— Non so; guarda.
GIORDANO (_dopo aver aperto il conto e letta la cifra: scattando_) Duecentoquarantacinque lire! Quasi duecentocinquanta franchi... in tanto sapone! (_A mano a mano riscaldandosi sempre di più_) Ma c'è da lavare... un reggimento di turchi! Duecentocinquanta franchi! Ma tu diventi matta, cara mia! Ci vuol altro! Non sono un milionario! E tu non hai più vent'anni! Dovresti moderare le tue voglie, i tuoi capricci, le tue stranezze! E poi... hai cuore, sì o no? In tal caso, non dovresti mai dimenticare che sei la moglie di un uomo che lavora! Che lavora per vivere!
IX.
PICCOLE MISERIE.
I _Precursori della Rivoluzione_ ottengono anche alla Palombella il solito straordinario successo e il nuovo «finale», più moderno, è accolto, come l'antico, da un'imponente ovazione. Ma i giornali? — apriti cielo! — Tranne i pochissimi, prettamente ministeriali, che, per un dovuto riguardo al ministro dell'istruzione, non danno altro che un brevissimo cenno di pura cronaca, tutti gli altri, in coro, a dir le sette peste della conferenza e del conferenziere! Naturale, in tanto accanimento, c'entra, in parte, anche la politica: i giornali favorevoli al Governo, ma che non vogliono passare per ufficiosi, approfittano dell'occasione e dicono corna del nipote per affermare la loro indipendenza dallo zio, e quegli altri dell'Opposizione... seguitano a far opposizione anche alle spalle del professor Mari.
I giornali del mattino lo attaccano allegramente, ridendo:
«Dopo i viaggi delle nostre dive», comincia il _Corriere romano_, «e dopo quelli dei nostri commendatori... all'estero, v'è qualcos'altro che minaccia di diventare ricorrente, opprimente, schiacciante: le conferenze, o, meglio, la conferenza-_carillon_ dell'illustre professore — professore di che? di che cosa? — Giordano Mari. Io ho avuto la sorte invidiabilissima di trovarmi a Napoli, a Milano e a Roma nel medesimo tempo del conferenziere _omnibus_, e ho dovuto godermi nei tre centri intellettuali, la ripetizione fonografica dello stesso frammento, istrionicamente rimpolpettato, della prosa maravigliosa... del Taine.»
E un altro:
«Il signor Giordano Mari, arrivato a Roma preceduto dalla fama di pensatore, di filosofo e di prosatore illustre, ha dato prova soltanto di memoria, di polmoni... e di molta disinvoltura. Ippolito Taine è davvero un grande filosofo, un grande pensatore e un grande prosatore, ma il signor Giordano Mari non è altro che un conferenziere di grido... anzi, _di grida_.»
Poi c'era il _per finire_:
«Da Aragno, a mezzanotte:
« — Sei stato alla conferenza di Giordano Mari?
« — Ne vengo via... sei mesi fa.
« — ?...
« — Ero a Torino lo scorso inverno. Cantava lo stesso pezzo... del Taine. Che bella voce!»
I giornali della sera prendono la conferenza sul serio e versano lacrime:
«Più ancora della dedizione di una coscienza è triste l'asservimento di un ingegno. Noi ricordiamo di esserci — caso raro! — sinceramente commossi allorchè udimmo Giordano Mari, a Genova, gittare ad un pubblico di anime giovani la parola fiera e ribelle della ragione in conflitto col dogma, la sfida audace dell'avvenire al passato e giudicammo quell'oratore fervido e appassionato, un uomo di convinzioni e di battaglia. Lo abbiamo udito ieri sera svolgere lo stesso argomento, o, per meglio dire, parafrasare quella che a noi era parsa una splendida improvvisazione lirica e scientifica. Uscimmo dalla sala, scrosciante di applausi, ancor più fragorosi forse della prima volta, coll'animo addolorato. L'uomo si era per noi demolito: le sue parole costituivano la più docile, la più utile, la più ammirabile delle abiure filosofiche ed estetiche. Il formidabile razionalista aveva inzuppata la sua prosa (e un maligno aggiungerebbe anche quella del Faguet, del Taine e persino della Sand) nell'acqua benedetta, e la chiave della brutta sciarada la trovammo ricordandoci dei nuovi vincoli che il filosofo opportunista ha accettato di stringere colle Eccellenze più clericaleggianti, più _conciliantiste_. E, dopo tutto, perchè rattristarci? Invece di uno spostato, uno di più che si è messo a posto, e che farà carriera.»
