L'idolo

Part 12

Chapter 123,629 wordsPublic domain

GIORDANO. No, ma... (_guardandola: accarezzandole i capelli con aria di affetto paterno_) Intanto ho bisogno di molto raccoglimento, di quiete assoluta, per poter riordinare le mie idee. Dunque, figliuola mia... (_s'interrompe sorridendo_).

EMMA (_lo guarda: è la prima volta dopo il matrimonio che la chiama «figliuola mia». Sorride anche Emma_).

GIORDANO. Dunque, mentre io dovrò passare le mie ore a leggere, a scartabellare, a consultare carte e documenti, tu pensa un pochino alla casa. E, finchè c'è tempo dinanzi a noi per far tutto con garbo e con comodo, pensa anche ai preparativi della partenza. Ricordati che di queste faccende io non me ne occupo affatto. Non so fare; e poi, ho altro in mente. Quando ho preso con me le mie carte, basta. (_Sfiorandole appena i capelli con un moto rapido delle labbra: poi, subito, con serietà e imponenza, allontanandola da sè_) Ed ora, figliuola mia, non c'è tempo da perdere. Bisogna rispondere a Bologna, a Napoli, a Roma. — Parla.

Emma (_lo guarda, interrogandolo, coi grandi occhi incantati_).

— Parla! Che cosa? Devo rispondere di sì, o di no?

— Sì, sì, sì! Devi rispondere di sì! Oggi stesso! Subito! Ma pensa, io sono tanto fiera di te! Così contenta, così beata, di saperti ammirato, apprezzato, desiderato! Io che ti amo per te, e che ti adoro perchè sei così superiore a tutti gli altri! Io che vivo della tua gloria; la respiro come l'aria; mi fa bene! So che non ho nemmeno il diritto di volerti tutto per me! Il tuo cuore, sì, non è vero? (_gli mette sul cuore la piccola manina bianca, ingemmata_) Questo, sì? Tutto, tutto mio! Ma lì (_col ditino, graziosamente, tocca la fronte del marito_), lì... ha diritto anche l'Italia... e tutti i popoli civili! Tutti i contemporanei e tutti i posteri! (_ride, e, guardandogli la bocca e i denti bianchi, ha una voglia ardente di dargli un bacio: poi torna seria_). Come avrei rimorso di darti un dispiacere, così avrei pure un gran rimorso di farti sacrificare, per un mio capriccio, per me sola, un'ora di lavoro. (_Appoggiandosi, abbandonandosi tutta sul suo petto_) Sento che sarei indegna di te; che non meriterei più... (_guardandolo, con uno sguardo lungo senza alzare il capo, fissando ancora la bocca di Giordano e sospirando_) più, più... più nemmeno un bacio!

GIORDANO (_serio, calmo, dignitoso: sollevando Emma colle due mani, tenendola ritta, un po' discosta_) Allora, se devo rispondere, lasciami andare.

EMMA (_tenendolo per un braccio_) Sì! Va! Va! Ma va!

GIORDANO (_con gravità_) Lasciami andare davvero; si fa tardi per la posta. (_Assumendo un'aria paterna_) E poi, anche tu, cerca di occuparti, come ti ho detto, cerca di far qualche cosa. Sei ancora troppo giovane per restare tutto il giorno a dondolarti in ozio. Guai, abituarsi! Finiresti come le donne turche, o, come tua madre, a passar tutta la vita sdraiata sopra una poltrona. Bisogna muoversi, camminare, stancarsi qualche volta, stare in esercizio colla mente e col corpo. Mentre io sono nel mio studio, per esempio, a lavorare, tu dovresti fare qualche bella passeggiata, arrampicarti su per il bosco.

EMMA. Piove.

GIORDANO. Non dico per oggi; ma per un altro giorno. E poi, leggi qualche cosa; mettiti un po' al corrente colle ultime pubblicazioni, colle novità più importanti. Pensa che a Bologna, a Napoli, a Roma, devi vivere con me in un mondo intellettuale! Quand'eri ragazza, mi piaceva tanto la tua passione per i fiori; occupati del giardino.

