Part 14
EMMA (_dopo aver battuto col piedino per terra nervosamente, irritata dalla flemma del farmacista_) Può far presto, non è vero?
_Il commesso_ (_con comodo_) Se mi vuol lasciare l'indirizzo, le manderò tutto all'albergo.
EMMA. Sì, sì; va bene: albergo Milano. (_Poi, come per vendicarsi e per rinfacciare ai suoi persecutori la loro sfacciataggine, invece del suo, lascia l'indirizzo di Giordano_) Giordano Mari, _hôtel_ Milano, numero 30 o 31. E mandi insieme anche il conto (_più forte, ben chiaro_) a mio marito.
Uscita dalla farmacia, la «signora» Mari salta di nuovo in carrozza. Non ha girato nè la testa, nè gli occhi, ma ha già visto in un attimo, di su e di giù, per tutta via Condotti, che «quegli altri» non ci sono.
EMMA (_al cocchiere_) Albergo Milano. Ma non passare dal Corso!
Anche in carrozza tutti la guardano, tutti si voltano; è un'oppressione; il suo piedino non può star fermo; si agita, batte sotto il piccolo sedile, ancora più irritato, ancora più nervoso.
— Che rabbia! Che rabbia! Che dispetto!
Ha sempre timore di veder comparire quei «due stupidi» e quell'otre rigonfio, dipinto e indorato.
— Dio, Dio! Come sono sfacciati qui a Roma! Sfacciati e sconvenienti! Eccoli! Eccoli!... Tutti e tre! (_Forte: al cocchiere_) Ti ho detto di non passare per il Corso!
_Il cocchiere_ (_senza voltarsi_) Lo attraversiamo soltanto.
EMMA. Fa presto! Albergo Milano!
— Sissignora, non dubiti. Ho capito!
Ma, intanto, i «due stupidi» si fermano sorridendo, fissandola:
— Pulcherrima Dea! — esclama l'ufficiale. E, un poco discosto, l'otre dipinto che fa una nuova e ancora più profonda scappellata. E tutti gli altri che continuano a voltarsi, a fermarsi, lanciandole addosso occhiate lunghe, cupide, villane? Emma arrossisce, abbassando il capo. Certe volte le pare di sentirsi frugare, di sentirsi svestire da quelle occhiate odiose.
— Auf! Che bile! Che bile! Che rabbia! Che dispetto!
È un'impressione di avvilimento, è un senso di disgusto che rivolta le sue fibre più intime, tutto ciò che c'è in lei di delicato, di sensibile, di vivo, di vibrante. Emma ne soffre: ne soffre nel suo pudore e nel suo cuore; ne soffre la donna e ne soffre l'innamorata.
— Non sanno, non capiscono, non vedono questi romani che io sono una donna onesta e che appartengo ad un marito? Sì! Sì! Sua, soltanto sua, del mio Giordano, tutta sua. Sfacciati! Antipatici! Mio marito soltanto ha diritto di guardarmi! Lui sì, lo voglio! Sempre! Come lo amo! Quanto lo amo! Ancora di più! Sempre di più!
E in quel momento, in quell'orgasmo, in mezzo al dispetto, in mezzo alla collera, pensa a Giordano, a «suo marito», come ad una liberazione. Lo ama, lo ama appassionatamente, con tutto l'ardore e con tutto l'entusiasmo dell'animo e insieme con un senso di timore stranissimo. Potrà ancora trovarsi con lui, sola con lui, senza più vedere quelle facce, quegli occhi intenti, fissi, bramosi?
EMMA (_al cocchiere_) Fa presto.
— Sissignora.
Che fretta di rivederlo! di correre, di buttarsi nelle sue braccia!... E che bisogno di dirgli tutto!
Finchè non ha detto tutto a suo marito avrà sempre addosso, nei nervi e nel sangue, le occhiate, i sorrisi, le facce di quegli uomini. Ha bisogno di dirgli tutto, di dir tutto «al suo amore» per sentirsi sollevata, come purificata. Ha bisogno di essere guardata dai suoi occhi buoni, di vedersi desiderata dai suoi occhi cari, per sentirsi ancora interamente sua, solamente sua, come prima...