Soltanto il _Popolo_ di Pietro Schiavino è rimasto muto. Non ha aperto bocca nè prima, nè dopo la conferenza. Non l'ha annunziata e non ne ha riferito l'esito, nemmeno in cronaca. E, anche di questo contegno, Giordano Mari non sa bene se godersene o dolersene. «Ricordatevi», gli aveva scritto l'Amodei, l'editore, per confortarlo, «i giornali, il maggior male lo fanno col silenzio.»
— Nemmeno una riga dopo che, in fine, gli ho fatto l'onore di una mia visita! — E, non potendo pigliarsela col direttore del _Popolo_, ne tiene il broncio al Cogoleto. Egli ha bisogno di sfogarsi. I primi giornali gli hanno fatto rabbia; adesso, gli ultimi, lo avviliscono.
— Se tutti si mettono d'accordo per buttarmi giù, precipito!
Infatti, Giordano Mari non è salito sulla vetta a poco a poco, faticosamente, come l'alpinista che prima di fare un passo si scava da sè stesso, nella roccia, il posto sicuro dove mettere il piede, graffiandosi, scorticandosi, insanguinandosi le mani. No, egli è stato portato su, e adesso lo buttano giù. Prima, tutti i giornali, uno dopo l'altro, come le pecore, scoprono in lui il grande oratore e «l'illustre pensatore». Adesso, sempre come le pecore, uno dopo l'altro, fanno la scoperta del Taine. E il povero conferenziere, coll'angosciosa e ingenua maraviglia di una prima donna che, diventata vecchia, si sente fischiare, domanda a sè stesso:
— Ma perchè questo cambiamento? Perchè tanta ferocia? Io non ho mai fatto male a nessuno!
Giordano soffre; diventa invidioso, sospettoso, velenoso, e del suo insuccesso e di «tutta quella grande congiura montata contro di lui», quasi quasi non accusa altri che sua moglie:
— Non mi lascia lavorare! Non mi lascia studiare! Mi ha fatto perdere il tempo, la testa, l'ingegno, la memoria ed anche la popolarità con quel bel regalo dello zio Eccellenza! (_sospirando_) Mi han fatto venire fino a Roma per far che? Per pagare col mio nome, colla mia fama il portafogli dell'onorevole Albertoni! Emma, Emma! Tutta colpa sua. Non vede niente, non capisce niente, non pensa a niente altro che a far _toilette_! E mentre io soffro, mi rodo e mi ammalo, sembra che lo faccia apposta, diventa ogni giorno più fresca e più (_sta per dire_ bella, _ma cambia perchè è troppo arrabbiato_) e più grassa.
Ormai egli non ha che una speranza: ottenere una rivincita col suo volume, la sua monografia, la sua «opera colossale» _Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi_.
GIORDANO (_fra sè_) Ma, e quell'altro? il cugino? Il malinconico e antipatico signor Borghetti, diventato l'eroe del giorno, l'eroe di moda, il primo amoroso della compagnia, per aver preso un colpo d'aria in montagna? Ecco un uomo fortunato e che sa farsi la _réclame_ colle signore! Perchè mo' non è rimasto a Villach?
Giordano Mari, ormai, si era abituato a questo pensiero, cioè che il Borghetti dovesse rimanere a Villach per sempre, e aveva già ordinato telegraficamente al direttore della tipografia di sopprimere la dedica.
