L'idolo

Part 11

Chapter 113,574 wordsPublic domain

_Emma_. Te ne prego tanto, tanto. Vieni più vicino.

_Il dottore_ (_si abbassa quasi a sfiorarle la fronte_) Sicchè?

EMMA. Lasciami morire.

_Il dottore_. Ma, ma, ma! Se ne deve sentire? (_E al buon dottore, mentre la bacia sui capelli, cadono dagli occhi due grosse lacrime_).

Il dottore, un momento dopo, entra dalla signora Letizia, che è più che mai sofferente e geme sulla lunga poltrona. C'è anche il cavalier Venceslao che non si vede, per il buio della stanza, ma si sente, dal gran soffiare, che è molto intasato.

VENCESLAO (_inquietissimo: andando incontro al dottore_) E così? Ha ancora la febbre?

_Il dottore_ (_pausa: avvicinandosi passo passo e fissando gravemente la signora Letizia_) Trentanove.

VENCESLAO (_disperato: alzando le mani al cielo_) Ah, Dio mio!

La signora LETIZIA. Quasi come ieri. Non è vero, dottore?

Il dottore non risponde; si siede al solito posto vicino alla poltrona di donna Letizia; sospira.

VENCESLAO (_al dottore: con uno schianto_) Ma dunque? Ma di' la verità? Ma ci sarebbe pericolo?

_Il dottore_ (_mette una gamba sull'altra: si gratta la barba_).

La signora LETIZIA (_premendosi le tempie per via dell'emicrania_) Che pericolo vuoi che ci sia? Non esageriamo le cose!

_Il dottore_. Ecco, io direi: (_pausa_) le informazioni avute da Padova provengono appunto dalla via di donna Fanny, la quale ci consta che sarebbe interessata, come parte in causa, per aver avuto del debole, e, secondo la marchesa Gonzales, anche molto più che del solo debole, per quel certo Giordano. Dunque, direi, bisognerebbe sceverare quello che c'è di vero dalle possibili esagerazioni.

La signora LETIZIA (_alzandosi a sedere sulla poltrona_) Ma come, dottore? Anche voi mi diventate matto?

_Il dottore_ (_sospira: tace: torna a grattarsi la barba_).

La signora LETIZIA. Pensate anche a tutto ciò che ha scritto mio fratello.

_Il dottore_. Questo non conta.

La signora LETIZIA. Come non conta?

_Il dottore_. Non conta niente, perchè anche Sua Eccellenza ha scritto, opponendosi, in seguito alle nostre lettere e alle nostre informazioni.

La signora LETIZIA (_scattando_) Non è vero!

_Il dottore_ (_senza badare all'interruzione della signora Letizia e seguendo lentamente il suo primo discorso_) Dunque, sicuro, io direi, in certo qual modo, che bisognerebbe informare anche Sua Eccellenza di ciò che ne consegue. Come ministro — vero? — nella sua posizione, potrebbe anzi giovare al miglioramento, al collocamento di... del... di quel... appunto di... Giordano.

VENCESLAO (_sempre più disperato: colle lacrime_) Dunque? C'è pericolo?

La signora LETIZIA (_irritata contro il dottore_) Ma rispondetegli di no! Che non c'è pericolo! E la sia finita!

_Il dottore_ (_dopo un momento_) Intanto, questo stato di continue agitazioni, di continue contrarietà, di tensione, ha prodotto i suoi effetti anche sopra di lei.

La signora LETIZIA (_inquieta_) Sopra di me?

_Il dottore_. In dieci giorni è andata avanti di dieci anni. Non ha più il suo bel pallore; ma la sua tinta è addirittura cadaverica.

La signora LETIZIA (_sempre più inquieta_) E allora?

