Part 16
Nei primi giorni del matrimonio, Giordano ha confidato alla moglie che la Simonetti, a Milano, è stata amante anche sua, per qualche settimana. E non è stato così leggero e loquace per vanità; Giordano Mari non è d'altro vano che di sè stesso; ma solo per prudenza; per un'abile diplomazia. In tal modo spiegava ad Emma quanto solo in parte era vero: cioè, che tutte le cattiverie, le insinuazioni, le falsità, le calunnie, messe in giro sul suo conto, sul suo passato, sulla sua vita, a Padova, sui suoi debiti, sulla sua famiglia, erano quelle solite guerre di donna, lo sfogo del dispetto, della collera, della gelosia di donna Fanny, la quale si credeva ingannata e si vedeva abbandonare per un'altra. Ma s'intende ch'egli non aveva detto tutto a sua moglie: non le aveva raccontato come era stata ottenuta la tregua da quella sua nemica acerrima: anzi, più ancora di una tregua: l'alleanza!
Egli aveva minacciato donna Fanny di spedire direttamente certe sue lettere divise in parti eguali, l'una all'Onorevole e l'altra a Guido Bardi.
EMMA (_che intanto ha cominciato a leggere la lettera della signora Letizia_) La mamma ti saluta.
— Grazie. Sta bene?
— Dice di no, ma pare di sì! Mi scrive che il dottore, «date le condizioni eccezionali della sua povera salute, è però abbastanza... _contentino_...».
GIORDANO (_sorridendo_) Allora andiamo benone.
EMMA. Il babbo sta preparandoci un bellissimo regalo per il nostro salotto dell'Argentera. Il suo busto in bronzo. Poveretto, si secca due ore al giorno a posare per noi, nello studio dello scultore Quadrelli.
— Gli devi scriver subito e ringraziarlo.
— Ancora non lo dobbiamo sapere. È un'improvvisata!
— Sarà bene che tu gli scriva lo stesso. Gli devi dire anche della Regina, che assisterà alla mia conferenza. A tuo padre farà molto piacere. Devi rispondere pure alla mamma... Quando torni dalla messa, puoi fermarti a scrivere nella sala di lettura: c'è tutto l'occorrente; ci son tutti i comodi.
EMMA (_con uno scoppio di risa_) Ah! Ah! Ah! Questa è bellissima!... È una notizia della tua Fanny! Nino Sebastiani ha scritto un dramma in collaborazione colla contessina d'Arborio, e il prefetto di Milano lo ha proibito perchè troppo immorale!... (_Con un grido_) Carlo Borghetti! Carlo è ammalato! Molto ammalato! (_Con la voce piena di lacrime_) Oh, povero Carlo!... Carlo! Carlo! Povero Carlo!
GIORDANO. Il Borghetti? Ammalato? Che cosa ha? (_È corso col suo pensiero alla sua opera: ma si è subito calmato; oramai il volume sui tempi d'Ambrogio è pressochè tutto stampato. Anzi, dato il caso di una disgrazia capitata al povero Borghetti, sarebbe appena in tempo di sopprimere la dedica, pensandoci bene, forse troppo espansiva. Chiama il Borghetti persino suo collaboratore! — Entra in camera di Emma, ancora in manica di camicia, mettendosi i bottoni d'oro ai polsini_) Che cos'ha? Non è in viaggio, in Germania? in Austria?
— A Villach! In Carinzia! È ammalato di pleurite! (_Emma è seduta sul letto, in lacrime, tremante, palpitante. I capelli si sono sciolti, slacciati; le cadono, a ondate, sulle spalle, sul collo, sul seno, sulla faccia: la coprono tutta_) Leggi! Leggi! È in pericolo! (_Gli dà la lettera di donna Fanny_) Oh, povero Carlo! Di'? Di'? Ma morirà? Morirà? È subito partito il dottore. Questa è una consolazione! Un po' di tranquillità! Avrà almeno il nostro buon dottore! Ma la mamma? Come mai la mamma non mi ha scritto nulla?