Invece, dopo tanto chiasso e tanto spargimento di lacrime, il Werther meneghino si è rimesso, sta quasi meglio di prima e ritorna in Italia! E a Giordano Mari pareva che ci venisse apposta per intromettersi tra lui e sua moglie, fra lui e il _suo «Ambrogio»._
Il primo telegramma del dottore da Villach, era stato un po' inquietante, ma tutti gli altri, a mano a mano, si erano fatti sempre migliori e l'ultimo annunziava appunto il prossimo ritorno di Carlo a Milano.
«Andamento regolare — prosegue periodo lento miglioramento — anche dopo secondo consulto professor Klebers preferibile stato attuale trasporto Milano fermandosi Tarvis, Udine, Verona.
EMMA (_a Giordano: appena letto il dispaccio_) Facciamo trovare a Carlo un nostro telegramma a Tarvis. Vuoi?
GIORDANO (_con un sorriso che mostra troppo i denti_) Volentieri, cara.
EMMA (_siede e scrive in fretta_) «Lietissimi felici tuo ritorno ti abbracciamo teneramente — Emma Giordano».
GIORDANO (_studiando il dispaccio_) O «lietissimi» o «felici». In un telegramma basta uno dei due. (_Cancella: «felici»_). Invece di «ti abbracciamo», «salutiamoti fraternamente». Non si vanta sempre di essere tuo fratello? (_mentre suona al cameriere e gli consegna il dispaccio, declama ironicamente a fior di labbra_) «... ti chiamerò col nome dolcissimo di sorella, e mi parrai cosa di cielo...»
Emma sorride, ma il sorriso dei begli occhi innamorati ha qualche cosa di diverso nell'espressione. Vi comincia forse a trasparire un primo barlume di quell'indulgente umorismo ambrosiano, così pieno di acutezza e di buon senso. Resta l'amore, ma l'orgasmo, lo stordimento della passione si calma ed Emma osserva, studia suo marito, non più dal basso in alto, tenendolo sollevato fra le nubi, ma guardandolo vicino, faccia a faccia.
— È geloso, gelosissimo, sì; ma perchè soltanto di Carlo? E perchè diventa tanto più geloso dopo che i giornali hanno detto male dei _Precursori_? — I giornali? — ha detto il Mari a sua moglie fin dal primo giorno dopo la conferenza. — Tutti d'accordo! Mi fanno scontare... tuo zio! — Ti prego, e se non basta, ti comando di non leggerli.
Ed Emma, sdegnosa e orgogliosa dell'ingegno e della fama di suo marito, non se n'è curata, disprezzandoli; ma poi viene a saper tutto lo stesso, dal Cogoleto che, furibondo, le riporta i punti più salienti, soffiando come un gatto e schizzando bile dagli occhietti bigi e dai baffi verdi incerati, e dallo zio Albertoni che ne ride scetticamente. E pensa fra sè:
— Io gliel'ho detto: «Siamo a Roma e non si scherza. Se non ti senti, se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi di no. Prima o dopo non importa. Ma per Roma devi preparare una conferenza nuova e bellissima: la più bella di tutte». Ha voluto ostinarsi, e adesso si arrabbia anche con me perchè la chiamano la conferenza-_carillon_!
Emma è sempre buona, cara, affettuosa, amorosa, innamoratissima...; pure succede adesso questo fatto curioso: che il grand'uomo le sembra più grande quanto più è lontano, e che suo marito torna ad essere il suo «Nino» dell'Argentera soltanto quando egli non è presente. Tutta la poesia, tutto l'incanto sembrano dileguarsi e tutto lo slancio del suo cuore sembra arrestarsi di colpo, appena si trova dinanzi a quel suo viso preoccupato, torbido, imbronciato. Si sente intimidita, si sente oppressa, si sente stanca. Giordano non sorride più coi bei denti bianchi, scintillanti fra i baffi biondi; ma sogghigna soltanto. Quando parla, non è più la sua voce bella, dolce, armoniosa, insinuante, penetrante: è una voce dura, aspra, ironica. E poi... arrabbiarsi e predicare; niente altro! Predica la mattina, in letto, appena si sveglia; predica a tavola appena ha finito d'ingozzarsi di rosbiffe e di bile, e continua qualche volta a predicare anche quando dorme. Predica contro la musica di Mascagni e contro l'espansione africana, contro la Duplice, la Triplice e la guerra greco-turca; contro «l'asservimento» della magistratura e il «turpiloquio» della stampa venduta; contro la malafede, l'ignoranza «di una critica sgrammaticata» e contro il Taine: sopra tutto contro il Taine!