_Il dottore_. Allora bisogna mettersi in quiete, e, per mettersi in quiete, bisogna aver l'animo in pace e quindi rassegnarsi, occorrendo, anche a ciò che non accomoda interamente, pur di schivare ciò che può far male. Ad una certa età, se si trova la strada buona, piana, si va avanti per un pezzo; ma basta, come si dice, un urto, un'inciampata qualunque, per andare a precipizio.

XVIII.

IL TRIONFO DEL NOBILE BARBARANI.

Al Club, dopo che la signorina Emma Dionisy è guarita perfettamente e s'è fatta più bella di prima.

Il nobile BARBARANI (_vispo e saltellante in mezzo al solito circolo dei_ fashionables) Dunque, adesso, son proprio _content_! I fatti, _benissim_, cominciano a rendermi giustizia! Questo cacciatore di doti, che io ho avuto l'imprudenza, la leggerezza, la vanità di voler portare in giro e ficcar dappertutto, _precisament_, ha rifiutato la mano della signorina Dionisy.

_Uno dei_ fashionables (_dondolandosi sulla poltrona, anche per tutti gli altri che approvano coi cenni del capo_) Se fosse vero, per parte di questo Mari, sarebbe assolutamente imperdonabile. Ha messo la famiglia Dionisy tutta sossopra; ha fatto ammalare la ragazza; le ha fatto andar a monte l'altro matrimonio col Sebastiani. Se adesso si ritira — _parbleu_! — sarebbe una canagliata.

BARBARANI. Ritirarsi?... Un _moment_.

— Hai detto tu stesso che ha rifiutato la mano della Dionisy.

— Rifiutata?... Un _moment_! Giordano Mari — posso proprio vantarmi — si è condotto perfettissimamente; non poteva essere più delicato. Ha fatto tutte le dichiarazioni più ampie e più lusinghiere tanto per la ragazza, quanto per la famiglia. Ma finchè non ha raggiunto quella posizione sicura, per quanto modesta, che gli possa assicurare un'assoluta indipendenza, per lo stesso rispetto che deve alla signorina ed a sè stesso, intende di procra... di protra... di procrastinare, magari infinitamente, il matrimonio, lasciando, ben inteso, la signorina Dionisy interamente libera e tenendosi lui, viceversa, _impegnatissim_! (_la rabbia gli fa mancare la voce: colpetto di tosse_) E questo, da parte sua, non mi sembrerebbe una _canagliata_; ma piuttosto — _benissim_ — l'indizio di un animo delicato e _aristocratichi... aristocratici... aristocratichissimo_! Si presenta appunto al concorso, per la cattedra di storia, non so più se a Bologna o a Firenze.

— E se non vince il concorso?

— Impossibile. Intanto, l'Albertoni è ministro dell'istruzione pubblica.

— Ma era ostile, contrario a questo matrimonio.

— Appunto; ma adesso ha l'obbligo, per imparzialità, di non mettere, come si dice, i bastoni fra le ruote.

— Ma e i titoli?

— Ne ha addirittura una raccolta. Potrebbe essere professore di Università da dieci anni, se l'avesse voluto!... E poi basterebbe l'_Ambrogio_.

— ...?

— _Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi_. Non hai letto il saggio nella _Nuova Rassegna_? No? Bisogna leggerlo: è _importantissim_! È la prova di una coltura, di un'erudizione veramente straordinaria. Prestissimo, tutta l'opera, illustrata, sarà pubblicata appunto dall'Amodei, il quale, per scegliere le opere e gli autori, me lo diceva l'altra sera anche Guido Bardi, ha un naso _straordinarissim_.

— Certo, per la signorina Dionisy, occorreva un uomo di talento. Ma non è più... tanto giovane.