GIORDANO. Tua madre è in campagna, e donna Fanny scrive da Milano. (_Confrontando il timbro postale e la data delle due lettere_) Questa di tua madre è stata spedita domenica o lunedì mattina; e la lettera di donna Fanny è di ieri. Appena è arrivato a Milano il dispaccio per il dottore (_con un ghignetto ironico_) donna Fanny lo avrà saputo subito e si è data una gran premura di scriverti!
Così dicendo egli guarda, fissa sua moglie, che continua a piangere, a singhiozzare, col volto tutto nascosto dai bei capelli, e pensando che donna Fanny si è affrettata a mandare quella notizia ad Emma, per cattiveria, per vendicarsi, per la gioia di dare una ferita al cuore della sua giovane rivale, prova un senso di dispetto, un miscuglio di gelosia strana, cupida, bramosa e astiosa, un impeto di passione e di padronanza brutale per quella donna che gli appartiene, che è sua, e che piange, che smania, che si dispera per un altro!... Per quel Borghetti, per quel cugino, che l'ha tanto amata, tanto desiderata; che l'ama e la desidera tanto da ammalarsi forse per questo e forse... da lasciarci la vita.
EMMA. E a te? Dì'?... Dì? Ma dì? Anche per te, non è un gran colpo? un gran dolore?
GIORDANO. Certamente, ma... copriti. Prenderai freddo.
EMMA. Mi alzo, mi alzo! Voglio correre io stessa a telegrafare alla mamma, a Fanny, al dottore..
GIORDANO. Basta al dottore.
Emma. Anche alla Fanny, per sapere l'indirizzo del dottore, dell'albergo, a Villach.
GIORDANO (_vivamente_) Basta telegrafare al dottore, ho detto, a Milano, a casa sua, coll'ordine di far seguire.
EMMA. Sì! Sì! Ma anche alla mamma, anche alla Fanny per sapere...
GIORDANO (_arrabbiandosi: pestando un piede con forza_) Ho detto di no! Basta al dottore! Finiamola colle esagerazioni, viva Dio! Si fa presto a far ridere la gente!
— Che importa della gente quando si tratta di Carlo?
— Importa, invece, perchè si tratta anche di te e di me! Ti ho dato il mio nome.
— Ma non parlarmi del nome, della gente, sempre delle convenienze, nient'altro che le ipocrite, stupide convenienze, anche quando Carlo sta per morire!
— Si direbbe quasi che questo signor Borghetti...
EMMA. (_sdegnata_) Questo signor Borghetti? Lo chiami adesso il signor Borghetti? Ma ciò è indegno di te! — Questo signor Borghetti? Ma io non ti riconosco più!
GIORDANO (_pallido, minaccioso_) Silenzio! Finiscila! Finiscila di piangere, di gridare... di frignare! Siamo in un albergo! Tutti possono sentire!
EMMA (_quasi impaurita, fissandolo con gli occhi smarriti, stringendosi la gola colle mani per soffocare i singhiozzi: balbettando_) Ma tu... non sai... non sai tutto, povero Carlo! Non conosci tutto il suo cuore, la sua anima, non sai quanta bontà, quanta generosità, quanta abnegazione... E forse adesso, in questo momento muore, sta per morire lontano, solo... (_con un grido disperato, buttandosi riversa sui guanciali e scoppiando in un pianto dirotto_). E sono stata io! Per me! Sarò stata io!
GIORDANO (_si avvicina, si siede sul letto accanto ad Emma distesa, bocconi: Emma continua a sussultare per l'urto dei singhiozzi: egli la fissa a lungo, le solleva tutti i capelli per scoprirle un po' la faccia: fa per rialzarla_) Voltati! Guardami! _Sono stata io_, hai detto? Cioè! — Su! Voltati! Guardami! E spiegati! — Che lui fosse innamorato, lo avevo capito, indovinato, e si sapeva da tutti. Ma tu... Ma che te lo avesse detto, confessato, questo no. E vorrei sapere, ho diritto di sapere fino a che punto siete arrivati.