E un bacio? Che bisogno di un bacio da quella bocca adorata, così bella e così dolce!
EMMA (_smontata di carrozza: al portiere dell'albergo_) Mio marito è ritornato?
_Il portiere._ Non ancora. Ci deve essere una lettera per il signor commendatore. (_Va a prenderla, dov'era già appesa, al quadro dei forestieri, e la consegna ad Emma_).
EMMA. Appena viene _mio marito_, non mi cerchi al _restaurant_; sono di sopra. E pagate la carrozza!
Alcuni viaggiatori, ch'erano sul portone aspettando l'omnibus, rientrano sotto l'atrio dell'albergo per vedere più d'appresso la bella milanese. Emma comincia a salir le scale e vede che si avvicinano guardando in su: allora fa di volo i gradini e col _fru-fru_ delle sue vesti sembra quasi un uccelletto che fugga spaurito, sbattendo le ali.
V.
ALL'ALBERGO.
Giordano Mari, che si è fatto aspettare fin quasi al tocco, trova Emma buttata sul canapè, tutta in lacrime.
GIORDANO (_senza molto spaventarsi_) Che è successo?
— Non sei venuto più. Ti aspettavo tanto tanto, e non sei venuto più.
— Non sono venuto? Eccomi.
— Adesso! Così tardi!
— Spero, almeno, che avrai avuto abbastanza giudizio per far colazione.
Emma è in collera; risponde appena con una alzata di spalle.
GIORDANO. Io non ho potuto esimermi. Ho dovuto, per forza, far colazione da Doney coll'onorevole Cogoleto: mi ha invitato: ha molto insistito. (_Rivolgendosi a sua moglie, la testa alta, sporgendo il petto, coll'autorevole maestà dell'uomo d'ordine e di consiglio_) Tu, cara, devi abituarti a non aspettarmi, quando vedi che si fa troppo tardi.
EMMA. Impossibile.
— Come impossibile? Questa è una parola, per esempio, che io non voglio mai sentire. Per me, a questo mondo, non c'è mai stato nulla d'impossibile.
EMMA (_ostinandosi_) Impossibile! Impossibilissimo.
GIORDANO (_colla voce leggermente alterata_) Ti prego: bisogna abituarsi a riflettere. Non sono libero! Ho i miei studii, il mio lavoro, i miei impegni, non posso essere tutto il santo giorno a tua disposizione, perchè io... potresti anche generosamente risparmiarmi l'amarezza di dovertelo ricordare, io non sono ricco.
EMMA (_con effusione, con trasporto, per farsi capire, per giustificarsi_) Impossibile! Ho detto impossibile perchè io non posso stare senza di te! Non voglio più uscire senza di te!
GIORDANO (_osservandola_) Ma, infine, che hai?
EMMA (_balbettando_) Dio mio! Dio mio! Perchè sei tornato tanto tardi e sei tornato tanto cattivo, tanto cattivo, proprio oggi? (_Lo guarda, lo fissa esitante: ad un tratto, gli si butta al collo stringendolo quasi disperatamente, sussultando, tremando, scoppiando in lacrime_).
GIORDANO (_con quella dolcezza forzata, stentata, che nasconde la stizza incipiente_) Ma insomma, cara, che cos'è successo di nuovo? (_La guarda: le dà un bacio sui capelli, poi fa per allontanarla_).
EMMA. No! No! Qui! Lasciami qui, sempre qui.
Fra quelle braccia, alla tenera effusione, al dolce calore, colla testina appoggiata al petto di Giordano, ascoltandone tutti i battiti del cuore, Emma si sente riavere, si calma a poco a poco, si consola.
GIORDANO (_alzandole il capo_) Dunque?
