L'idolo

Part 10

Chapter 103,737 wordsPublic domain

L'altro continua a sghignazzare. Ma bisogna aver pazienza, ingoiare gli scherni, gli insulti, soffrire e soffocare la collera; bisogna che suo fratello gli faccia rinnovare le cambiali o è perduto: perduta Emma, perduto tutto! Bisogna smuoverlo, bisogna convincerlo. Ha creduto la cosa assai più facile e sopra tutto sicura. Una firma; del denaro, più o meno, da sborsare dopo il matrimonio. E se, invece, quella canaglia si ostinasse? Se non volesse saperne ad ogni costo? Se lasciasse protestare le cambiali?... Egli trema convulso e ansima per la rabbia repressa, per l'orgasmo e per lo spavento dell'ultimo pericolo. Da plumbeo, è diventato livido: gli occhi affossati, cattivi. Non è più lui, Giordano Mari, il bel conferenziere, il gonfio e pettoruto padrone del mondo: è un altro: un vecchio dalla faccia losca, truce, curvo, schiacciato sotto il peso del delitto che sta per commettere.

GIORDANO MARI (_afferrando ad un tratto, stringendo una mano di suo fratello: la voce alterata, tremula_) Se ti fo vedere le sue lettere?.. È una prova!... Ti basta? Mi fai rinnovare le cambiali?

TANCREDI (_ha un lampo negli occhi: il desiderio, la curiosità di quelle lettere per sè stesse: delle parole amorose, delle smorfie, dei baci, perchè ci devono essere anche i baci_) Vediamo: fuori le letterine!... Due sole?

GIORDANO. Questa l'ho ricevuta a Milano, all'albergo (_Gli dà, infatti, la prima lettera di Emma_).

TANCREDI (_l'apre, la legge, slargando la boccaccia, coi due denti che sembrano cadere dalle gengive scoperte. Sente un profumo delicato uscir dal foglietto: lo fiuta a lungo, poi sternutisce per fare una buffonata spiritosa_) E l'altra?... Vediamo l'altra...

GIORDANO (_gli dà anche l'altra da leggere_) Questa l'ho ricevuta adesso alla posta, prima di venir qui.

Non sono che due parole:

«Tua

EMMA.»

Tancredi non ride più. Sente tutto il veleno della gelosia, dell'invidia, della rabbia contro suo fratello:

— Sai, che anche questa qui... è un bel capo? Buttarsi via in tal modo, senza nessuna vergogna, col primo che capita?

GIORDANO (_gli salta alla gola, strozzandogli le parole_).

TANCREDI (_gridando_) Veronica! Veronica!

GIORDANO. Canaglia d'una canaglia! Bada come parli!

TANCREDI. Veronica!

GIORDANO. Non sei degno di baciare, colla tua bocca schifosa, dove questa creatura mette i piedi.

TANCREDI. Aiuto! Veronica!

VERONICA (_sull'uscio_) Gesummaria! Cosa succede?

TANCREDI. Mi ammazza per le cambiali!

GIORDANO (_spingendolo, buttandolo contro il letto_) Va via! Sei una canaglia e un vigliacco!

TANCREDI. Te lo giuro. Veronica. È per le cambiali! Ha tentato di ammazzarmi per le cambiali! Perchè gli ho detto di no!

GIORDANO. Sì; per cattiveria! Sai, Veronica?.. Mi ha detto di no! Per cattiveria! Perchè mi vuol vedere rovinato, morto. Lo sa, gliel'ho detto che mi ammazzo. E lui non ci rimette un soldo: sa anche questo. E gli ho fin promesso diecimila lire di regalo.

VERONICA. Vada di là; si calmi. Parlerò io col signor Tancredi! Lo persuaderò io.

TANCREDI. Dopo che mi ha messo le mani addosso? Piuttosto morire!