EMMA (_guardandolo con un sorrisetto assai espressivo, tra il timido ed il birichino_) Piove.

— Piove oggi, ma non pioveva ieri e, speriamo, non pioverà domani. Sona un po'. Hai fatto malissimo a trascurare il pianoforte. Sai quanto ci tiene anche il papà! Sonami qualche cosa. Io di là, mentre scrivo, ti sento e mi diverto; mi fa tanto piacere!

EMMA (_carina molto: ricordando il loro primo colloquio, la sera del concerto e guardandogli sempre quella bocca, che vuol far la cattiva, e i denti bianchi_) Sonerò le _Trascrizioni di Liszt sull'Aida_. Vuoi?

GIORDANO (_che non può più lottare contro il sonno: senza capir niente_) Ma sì, appunto! Sona qualche cosa! Quello che vuoi! Per me fa lo stesso! Io penserò che sono le tue manine care (_le bacia, una dopo l'altra_) e sarà per me uno squisito godimento spirituale. (_Fa di nuovo per avviarsi verso lo studio_).

EMMA (_lo lascia andare fin quasi sull'uscio, poi gli corre dietro e lo ferma ancora_).

GIORDANO. Ma che hai, cara? Perchè mi guardi così? Piangi? (_colla voce un po' alterata per un principio di collera_) Ma che cosa vuoi, infine? Ebbene, risponderò a Bologna, a Napoli, a Roma, risponderò di no! Ma, o sì o no, devo rispondere; non sono un ineducato! — Lasciami andare!

EMMA. Sì! sì! Non ho detto di sì? Va subito a rispondere di sì! Voglio! Non è questo! Non è questo che mi affligge, che mi rende melanconica, triste...

GIORDANO. E allora? Che cosa?

EMMA (_balbettando_). Che dolore, che gran dolore dover lasciare l'Argentera! Dio, Dio! Pensandoci, mi sembra che in quel giorno in cui dovrò partire finirà qualche cosa... una parte della mia vita! Che dolore sarà quel giorno, per me... E per te, Nino?...

GIORDANO (_cogli occhi semispenti_) Anche per me, sicuro, un grandissimo dolore! Ma torneremo, questa primavera. Persuaditi, cara figliuola mia, per l'autunno, specialmente quando cominciano le piogge, e qui poi non finiscono mai, non è un posto molto sano. La villa è troppo bassa, e per ciò non può a meno di essere umida. All'Argentera, per star bene, ci vuole il sole e il caldo.

Emma, malinconicamente, va al pianoforte, ma, senza più nemmeno pensarci, non sona le _Trascrizioni di Liszt sull'Aida_. Sona svogliata, distratta, una cosa qualunque, tanto per sonare, mentre guarda dalla finestra: il giorno è diventato bigio, oscuro, triste. Continua a guardare, continua a sonare, e quella pioggia, tutta quella pioggia minuta, fine, silenziosa, che gocciola dai rami senza foglie, le penetra, con un brivido, nelle ossa e nell'anima.

.... Giordano Mari, entrato appena nel suo studio, vi si chiude dentro a chiave; mette uno sull'altro i cuscini del sofà; si sdraia comodamente con un _oh!_ di sollievo e quasi subito si addormenta e comincia a russare con un sottile fischiettìo.

II.

IL CICLO DELLE CONFERENZE.

A Bologna:

Giordano Mari ed Emma sono appena tornati all'albergo, dopo la conferenza sui _Precursori della Rivoluzione_. Sono soli, nel loro salottino particolare. Carolina, la cameriera di Emma, è andata nell'altra stanza a preparare tutto l'occorrente per l'abbigliamento; il conferenziere e sua moglie, i nipoti di S. E. il ministro dell'istruzione pubblica, sono invitati a pranzo dal prefetto.