Arrossendo, con un sorriso negli occhi furbetti che spunta ancora fra le lacrime, essa gli racconta le sue avventure della mattinata, le sue emozioni, la sua fuga in carrozza.
GIORDANO (_con gravità_) Questo succede, cara, perchè voialtre donne siete tutte un po' matte. Per piacere, per far colpo, buttate via tutto il vostro tempo e un monte di quattrini nei cappellini più strani e che dànno più all'occhio, nelle vesti più vistose, più appariscenti; state un'ora ad acconciarvi allo specchio prima di uscire, per far colpo, per far girar la testa a tutti gli uomini, e poi, quando finalmente siete riuscite a farveli correr dietro, vi spaventate.
EMMA (_colpita, mortificata, offesa_) Ma io...
GIORDANO. Anche tu, quando vai fuori, cerca di vestirti con più semplicità, con più serietà e allora vedrai che la gente non ti correrà dietro.
EMMA. Ma io mi vesto per te! Soltanto per te! Non voglio piacere che a te.
GIORDANO (_sorridendo ironicamente_) Già; la solita storia, per noi poveri mariti. Sai benissimo che per piacere a me non hai bisogno di grandi abbigliamenti! Tanto più mi piaci quanto più sei semplice. Per piacere soltanto a me non ci sarebbe bisogno di viaggiare con dodici bauli, come una compagnia comica.
Emma è diventata pallidissima, ma non piange più. Lo fissa un istante maravigliata, stupita; poi gli volta le spalle con un moto di collera, e va a guardare dalla finestra, appoggiando la fronte sui vetri chiusi.
GIORDANO (_le dà un'occhiata di traverso, e, dopo un'alzata di spalle, comincia a passeggiare in su e giù per la stanza: fra sè_) Ci vuol altro con quella lì! Per tenerla allegra bisognerebbe continuare tutto il giorno a fare all'amore!
Giordano Mari, invece, ha mangiato male, ha forse bevuto più del solito col Cogoleto, nel calore del discorso, nell'enfasi della commozione, ed è tornato all'albergo di pessimo umore. Non è stato invitato, come ha detto a sua moglie, ma ha finito per invitare lui stesso il colonnello a colazione.
Col direttore del _Popolo_ — il Cogoleto glielo ha detto subito — non c'è niente da poter sperare, nè dalle lusinghe, nè, tanto meno, dalle minacce. Non ha bisogni, non ha desiderii e perciò fa pompa d'incorruttibilità; è testardo come un mulo, ma nel fondo non è cattivo. Cattivo no; è sempre in buona fede anche quando fa il male. È un vecchio fanciullo, che morde qualche volta, ma, appunto perchè è rimasto fanciullo, si è conservato un ingenuo. Voi non siete andato in cerca di un ricco matrimonio? Voi siete stato quasi costretto a sposare la signorina Dionisy; avete ceduto alle preghiere dei parenti per un sentimento gentile di pietà, di compassione? Ebbene, tutto ciò, perchè non lo dite voi stesso allo Schiavino? Per parte mia, non c'è altro da fare: bisogna tentare il colpo di sorprenderlo, di commuoverlo, colla verità.
E così è stato convenuto. L'onorevole Cogoleto ha scritto la lettera di presentazione e Giordano Mari deve recarsi, la sera stessa, in cerca di Pietro Schiavino alla Direzione del _Popolo_.
Il passo è grave, è rischioso. Il pensiero di quell'incontro, di quel colloquio, lo agita, lo rende nervoso.
C'è anche il pericolo di venire alle mani!
E continua, continua a passeggiare sempre su e giù per la stanza: torna a guardare sua moglie alla sfuggita: Emma è sempre alla finestra colla fronte appoggiata ai vetri.
— Anche lo zio! — Giordano non è arrabbiato soltanto per quel rospo dello Schiavino, ma ha preso la mosca anche per suo zio. È stato due volte al Ministero senza poter mai aver l'onore di essere ricevuto. Sua Eccellenza gli ha fatto dire di aver mandato una lettera all'albergo, e all'albergo il segretario, perchè il portiere era uscito un momento, gli ha risposto: — Niente per il signor commendatore!... Nessuna lettera; e così, della conferenza, che è lo scopo del suo viaggio a Roma, ne sa meno di prima. Nè quando si farà, nè dove, nè se interverrà la Regina, nè se potrà aver il tempo di prepararsi; niente.