VERONICA (_spinge Giordano nella cucina: chiude l'uscio, rimane qualche momento sola con Tancredi, poi torna da Giordano: piano_) È ancora troppo presto: bisogna lasciare che si calmi. Poi lasci fare a me. So che cosa devo dire. Gridavano tanto che ho sentito tutto. Lei, adesso, vada all'albergo. È alla _Stella d'oro_? Va bene. Più tardi glielo mando io, il signor Tancredi, o le faccio sapere qualche cosa. Aspetti un momento! (_E la Veronica corre a prendere una spazzola, e pulisce dalla polvere il cappello e i vestiti del suo Nano, come faceva quand'era ragazzo, prima di mandarlo a scuola_). Mi deve promettere però...

— Che cosa?

— Una volta che l'ha sposata, quella sua signorina di Milano... di farle buona compagnia. Pensi alla sua povera mamma. È morta giovane; e lo so io di che male. È morta di lacrime, la poveretta!

L'arrabbiarsi non toglie l'appetito a Giordano Mari, e le ultime parole della Veronica sono state per lui un buon cordiale. Ha fatto onore, dunque, al pranzo della _Stella d'oro_: poi, preso il caffè, ha speso un'altra mezz'oretta fumando, centellinando il cognac, immollando nel bicchierino tutti i pezzetti di zucchero che gli sono rimasti. Ma poi, a poco a poco, è tornato inquieto, e non può più star fermo. È ormai notte; si alza e va a girare in piazza, tenendo sempre d'occhio il portone dell'albergo.

Non viene nessuno.

— Come mai? Che anche Veronica non abbia ottenuto nulla?

— Addio, Nano! — È Tancredi che lo ferma, sbucando ad un tratto fra le colonne dei portici.

— Buona sera.

— Sono stato dal Finardi. Ho parlato del matrimonio: riuscirò a persuaderli. Rinnovazione a sei mesi: ci metteremo d'accordo per la regalìa. Li ho persuasi che, protestando adesso, non c'è più niente da sperare; mentre, aspettando, possono fare un buon affare, oltre al ricevere i loro quattrini. Domani fisseremo tutto. Dammi, intanto, le lettere.

— Che lettere?

— Le lettere della ragazza.

— Perchè?

— Le voglio io, come documento. Se le tue sono _cabale_... io voglio aver tanto in mano da giustificarmi con quella gente. Non ti persuade? Allora a monte e buona sera.

GIORDANO MARI (_fermando Tancredi che fa per allontanarsi_) Aspetta! Un momento! Ti darò una copia.

— Bravo! Per farmi dare anche del minchione.

GIORDANO MARI (_impallidisce di nuovo. Guarda, fissa suo fratello_) Mi devi giurare che queste lettere non usciranno mai dalle tue mani. A questa sola condizione...

TANCREDI (_interrompendolo_) Le condizioni le metto io, che ti faccio rinnovar le cambiali; e non ne ricevo. C'è poco da scegliere; o dammi le lettere, o niente di fatto!

XVI.

EMMA!... POVERA EMMA!...

Giordano Mari, quella sera stessa, dopo lasciato Tancredi, tanto per fare ancora quattro passi e finire lo zigaro, torna alla posta. Non ci sono lettere. Ne trova, invece, due, la mattina dopo. Sorride contento, guardandole a lungo, accarezzando coll'occhio amoroso, commosso, il bel caratterino lungo, sottile, preciso. Si caccia in una via remota, per non essere disturbato dalla gente, le apre e le legge per ordine di data.

«Mercoledì sera, ore nove.

«Tua, sempre tua.

Emma».

— Cara!... Cara figliuola!...

«Giovedì mattina, ore sette.

«Le scrivo in fretta e in furia e telegraficamente, perchè ho il sospetto che la Rosina — la mia cameriera — abbia ricevuto l'incarico di sorvegliarmi e riferire; e poi così vinco la soggezione, perchè _scrivere a lei_ mi fa soggezione. Chi sa che cosa dirà dei miei sgorbi e dei miei sbagli! Andando alla messa, metterò in buca io stessa tutte e due le lettere, il salutino che le ho mandato ieri sera, e questa. C'è una buca sull'angolo, vicinissimo alla chiesa. Per quanto abbia i miei fondati sospetti sul conto della Rosina, essa non potrà impedirmi, intanto, di mandarle queste due lettere. Tornata a casa... sarà quel che sarà.