EMMA (_si volta, si alza d'un balzo, allontanandolo colle due braccia_) Va via.
GIORDANO (_con violenza_) Dunque? Rispondi! Si risponde!
EMMA. Io?... (_Lo fissa a sua volta: tutta la massa dei capelli le ricade sulla faccia: essa scuote la testa per cacciarli indietro, poi li prende, li solleva colle due mani e li annoda fermandoli sulla nuca_).
GIORDANO. Rispondi?
EMMA (_prorompendo_) Io? Io no; tu, tu, sei tu che devi spiegare le tue parole... cattive!
GIORDANO (_con un leggero sogghigno_) So io: zii e cugini... Siete così facili a prendervi certe confidenze, in casa vostra!
EMMA (_indignata: con profonda amarezza_) Oh! Oh! Hai detto? Che cosa hai detto? Dio, Dio, fino a che punto! Fino a questo punto! Giordano... Nino, il mio Nino! Io che ti credevo così buono! Che hai? Che hai? Non è più nemmeno la tua faccia! Non è più la tua faccia! (_prorompendo_) Sì! Carlo! Il povero Carlo, ha confessato di amarmi! Me l'ha detto! Quella sera stessa! Dopo di te! Poi non mi ha più detto una parola. Più, più; mai più! Veniva di rado in casa nostra; quasi mai. Era sempre via da Milano. Solo quando ha saputo che io avevo tanti dispiaceri, che io soffrivo, è tornato. E quando mi sono ammalata, mi ha domandato se — essendo ormai un fratello, nient'altro che un fratello — avrebbe potuto fare qualche cosa per me. Ed io, capisci, io stessa, nell'egoismo cieco, spietato del mio amore, della mia esaltazione, io che non vedevo che te, che non sospiravo altro che te, pur di poterti scrivere e di poter sapere qualche cosa, di poter avere una notizia, una parola tua, ho avuto l'ardire, la sfacciataggine di consegnargli le mie lettere per te! L'ho visto diventar bianco, allibire, tremare... pure — ero pazza! — al suo amore, al suo cuore, alla sua gelosia, alla sua dignità, al suo strazio non ci ho nemmeno pensato. Te, sempre te, soltanto te, sino alla testardaggine, sino alla cattiveria! Ecco, questo è il punto a cui siamo arrivati! (_coprendosi la faccia con un senso di orrore_) E tu!... Oh! Oh!... Non ti voglio più bene; non ti amo più. Va via!
GIORDANO. Basta, adesso... calmati. (_Continua a fissarla con gli occhi lucenti: ha un leggero tremito nelle mani, nelle labbra: le guance accese_) Capirai, anch'io vedendoti così in disperazione per tuo cugino...
EMMA (_con un nuovo scoppio di collera_) E te l'ho scritto, anche, nelle mie lettere. Le avrai ancora le mie lettere, spero? Leggile. In una te lo devo aver detto, o fatto capire, che il povero Carlo mi amava. E quando io, quella prima sera, dopo essere stata con te sul terrazzo, gli ho risposto che «ormai era troppo tardi», che io ne amavo un altro — te — mi ha risposto colla disperazione negli occhi e colle lacrime in gola, che c'era stato, fra voi due, qualche parola, qualche malinteso, e che voleva venire a cercarti, per domandarti scusa. E in quella stessa sera, in quello stesso momento, sotto i miei occhi, ti ha domandato scusa. Ecco a che punto, fino a che punto siamo arrivati, io e Carlo. Adesso lo sai. Cioè lui no, forse. Lui è andato molto più innanzi di me. Fino al punto, povero Carlo, di ammalarsi, di morirne!
GIORDANO. Calmati, adesso basta! (_Baciandole i capelli, le mani, cercando di abbracciarla: sollevandola_) Perdonami. (_Colla voce sempre più alterata_) Facciamo la pace.
— Va via. No.