GIORDANO MARI (_fermandosi su due piedi: forte, rivolgendosi ad Emma_) Ma... e dunque? Vuoi fare colazione sì o no?
EMMA (_senza voltarsi, colla voce un po' roca_) Non ho fame.
GIORDANO (_si avvicina a un tratto al campanello e lo sona a lungo, con forza_).
EMMA (_sempre dalla finestra_) Ho detto che non ho fame.
GIORDANO. Se non hai fame, fai benissimo a non mangiare. Pranzeremo più presto, quando vuoi. Avrai mangiato, come al solito, appena alzata, caffè e latte, burro, miele, biscotti!
EMMA (_col muso_) Ho mangiato moltissimo.
GIORDANO. So anch'io che non puoi aver fame! Qui ti alzi troppo tardi e non siamo all'Argentera.
EMMA. Allora perchè hai sonato?
Si sente bussare all'uscio.
GIORDANO. Avanti.
Entra il cameriere: Emma si tiene nascosta fra i cortinaggi della finestra.
GIORDANO (_al cameriere_) E così? Questo portiere? C'è o non c'è?
— È tornato adesso. Ha detto che è arrivata una lettera, per lei, questa mattina, e che l'ha consegnata alla signora.
GIORDANO (_chiamando forte, mentre il cameriere esce in punta di piedi e chiude l'uscio_) Emma!
EMMA (_accigliata, col viso pallido, stravolto, si presenta senza avvicinarsi, rimanendo nel vano della finestra_).
GIORDANO. Dov'è questa lettera?
EMMA. Devo averla messa lì, in qualche posto, sul tavolino o sulla scrivania.
GIORDANO (_fuori di sè_) Non sai nemmeno? Non sai dove metti le lettere che mi devi consegnare? (_Cercando dappertutto, frugando persino, sgarbatamente, nelle tasche della giacchettina di Emma che trova sopra una seggiola_). E un'altra volta, per tua regola, per tua norma, cacciatelo bene in testa, le mie lettere si lasciano dal portiere! Le mie lettere non si devono toccare! Ma, viva Dio, io non ti capisco! Tu diventi tutti i giorni più... Ah! Eccola! (_Trova la lettera sulla toeletta, sotto il cappellino di Emma_).
EMMA (_con impeto, avanzandosi_) Più... che cosa? Divento tutti i giorni che cosa?
GIORDANO (_butta il cappellino sul canapè: apre e legge la lettera_).
EMMA (_afferrandogli un braccio: scotendolo_) Più che cosa? Rispondi. Hai detto che divento tutti i giorni più?... Devi dirlo! Oh, ma devi dirlo, rispondi: più... che cosa?
GIORDANO (_mentre legge, la sua faccia cambia a vista d'occhio: diventa raggiante: con un grido di gioia_) La Regina! Ha accettato! Interverrà la Regina! L'avrò alla mia conferenza. Me lo ha scritto lo zio! Senti! (_Circondando Emma con un braccio, stringendosela e tirandosela vicina sul petto, per leggerle la lettera_).
EMMA (_sciogliendosi vivamente_) No! no! Devi dirlo! Devi rispondere! Tutti i giorni divento più?... più?...
GIORDANO (_distrattamente, tanto per calmarla_) Più cara; tutti i giorni più cara. Senti, carina mia! (_Ricominciando da capo la lettera che non aveva ancora finito di leggere_) «Darai la bella notizia alla nostra Emma per la prima ed a mio nome; Sua Maestà, la nostra graziosa e benamata Regina, ci farà l'altissimo onore di assistere alla tua prossima conferenza. Fisseremo il giorno e l'ora più opportuna di comune accordo; ma, intanto, regolati che bisognerà far presto, il più presto possibile. Se devi prepararti, potremo fissarla per sabato o per domenica, ma non più tardi certamente, perchè Sua Maestà parte per Napoli ai primissimi della settimana ventura, e vi si fermerà, almeno si crede, parecchio tempo.