GIORDANO MARI (_lasciandosi cadere di peso sul canapè, affranto dall'emozione del grande successo_) Che entusiasmo! Perfino sulle scale! Nel cortile! Sul portone! Un vero delirio! Che bravi giovani! L'ho sempre detto! Nei giovani c'è molto da sperare! (_Asciugandosi il sudore_) Mi hanno quasi commosso. E sì, che dovrei esserci abituato.

EMMA (_un po' incerta: un po' titubante: poi, finalmente, arrischiandosi_) Ma... è stata ancora la tua conferenza... di Milano.

— Quasi; press'a poco. Nella seconda parte, per altro, ho detto molte cose nuove. (_Con grande sicurezza_) Te ne sei accorta?

EMMA (_lo guarda, rimane convinta e risponde di sì. Poi, dopo un momento — Carolina è sempre nell'altra stanza — corre a sedersi sulle ginocchia del trionfatore, buttandogli le braccia al collo_). Come parli bene! la tua voce è una musica, un vero incanto! E come sei bello, tu solo, in alto, in mezzo alla folla muta, estatica! Io ti adoro! E come mi piaci quando fai dell'ironia; quando ridi parlando. Ridi. Ti prego, ti prego: ridi.

L'altro ride, ed Emma, finalmente, gli dà quel bacio che le era rimasto sulle labbra per tutta l'ora della conferenza.

GIORDANO. Se non si cambia vita, figliuola mia, sarà un affar serio.

EMMA (_arrabbiandosi_) Hai promesso di non dirmi più _figliuola mia_. Non mi piace. Mi è antipaticissimo!

GIORDANO. Vorrei soltanto persuaderti che se, per la conferenza mi son valso, in parte, del materiale di quella di Milano, ciò dipende dal fatto che non mi dai il tempo di studiare, di raccogliermi, di coordinare i fatti, le idee, gli appunti presi. Insomma, per parlare un'ora al pubblico bisogna avere la mente preparata, ben nutrita di argomenti e sopra tutto riposata.

Emma lo guarda, e risponde: «Verissimo», ma come un'eco. Si ricorda del loro primo colloquio in via San Paolo: «... Come parlo per un'ora, potrei parlare per due, per tre, per un giorno di seguito; le mie non sono conferenze: io parlo soltanto perchè ho qualche cosa da dire». Fosse vero? Fosse proprio stata lei, all'Argentera, a fargli perdere la freschezza della mente, l'agilità del pensiero, a intorpidirlo nell'ozio? Che rimorso sarebbe questo per lei! Che gran rimorso!

GIORDANO. A che pensi, carina?

EMMA. A Napoli. Per Napoli, preparerai una bella conferenza tutta nuova?

GIORDANO (_subito: pigliando la palla al balzo_) Ma... secondo. Bisognerebbe indurci a compiere un ben penoso sacrificio.

— Lo farò! Lo farò!

— Tu dovresti ritornare a Milano, dalla mamma, ad aspettarmi.

EMMA (_spaventata_) Ritornare a Milano?.. Sola?

GIORDANO. Diversamente, con te vicino, mi conosco. (_Abbracciandola teneramente_) Tutti i più bei proponimenti sfumano.

EMMA (_disperata_) Senza te? Senza te? Ma Nino, Nino mio, come potrei vivere un giorno, soltanto un giorno, senza di te? Ma ti par possibile? Lo credi possibile? Piuttosto ripeti la conferenza di Milano anche a Napoli!... Napoli, come studii, come centro letterario, non è più importante di Bologna.

GIORDANO (_tanto per cominciare a mettere i piedi innanzi_) E poi? Quando saremo a Roma?

EMMA (_agitata, impressionata, inquieta_) A Roma? A Roma?...

— Alla Palombella. Lo zio mi ha scritto che c'è già un'aspettazione vivissima.

— Ma per Roma c'è tempo! Sì! Sì! Sì!... Per Roma, preparerai la seconda parte del tuo ciclo; una conferenza nuova, bella, la più bella di tutte! Me lo devi promettere. Prometti?