— Se ho avuto un impeto di gelosia ingiusta, irragionevole, è stato perchè ti amo tanto.... sei tanto bella.... bellissima...
— Va via! Va via! No.
GIORDANO (_irritato: con un riso sinistro_). È per Carlo? Mi mandi via per Carlo?
EMMA. Sì, sì, per Carlo! Per Carlo! Ma come sei tu?... Che uomo sei? Che cuore, che anima, che amore è il tuo? (_d'un tratto, all'improvviso, allunga il braccio: suona due volte il campanello accanto il capezzale: Giordano si allontana, dispettoso, con un'alzata di spalle_) Dirai alla cameriera dell'albergo che mi mandi subito la Carolina. Tu hai da fare oggi. Lavora pure; non pensare a me. Mi vesto in fretta; vado a telegrafare alla mamma e al dottore, poi vado in chiesa.
VIII.
«A LA PEAU D'ESPAGNE.»
Emma, appena vestita, corre a telegrafare alla mamma e al dottore.
— Dio, Dio, povero Carlo!
È ancora agitata, commossa. Mentre se ne ritorna verso l'albergo, evitando il Corso, vede una chiesa aperta; pensa alla sua solita chiesa di Milano e vi entra con un sospiro, come attratta da un senso di sollievo, per pregare e per riposare. Sopra tutto per riposare.
Pregare?... Oh, ha pregato tanto, ha continuato a pregare fin allora! Mentre si vestiva, lungo la strada, scrivendo i due telegrammi, non ha fatto altro che mormorare fra sè: Dio, Dio! Carlo! Carlo! con tutto l'ardore più intenso, con tutta la fede e la tenerezza del suo cuore.
— Dio, Dio!... povero Carlo! — ripete ancora, appena in chiesa; ma si lascia cadere come stanca, affranta, sopra una seggiola.
Quante emozioni, quante angoscie improvvise, inaspettate! E quanto dispetto, quanta rabbia!
— Carlo!... Povero Carlo! — E Giordano? Che cattivo! In certi momenti non è più lui. Ha un'altra faccia. Diventa persino brutto; sì, brutto, bruttissimo!... — E le torna in mente anche «quell'altra cattiveria», la prima, durante il loro viaggio da Napoli a Roma, e rivede Giordano assonnito, livido, colla faccia storta, e ne risente la stessa impressione. Ma è un attimo, un lampo. — E prima, a Napoli, com'era buono! E all'Argentera? E a Milano? A Milano, quella prima domenica in via San Paolo? A Milano, sul terrazzo, quella prima sera?... — Emma socchiude le palpebre: una dolcezza cara, un'onda voluttuosa le riempie, le trasporta l'anima; tornano i vent'anni a trionfare, torna il sorriso, e sgombra le nubi dalla sua fronte candida e luminosa.
La chiesa è buia, tepida, quasi deserta. Appena pochi devoti, raccolti in una luce rossastra, presso un altare, in fondo alla navata.. Nella mistica quiete delle ombre silenziose, Emma sente maggiore la fiducia nel buon Dio e più viva la speranza.
— Carlo è giovane, è forte; guarirà. E poi c'è il dottore!... — Emma _sente_ che Carlo guarirà. Ne è sicura. — E quell'altro, il cattivo? il _geloso_? ... E Giordano, cattivo, ingiusto, violento soltanto perchè è geloso, Giordano ritorna Nino, il «suo Nino».
— Dice sempre che non è geloso!.. Vuol darsi l'aria di non essere geloso!... Invece è gelosissimo, persino di Carlo! È un Otello furioso, _l'illustre pensatore_! — Ed Emma sorride al suo Nino, al suo incanto, al suo idolo, più che mai innamorata.
Borbotta a fior di labbra un'ultima preghiera, distratta, spinta dalla fretta, dalla solita fretta di correre a casa, di rivedere suo marito, di buttarsi fra le sue braccia. E questa volta non per domandargli perdono, ma per perdonare.