«Dirai alla mia formosissima e preclara nipotina che oggi, purtroppo, sono occupatissimo, ma che, per non aver da rimpiangere tutto un giorno perduto, verrò a prenderla questa sera alle nove per condurla al Costanzi: — _Cavalleria Rusticana, for ever!_
«E a te, mio caro... la solita raccomandazione: dalle fiorite pagine
Sperdi ogni ria parola!
«Io non ti farò la predica, come il conte zio o don Ferrante, ma solo ti dirò, col frutto della mia esperienza, che per arrivare lontano, e per salire in alto, bisogna sempre andare adagio, molto adagio... anche colla filosofia!»
GIORDANO (_con aria preoccupata_) Sabato o domenica al più tardi? Oggi che giorno è?
EMMA. Mercoledì.
GIORDANO (_facendo il conto sulle dita_) Mercoledì, giovedì, venerdì, sabato... quattro giorni!
EMMA. Anzi tre, perchè oggi non conta.
— Brava! Domando io se in tre giorni si può preparare una conferenza!
EMMA (_rasserenandosi a poco a poco e dimenticando il proprio risentimento, ansiosa e inquieta per il buon nome e la fama di suo marito_) Assolutamente, ricordati; se non ti senti, se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi di no. Lo zio, sai, lo zio... anche per altri indizii mi pare _inscemito_; o gli è montato il portafoglio alla testa. «Salire in alto!» Ma che! Tu non hai bisogno di salire in alto: ci sei! Tu... sei _tu_, e basta. E mi pare che lo zio non l'abbia ancora capito. A Roma! Appunto! Siamo a Roma e non si scherza. Come hai sempre detto benissimo, Roma oltre l'essere la capitale politica, è anche il centro più intellettuale di tutta Italia. Dunque, pensaci bene: prima o dopo, non importa, ma devono restar tutti a bocca aperta, dinanzi a te, come a Milano.
— Come a Milano, a Bologna, a Napoli.
EMMA. Sì! Sì. Come da per tutto!
Giordano accarezza leggermente le guance, i capelli di Emma, scherza tirandole un po' il nasino, allungandole i ricciolini della fronte, ma, intanto, sta pensando, combinando il suo piano e l'idea gli sorride. Colla scusa della ristrettezza del tempo e tirando in ballo un po' le convenienze, un po' la volontà dello zio Albertoni, forse forse, invece di dover mettersi a fare, così stanco e svogliato, tutto il gran lavoro della seconda conferenza del ciclo, potrebbe finire, anche a Roma, col cavarsela bene, ripetendo la prima. Certamente, bisognerebbe cambiare l'esordio e la chiusa: tagliare qua e là: sopprimere la frase di Voltaire che disinventa Dio.
GIORDANO (_ergendosi solenne e maestoso, e con quella sicurezza di sè che fa brillare gli occhi di Emma, perchè s'illude quasi di essere ancora in via San Paolo durante il loro primissimo colloquio_) Giovedì, venerdì e sabato: tre giorni. Sono corti e sono lunghi, secondo; l'uomo, cara mia, quando vuole, fa ciò che vuole. Se abbiamo inventato e creato Dio, lo abbiamo fatto apposta... per fare insieme dei grandi miracoli!
EMMA (_non ha capito bene, ma è stretta fra le sue braccia: lo vede così alto, le sembra così grande: si sente piccola piccola, al suo confronto: si sente umile. Essa lo guarda in estasi, beata: e alzandosi sulla punta dei piedi e coi ditini bianchi, inanellati, scintillanti, sollevandogli i baffi, gli bacia quella bocca adorata, che sa dire tante belle cose con un suono di voce così tenero, così armonioso che la rapisce, la incanta, la commuove deliziosamente. Dopo un momento: tenendosi ancora stretta, appesa al suo collo_) Poco fa... volevi dire che divento tutti i giorni più noiosa... non è vero?