«Dio, Dio, anche ieri che giornata! Che brutta giornata! La mamma non ha fatto che piangere; poi ha finito a letto col solito dolor di testa dei grandi dispiaceri, e non ha ricevuto che il dottore, la Fanny e Guido Bardi. Temo che questi due sieno molto nemici suoi. Si regoli.

«Che vita, però, da un giorno all'altro! Che cambiamento! Tutti mi fanno il muso! Persino le persone di servizio sono contro di me. Quanti guai, quante lacrime, quanti rimproveri! Prediche, poi, da tutte le parti.

«Chi mi fa pena è il babbo; e mi fa pena, appunto, perchè non parla! Sarei così contenta se si sfogasse anche lui a strapazzarmi; invece, niente. Soffre, e soffro anch'io, vedendolo così.

«Quando non penso a lei sono molto infelice; ma a lei ci penso sempre e allora tutto passa e torna il sole. Mi promette che _un giorno_ vorrà molto bene al babbo?... Ed anche all'_Ernani_, al _Trovatore_, al _Ballo in Maschera_? È una manìa; è la sua manìa. Ma è tanto buono, tanto onesto e leale!

«Coi Sebastiani, _rottura completa_. La madre Sebastiani è furente contro di me, e suo figlio ha dichiarato al dottore di «non volermi più, nemmeno se mi vedesse a pregare, a supplicare, a morire». E ha ragione, mille volte ragione.

«È venuta in camera la Rosina e subito se ne è andata. Forse è corsa dalla mamma colla notizia che sto scrivendo. Mi ha guardato con certi occhi!... E i _suoi_ occhi?... Non li vedo più. Cioè, li vedo sempre, ma... dove sono?

«Adesso, dunque, con Sebastiani, finito; non mi vuole. Nessuno più mi vuole. E lei?»

E.

«Si ricordi: mi deve scrivere tutti i giorni. La mattina, la prima cosa, appena alzato; e la sera. Ogni lettera la chiuda in una busta, colla data del giorno. Me le manderà tutte insieme, appena avrò trovato il modo di poterle avere.

«E Padova?... Come sento che mi dovrebbe piacere! Chissà, _un giorno_, se la vedrò? E i suoi parenti? Immagino quante feste le avranno fatto. Mi scriva tutto. Mi dica, anche, se suo fratello le rassomiglia: se ne ricordi. I padovani, adesso, m'interessano molto più dei milanesi.

«_Un giorno_, voglio vederla la camera sua; di casa sua; dov'è ora, in questi giorni; dove legge le mie lettere, dove pensa a me, dove _scrive molto_... a me».

Il dì dopo, niente lettere «ferme in posta» per Giordano Mari; poi una, quasi tutti i giorni.

«Sabato mattina, ore 5.

«Le finestre della mia camera sono ancora chiuse. Scrivo col lume.

«La Rosina, l'altro giorno, appena a casa, ha detto tutto. Grandi scene anche per le lettere: la mamma ha sempre il dolor di capo. Non la vedo da due giorni. Mi ha mandato il dottore a farmi una fiera intemerata e a dichiararmi che, «se continuo così», posso far conto di non vederla mai più. Ma il buon dottore, colla sua faccia tetra e il suo occhio terribile da Torquemada, non mi fa paura, perchè mi adora.

«Il papà, povero papà, ha cominciato pure per farmi la sua bella sgridata... e ha finito coll'abbracciarmi, piangendo. Ho pianto tanto anch'io! Mi ha pregata, supplicata _per il mio solo bene_... Per consolarlo, gli ho promesso tutto. Ma poi, a poco a poco, so io come pigliarlo il papà; e come convincerlo e persuaderlo a proposito... _del mio solo bene_. Oh, se invece di scriver libri, lei scrivesse musica... No, no! allora _lei_ non sarebbe più _lei_.

