L'idolo

Part 15

Chapter 153,632 wordsPublic domain

GIORDANO MARI (_niente soprabitone dalle falde svolazzanti, niente cilindro: giacca bigia e cappello basso. Inchinandosi, presenta una letterina al direttore_).

SCHIAVINO (_prende la lettera, salutando con un breve cenno del capo; ma, mentre comincia a leggerla sempre in sospetto, tien d'occhio ogni mossa di Giordano. Dopo aver voltato il foglio e vista la firma, con un «oh!» di maraviglia_).

— Stefano Cogoleto!...

GIORDANO MARI. Siamo vecchie conoscenze di Venezia, di Padova. L'ho riveduto questa primavera, di passaggio, a Milano. Ieri ci siamo incontrati per caso e siamo andati a pranzo insieme.

Pietro Schiavino si avvicina alla lampada a gas e ormai senza più nessuna diffidenza legge attentamente tutta la lettera.

CAMERA DEI DEPUTATI

Carissimo Schiavino!

«Se la monarchia, presentemente, ci divide, il nostro cuore, il nostro passato e la reciproca stima ci riuniranno per sempre; ed è con questa sicurezza, oso dire con questo diritto, ch'io ti presento il mio egregio amico Giordano Mari. Egli desidera darti alcune spiegazioni, ed io stesso l'ho consigliato, l'ho indotto a questo passo dopo aver molto pensato e discusso, e dopo aver finito dove si avrebbe dovuto incominciare, col ricordarsi sopra tutto che tu sei un uomo di primo impeto, ma di gran cuore, e agire in conseguenza.

«Un duello?... Perchè?... Anche Giordano Mari ha già fatto e assai brillantemente le sue prove. Tutti e due avete da lavorare; un duello sarebbe un perditempo inutile e dannoso, perchè maggiormente divulgherebbe l'offesa e ne darebbe cognizione a una persona cara, per la cui felicità e tranquillità Giordano Mari è in dovere di compiere qualunque sacrificio, anche quello del proprio risentimento.

«Va bene?

«Io ti conosco; so, da tutta la tua vita d'uomo, di soldato e di pubblicista (e di ciò ho reso convinto anche il mio egregio amico), so che tu non attacchi mai nessuna persona con mire indirette, o per partito preso. Avrai ragione, avrai torto, ma tu, singolare temperamento di giornalista... politico, scrivi soltanto ciò che ti esce dal cuore. Il tuo _articolo_, però, a ragione o a torto, non è mai altro che un moto, un impeto spontaneo e prepotente del tuo animo libero, fiero, generoso, ma che può anche ingannarsi... o essere ingannato.

«È per tutto ciò, per questa tua bella e nobile schiettezza, che i tuoi vecchi amici, diventati oggi tuoi avversarii politici, ti conservano per altro e ti professano intera e inalterata la loro stima e contano, con orgoglio, sul ricambio della tua buona e fedele amicizia.

«Io, come te, avevo giudicato _molto severamente_ il professore Mari. Spero che tu, con me, finirai col ricrederti sul suo conto.

«Una stretta di mano dal tuo caporale del '60 e dal tuo colonnello del '66.

STEFANO COGOLETO»

Pietro Schiavino, dopo aver letta tutta la lettera, è diventato serio, triste. Gli succede sempre così, ogni qual volta si trova dinanzi il suo vecchio compagno d'arme, o si trova con lui in qualche rapporto.

... Quante speranze, quante lotte, quanti sacrifici per un ideale comune, e adesso?.. Eppure, Stefano Cogoleto, di Sarzana, è un galantuomo, un gran galantuomo, un patriota e, per Dio, un fegato sano!... Mah!... L'ambiente parlamentare!... È stato l'ambiente parlamentare!... Lo ha guastato e rammollito completamente!... Peccato!

SCHIAVINO (_dopo queste considerazioni e fatto un sospiro, si rivolge a Giordano Mari, indicandogli una seggiola_) Prego... se vuol sedere.