GIORDANO (_sorridendo con molta diplomazia_) Io, per me, te lo prometto. Ma... Sai bene. Non dipende solo da me.

A Napoli:

A Napoli, prima ancora del conferenziere, ottiene un trionfale successo sua moglie, la nipote del ministro Albertoni, la ricchissima signora milanese: — Una Dionisy!

Giordano ed Emma sono arrivati a Napoli di lunedì; ma la conferenza non sarà tenuta, alla Filarmonica, altro che la domenica dopo. Emma non è mai stata a Napoli; per questo, gli sposi hanno anticipato di alcuni giorni il loro arrivo.

L'espansiva cordialità meridionale si è rivolta, spontaneamente, alla giovine signora, così bella e così elegante; così gentile, amabile, briosa. Fra il gran codazzo della gente seria, che circonda l'illustre pensatore per via dello zio Eccellenza — professori, artisti, letterati di carriera; qualche vecchio tarlo della burocrazia, qualche giovane postulante, con una raccomandazione da fare, od una parola da far dire, una croce od una commenda da ricordare, un posto od un avanzamento da ottenere — e fra la schiera giocondamente disinteressata degli «elegantissimi», pieni di quattrini, di spirito e di titoli risonanti, che fanno la corte alla moglie — si è formata attorno ai coniugi Mari una folla, una vera folla, solo intenta ed instancabile nel festeggiarli, nel rendere loro ancor più gradita, più splendida e più simpatica la proverbiale ospitalità napoletana.

Si aspetta con ansietà rumorosamente cortese la conferenza alla Filarmonica; ma intanto tutti corrono affaccendati vicino ad Emma, smaniano e perdon la testa per lei, la donna «ideale», la «soavissima», la «splendida milanese», la «magnifica lombarda», «la divina», l'«incantatrice».

Ed Emma? Emma è felicissima; è un sole raggiante. Essa vede che tutto ciò lusinga l'amor proprio di Giordano; che tutto ciò lo rende più allegro e più amoroso, ed è lieta del suo trionfo, è contenta di piacere perchè così sente, capisce di piacere molto di più anche a suo marito.

Egli infatti la guarda, sorridendole, con intimo compiacimento, come scoprendo in lei nuove bellezze, come se si accorgesse adesso, per la prima volta, che sua moglie è bella assai.

All'Argentera erano soli; a Milano, Emma vi era nata, vi era cresciuta; che fosse bella non era mai stata una novità per nessuno, nessuno quasi ci badava, e però aveva finito col non badarci, o quasi, anche suo marito. E, come prima, donna Fanny avrebbe perduto per lui tutto il piccante della buona avventura e non sarebbe stata altro che una faticosa servitù senza le feroci gelosie di Guido Bardi; così adesso, quando egli rientra la sera all'_Hôtel des Étrangers_, e il tedesco di guardia chiude la porta in faccia a tutta quella folla desolata ed invidiosa degli adoratori di sua moglie, egli sente il bisogno di stringere più forte il braccio di Emma e di dirle con passione: Sei mia, tutta mia, soltanto mia.

E poi all'Argentera, in quelle ultime settimane, faceva freddo... e a Napoli continua a far caldo; all'Argentera era inverno e a Napoli una perpetua primavera; all'Argentera pioveva e a Napoli brilla il sole; all'Argentera c'era il Monterosa che intirizziva le gambe e a Napoli il mare e lo scoglio di Frisio che invitavano a cantare «Santa Lucia...».

E poi... Giordano Mari le pensava tutte. Non sarebbe stato bene prepararsi la scusa di Napoli per il caso che a Roma non fosse stato in grado per la seconda conferenza del famoso ciclo? Già, era più per Emma che gli premeva, non per il pubblico. Lo conosceva bene il pubblico delle conferenze: beve grosso. Basta parlar forte e non fermarsi mai... Quelli che stanno a sentire non sanno fare altrettanto... e, maravigliati, battono le mani.