— Proporzionatissimo alla Dionisy, che ha passati i venti e forse anche i ventidue. È un pezzo che cercavano di maritarla. Trovano un nome, che, se non è aristocratico, è celebre; un uomo di talento e di cuore. Subito, appena ha saputo che la Dionisy era indisposta, si è precipitato, incognito, da Padova a Milano, rimanendo chiuso, nascosto all'albergo del Nord per quasi un mese, non vedendo altri che il Borghetti, al quale leggeva il suo _Ambrogio_ e che ha del Mari una stima straordinaria. Sì, sì; per parte mia, son proprio _content_! Anche donna Fanny, la quale l'aveva a morte con Giordano Mari, da un momento all'altro non so come, improvvisamente, certo perchè la verità vien sempre a galla e finisce per trionfare, si è schierata, invece, con Guido Bardi, tutta dalla sua parte. Anche sua suocera!... Per me, e posso proprio vantarmene, dopo tanti dispiaceri, è stato il mio più bel trionfo!

— Ormai, di nemici, questo tuo Giordano Mari, non avrà più che il Sebastiani.

— Perchè?

— Non voleva sposarla? Non è innamorato della Dionisy?

Il BARBARANI. Mai più! (_colpetto di tosse_) Adesso Nino Sebastiani è _innamoratissim_ della Tina di Lorenzo.

FINE DELLA PRIMA PARTE.

PARTE SECONDA.

I.

IL PRINCIPIO DELLA FINE DELLA LUNA DI MIELE.

Il commendatore professor Giordano Mari (anche professore, perchè già prima del matrimonio aveva ottenuta la libera docenza all'Università di Bologna per un corso sulle _Origini dei Comuni_ italiani), il commendatore professor Giordano Mari ha immaginato e proposto uno straordinario viaggio di nozze a Parigi, a Bruxelles, in Norvegia, illustrato colle visite al Lemaître; al Brunetière della _Revue des Deux Mondes_; allo storico Boissier; ai filosofi critici Faguet e De Roberty: poi al Brandes, allo Strindberg, all'Ibsen, e, naturalmente, al Björnson. Ma invece Emma, la timida e innamorata Emma, spaventata dall'idea degli alberghi, della gente, del rumore, ha ottenuto di passare il primo mese all'Argentera, la villa nel Varesotto, ch'essa ha ereditato da uno zio materno e che gode tutte le sue predilezioni, per esser quasi nascosta in una solitaria e fresca vallettina, in mezzo ad un magnifico bosco di quercie e di castagni.

Emma, subito, non ha osato dire apertamente che quel primo mese, almeno, avrebbe voluto passarlo nella tranquillità remota, nel gran silenzio della verzura folta, appena interrotto dal canto dell'usignolo e dal mormorìo delle acque correnti. Essa ha bensì ascoltato estatica la descrizione del viaggio interessantissimo e l'elenco di tutte le meraviglie e di tutti gli illustri da visitare, ma poi, sul punto di dover incominciare i preparativi, tremando un pochino, ed arrossendo molto, ha fatto indovinare al suo signore e padrone quel suo immenso desiderio; e il suo signore e padrone esita, riflette, si commuove e concede la grazia.

Nel cuore di Emma è sempre più viva e più profonda l'adorazione per il suo idolo. È una adorazione tutta poesia, tutto abbandono, timorosa quasi, tanto la bella fanciulla si sente piccina davanti a quel Dio gigante!

E Giordano Mari, dopo che Emma è stata gravemente ammalata per le contrarietà, le angoscie, il timore di perderlo, dopo che è guarita solo per miracolo d'amore, perchè ormai tutte le opposizioni sono state vinte, ogni ostacolo rimosso, Giordano Mari comincia ad assumere verso quella bimba innamorata un certo tono olimpico di salvatore, di protettore... e di despota. Egli si lascia adorare nella pomposa maestà del suo io magnifico, tutto lustro e profumato, tutto nuovo e fiammante, sempre nel lungo abito nero dalle falde svolazzanti. Si lascia adorare come l'Altissimo, dettando leggi e concedendo grazie.