GIORDANO MARI. Se in questo momento ella ha da fare, io tornerò più tardi; anche domattina, se le fosse più comodo. Mi basta, per il momento, di averle consegnato la lettera del colonnello Cogoleto e di aver avuto l'onore di conoscerla personalmente. Vuol fissarmi un'ora? Quando vuole. Sono sempre a sua disposizione.

SCHIAVINO. No, no; anche adesso; ciò che vuol dire, dica pure.

GIORDANO. Ma... e allora come si fa? (_gli indica un gran cartello appeso ad un uscio, sul quale è stampato a lettere cubitali_):

AVVISO IMPORTANTISSIMO

NON SI ESPORTANO GIORNALI DALLA REDAZIONE. LE VISITE NON POSSONO DURARE PIÙ DI DIECI MINUTI ABOLITI I COMPLIMENTI I TITOLI E LE PAROLE INUTILI.

Come si fa? Ho pratica anch'io di giornali, mi vanto di essere stato anch'io giornalista e di esserlo ancora un poco. So la fretta e la furia di questi momenti e d'altra parte... (_sorridendo_) mi potrebbe occorrere almeno un quarto d'ora.

SCHIAVINO (_parlando in fretta, coll'aria di chi non può schivare una seccatura, ma vuol sbrigarsene su due piedi_) Lei mi domanda un quarto d'ora ed io posso accordarle venti minuti: il tempo per comporre l'articolo che ho mandato in tipografia. (_Indicandogli a sua volta l'avviso stampato_) Soltanto tenga presente l'ultima raccomandazione: Sono abolite le parole inutili.

GIORDANO (_siede democraticamente, mettendo il cappello per terra e le mani in tasca_) Allora, eccomi a lei, francamente, lealmente, da gen... (_stava per dire «gentiluomo», ma si corregge in tempo_) da galantuomo a galantuomo. Ho letto il suo articolo contro di me. Lo chiamo articolo... (_cominciando a riscaldarsi_), ma potrei anche chiamarlo... con un altro nome.

— Lo chiami come vuole. Soltanto, l'avverto: ho scritto ciò che penso e non ritratto una parola.

GIORDANO (_con fierezza: fissandolo in faccia arditamente_) So che non si viene da Pietro Schiavino per domandare una ritrattazione. E tanto meno personalmente. In questo caso non sarei venuto; avrei mandato. Indotto, persuaso anche dal colonnello Cogoleto, io sono qui, ripeto, un galantuomo in faccia ad un altro galantuomo, non per domandare rettifiche, ma per ottenere la sua stima. Sissignore; perchè alla sua stima ho diritto... e perciò anche il dovere di pretenderla.

Giordano Mari parla chiaro, fissa bene in faccia, alza la voce, non ha paura: al direttore del _Popolo_ riesce simpatico.

GIORDANO (_continuando sempre sullo stesso tono_) E intendiamoci bene, e subito. Non mi occupo nemmeno di quella parte dell'articolo dove si fa la critica. Il letterato, non lo difendo. In venti anni che scrivo, che lavoro, mi sono sempre abbandonato tutto intero ai miei critici, perchè si divertano. Ma si figuri! in vent'anni, non ho mai perduto la calma e l'appetito, nemmeno quando c'è stato chi ha trovato il suo piacere, o il suo tornaconto, a darmi dell'asino! A lei, perchè _è lei_, potrei soltanto replicare, così alla sfuggita, che se più volte ho «saccheggiato il Taine,» l'ho anche più volte citato, come potrà facilmente verificare quando le manderò il volume delle mie conferenze. Potrei forse farle anche osservare, che per conoscere bene quanto in me ci sia di falso, come filosofo e come scrittore, bisognerebbe esser dentro nel mio cuore, o aver vissuto con me. Ma di tutto ciò, ripeto, non mi occupo. Ci vorrebbe altro! Ma lei, lei, proprio lei, mi ha insultato come uomo; e il suo insulto è tale, che se mi fosse stato lanciato da un cretino, prima lo avrei schiaffeggiato e poi gli avrei tagliato le orecchie.