Un dopo pranzo:
Emma e Giordano sono stati invitati dallo zio nel suo quartierino elegante e lussuoso dei ricevimenti ufficiali. Giordano Mari, che ci ha presa confidenza, e che in buona fede lo crede l'origine di tutti i suoi guai, predica, s'intende, e tanto di più anche dinanzi al ministro Albertoni, il quale, durante le sfuriate, guarda sospirando la bella nipotina, per farle capire che le sopporta per amore di lei. E, infatti, egli diventa tutti i giorni più paziente, più tollerante, più arrendevole.
GIORDANO (_rosso, invasato: hanno pasteggiato collo sciampagna_) Il Taine! Sempre il Taine! Come se io fossi un ammiratore del Taine! Altro favolista! Secondo la sua teoria dell'ambiente, io dovrei essere... un rigattiere! E, secondo la sua politica, dovrebbe esserci ancora la Repubblica di San Marco! Egli disprezza nei popoli latini precisamente tutte quelle doti che sono le mie. Già, Robespierre è uno scrivano di notaio, Danton un facchino e Bonaparte è la reincarnazione spiritica di Cesare Borgia! E costoro, questi supercritici, a corto di sintassi, ammirano l'_Intelligence_: un libro bellissimo... perchè non si capisce. E il Taine, che trovava i precursori a Shakespeare e a Michelangelo, non ne ha mica avuto lui dei precursori? Hanno letto il Taine... questi imbecilli: ma se sapessero un po' l'inglese! Che cosa avrebbe potuto fare il Taine se non avesse saputo l'inglese?...
Emma, in gran _decolleté_, per fare onore a Sua Eccellenza, ridente e rosea, colle gemme che le sfavillano sul collo e fra i capelli, e lo sciampagna che le brilla negli occhi, sta imparando — è lo zio che le dà lezione — a fumare le sigarette e a farle da sè. Ciò le occupa il dopo pranzo, la diverte e le fa piacere.
GIORDANO (_continua masticando un grosso avana_) E adesso, quando uscirò col «mio» Ambrogio, mi par già di sentirli: diranno roba da chiodi! Tutti contro! Quasi che, per aver la disgrazia di essere nipote del ministro dell'istruzione pubblica, non si possa più, non dirò aver diritto, ma nemmeno aspirare ad una cattedra!
_Sua Eccellenza_ (_sorridendo_) Consolati: uno zio ministro è un male che dura poco. Piuttosto... (_s'interrompe: prende una sigaretta, che Emma è riuscita finalmente ad arrotolare colle piccole dita inesperte, l'accende: poi, dopo una boccata di fumo deliziosa, ripiglia lentamente, facendo l'occhiolino alla nipote e inviandole sospiri e tenerezze dietro una nebbietta leggera, vagante, odorosa_) piuttosto... dimmi la verità: questa volta... sei ben sicuro?
— Di che?
— È tutta roba tua?
GIORDANO (_offeso_) Credo bene!
— E allora... chi sa? Potremo fare qualche cosa anche da ministro. (_Sua Eccellenza, colla punta del piede, cerca il piedino di Emma e lo trova, ma Emma gli sfugge subito e, pur continuando a sorridere, si alza e va a sedersi più lontana sul canapè_).