I Dionisy, prima furenti contro di lui, poi rassegnati ad accettarlo, avevano finito col dover pregare, inviando messaggi e suppliche. Era lui, Giordano Mari, che adesso diceva di no. Per la propria dignità, per gli scrupoli della propria coscienza, pure protestandosi innamorato della ragazza, voleva partire, andare in America, non farsi vedere mai più. Insomma, non poteva, non voleva assolutamente accettare, concludere un matrimonio, che per la distanza delle due famiglie, per la ricchezza della moglie, lo avviliva nella sua fierezza d'uomo, nella sua delicatezza forse eccessiva, forse anche troppo sospettosa.

Il buon dottore scrive per incarico della famiglia; poi fa una corsa a Genova dove il Mari si è recato, e i più temono per imbarcarsi:

— Insomma — vero? — data, diremo, l'urgenza delle circostanze sempre più critiche, bisogna mettere da parte e in certo qual modo sacrificare, o modificare, un eccessivo amor proprio, quando ne consegue la felicità, e più specialmente la salute, già ormai compromessa, di una persona giovane, buona e che merita tutti riguardi, sicuro, tutti i sacrifici, oltre alle maggiori attenzioni (_pausa: sospiro_), e verso la quale si dice e si protesta di nutrire, appunto, certi sentimenti di... di devozione ed anche — vero? — di affezione.

Giordano Mari sospira profondamente, commuove il buon dottore asciugandosi una furtiva lacrima, ripete di essere innamorato, perdutamente innamorato della signorina Emma... e impone molte condizioni che, ad una ad una, vengono poi tutte accettate. Sono, invero, condizioni, come quella, per esempio, di ottenere una cattedra per potersi mantener indipendente in faccia alla moglie troppo ricca e di una gran famiglia, che potrebbero essere interpretate in due diversi modi: come esagerazione del punto d'onore, od anche, in fondo, come egoismo bello e buono; come furberia per mettersi a posto; come orgoglio, ambizione, interesse e vanità personale. Ma, adesso, per Giordano Mari spira l'aura favorevole. Se prima era di moda ingiuriarlo, calunniarlo, vilipenderlo, adesso, invece, è di moda l'esaltarlo. Qualunque cosa faccia o dica Giordano Mari, è tacitamente convenuto che dev'essere una gran bella cosa. Tutti i suoi sentimenti sono nobili, i pensieri delicati, le azioni da perfetto gentiluomo. La D'Arborio gli ha mandato all'albergo un suo manoscritto da leggere; al Club lo consultano sulla biblioteca e gli domandano, in confidenza, il valore, vero, delle pièces dell'Ibsen; la marchesa Gonzales lo invita a pranzo ogni giovedì, e donna Fanny, che è ritornata amicissima di Emma ed ha imposto a Guido Bardi «che non si parli più del Taine!», lo invita, invece, tutte le domeniche, con sua suocera e coll'onorevole.

Nella famiglia Dionisy, ormai, è tutto un entusiasmo per Giordano Mari; entusiasmo accresciuto per l'odio ancora dissimulato, ma accanito, esistente fra i Dionisy e i Sebastiani. Il cavalier Venceslao non può più suonare un pezzo della Traviata senza farlo sentire al suo futuro genero; la signora Letizia gli confida, tra i profumi, le caramelle e i misteriosi allettamenti, nel suo angolo buio, le illusioni e le delusioni di una salute troppo gracile e di un cuore troppo sensibile; e il buon dottore, che, per amore di Emma, lo veglierebbe anche di notte, pur di risparmiargli un po' d'infreddatura, sta studiando e dosando apposta, per il suo stomaco e la sua voce, un nuovo vino chinato, da bersi prima delle conferenze.

Un altro, invece, per amore di Emma, Carlo Borghetti, è andato a fare un giro in Germania. Ha provato, ma non ha potuto resistere a rimanere in quei giorni a Milano. È partito; è fuggito! Ritornerà... chi sa quando... E intanto, anche Carlo Borghetti, che, una volta lontano da Emma, sente il bisogno di avvicinarsele, continua a scrivere a Giordano Mari, mandandogli appunti, note, aggiunte, correzioni per l'_Ambrogio vescovo_.