«La mamma ha messo alla porta il Barbarani, il quale, per colpa nostra, ha contro di sè tutti i milanesi inferociti, specialmente donna Fanny (che credevo tanto mia amica), Guido Bardi e, s'intende, quell'altro, che non mi vuol più. La marchesa Gonzales è la sola, che osi difendere il Barbarani, ed ha il coraggio di sostenere che, per quanti letterati e poeti e scienziati abbia mai conosciuto, il più simpatico è Giordano Mari. — Non monti in superbia. C'è di mezzo una certa gita in _stage_ combinata dalla Fanny col Bardi e con altre signore e alla quale la marchesa non è stata invitata.

«Sento la Rosina nel corridoio; spengo il lume...

«Decisamente la Rosina ha l'incarico di farmi la guardia. È venuta fin sull'uscio: ha spiato dal buco della chiave: ha picchiato pianino... sicura che dormissi, è tornata via.

«_Devo_ dirle ancora un'altra cosa, poi basta.

«In me c'è una gran contraddizione: capisco che lei non possa credere, ed io, invece, credo. _Un giorno_, mi spiegherà, non è vero, questa contraddizione?

«Ieri, dunque, le devo dire, che sono stata a confessarmi dal mio solito confessore, don Fulvio Crespi, il parroco di San Fedele: quello stesso che mi ha tenuta a battesimo. Ormai sono in collera con tutti!... Avevo bisogno anch'io d'una parola buona, affettuosa, di pace, di speranza e di perdono. Invece... niente. Anche don Fulvio era già stato istruito, preparato dalla mamma, e mi ha tenuto per due ore un magnifico ragionamento pieno di eloquenza e di belle citazioni; ma inconcludentissimo.

«_Il tempo_: mi fanno un gran caso, del tempo. Non ho avuto nemmeno il tempo di conoscerla abbastanza per...» (devo dire come dicono tutti, e anche don Fulvio) «per innamorarmi seriamente». Non possono capire com'è successo, sono tutti curiosi di saperlo... e lo domandano a me! Don Fulvio ha un gran talento; è fortissimo, dicono, in teologia, in numismatica, nella storia delle famiglie patrizie milanesi; insegna Dante e Petrarca; predica che è un incanto; ma di certi argomenti, si capisce, ne parla a orecchio, e perciò non persuade.

«Gli avrei voluto rispondere, a proposito del tempo: — E allora, come mai, con Nino Sebastiani ho avuto tutto il tempo, tanto tempo... ed ho ottenuto questo bel risultato... che non mi vuol più?

«Quel primo giorno, quella domenica, se ne ricorda?... Io ero confusa nella folla: lei su, in alto, solo, più grande di tutti.

«Lei mi ha guardata: è bastato.

«Non è il tempo che passa quello che conta; ma il minuto che arriva e cambia tutte le cose e ferma tutta la vita.

«È vero: non mi sento bene. Tutti mi trovano con una bruttissima cera. Questo «_bruttissima_» comincia ad inquietarmi. Che cosa succederà?

«Mi preoccupa e m'inquieta, non per i milanesi ma per i padovani. E suo fratello? Sapesse quanto ci penso e come ho paura... di non piacergli subito. Vorrei tanto ch'ella avesse anche una sorella. Con sua sorella, sì; con sua sorella — non è vero? — potrebbe parlare di me anche senza nominarmi... per ora.

«Quanto vorrei bene ad una sua sorella!

E.

«Non so ancora se, e quando, e come potrò mandarle questa lettera. Vuol dire che me la metterò in tasca e aspetterò «il miracolo». Io non ho la sua mente, per la quale non c'è nulla di segreto, nemmeno nel cielo. Io sono una fanciulla semplice, e molto ignorante in tre lingue diverse: inglese, francese, italiana. Credo ancora nei miracoli... anche a quelli straordinarii che non potrei ottenere a San Fedele, da don Fulvio Crespi».

«Domenica sera, ore otto.