SCHIAVINO (_alzando a sua volta la voce_) Prego! La prego!

GIORDANO (_continuando più forte_) Se avessi avuto di fronte una canaglia, avrei fatto un processo.

— Può risparmiare le sue... supposizioni!

— Ma si tratta, invece, di Pietro Schiavino, e a quest'uomo che ho sempre stimato, che devo stimare, coll'amarezza nel cuore e colle lacrime in gola, dico soltanto: Vi hanno ingannato! Sì! Sì! Vi hanno ingannato! Dinanzi a voi — guardatemi in faccia! — non c'è un uomo abbietto... un... mantenuto... (_la tensione è troppo forte, non può quasi finir la parola e si lascia cader di peso sulla seggiola, con uno scoppio di lacrime_)... un mantenuto di sua moglie!

SCHIAVINO (_pesta i piedi con dispetto: gira per la stanza: poi si ferma: lo guarda: gli si avvicina battendogli sulla spalla_) Su! Su! Per Dio!

E torna a passeggiare borbottando. Pietro Schiavino ha visto degli uomini cadere ai suoi piedi col cranio fracassato da una palla, rimanendo impassibile; qualcheduno, ne ha ammazzato lui stesso, corpo a corpo, alla baionetta. Ma ha sempre sofferto una debolezza nervosa: quella di non poter veder piangere nè uomini, nè donne: gli fa ira, dispetto, rabbia.

SCHIAVINO (_battendogli più forte sulla spalla_) Vostra moglie, stasera, era al Costanzi! In un palchetto col ministro Albertoni! — È una donna... si capisce benissimo. Ve ne siete innamorato e non avete avuto torto. Insomma, finitela! Ve l'ho detto avanti; non ho tempo da perdere.

GIORDANO (_alzandosi, col viso ancora stravolto: fissando lo Schiavino_) Ebbene, no.

SCHIAVINO. No? Che cosa?

GIORDANO. Adesso sì; molto. Ma prima non ero innamorato; anzi non volevo assolutamente. È stata lei. (_Con straordinaria gravità, ergendosi maestoso e stendendogli la mano_) Vi domando il silenzio, sulla vostra parola d'onore.

SCHIAVINO (_colpito dalla meraviglia e dalla curiosità e attratto, tanto più dopo aver vista la bella donna, dalla inaspettata confidenza del marito_) Parola d'onore. (_E a sua volta gli stringe la mano_).

GIORDANO (_parlando sotto voce, rapidamente, concitato_) Io ero pazzo per un'altra donna. Avevo un'altra relazione, a Milano. Uno di quei legami colpevoli e fatali, che vi turbano la ragione e la coscienza, e che, se qualche angelo, appunto, non vi salva, vi fanno uscir fuori dalla buona strada, forse per tutta la vita. La signorina Dionisy, succede quasi sempre così, colle ragazze, io la vedevo frequentemente; ma con lei avevo parlato appena una volta o due; posso dire, non le avevo badato, non mi ero accorto di nulla. Fu un mio amico, il presidente del Circolo artistico-letterario di Milano, il nobile Barbarani...

SCHIAVINO. Lo conosco.