L'Albertoni ha inteso il latino senza aversene a male, e continua a parlare con Giordano, occhieggiando sempre la bella nipotina attraverso il fumo della sigaretta:
— E poi... Perchè questo _Ambrogio_? Questo Ambrogio _vescovo_?... Non capisco.
GIORDANO (_scattando_) Ambrogio _vescovo nella civiltà de' suoi tempi!_ È uno splendido titolo!
— Ma non capisco il perchè di tante circonlocuzioni! Di tante ipocrisie!
GIORDANO (_alzando la voce: sporgendo il petto impetuoso e maestoso_) Ma io sono sopratutto sincero...
_Sua Eccellenza_ (_con un risolino pieno di arguzia_) E allora chiamalo _Sant'Ambrogio_ e che la sia finita! I titoli a chi vanno, ti dirò con... come appunto, con quel famoso personaggio del nostro grande Alessandro! E poi... lasciati guidare da me. Adesso è troppo presto; bisogna star quieto quieto, farsi dimenticare. L'Italia è il paese del genio, delle arabe fenici; però si rinasce facilmente dalle proprie ceneri. A suo tempo, ti darò io qualche buon consiglio. (_Si rivolge ad Emma per essere ringraziato da un sorriso de' suoi occhi_) I giornalisti poi, generalmente, bisogna trattarli come le belle donnine. Quelli che non si vendono, bisogna comperarli facendo loro un po' di corte.
.... Ma l'Albertoni, che ha fatto la pelle dura in mezzo all'accanimento della politica, è troppo insensibile, è troppo scettico. I giornali, colle loro botte e i loro morsi contro la conferenza e il conferenziere, hanno prodotto un grave effetto: non tanto sull'opinione pubblica, quanto certo sulla salute di Giordano Mari.
Il dolore, la rabbia, le continue irritazioni e, per conseguenza, le cattive digestioni gli hanno guastato il sangue. Comincia un fignoletto sul collo, poi un secondo, poi un terzo dietro la nuca, più grosso e più maligno, che gli mette la febbre e non viene a suppurazione nemmeno cogli empiastri e le pappe di lino.
— Bisogna chiamare il chirurgo! Bisogna tagliare.
Giordano Mari ha un po' di febbretta, ma, per non perdere nemmeno questa occasione, finge il male anche maggiore. Sfoga contro sua moglie il dispetto e la rabbia per il fiasco della conferenza, tiene il broncio allo zio ministro e geme, piagnucolando, coll'onorevole Cogoleto:
— Vedete come mi ha ridotto quella gente?... Ditelo voi, ai vostri amici della stampa!... Se, proprio, me l'hanno giurata, se per partito preso vorranno straziare, dilaniare a questo modo anche il mio povero _Ambrogio_, finiranno coll'ammazzarmi!
Il Cogoleto, strizzando gli occhietti vividi sotto le sopracciglia aggrottate, lunghe come mustacchi, gira, borbottando, le redazioni dei giornali e torna all'_Albergo Milano_ recando proteste di stima e promesse di articoli. L'Albertoni raccomanda il _Sant'Ambrogio_ ad uno de' suoi segretari particolari, il solito che si tiene in contatto colla stampa.
L'Eccellenza di _Destra_ e l'onorevole dell'_Estrema_ sono più che mai presi dalla bellezza giovane e gaia, dalle grazie affascinanti della moglie, e per amore di lei prendono sul serio anche i fignoli del marito, tanto più poi che donna Emma, buona e in buona fede, seconda, a meraviglia, il giuoco di Giordano. Essa è inquieta, turbata, addolorata:
— Giordano ha la febbre! Smania, soffre orribilmente! Bisogna chiamare il chirurgo!... Bisognerà tagliare!