GIORDANO. No; ma no. Non parlarmene più o mi torna la luna.
— Mi hai perdonato? Per la lettera?
— Non ero arrabbiato con te. Ero seccato, un poco, per tuo zio che mi aveva fatto andare due volte inutilmente, su e giù, sino al Ministero; ed ero poi seccato moltissimo per aver dovuto far colazione con quel fanfarone del Cogoleto... senza la mia Emma buona, cara... senza la mia gioia bella.
EMMA (_colle lacrime, che le corrono subito agli occhi, pieni di amore e di riconoscenza_) Quanto sei buono! E come hai sempre ragione tu. Nino! Mio! Caro!
GIORDANO (_a sua volta: nobile e generoso_) Mi hai perdonato?
— Io sì; e tu?
— Tutto! E, per oggi, riposo. Non voglio più lavorare. Voglio dimenticarmi, persino, di quella maledetta conferenza.
EMMA (_alzando la manina minacciosa, e contando colle dita e con un certo fare maliziosetto e molto birichino i giorni della settimana_) Giovedì... Venerdì... Sabato...
GIORDANO (_prendendole la mano, serrandola stretta nella sua e baciandola_) Ma oggi è mercoledì! Oggi non conta! Si va fuori! Si fa una bella scarrozzata, come a Napoli, fino all'ora del pranzo!
EMMA (_ridendo_) Io, veramente, andrei a pranzo prima, e farei dopo la bella scarrozzata.
— Ma sicuro, povera piccola! Non hai fatto ancora colazione!
— Quando sono felice, ho subito fame; e adesso... ho moltissima fame!
Giordano suona perchè venga il cameriere; ordina la colazione. Intanto, Emma si accomoda un po' i capelli, che sono troppi e sempre spettinati, e si mette il cappellino.
GIORDANO (_mentre si spazzola gli abiti e si liscia i baffi e la barba, torna a pensare all'incontro di quella sera, alla sua presentazione, alla sua visita al direttore del_ Popolo: _dopo un momento, ad Emma_) Dunque, siamo intesi: oggi tutta la giornata è nostra.
— E... Cogoleto?
— Nostra, fino all'ora di pranzo. Poi, dopo, stasera, mi prometti di essere ragionevole. Non vorrai condannarmi alla _Cavalleria Rusticana_ a vita. Vai sola, collo zio, al Costanzi. Io, intanto, lavoro un paio d'orette, e sul tardi vengo a prenderti.
EMMA (_è pochissimo soddisfatta di quel progetto, ma vi si rassegna temendo l'umore di suo marito così variabile_) Sì, sì, Nino; sarò ragionevole. Ma per altro... volevo sempre dirtelo e poi... ho aspettato che tu fossi di buon umore, per riderne insieme. Lo zio, sai, è... molto cambiato. Diventa un po'... strano.
GIORDANO (_inquieto_) Ti sembra meno premuroso? Meno affettuoso?
— No, no, anzi! (_fissandolo sorridendo_) Tutt'altro!
GIORDANO (_rasserenandosi_) Non ci devi badare; e non gli devi credere. È l'epoca!... È la scuola vecchia del giulebbe romantico-sentimentale a cui appartiene!
EMMA. Invece... proprio no. Fa certi discorsi... alle volte anche certi scherzi...
GIORDANO (_ridendo_) Oh! Oh! Avresti dunque ragione tu? Diventato ministro, è diventato anche... Richelieu?
EMMA (_esitando_). Ieri sera... dopo pranzo... tu eri uscito... eri andato innanzi. Nell'aiutarmi a mettere la mantellina, mi ha dato un bacio... (_arrossendo e indicando col dito un piccolissimo neo fra i ricciolini della nuca_) proprio qui.
GIORDANO. E tu?