Ma a Napoli, proprio a Napoli, gli succede per la prima volta di confondersi, di incespicare: ad un dato punto deve fermarsi. Il periodo gli sfugge ed egli rimane a bocca aperta, colla sua mente, colla sua memoria smarrite dinanzi al vuoto. È il balbettamento, l'ingarbugliamento d'un attimo; salta tutto Diderot, si riprende con Rousseau, e la conferenza finisce con un'imponente ovazione... venti minuti prima.

Nessuno, meno Emma, se n'è accorto; ma Giordano ne rimane assai impressionato, tanto più che la sonnolenza, sparita appena a Napoli, gli ricomincia, improvvisamente, più grave, come un affanno, come una pena, e il dolorino della nuca, rode, rode, continua a rodere.

GIORDANO (_ad Emma: l'ultima sera che restano a Napoli: invece di tenersela a braccetto, la lascia andar avanti sullo scalone dell_'Hôtel des Étrangers_ e le tien dietro, faticosamente, appoggiandosi, tirandosi su per la ringhiera_) A me quest'aria calda del mare, questo continuo scirocco dà maledettamente alle gambe. E a te?... No?

EMMA (_voltandosi in alto, sulla scala: tutta illuminata dalla luce elettrica, bella come la salute, la giovinezza e l'amore_.) No. Io mi sento benissimo! Mi piace tanto Napoli! (_Sorridendo a suo marito che si è fermato sulla scala, qualche gradino più giù, per tirare il fiato_) «Oh dolce Napoli... Oh suol beato!»

GIORDANO (_brontolando_) Ed io non vedo l'ora di essere a Roma.

Il giorno dopo, alle due, alla partenza del diretto per la capitale, tutta la corte di Emma e di Giordano Mari si trova alla stazione, sotto la tettoia, per i saluti. Gli adoratori di Emma le hanno riempito il _coupé_ di fiori; gli ammiratori dell'illustre conferenziere gli hanno gonfiato le tasche a furia di giornali colle recensioni, le note, i dispacci che riportano il grande successo dei _Precursori_ alla Filarmonica. Giordano Mari vuol darsi l'aria di non leggere i fogli politici altro che per avere le notizie d'Africa, ma invece ne è ghiotto, smanioso. Li scorre tutti colla speranza, coll'ansia di trovarvi il suo nome; e gli articoli più favorevoli se li fa leggere ad alta voce da Emma.

_Un giovane «novelliere e pubblicista» che si è già raccomandato per un posto di professore, anche straordinario, alle scuole tecniche: gli si avvicina presso il predellino del vagone con aria di mistero:_ Una parola. Scusate, commendatore.

GIORDANO (_gli sfugge un primo moto di noia, ma poi, dissimulando, scende dal predellino e lo piglia affettuosamente sotto braccio per sentire_).

_Quell'altro_ (_sempre più misterioso_) Voi, con Pietro Schiavino ci avete del rancore?

— Pietro Schiavino? Chi è?

— Il direttore del _Popolo_.

Mentre Emma faceva la sua toeletta la mattina o si abbigliava la sera per il pranzo, senza dir niente nè a lei nè a nessuno, Giordano Mari aveva fatto la sua brava visita a tutte le redazioni dei giornali; però egli domanda assai meravigliato:

— Come, c'è un giornale che si chiama il _Popolo_ a Napoli?

— No; è un giornale di Roma; un giornale radicale.

GIORDANO MARI (_con aria olimpica, stringendo sprezzantemente le labbra, ma col cuore che gli batte forte_) Io non mi occupo affatto di giornali; non ho tempo. Bisogna che me li mandino e che qualcuno me li faccia vedere.

— Pietro Schiavino è assai popolare a Roma, e il _Popolo_, quantunque ai suoi primi numeri, ha una bella diffusione.

— Che cosa dice di me?

— È un attacco sanguinoso. Si capisce che si sta preparando una guerra a coltello contro di voi. Forse perchè siete nipote di Sua Eccellenza.