La gente si volta per la strada, si ferma a guardarla come il giorno innanzi; ma Emma non se ne accorge nemmeno, infervorata nel ripetere fra sè il discorsetto che avrebbe fatto a Giordano:
— Sei stato cattivissimo, ma ti perdono! Sono così contenta di perdonarti, perchè sono... così contenta che tu sii geloso. Sì, sì, sì, uomo grande; geloso, geloso; sei geloso della «tua piccola!» Ma però ti perdono a un patto: devi confessare di essere gelosissimo e ti proibisco di chiamare il povero Carlo, _questo signor Borghetti_! Assolutamente no, o resto in collera e allora... più nemmeno un bacio. Più, più, più!
EMMA (_entrando nell'albergo tutta rossa, trafelata: al portiere_) Mio marito è ancora di sopra?
_Il portiere_. Sì, signora. Non l'ho veduto uscire.
Emma, di primo slancio, corre verso la scala, poi si ferma, si volta: e Carlo? (_Forte, al portiere_):
— Aspetto due telegrammi. Appena arrivano, badate di mandarmeli in camera, subito, subito.
— Non dubiti, signora.
Emma è già su, al primo piano: infila il corridoio, mette la mano sulla toppa del numero 30... ma in quel punto si ferma, rimane perplessa un istante, poi piano piano continua diritta ed entra nel numero 31, e sempre adagio, senza fare il minimo rumore, si avvicina ansiosa, tendendo l'orecchio verso la stanza attigua. Ha il seno ancora palpitante per la corsa fatta, il viso ridente, gli occhi sfavillanti di piacere, di gioia...
_La bella voce di Giordano_ (_dal numero 30_) «... così la filosofia s'alleava al cuore! Così si ponevano da lungi le basi di quella società futura, che noi tutti, o signori, vagheggiamo come una superba certezza e nella quale tutti, sciolti da ogni vincolo favoloso col cielo, possiederemo la piena libertà dell'amore...» (_correggendosi pestando i piedi_) «possiederemo la piena signoria della terra in cui siam nati, e godremo piena la libertà dell'amore e del pensiero!»
EMMA (_fra sè_) Come? Ancora.... la conferenza di Milano? (_Lentamente comincia a levarsi il cappellino e la giacchetta: non sorride più; diventa seria_).
GIORDANO (_ricominciando_). «Così la filosofia s'alleava al cuore! Così si ponevano da lungi le basi...» (_Tossisce_). — Sono rovinato anche nella voce! Non ho più memoria e non ho più voce! (_Torna a tossire_). C'è una peste d'odore qua dentro! (_Verso il numero 31_). Viene di là! (_Annusa forte con ira, brontolando_) Già; sempre quella _peau d'Espagne_! Dà l'emicrania e intacca la gola!
EMMA (_si fa piccina piccina e istintivamente si allontana dall'uscio: ode il rumore dell'acqua versata da una bottiglia in un bicchiere; è Giordano che beve, poi ripiglia_).
Maestà... signori. — Bisogna aggiungere Maestà — (_alzando il tono_) «Le basi di quella società futura, che noi tutti, Maestà... signori...»
Giordano s'interrompe di nuovo ed Emma, a sua volta, crolla il capo disapprovando: quel «Maestà, signori» non va bene.
Si sente un pugno forte dato sopra un tavolino, della carta che si straccia, poi Giordano che brontola:
— Impossibile! Bisogna cambiare la conclusione. il finale. Così non va! (_Canta a mezza voce_) Non va! Non va! Non va! Bisogna cambiar tutto! — E, per più di un quarto d'ora, silenzio perfetto.
Emma, intanto, si sdraia in un angolo del canapè, ai piedi del letto, e inavvertitamente ritorna col pensiero a suo cugino ammalato, gravemente ammalato laggiù, in fondo alla Carinzia...
— E se muore? Se morisse? Che disgrazia, che dolore, e che rimorso! Sarei stata io!... (_congiunge le mani e torna a pregare intensamente con tutta l'anima_) Dio, Dio!... Povero Carlo!