Emma... Emma sola non s'è mutata. Essa lo adorava prima, il suo idolo, quand'era così mal giudicato; lo adora adesso che tutti gli rendono giustizia, e si abbandona nelle sue braccia, tutta cosa sua, come in quel primo incontro dei loro sguardi, nell'attrazione arcana della simpatia, era corsa a lui, già tutta sua, la sua anima.

E quel primo mese all'Argentera è per Emma un dolcissimo sogno, mentre per Giordano le più audaci speranze, le brame più ardenti sono diventate realtà.

In fatti, tutto ciò che egli aveva desiderato, voluto, ormai gli appartiene: la bellezza florida della vergine innamorata, appassionata, che, nel candore ingenuo e nei trasporti del primo amore, fa quasi un umile omaggio di sè stessa al suo signore; e insieme anche la bellezza fertile della villa magnifica, il giardino inglese, il bosco immenso che la circonda. Egli, finalmente, ha ottenuto, colle gioie dell'amore, anche gli agi della vita, le lunghe passeggiate con Emma pei sentierelli fioriti e solitari, complici e confidenti, i folti rami dei faggi e le spesse fronde dei cerri e dei castagni, terminano sempre ad un dato punto prestabilito, dove trovano in attesa la comoda _vittoria_, coi due giovani sauri, che non patiscono l'ombra.

E le sere?... Oh, le sere deliziose! Lui solo che parla, esaltandosi, vantandosi, improvvisando, mentre Emma lo ascolta fissandolo estatica, incantata, in adorazione... e al tocco, al tocco preciso delle dieci, Lorenzo, il cameriere, sempre in tutto punto nel frak irreprensibile, che entra passo passo, senza far rumore, portando il servizio splendido del the, tutto d'argento. E l'assoluta rinunzia di Emma ad ogni atto di padronanza, ad ogni diritto, su tutta la sua casa; la sua piena sommissione così nell'intimità della vita, come nell'amministrazione dei beni; e, per ciò, la deferenza del ragioniere, la soggezione del fattore, le scappellate dei contadini e il suono, così spiacevole, di quelle due parole: «signor padrone» che lo accompagnano dovunque e che, mutate nell'espressione di un sentimento più profondo, più squisito, più poetico, egli legge persino negli occhi amorosi di Emma!... Tutto ciò è per Giordano Mari la felicità; queste, sono queste le nuove gioie e i veri e sicuri godimenti dell'amore matrimoniale; e però non con Emma soltanto, ma con Emma e con tutta l'Argentera, compresi i cavalli, le carrozze, i servitori e i villani, egli passa beato i suoi giorni nella più perfetta luna di miele.

Ogni mattina, dopo un ultimo bacio all'adorata, che lascia alle cure della toeletta, scende in giardino, dove lo aspetta il _suo_ fattore per ricevere i suoi ordini. Nel letterato, coi nuovi possedimenti, è divampata una nuova passione, quella dell'agricoltura; e col fattore gira e discute a proposito degli impianti dei vigneti e della peronospora, delle varie coltivazioni dei terreni, della segatura e del filugello, finchè Emma lo chiama lei stessa dalla finestra, a terreno, della sala da pranzo:

— Vieni? È ora di colazione!

— Brava!... Portino in tavola!... — E continua a discorrere col fattore e a farsi ammirare, spiegandogli come, per un po' di _nevrastenia_ del suo stomaco, guadagnata col grande e continuo lavoro a tavolino, in mezzo ai libri ed alle carte ingiallite, egli non può più aspettare quando si mette a tavola. Diventa nervoso, furioso, e perciò preferisce far aspettar sua moglie per esser sicuro, quando arriva lui, di trovar tutto pronto e _darci dentro_, subito!