— GIORDANO MARI (_con la voce alterata_) Già; questo zio ministro è un bel regalo di mia moglie!

— Io vi sono amico dichiarato, e mi vanto un grande ammiratore vostro anche in mezzo ai vostri nemici.

— Nemici? Io non credo di averne.

_Quell'altro_ (_cupo, e più sottovoce: come fosse per svelare una congiura_) Moltissimi. Ma voi non dovete temere. Non ci dovete manco pensare. Siete tanto forte, voi! Tanto grande! — E accettate un mio consiglio. Vi accorgerete presto che io vi voglio bene veramente: più assai di tutti costoro! (_accennando alla folla che circonda Emma_) Più assai! (_Dandogli il_ Popolo _col titolo piegato, nascosto_) Non lo dovete leggere questo giornale, lo dovete stracciare! E, sopra tutto, state bene attento che qualcuno di questi falsi amici vostri non lo faccia leggere a donna Emma.

... Il treno, finalmente, si muove, parte: tutti salutano alzando i cappelli, sventolando i fazzoletti, e gridando: «Arrivederci! Arrivederci!» — L'espansione di quest'ultimo addio è straordinaria.

EMMA (_dopo essere rimasta un pezzo col capo fuori del finestrino, rientra ancora tutta rossa, tutta commossa e comincia a levarsi il cappellino_).

GIORDANO (_si è già accomodato, rincantucciato nell'angolo opposto, col pensiero fisso, inquieto, nel numero del Popolo che ha in saccoccia e che brucia di leggere; ma non si arrischia per timore di Emma_).

EMMA (_con entusiasmo pei suoi napoletani_) Quanto sono buoni! E come ti vogliono bene!

— Anche a te, mi pare.

— Torneremo a Napoli? Mi ricondurrai a Napoli, non è vero?

— Torneremo; ma, intanto, se alzi il vetro del finestrino, mi fai piacere. In questo maledetto paese, non si sa mai se fa caldo, se fa freddo, quando è estate, quando è inverno: fa un po' di tutto tutti i giorni.

EMMA (_correndo a sedersi sulle sue ginocchia_) Non essere cattivo colla mia Napoli! L'amo tanto! (_Cantando sottovoce e baciandolo sui capelli_) «Napoli! Napoli!... Oh dolce Napoli!»

— Dovresti fare una cosa.

— Che cosa, Nino?

— Dovresti prenderti un angolo tutto per te sola; così si sarebbe in due a stare più comodi.

Emma si alza e si allontana mortificata, senza dire una parola.

GIORDANO (_premendosi la nuca_) Ho il mio solito mal di capo. La conferenza di ieri mi ha stancato assai. Scusami.

Silenzio. Giordano Mari, mettendosi la berrettina da viaggio, lancia un'occhiata a sua moglie: Emma, seduta immobile, al suo posto, guarda ostinatamente dal finestrino. Giordano pensa che quello è forse il momento opportuno per leggere il _Popolo_. Forte:

— Emma! (_chiamandola_) Emma! Vuoi leggere qualche giornale?

EMMA (_alzandosi e correndo accanto a suo marito con una gran voglia di far la pace_) Parlano della tua conferenza?

— Sì, prendi; il _Mattino_, il _Corriere di Napoli_, il _Don Marzio_, il _Fortunio_.

— Leggo io?... Ad alta voce.

— No, ti prego! Ne ho abbastanza di conferenze, di giornali, di articoli. Dicono sempre le stesse cose! Non ne posso più! Lasciami un momento tranquillo, te ne prego! (_Premendosi la nuca_) Sai bene, quando ho il mio dolore nevralgico, se posso chiudere gli occhi un momentino, anche senza dormire, mi passa subito.

EMMA (_alzandosi lentamente, svogliatamente_) Allora, se mi prometti proprio che passerà... me ne vado coi miei giornali. Addio.

— Addio.

— Salutami... almeno. (_Gli stende la mano_).

GIORDANO (_baciandogliela per far più presto_). Ciao.