«Come è buono mio cugino Carlo! Mi ha detto che gli facevo pena, vedendomi _così giù_: gli ho confidato della Rosina e delle lettere, e si è offerto lui stesso. Ho fatto male? Mi dica se ho fatto male! Ma intanto potrà mandarmi tutte le mie lettere. Subito, appena riceve questa mia, le porti subito alla posta: _Architetto Carlo Borghetti, via Monforte_.

«Subito! Subito! Subito! Quanta gioia mi dà il pensiero di ricevere tutte le mie lettere. Non sogno altro. E perciò dimentico tutto: quanto gridare, anche ieri sera, anche oggi, e quanto piangere! Io farò morir tutti, il papà, la mamma, il dottore... lo zio Albertoni. Sicuro, farò morire, anche lo zio, fino a Roma! Dio mio; non ne posso più, più, più! Ma oggi penso che avrò le mie lettere e sono beata! Lei non sa ancora fino a che punto Carlo sia buono. Ma _un giorno_ lo saprà. Carlo, che tesoro! Gli voglio bene. Lo adoro. Se lei imposta subito le mie lettere, forse le posso ricevere ancora domani sera.

«Non mi sento molto bene.

«Domani! domani! domani!

«Voglio andare a dormir subito, per far venir domani più presto.»

«Martedì, ore undici.

«Non posso scrivere «un letterone» perchè sono sempre più sorvegliata, giorno e notte. E poi anche per Carlo. Io sono una sensitiva. Quante cose sento — non è vero? — che non arrivo a spiegarmi. Per Carlo, non è lo stesso? Egli non sa se io le scrivo molto o poco. Ma adesso che le mie lettere le porta lui alla posta, non mi riesce più di scrivere... come prima.

«Donna Fanny, la suocera di donna Fanny e Guido Bardi, sono sempre i più tremendi contro di lei. Non capisco il perchè. Fossero i Sebastiani, ci sarebbe almeno una ragione! Inventano, o fingono di farsi scrivere da Padova delle cattiverie... persino volgari. Non glielo volevo dire; ma, tanto, è meglio saper tutto per regolarsi. Il Bardi vorrebbe divorarla vivo, anche come letterato. Poveretto! Se la rana avesse i denti!

«Sto sempre poco bene.

«Avrò le mie lettere stasera? Che gioia!»

«Giovedì.

«Credevo di essere così contenta. Son rimasta mortificata. Mi ha scritto poco e _cattivo_. È stato cattivo con me e con Carlo. Sognavo tanto tutte le mie lettere care, e invece non ho avuto altro che una lettera sola... e spiritosa.

«Vuole più _particolareggiate_ le notizie della mia salute? — Eccole: sto benissimo.

«EMMA DIONISY.»

«Sabato mattina.

«Rivivo! Rivivo! Che buona lettera! Grazie, grazie, grazie! Non posso scriverle di più. Il perchè glielo dirò domani. Non è per Carlo, però. No, no. Glielo giuro. Lei ha ragione. Sarebbe una vera sciocchezza!»

«Lunedì.

«Sono a letto da due giorni, e il babbo è sempre in camera mia. Non mi lascia un minuto. Ma è buono, buono. Non si spaventi. _Non è niente._»

«Martedì.

«Sempre... »

E il giorno dopo, il mercoledì, Giordano Mari, già molto inquieto, riceve pure un'altra lettera da Milano, ma non è di Emma. L'apre in fretta e corre coll'occhio alla firma: è di Carlo Borghetti:

«Vieni subito a Milano; ma cerca il modo di farti vedere il meno possibile. Potresti smontare e rimanere all'_Hôtel du Nord_, che è vicinissimo alla stazione. Telegrafami con che corsa potrai arrivare. Ti porterò subito io stesso _le notizie_ che a tutt'oggi, ti assicuro, non sono inquietanti.

«CARLO BORGHETTI»

XVII.

IL BUON DOTTORE.

La camera di Emma: una camerettina tutta tappezzata di _mezzari_, allegra, ridente come un giardino in fiore. Sul piccolo tavolino, accanto al letto, molti vasettini, boccettine, scatolettine, coll'etichetta della farmacia Zambelletti.