GIORDANO (_con entusiasmo_) Una bravissima, una simpaticissima persona! Fu lui, appunto, che si ostinò a volermi far notare, da qualche indizio, la simpatia della signorina Dionisy per me: simpatia alla quale, naturalmente, io non potevo, non volevo credere. Poi il Barbarani mi riferì i discorsi che si facevano in giro, e che mi mettevano di buon umore come altrettante storielle amene. La ragazza era stata ad una mia conferenza; mi aveva veduto, sentito; io le ero stato presentato e l'avevo accompagnata a casa, e subito — un colpo di fulmine — era cascata, innamorata, morta! Chi poteva credere a tutto ciò? Nessuno, ed io meno degli altri; ma la prudenza, i riguardi m'imponevano di non andare in casa Dionisy, ed io, infatti, più volte invitato, sollecitato, ho sempre cercato e trovato qualche scusa. Di giorno, ed era vero, non avevo un momento disponibile, tutto preso dalla mia opera sul _Vescovo Ambrogio_, che uscirà prestissimo in una splendida edizione illustrata. La sera, ero occupato... diversamente. Ma, un bel giorno, che succede? Il padre della signorina, un dilettante di musica assai appassionato e intelligente, dà un gran concerto, e viene lui stesso in persona alla Biblioteca di Brera a cercarmi, ad invitarmi. Non vi posso dunque mancare, tanto più che anche _quell'altra persona_ si recava al concerto. Vado; mi trovo colla signorina Dionisy, scambio con lei qualche parola e subito devo accorgermi che il Barbarani ha ragione. Che cosa fo? Scrivo una lettera alla ragazza, nella quale, molto francamente, le dico questo: che io non sono ricco e che per età potrei essere quasi suo padre. Dunque, sarei ridicolo e colpevole lusingandola e lusingandomi d'amore.

SCHIAVINO. Benissimo!

GIORDANO. E che in ogni caso — queste sono le precise parole — non sarebbe mai stata mia moglie, fino a quando io potessi comparir vile dinanzi a me stesso, seduttore verso i suoi parenti, interessato in faccia alla società.

Schiavino. Benissimo! Bravo!

GIORDANO (_continuando, sempre più infervorandosi, riscaldandosi, coll'accento della verità e della passione_) E lei allora, la signorina Emma che cosa mi risponde? «Sono giorni terribili, sempre in urto, in collera con tutti i miei; ma sono contentissima di soffrire per te, sono tua e sarò sempre tua con tutta l'anima, con tutto il cuore.» Che cosa avreste fatto voi nel mio caso?

SCHIAVINO (_si accarezza la barba e non risponde_).

GIORDANO. Sareste partito? Sareste fuggito?

SCHIAVINO (_accarezzandosi sempre la barba_) Probabilmente.

GIORDANO. Bravo! È quello, appunto, che ho fatto anch'io. Lascio Milano e vado a Padova. La ragazza mi tempesta di lettere. Io, prima, non rispondo; poi, costretto, rispondo tanto freddamente, che la poveretta ne soffre, comincia a star poco bene. Intanto _quell'altra persona_, di cui vi ho già parlato, si mostra indegna di ogni affetto serio, profondo, e questo disinganno, questa delusione, è naturale, spinge il mio cuore sanguinante verso la dolce, la cara fanciulla. Essa in quel momento è il conforto, la vita nuova dell'anima. Pure, anche questo sentimento lo chiudo, lo soffoco dentro di me e continuo a non scrivere altro che assai raramente e assai freddamente, finchè un giorno, uno della famiglia stessa dei Dionisy, un cugino, l'architetto Carlo Borghetti...

SCHIAVINO. L'archeologo?

GIORDANO. Precisamente! Carlo Borghetti mi scrive che la fanciulla sta molto male e mi prega di ritornar subito a Milano. (_Si leva un grosso portafoglio pieno di lettere dalla tasca interna della giacca, e lo tiene sempre in mano finchè parla_). Voglio mostrarvi questa lettera...

SCHIAVINO. No, no; vi credo!

GIORDANO. Come avreste fatto anche voi, corro a Milano...

SCHIAVINO. S'intende.

GIORDANO. Ma resisto ancora; resisto sempre. Oh, se fosse stata povera, quella ragazza! Ma era ricca, ed io ho sempre sacrificato tutto al mio onore, al mio orgoglio. — No! No! Non voglio! — Ma la povera ragazza, intanto, sempre male, sempre peggio! I genitori, prima, naturalmente, contrariissimi ed accaniti contro di me, dopo si mostrano arrendevoli, per finire col pregare, col supplicare. Io fo loro dichiarare dal Barbarani e dal Borghetti, li conoscete tutti e due, di esser pronto a partire, a scomparire per sempre dall'Italia, dall'Europa; e disperato anch'io, anch'io coll'amore e colla morte nel cuore, parto, fuggo, vado a Genova per imbarcarmi! (_Cercando colle dita tremanti un'altra lettera nel portafoglio_) Sentite che cosa mi scrive, appunto a Genova, il dottore della famiglia.