Guarda l'orologio: per la risposta del dottore è ancora troppo presto; ma il telegramma della mamma dovrebbe già essere arrivato!
A un tratto, tutta la bella voce di Giordano, colla solita enfasi, il solito accento di convinzione:
«Così la filosofia s'alleava al cuore; così si ponevano da lungi le basi di quella società futura che noi tutti vagheggiamo come una superba certezza e nella quale, sciolti sì da ogni vieto pregiudizio, ma, dopo tante negazioni e tante bestemmie, riconciliati col cielo, da cui piove la luce dell'ideale, possiederemo la piena signoria della terra su cui siam nati, pur chinando reverenti il capo innanzi al mistero da cui essa al par di noi è uscita!» — Benissimo! È anche più nuovo, più moderno. — Il razionalismo, il materialismo, il verismo, hanno fatto ormai il loro tempo. Adesso gli uomini, e specialmente le donne, tornano a credere e vogliono dell'ideale! (_sempre più soddisfatto_) E questa, caro signor Schiavino, è tutta roba mia; assolutamente mia! Qui, il vostro Taine non c'entra!
Una fregatina di mani: poi Giordano torna a ripetere due, tre, quattro volte, certo per impararlo a memoria, il nuovo finale della conferenza.
Emma è rimasta sempre sdraiata nell'angolo del canapè. Essa fa scattare nervosamente la punta sottile di un tagliacarte d'avorio. È diventata un po' pallida; ha il visetto in collera, con una piccola ruga, forse la prima, che le attraversa la fronte, e continua a scrollare il capo, in segno di malcontento e di disapprovazione, mentre suo marito, paziente e instancabile, seguita invece a ripetere la conferenza, collo stesso calore, le stesse intonazioni di voce, le stesse pause, i medesimi sorrisi, e le medesime cannonate, che hanno mandato in visibilio anche a Milano i pittori e gli scultori del Circolo artistico-letterario. Solo s'interrompe qua e là per aggiungere e provare il suono di qualche «Maestà», di qualche «Graziosa Sovrana»; o per tossire, per borbottare contro il raschio che sente in gola, contro quel profumo _à la peau d'Espagne_, che diventa sempre più acuto, più noioso.
Nel corridoio: un passo risonante, spedito, diverso dai soliti, si avvicina rapidamente al numero 30:
GIORDANO (_di dentro_). Chi è?
_Il fattorino del telegrafo_. Un telegramma. Signora Mari!
— È mia moglie. È uscita. Lasciate il telegramma dal portiere.
EMMA (_balzando in piedi e correndo fuori della stanza_) Qui! Qui! A me! (_Prende il telegramma, firma la ricevuta, e rientra in camera nello stesso punto in cui Giordano spalanca l'uscio interno di comunicazione_).
GIORDANO (_con impeto_) È un pezzo che sei tornata?
EMMA. Sì.
— Stavi qui ad ascoltare?
— Sì.
— Questo non mi accomoda.
— Neanche a me! (_Emma, agitatissima, straccia mezzo il telegramma per la fretta d'aprirlo_).
GIORDANO (_alzando la voce_) Cioè?... Che cosa vuoi dire?
EMMA (_riferendosi al dispaccio ricevuto_) Non è del dottore. È della mamma.
GIORDANO (_sempre più forte_) Che cosa volevi dire? Che cos'è che non accomoda neanche a te?
EMMA (_fissandolo a sua volta con arditezza_) Sì; e te lo dirò, se vuoi saperlo! Non mi accomoda che tu ripeta anche a Roma, proprio a Roma, l'istessa conferenza di Milano, di Bologna, di Napoli! Piuttosto niente! O una nuova, o niente. Aspetta un altr'anno; questa primavera.
GIORDANO (_frenandosi a stento_) Dovresti abituarti a pensare soltanto ai tuoi cento cappellini e alle tue mille sciocchezze!
EMMA. Invece no! «Abituarmi» no! — Io non sono fatta per «abituarmi»; io non mi «abituerò» mai, mai, mai... a niente!