— È il _buffet_ che mi ha apparecchiato il buon dottore — dice Emma, sforzandosi, per far sorridere il babbo.

Dopo un momento entra il dottore, e il cavalier Venceslao se ne va quasi subito, in punta di piedi.

Da un paio di giorni, precisamente da giovedì, Emma ha fatto qualche piccolo miglioramento, e però è stato convenuto in famiglia, che il dottore, quella mattina, avrebbe ricominciato, da solo, a tastare il terreno.

_Il dottore_ (_le applica il termometro: la copre bene, fin sotto il mento: le siede accanto_) Adesso... per dieci minuti... stai quietina, quietina. (_Dopo un momento: mettendole il palmo della mano sulla fronte_) Sempre un senso di gravezza — vero? — di peso?

EMMA (_con un filo di voce, rimanendo immobile_) Sì; molto.

_Il dottore._ Però... un po' meno di ieri?

EMMA (_scuote leggermente la testina sul guanciale_).

_Il dottore._ No? Allora diremo... come ieri. (_Pausa: l'osserva, la studia, strizzando l'occhio_) Da brava; fammi veder la linguina! (_La guarda a lungo, arricciando il naso, facendo una bruttissima cera: pausa, sospiro_) Ma già, finchè perdura la causa morale, i dispiaceri, le inquietudini, i patemi d'animo... persiste, per conseguenza, anche tutto il resto.

EMMA (_fissandolo cogli occhioni più grandi e più neri nel faccino smunto_) Oh, dottore! Soffro, sai! soffro tanto!

_Il dottore_ (_gli occhi gli si riempiono ad un tratto di lacrime: si china col volto più vicino, più d'appresso ad Emma, per consolarla, per rianimarla: in quel punto tutto il cuore, tutta l'anima, tutta l'affettuosa dolcezza del buon dottore si è trasfusa ne' suoi occhi_) Cerca di metterti in calma; di non pensare... o di pensare soltanto alle belle cose.

EMMA. Oh, dottore, come si può non pensare? E, ormai, dove sono, per me, le belle cose?

_Il dottore_ (_con effusione, premendo sopra le coperte dove si vede il rialzo che copre le mani intrecciate di Emma_) Ma tutto il mondo, cara la mia _tosa_! Tutto il mondo, per te, è pieno di belle cose! Non le vuoi guardare!

EMMA (_colla vocina sempre debole, ma con un leggero sorriso d'ironia_) Per me, una bella cosa doveva essere anche Nino Sebastiani.

_Il dottore_ (_si allontana: diventa truce_) Forse, anche quel Sebastiani poteva essere un errore. La gente — sicuro — non si può mai dire di conoscerla abbastanza. Sai? Dopo la rottura successa, la signora Sebastiani non mi ha più fatto chiamare. (_Pausa_) Adesso ha quell'intrigante del Marzetti.

EMMA. Oh, dottore! Anche questo per colpa mia!

_Il dottore._ Quietina! Quietina! (_Le riaccomoda le coperte attorno al collo_) In sostanza, approssimativamente, io posso dire anzi di averci guadagnato. Per quel tabernacolo della Sebastiani bisognava essere sempre in moto! Non si era mai sicuri nè di giorno, nè di notte! (_Ridendo, per mettere Emma di buon umore_) Io credo — veh! — che tutto il male del suo cuore proveniva dal fatto solo di non aver mai trovato modo di metterlo a posto! (_Dopo un'altra risatina, si ricorda del termometro: guarda in fretta l'orologio_).

EMMA. È ora? Posso levarlo?

_Il dottore_. No, sono appena cinque minuti. (_Pausa: guardandola, esitando: poi con precauzione, con un tono di voce lenta, uguale, penetrante_) Sai — vero? — che cosa hanno scritto da Padova? Non ha propriamente un soldo. Suo fratello è ricco, ma pare... in malo modo. Il padre era un bottegaio. — Sicuro. — Io direi, adesso, prima di tutto, di guarire. Poi, a suo tempo, si potrà fare una scelta migliore, di generale soddisfazione, per la mamma, per il papà, per lo zio. Sua Eccellenza... a Roma. E, intanto, quel certo Giordano, direi proprio — vero? — di escluderlo assolutamente.