EMMA (_con un brivido, nervosa_) Mi son voltata di colpo: gli ho data un'occhiata... Deve aver capito, perchè è diventato pallidissimo.
GIORDANO (_conciliativo_) È tuo zio. Ti ha sempre baciata da che sei al mondo!
— In una maniera ben diversa! E non mai trovandomi sola! E poi bisogna sentire tutte le... sciocchezze che mi dice!
— Ecco, sciocchezze! Hai detta la parola giusta. Lo hai messo a posto? Hai fatto benissimo e devi sempre regolarti così. Ma devi persuaderti che... appunto sono sciocchezze. E non ci devi più nemmeno pensare, per non turbare la profonda onestà della tua coscienza e per non correre il rischio di creare inimicizie... in famiglia. La donna di spirito e di tatto deve appunto sapersi difendere, deve saper tenere la gente a posto, ma senza bisogno di far musi, senza ostentazioni, senza esagerazioni. Gli hai data la sua opportuna e necessaria lezioncina? Gliel'hai fatta capire? L'ha capita? Brava: allora basta. È un incidente che dev'essere dimenticato da tutti e due, anzi, da tutti e tre, perchè c'entro anch'io, la mia parte. Del resto, credi pure: gli uomini, certe volte, commettono... sciocchezze, perchè se ne credono in obbligo. Se per caso si trovano soli, con una donna, subito sentono il dovere di spiattellarle una brava dichiarazione, di farle il galante. È una regola dell'etichetta. E tu, cara, devi abituarti.
EMMA (_interrompendolo: congiungendo le palme in atto supplichevole_) No! No! No! Ti prego, ti supplico! Farò tutto ciò che vorrai, ma senza abituarmi!
VI.
PIETRO SCHIAVINO.
La redazione del _Popolo_: l'ufficio del direttore: un bugigattolo nei mezzanini, con un gran tavolo nel mezzo, pieno di giornali sfogliati e tagliati, e accanto all'uscio, riparata da un paravento, una scrivania sulla quale c'è appena il posto per le cartelle e il calamaio, tanto è ingombra di roba: libri, opuscoli, lettere e carte. Alle pareti: due sciabole intrecciate, la maschera e i guanti da scherma; i ritratti di Mazzini e di Cattaneo. Un caldo soffocante; un gran fumo di pipa; odore di gas e inchiostro fresco, e continuo, assordante, il fracasso delle macchine della tipografia vicina.
Sono le dieci di sera: l'ora in cui comincia il lavoro, perchè il giornale esce al mattino.
PIETRO SCHIAVINO (_un gran testone arruffato: una bella faccia onesta con una lunga barba brizzolata: la sola vanità del direttore del Popolo. È dalle nove che s'è messo a scrivere l'articolo: scrive irregolarmente, ma rapidissimamente colla mano storpiata senza un dito, perduto — ormai chi sa dove! — in Sicilia_).
Un ragazzo di stamperia, che fa anche da portiere, sguscia tra l'uscio e il paravento e si presenta dinanzi al direttore, porgendo un biglietto di visita.
SCHIAVINO (_alza il capo e fissa il ragazzo, cogli occhi stravolti, stanchi dal lavoro_) Che cosa c'è?... Ritorni domani.
_Il ragazzo_ (_sempre porgendo il biglietto di visita_) Ha detto che se adesso, lei, è occupato, aspetterà, o ripasserà più tardi.
SCHIAVINO (_prende il biglietto, legge il nome e, subito, lancia un'occhiata rapida, istintiva alle due sciabole appese alla parete_) Fa passare. No, aspetta! (_Prende le cartelle scritte e le dà al ragazzo da portare al proto in tipografia_) Che si regolino: ce ne sarà ancora per una mezza colonna. Poi fa entrare quel signore.
Uscito il ragazzo, Pietro Schiavino si alza e va in mezzo alla stanza: vuol essere pronto a difendersi, caso mai quell'altro fosse venuto per insultarlo o aggredirlo.