Ma un bel giorno — come mai? — comincia a perdere l'appetito e ad essere oppresso dal sonno. Dopo colazione, dopo pranzo — di colpo — gli piomba addosso il sonno come una schioppettata!... Egli deve fingere con Emma di aver qualche lettera da scrivere, le bozze dell'_Ambrogio_ da correggere; si chiude nello studio e dorme. Che sia il vino?... Beve acqua e continua a dormire. È un sonno pesante; una fatica, invece d'un riposo, che gli aggrava lo stomaco e la testa. Poi, quando il tempo vuol mutare, si sente inquieto, irascibile, gli par d'essere di vetro; gli dolgono le giunture delle dita. — Che sia la gotta?... — Poi un dolorino persistente alla nuca — una punta come di tarlo che roda... — e un formicolìo alle gambe... Comincia a capire e si spaventa.

Basta, basta, villa Argentera!... Basta per il momento, e quando si ritorna, bisogna riempirla di parenti, di amici, di distrazioni. Emma è giovane, molto giovane, e ha diritto di godere il mondo, di divertirsi!

Dopo colazione: è arrivata la posta:

EMMA (_è seduta al caminetto. È d'ottobre, piove e fa freschino. Legge una lunga lettera del babbo che le descrive il grande successo ottenuto dall'Otello a Parigi, con Tamagno, e le esprime tutto il suo grande compiacimento, come musicista e come cittadino_).

GIORDANO (_finge di leggere il_ Corriere della Sera, _e invece guarda, studia sua moglie: fra sè_) Che bella cera!... Diventa fin troppo grassa (_dopo un momento, posa il giornale sul tavolino: si alza, passeggia, va alla finestra_). E intanto continua a piovere!... Quando piove, anche la campagna non è allegra.

EMMA (_corre anche lei alla finestra, pigliando a braccetto e stringendosi a suo marito_) Perchè? A me, invece, piace tanto! Guarda! Non c'è più nessuno! Non si vede più niente! Come tutto è lontano, perduto! Mi piace tanto! (_Abbracciandolo_) Mi pare che siamo ancora più soli!

GIORDANO (_scostandosi_) Bada! Può venire Lorenzo.

EMMA (_tornando a tirarselo vicino, nel vano della finestra, con le due mani, con forza_) Ma no! Anche Lorenzo, adesso, fa colazione. Da qualche giorno hai una gran paura di Lorenzo!

GIORDANO (_guardando sempre dalla finestra_) Che brutto tempo! E laggiù, come si fa sempre più scuro! Ne avremo per un pezzo.

EMMA (_in estasi: sorridendo_) Magari! Mi par d'essere sola con te, in mezzo al mare! Di', Nino (_stringendosi di nuovo e molto_), non ti piacerebbe di essere in mezzo al mare?... Noi due soli — soli, soli, soli. — Che incanto! Che sogno! Che felicità! E tu? Rispondi, dunque! Ti piacerebbe?

GIORDANO (_dopo aver starnutito perchè ha preso dell'umido_) Se hai sempre detto che lo soffri il mare?

EMMA (_coi begli occhioni che subito si riempiono di lacrime_) Come sei oggi... cattivo! Perchè mi rispondi così, cattivo?

GIORDANO (_graziosamente_) Perchè sei una pazzerella. Carina tanto, ma pazzerella molto.

EMMA (_torna a sorridere: appoggia le due mani alle spalle di Giordano che sta diritto: alzandosi in punta di piedi per dargli un bacio sulla bocca_) Io non ci arrivo! (_Un po' dondolando: sull'aria della ninna-nanna_) No... no... no! Io sola non ci arrivo! No... no... no!

GIORDANO (_le dà un bacio in fretta: poi, subito, volendo cambiar discorso_) Ha scritto il babbo, non è vero? Oh, da brava! Sentiamo che cosa scrive il nostro caro papà!