EMMA (_agitandosi_) Oh, dottore, dottore, dottore! Non tornare da capo! Te ne prego! Te ne supplico!

_Il dottore_ (_cercando di tenerla sotto le coperte_) Quietina, dunque, quietina! I fatti, già, sono fatti, e non si possono cambiare.

EMMA. Che fatti? Ma che fatti? Sai perchè non è ricco? Perchè non ha una posizione lucrosa? Perchè ha voluto essere sempre indipendente! Perchè il suo animo nobile e fiero non ha mai voluto abbassarsi a domandare, a strisciare come tanti altri che non hanno nè dignità, nè carattere. Ma il suo nome è conosciuto in tutto il mondo. Più del nostro, certo.

_Il dottore._ Ma... e questo Taine? E questi _rubalizi_ letterarii?

EMMA. Ci credi tu a Guido Bardi? Invidia, rabbia, cattiveria.

_Il dottore._ Resterebbe l'altro inconveniente... del fratello.

EMMA. Suo fratello... Intanto, chissà se è vero; perchè anche queste sono le informazioni di donna Fanny.

_Il dottore._ Non soltanto di donna Fanny.

EMMA. Sia pure: che cosa c'entra lui con suo fratello? Gli fanno anche un carico perchè suo padre era un piccolo mercante; ma il nonno del mio, siamo giusti, non era un farmacista?

_Il dottore_ (_scandalizzato_) Che cosa vai adesso a pescare... indietro... fino ai tempi del Prina! (_Dopo aver guardato un'altra volta l'orologio_) Porta pazienza: ancora due minuti. (_Pausa_) Volevo dire, vedi, anche per l'età. Tu non hai ancora vent'anni.

EMMA. Sì, fra due settimane.

_Il dottore._ Tu sei un fiore; cioè lo eri; ma tornerai come prima, soltanto con un po' di ragionamento. Invece con quel Giordano... di Padova, non ci sarebbe nemmeno proporzione, e allora, appunto, succedono gli squilibrii. Pensa: quando tu avrai, per esempio, quarant'anni, il che, nel più dei casi, vuol dire per la donna il periodo della maggiore... attività, lui ne avrà sessanta, forse sessantacinque... o settanta.

EMMA (_sorridendo_) Fermati, dottore! Fermati, per carità!

_Il dottore_ (_ostinandosi: cominciando a gridare_) Sì, anche settanta! Anche settanta! E, forse, ancora di più! È ben conservato, ecco; questo sì. Ma ricordati, cara la mia _tosa_, che l'uomo è un'altra cosa. Non è come la donna. Di un uomo ben conservato non c'è mai da poter scommettere, nè giurare. Io non l'ho guardato altro che molto superficialmente; ma mi pare un uomo più di apparenza che altro. (_Alzandosi per prendere il termometro_) Vediamo.

EMMA (_gli dà il termometro_).

_Il dottore_ (_la ricopre da tutte le parti, poi si avvicina alla finestra per guardare i gradi della febbre: dopo, scuote fortemente il termometro per farlo discendere. Il dottore è diventato più serio: si avvicina ad Emma, fissandola gravemente_).

EMMA. La febbre è cresciuta, non è vero?

_Il dottore_ (_sempre più serio: continua a guardarla, senza rispondere_).

EMMA (_leva un braccio di sotto le coperte, e glielo fa vedere_) Guarda, ormai, come sono ridotta.

_Il dottore_. No! No! No! Sotto! Sotto!

EMMA. Tu mi vuoi bene?

_Il dottore_. Ma ti pare di domandarmelo?

EMMA. So, so che mi vuoi bene: tu e anche il papà.

_Il dottore_ (_subito_) E la mamma: ti vuol molto bene anche la mamma. Anzi, direi, forse a suo modo, ma più di tutti.

EMMA. Allora, se mi vuoi bene, ti prego di una cosa.

_Il dottore_. Che cosa?