SCHIAVINO (_a sua volta stanco, vinto, nervoso_). No! ma no! Facciamo presto: vi credo: dunque, basta. L'avete sposata e avete fatto bene. Basta.

GIORDANO. No; non basta; perchè se avete pubblicamente stampato che io sono il mantenuto di mia moglie, lo avete anche pensato. Il dottore mi scrive queste precise parole: «Per un falso, un malinteso principio di amor proprio, non avete il diritto di porre a gran repentaglio la pace, la felicità di una rispettabilissima famiglia, che merita tutti i riguardi, e forse compromettere anche la vita stessa di una giovane, buona, affettuosa, la cui salute è già molto scossa e vacillante.» — Io non rispondo subito; il dottore viene a prendermi a Genova, mi porta per forza a Milano, e a Milano, pure protestandomi innamorato della ragazza, dichiaro a lei stessa, che, mentre io mi tenevo impegnato per tutta la vita, lasciavo lei, ancora, perfettamente libera; dichiaro ai suoi parenti che io sarei stato felice quel giorno soltanto, in cui avessi potuto sposare la signorina Emma, ma che per arrivare a quel giorno volevo prima assicurarmi, obbligandomi con un editore e coll'ottenere una cattedra, una rendita certa di almeno sei o settemila lire. Questa rendita, senza contare altri lavori straordinarii, avrebbe garantito la mia indipendenza e la mia dignità, colla sicurezza del pane quotidiano. E così ho fatto (_Aprendo ancora il portafoglio_) Volete vedere i documenti?

SCHIAVINO (_chiamando il ragazzo perchè gli porti le bozze dell'articolo_) No! No!

GIORDANO (_mettendosi il portafoglio in saccoccia_). Prevedevo e quindi disprezzavo anticipatamente le calunnie, le infamie degli invidiosi, dei tristi; ma mi premeva, _volevo_ essere giudicato onesto dagli onesti. (_Incrociando le braccia sul petto e fissandolo_) E, adesso, rispondetemi: che cosa pensate di me?

SCHIAVINO (_stendendogli la mano, e anch'egli, oramai, dopo il calore e l'intimità del colloquio, continuando famigliarmente a dargli del voi_). Lavorate di lena, e amate vostra moglie! (_Prende le bozze dalle mani del ragazzo di stamperia che entra in quel punto, si mette al tavolino e comincia a correggerle_).

_Il ragazzo._ Aspetto?...

SCHIAVINO. Sì. (_A Giordano: sempre correggendo le bozze_) Del resto... avevo sentito qualche cosa di questo vostro... romanzo, a Varese, dove ho una sorella maritata e dove vado a passare le mie vacanze. Ma c'è tanto poco di vero... anche nei romanzi che non si stampano!

GIORDANO (_avvicinandosi: aspettando ancora un momento_) Dunque, il letterato, lo storico... (_sorridendo_) il conferenziere sopra tutto, ve lo abbandono; ma, come uomo, posso contare, ormai, sulla vostra stima?

SCHIAVINO (_seccato d'essersi lasciato sorprendere dalla commozione e volendo far capire al Mari che è ora di andarsene, continua a correggere le bozze, senza più rispondergli, nè guardarlo_).

GIORDANO (_abbottonandosi la giacca_) Una sola promessa dovete farmi: quando saprò che sarete a Varese e verrò a prendervi colla carrozza per condurvi a casa mia all'Argentera, per presentarvi a mia moglie, non dovrete dirmi di no.

VII.

LA LETTERA DI DONNA FANNY.