EMMA (_cantando_ «Oh dolce Napoli!» _va al suo posto. È inquieta: ci sono le mosche e il sole che le dànno noia; poi si alza di nuovo perchè la tendina del finestrino non vuol calare; si arrabbia, soffia, sbuffa, pesta i piedi. Finalmente torna a sedersi, apre un giornale e cerca l'articolo_). Nel _Don Marzio_ non c'è niente?

— Sì, in terza pagina!

EMMA (_che ha un prepotente bisogno di muoversi e di parlare_) In terza pagina! (_Volta e rivolta tutto il giornale_) Dov'è la terza pagina?

— Prima della quarta.

EMMA. Ecco! ecco! _Conferenze e Conferenzieri._ (_Comincia a leggere ad alta voce_) «Giordano Mari, il più efficace, il più colorito e certo il più impressionante dei nostri oratori, il prosatore illustre, il filosofo critico della storia e della... »

GIORDANO (_interrompendola per farla tacere_) Sst!.. Emma... Emma... Ti prego.

Emma continua a leggere, ma a bassa voce: Giordano, piano piano, si leva il _Popolo_ di tasca, lo apre e trova subito l'articolo. È un assassinio, addirittura. È un attacco fierissimo, sanguinoso; una demolizione spietata, completa. Giordano Mari è fatto a pezzi, a brani, senza pietà, senza misericordia, come conferenziere, come scrittore, come storico, come critico, come erudito, come uomo. E nemmeno gli vien risparmiato il ridicolo: è chiamato «il _Gigione_ dell'eloquenza», il «rigattiere della filosofia e della critica». Sono citati autori da lui «saccheggiati» per la sua conferenza, le intiere pagine del Michelet, del Fouillée, del Taine, sopra tutto del Taine — oh quel Taine... Giordano Mari finisce coll'odiarlo. — E l'articolo, poi, così conclude: «Altro che _assimilazione_! altro che _plagio_! Un ladro! Un vero ladro! Un ladro sfacciato fino all'incoscienza e imprudente fino alla stupidaggine!... E questo enorme _kakatoa_ predicatore, questo fanfarone della sincerità, è tutto falso. Falso come scrittore e falso come artista; falso come filosofo e falso come critico; in una cosa sola è tutto vero, è tutto lui: nell'essere il mantenuto di sua moglie».

Giordano Mari diventa pallido, verde. Prima lo piglia uno sgomento strano; gli sembra che tutto il mondo debba aver letto quell'articolo, che tutti debbano saperlo a memoria, e quasi quasi non vorrebbe mai arrivare alla stazione di Roma per paura d'esservi fischiato. Poi quest'impressione si dilegua, a mano a mano gli subentra la stizza, la collera contro quello scriba spropositato, contro quel volgare diffamatore.

EMMA (_intanto ha letto tutti i suoi giornali: si volta e lo guarda_) Ho finito.

Giordano, per il rumore del treno, e sempre assorto nella lettura del _Popolo_, non sente, non risponde. Emma allora gli si avvicina, allungandosi sui cuscini del sedile e cerca di leggere il titolo del giornale:

— _Il Pop... il Poppolo!_

L'altro si scuote, dà un balzo e piega subito il giornale.

EMMA. Lasciami vedere anche il _Popolo_. Che cosa dice della conferenza?

GIORDANO. Niente. Ancora non ne parla. È il numero d'ieri.

EMMA (_ostinandosi più per chiasso che per altro_) Lasciami vedere.

GIORDANO. È un numero vecchio, ti ripeto.

EMMA (_tentando di strappargli il giornale di mano_) Voglio vedere.

GIORDANO. No: è un capriccio!

EMMA. Voglio! Voglio! Voglio! (_Afferra il_ Popolo, _l'altro lo tira con forza, il giornale si rompe_) Oh, scusa!

GIORDANO (_gridando forte_) _Voglio_ è una parola che non mi accomoda!... Ricordalo bene!