GIORDANO (_sogghignando_) Sicuro; nemmeno... a ragionare.
EMMA (_offesa_) Nino, ti prego; Nino!
GIORDANO. Intanto vuoi parlare, parlare, parlare, e, come al solito, non sai niente! La conferenza è alquanto modificata, così nella forma, come nella sostanza. Dirò... moltissime cose nuove.
— Tutte cose che non pensi, e le dirai soltanto per far la corte a mio zio!
— Per tua regola, io non ho mai fatto la corte a nessuno, e tu ne sai qualche cosa. Dovresti imparare a riflettere quando parli con me, e sopra tutto quando parli di me. Bisogna pensare, bisogna sapere ciò che si dice!
— So, so, so benissimo, sempre, ciò che mi dico. Anche troppo!
— Davvero? Una cosa per altro non sai (_Si chiude la bocca con una mano per non parlare_).
EMMA. Quale? Quale? Che cosa? Sarà un'altra cattiveria! È un'altra cattiveria! Sentiamo.
GIORDANO (_prorompendo_) Che con una donna come te, la quale fa perdere la pazienza dieci volte in un'ora, non si può nè lavorare, nè studiare, nè pensare! Bisogna diventare per forza un cretino, un imbecille!
EMMA (_colla voce bassa, rotta, strozzata_) Mi sta bene; ti ringrazio. Grazie.
Giordano continua a camminare su e giù arrabbiandosi, pestando i piedi. Emma torna a sedersi sul canapè e torna a far scattare il tagliacarte: gli dà un colpo troppo forte; lo spezza.
Giordano si volta, la guarda e scoppia in una risata. A poco a poco è riuscito a calmarsi. Con voce dolce, affettuosa, sedendosi sul canapè vicino alla moglie, cercando di prenderle la mano:
— Vedi, cara, che ti succede a far la cattiva?
Alla parola «cara» gli occhi di Emma si riempiono subito di lacrime. Ma non può parlare, non vuol parlare; è ancora in collera, non vuol essere toccata e allontana Giordano con un moto dispettoso delle spalle, delle braccia.
— Vedi, cara, che ti succede a far la cattiva?... (_Languidamente, ponendo la sua testa accanto a quella di Emma sullo stesso cuscino_) Sai, come, in che modo, mi fai perdere la pazienza dieci volte in un'ora?... Perchè, quando so che sei qui, qui, vicina — mia — non penso ad altro... che a questo. (_Fa per darle un bacio_).
— No. Va via.
Emma si alza, lo respinge, si allontana, sempre molto seria, sempre molto in collera.
— Basta. Ho detto basta. Mai più!
Giordano protesta, smania, prega, supplica... ma, dopo inutili sforzi, deve frenarsi e rassegnarsi. Sospirando, con aria docile, sottomessa:
— E la mamma? Che cosa, dunque, ha telegrafato la mamma?
EMMA (_getta il dispaccio sul canapè e va alla finestra_).
GIORDANO (_prende il dispaccio e lo legge ad alta voce_) «Anch'io manco notizie; telegrafato dottore per averne — Villach — Carinzia — Austria — Hôtel Orso nero. Speriamo bene. Abbracciovi. — Mamma». Come vedi, tesoretto furioso, io avevo ragione! Il telegramma alla mamma potevi risparmiarlo.
EMMA (_con un'alzata di spalle, senza voltarsi_) Vuol dire che se anche avrò telegrafato una volta di più a mia madre, sarà poco male.
GIORDANO. Certamente! Sicuro! Desidero soltanto giustificarmi! (_Sempre pensando al modo di potersi liberare di sua moglie per un paio d'orette_) Ti avevo detto, anzi — ti ricordi? — quando torni dalla messa, fermati nella sala di lettura, dove c'è tutto l'occorrente, e scrivi alla mamma una bella lettera... lunga.
EMMA. Scriverò oggi, più tardi. Voglio prima aspettare la risposta del dottore.