La mattina dopo. Non sono ancora le otto. Nel numero 31 le finestre sono ancora chiuse: è tutto buio. Un gran profumo di _peau d'Espagne_.

Emma, a un tratto, si sveglia: guarda verso l'uscio del numero 30, sospira, si volta dall'altra parte e si riaddormenta.

Un'ora dopo entra Carolina, la cameriera, portando il caffè e due lettere per Emma. Carolina, come di consueto, pone il vassoio sul tavolino che è accanto al letto della padrona, poi va ad aprire la finestra.

EMMA (_destandosi una seconda volta: rizzandosi d'un balzo a sedere sul letto e fregandosi gli occhi colle dita_) È una bella giornata?

— Sì, signora! C'è un bellissimo sole! Come quello di Napoli.

Emma rivolge istintivamente una seconda occhiata verso il numero 30, canterella a mezza voce, tra un piccolo sbadiglio ed un sospiro:

Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!

— Ci sono lettere?

CAROLINA. Sissignora; due.

EMMA (_senza prenderle in mano: guardando la soprascritta, mentre beve a sorsi il caffè_) Una della mamma e l'altra... (_con un sorrisetto_) Ah! Ah! Quella cara Fanny.!... E il mio babbo? Niente! (_Alla Carolina: ficcandosi di nuovo, in fretta, sotto le coperte_) Brr! Chiudi, chiudi! Fa freddo!

CAROLINA (_ridendo_) Siamo in novembre! (_Chiude i vetri della finestra: prepara, accomoda la toeletta, riceve gli ordini per l'abbigliamento di quella mattina e se ne va piano, in punta di piedi, com'è venuta_).

EMMA (_continuando a guardare le lettere che sono sempre sul tavolino, senza risolversi a prenderle e leggerle_) Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!... (_sente un movimento al numero 30_) Ti sei svegliato?

GIORDANO (_dall'altra camera: colla voce grossa, rauca_) No, dormo.

EMMA. È tardi. Sono le nove!... Io ho già preso il caffè.

GIORDANO. Ed io, invece, ho ancora sonno. Stetti alzato tardissimo. Ho scritto molto.

EMMA. Non ti ho mai sentito.

GIORDANO. Per due ragioni: la prima, perchè hai dormito sempre: la seconda, perchè a scrivere non si fa rumore.

EMMA. Hai finito?

GIORDANO (_arrabbiato_) Finiscila tu col tuo «Finito? Hai finito?» Non sai dir altro!

Un momento di silenzio; poi Emma, di nuovo:

— Sei in collera?

— No.

— Vieni qui.

— No.

— Allora vengo io.

— Non si può. Devo alzarmi in fretta e rimettermi al lavoro. Pensa che oggi è giovedì.

EMMA (_arrabbiandosi e rivoltandosi nel letto_) Auf! Sono stufa! Stufa di questa Roma! Ieri sera, Richelieu a tutto pasto, e stamattina.... è giovedì!

GIORDANO (_prorompendo: sinceramente, senza collera_) Emma, Emma, giudizio! Mi raccomando! Ti prego, se mi vuoi bene. Ti supplico! Non ricominciare. Mi sono accorto, pur troppo, anche a Napoli, che non ho più la mia memoria di una volta. Lasciami studiare, lasciami tranquillo, o mi farai fare una figura ridicola.

EMMA (_sempre ben sotto le coperte, conta i giorni lentamente, appoggiando le dita al nasetto_) Ancora giovedì, venerdì, sabato, domenica... e poi più conferenze!

Si sente un gran sospiro anche nel numero 30.

Emma tace: sta tranquilla tranquilla; sempre guardando le due lettere sul tavolino, che per pigrizia non si risolve a leggere. È lì lì, quasi per riaddormentarsi.