La poveretta non sa, non pensa più ad altro. Il lieve umorismo, la punta di critica è scomparsa; l'idolo risale al terzo cielo. Il suo Nino colla febbre, che aspetta il chirurgo, il suo Nino caro, sempre buono, anche quando strapazza e brontola; il suo Nino che ha sempre ragione, anche quando ha torto; che è sempre bello, affascinante, anche col _foulard_ delle pappe di lino attorno al collo! Essa raddoppia le carezze ed i baci; lo veglia giorno e notte, non lo lascia un minuto. La Carolina non c'entra, non deve farsi nemmeno vedere!... La tenerezza della donna innamorata è gelosa di quelle cure. È lei stessa, Emma, colle sue piccole mani ingemmate, così bianche e così morbide, quelle piccole manine che Sua Eccellenza bacia sospirando, e il Cogoleto arrossendo fin sotto il velo dei peli irti, è lei stessa che gli fa le pappe ben calde, che le distende sulla tela, sotto la garza, che ne sente il tepore prima sulla guancia delicata, e che poi lieve lieve gli avvoltola intorno al collo.
— Povero Nino mio, ti fo male?
— Bene no, cara; grazie.
E, tra un _grazie_ e un _cara_, Giordano si fa curare e si fa servire, senza riguardi, senza scrupoli, non lasciando a sua moglie nemmeno il tempo di vestirsi, di dormire, di respirare.
— Fa presto, cara; ti ho chiamata già due volte!... Grazie.
E così, sempre con una parola amara sotto la dolcezza della intonazione, come una bacca di tossico sotto una gelatina di zucchero candito, egli diventa ogni giorno più fastidioso, più permaloso, più sospettoso, più geloso. Geloso di una gelosietta acuta, certe volte, come una punta di spillo, ma senza collere, senza impeti, a estri, piena di rancori, di ironie, di bizzarrie. È geloso di un cappellino, di un vestito di Emma, soltanto perchè le stanno bene:
— Non hai altro in mente: tutto il tuo studio è di piacere... agli altri.
— Vieni via, cara, da quella finestra: tu vuoi farti vedere, si capisce, ma io piglio freddo!
— Non scherzare, non rider sempre così forte! Io, cara, ho passati i vent'anni... e anche tu!
E, nello stesso tempo, si gode, si diverte alla corte che fanno ad Emma l'Albertoni e il Cogoleto. L'uno, Sua Eccellenza, amabilmente e allegramente, con grande spreco di dolci e di fiori; l'altro, il vecchio colonnello garibaldino, furiosamente, mangiandola cogli occhi e coll'aria di volerla mangiare anche coi denti, e mettendo in fuga con le punte irte dei baffi verdi gli adoratori del seguito, il «coro di donna Emma», che si affollano al Pincio attorno alla sua carrozza, e a teatro ne riempiono il palchetto.
E si gode, si diverte alle spalle di quei due assidui e fedeli spasimanti, sfoggiando tutta la sua vanità di marito amato, adorato:
— Quella mia cara Emma, così docile, così sottomessa, così amorosa! Non vive altro che per prevenire i miei desiderii. In mezzo ai miei dispiaceri, ho almeno sempre una parola dolce, una carezza, un bacio!... È così bella! diventa ogni giorno più bella! La mattina appena mi desto.... salta in camera mia... e vi entra il sole! Ed è innamorata più ancora del primo giorno!... — Troppo. — Non glielo dite, non scherzate con lei in proposito, perchè se ne avrebbe a male. Ma... volete sapere sin dove arriva la pazzia di quella creatura?... È gelosa della Carolina!
Giordano Mari sente, per altro, una gelosia vera, profonda, una gelosia esosa come l'invidia, atroce come l'odio, per Carlo Borghetti. Sempre e soltanto per Carlo Borghetti.
Adesso, quando arrivano lettere da Milano dirette ad Emma, egli dimentica le solite professioni di delicatezza; le apre, le legge per il primo e ne riferisce alla moglie quel tanto appena che gli accomoda. Donna Fanny scrive a lungo «dell'interessante architetto»; e Giordano, subito, impone ad Emma di troncare quella corrispondenza e quell'amicizia.