EMMA (_mortificata: gli dà la lettera_) Prendi; leggi.

GIORDANO (_con molta nobiltà_) Oh, questo no: mai. Per massima, io non leggo le lettere che non mi sono dirette; mi sembra un'indelicatezza, se non altro, verso chi le scrive.

EMMA (_lo guarda e non può a meno di ammirarlo: suo marito ha sempre ragione_) È stato a Parigi per l'_Otello_ e...

GIORDANO. No, no, no, cara. Leggi, adagio, tutta la lettera. Mi fa tanto piacere sentirti a leggere. Leggi tanto bene, hai una voce tanto bella. Siedi al tuo posto, da brava; vicino al fuoco. Dopo mi leggerai anche la lettera della mamma.

EMMA (_lusingata, legge le due lettere_).

GIORDANO (_intanto, seguita a camminare su e giù e pensa come intavolare il discorso della partenza dall'Argentera. Quando Emma ha finito_) Brava! Tu sei molto brava e molto buona; e sei anche molto ragionevole. Questa, anzi, è la tua miglior qualità, perchè è la più rara di tutte, specialmente in una figlia unica.

EMMA. E a che proposito mi dici tutto questo?

GIORDANO (_con galanteria_) A proposito... del bene che ti voglio! (_Torna a passeggiare su e giù, un po' per tenersi lontano da Emma e molto per prudenza, perchè sente il sonno che è lì lì per piombargli addosso_) Io, poi, devo essere ragionevole per forza; e sai come fo? Mi trovo bene in un luogo, per esempio, e non ci posso più stare? Io trovo il coraggio di dimenticare tutto il bello e tutto il buono di questo luogo, per non vederne più altro che gl'inconvenienti, gl'incomodi; se non ce ne sono, li creo, e così parto contento! All'Argentera, ecco... troveremo che ci dovrà piovere per un pezzo!

EMMA (_si alza, dando un balzo_) Vuoi partire? Nino! Vuoi partire?

GIORDANO (_con gran sospiro_) Non io, cara, voglio; ma lo vogliono gli altri; i miei impegni precedenti. Le mie conferenze di Milano, di Napoli, di Roma, sui _Precursori della Rivoluzione_.

EMMA (_col più vivo interesse, avvicinandosi_) Le tue conferenze? Hai da riprendere le tue conferenze?

GIORDANO. Certo: e non soltanto per la gloria, ma anche per la cattedra. (_Guardando Emma: sospirando melanconicamente_) Finchè resto all'Argentera, non mi passano ordinario; e tu sai che io non sono ricco come te. Io ho l'obbligo, e tanto più ora, di lavorare per vivere. Mi ha scritto il Consiglio dell'Associazione universitaria di Bologna, poi la Presidenza della Filarmonica napoletana; poi tutti quegli altri di Roma. Sono conferenze che dovevo tenere fin dallo scorso maggio. Le ho sempre rimandate per te. Ed ora... (_un altro sospiro, più profondo_) Desidererei, vorrei tanto, per l'egoismo mio, poter scrivere a quella gente: non vengo più; non fo più conferenze. Ma, come si fa? Il ciclo, capisci? resterebbe interrotto.

EMMA (_vivamente_) No, no! Devi rispondere che vai! Rispondi subito che vai! (_Sforzandosi per sorridere, mentre due lacrimone le rigano le guance_) E... dovremo partire... presto... non è vero?

GIORDANO. Presto... secondo. Quando anch'io sarò pronto. Ormai, son giù di esercizio, ho tutto dimenticato; anche i miei studii. Una conferenza, specialmente la prima, a Bologna, all'Università! Credi, cara mia, una conferenza, una vera e bella conferenza, costa assai più d'un libro.

EMMA (_con entusiasmo_) Lo credo! (_carezzevole, consolandosi, rianimandosi_) Dunque, non si parte... così subito?