Giordano, non udendo più alcun rumore dal numero 31, comincia ad impensierirsi. Vorrebbe appunto, perchè non possa ripetersi il caso di Napoli, ripassare, studiare la conferenza: fissarsi bene in testa i tagli e le varianti... E poi dirla, ripeterla parecchie volte di seguito, per abituare e rinforzare anche la voce. Però la moglie vicina gli dà noia. Emma è ancora ingenua: non conosce le malizie del mestiere; non sa che la «maravigliosa potenza e facilità di parola» non è altro che uno sforzo paziente di memoria. E poi si accorgerebbe troppo presto che sono sempre i medesimi _precursori_ che viaggiano!... E come un lampo gli torna in mente lo scherzetto dell'editore: «Sempre bella — ma sempre quella — la bandiera dei tre color!» Bisogna liberarsi di Emma; bisogna mandarla a spasso per un paio d'orette! (_forte_) Emma!

Silenzio: nessuno risponde.

— Che cosa fai? (_Più forte_) Emma! Che fai?

EMMA (_imitando la voce di prima di Giordano_) Dormo.

— È tardi. Alzati.

— Sono appena... le nove e mezzo.

— Appunto; è ora di alzarsi.

— Perchè? Tu lavori: io dormo.

— Devi alzarti anche... per salute! Devi abituarti.

EMMA (_interrompendolo_) No, no! Ti prego! Non ricominciare coll'abituarmi!

GIORDANO (_con vivacità_) Insomma, alzati! Lo voglio! Sei giovane, sei sana! È una vergogna, star a letto tutto il giorno!

EMMA (_finge, per ischerzo, di piangere_) Cattivo! Sto tanto bene qui!... Che cosa faccio poi, quando pure mi sono alzata?... Io sola?... Senza te... che devi lavorare?

— Andrai un po' fuori. Andrai a far le tue spese, le tue commissioni.

— Le ho fatte tutte ieri.

— Va... Va a prendere il tuo anello dal Marchesini, che sarà pronto.

— Mai! Mai! — Lo dichiaro: sola, sul Corso, di mattina, mai!

— Prendi con te la cameriera.

EMMA (_ridendo forte_) Ah! Ah! Ah! Come a Milano! Colla Rosina! (_imitando la cantilena del dindirindera_) Colla Rosina che faceva la spia — la spia perchè scrivevo di nascosto ad un brutto coso — un brutto coso invisibile che non vuol lasciarmi dormire.

GIORDANO (_dopo un momento_) Per esempio: perchè non andresti un po'... a messa?

EMMA (_ridendo di nuovo_) Alla messa? Tu mi mandi alla messa? Oh! Oh!... come sarà contento don Fulvio Crespi!

GIORDANO. Perchè no? io sono sopra tutto sincero. Io posso pensare come voglio, ma mi piace che mia moglie abbia una fede: qualunque sia, ma una la deve avere.

EMMA (_seriamente: con un altro tono di voce_) Qualunque sia, no. Bisogna avere la nostra: la sola buona, la sola vera: la santa. Sì; adesso mi alzo, e andrò a fare un po' di bene. Ma, prima, senti: sii molto gentile e molto carino per un momento, solo, solo. Vieni qui per leggermi due lettere che mi ha portato la Carolina. Una è della mamma e l'altra... l'altra bisogna indovinare. È di una persona che hai molto amato, che anche presentemente... forse... chi sa?... Non giurerei!

GIORDANO. Il leggere le lettere degli altri non mi diverte e non mi piace. Te l'ho già detto. È una indelicatezza verso chi le scrive. Finisco di vestirmi; poi verrò a sentire le notizie più importanti della mamma e di donna Fanny.

EMMA. Ah! Ah! Vedi come subito hai indovinato?... (_mentre si tira un po' su a sedere e apre la lettera della mamma_) Sul colpo: donna Fanny! La cara Fanny! Mi fa un dispetto che tu dica quel nome odioso, colla stessa bocca e colla stessa voce, come dici Emma. E mi fa sempre l'amica!... Ed io la devo sopportare per le convenienze! Come sono ipocrite le convenienze!... (_facendo colle labbra un moto di sprezzo e di nausea_) Peuh!...