L'evoluzione di Giosuè Carducci

Part 8

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«L'idealità di una nazione, la religione cioè della patria, ha per fondamento, per focolare alimentatore una o più realtà, ciò sono una graduale trasformazione e ascensione delle classi inferiori verso il meglio; un ordinato e sano svolgimento delle forze economiche nelle classi mezzane; un'aristocrazia almeno del pensiero, della scienza, dell'arte, in una coltura superiore di genio altamente nazionale,» e poco sopra definisce la idealità di un popolo così: «cioè la religione delle tradizioni patrie e la serena e non timida conscienza della missione propria nella storia e nella civiltà, religione e conscienza che sole affidano un popolo d'avvenire»[28]. E nella sua professione politica agli elettori di Pisa (maggio 1886) scrive: «Io voglio lo svolgimento di tutte le riforme democratiche richieste dalle necessità storiche dei tempi, ma con tutte le guarantigie dell'ordine politico e sociale secondo la tradizione italiana».

[28] _Ça ira._

Ora questa pugnace aristocrazia dell'ingegno in una coltura nazionale, questa religione delle tradizioni patrie, questa coscienza della missione di un popolo nella storia e nella civiltà, sono sentimenti che la società che si va formando ritiene come un errore o, almeno, come un ritardo: ed è cosa logica. Essa ha bisogno di livellare, di scancellare, di rinnovare.

Ogni opera che tenda a conservare autorità di principii, tradizioni storiche, etniche, artistiche per quanto vere, ottime, bellissime, riesce a questa nuova gente di troppo insopportabile peso per il suo viaggio.

In questo consiste la vera differenza fra il Carducci e la nuova gente; differenza che esisteva anche prima; non nel vario significato fra i due nomi di repubblicano e di monarchico che, nel Carducci, non hanno una essenziale differenza di contenuto.

* * *

Perchè è un grave errore di miopia il credere, come fanno alcuni eterni sentimentali, che questo fenomeno dissolvitore e innovatore che si intende con la voce socialismo, sia una semplice malattia economica cui si possa applicare qualunque panacea, anche il puro cristianesimo!

Certo non è facile segnare il confine del punto ove il fatto economico cessa per diventare fatto morale, tanto più che sovente le due cause sono fra di loro congiunte ed intersecate; ma è però vero che la causa morale vi entra per grandissima parte.

Speciali condizioni e trasformazioni delle industrie, delle ricchezze, della proprietà, del lavoro, costituiscono il turbamento economico, quale con serena e fine diagnosi fu determinato dal Marx; e qui non tanto sembra doversi incolpare una speciale iniquità degli uomini, quanto la natura delle cose e del sistema capitalista a cui alcune classi della borghesia furono a mano a mano condotte e che esse stesse sembra non possano nè migliorare nè altrimenti modificare.

È però vero che questo disagio economico si è insensibilmente acuito a cagione di non so quale pervertimento della nostra natura, per cui avviene che tutti noi, dal più al meno, abbiamo smarrito il senso della vita fisiologica, semplice, vera, buona; ma consideriamo il superfluo, l'innaturale, l'artificiale come precipua condizione di felicità.

Negare od eludere questo male puole essere facile, non così il proporvi un adeguato rimedio.

Ma ommetterebbe un grave coefficiente per giudicare in modo imparziale, chi considerasse il socialismo come proprio di una speciale classe sociale, cioè di coloro che portano a dosso la livrea di servi del capitale. Anche le altre classi vi concorrono, almeno negativamente, cioè distruggono in un senso mentre quelli distruggono dall'altro; e in prima linea viene la stessa borghesia ricca, capitalista o industriale. Essa, salvo sempre le eccezioni molte e degne, offre questa strana contraddizione, che, mentre oppone una resistenza fierissima di conservazione materiale, moralmente sembra penetrata da una voluttà di dissoluzione maggiore che non sia negli altri il desiderio del divenire.

Non ha idealità religiosa, perchè, quando non è giudea, della vera fede ha perduto quasi tutto fuorchè le apparenze; non ha tradizioni eroiche e gentilizie, perchè è sorta da ieri da un'aristocrazia che avea finito il suo tempo; non si può dire che sia monarchica, perchè con pari garanzie accetterebbe anche la repubblica; idealità nazionale non sembra che ne abbia molta, perchè priva di profonda coltura; e se in alcuni casi ha contribuito all'unità politica, non si può dire che l'abbia fatto sempre per nulla o, se così fu, se ne venne poi dimenticando. Si vale però della religione, della morale, della patria, dell'arte come strumenti di difesa; ma senza volerlo o saperlo li scredita e li deforma. Essa ha un carattere cosmopolita ed utilitario; ed uno che volesse fare ricerca di frasi, potrebbe anche chiamare questa borghesia come la matrice storica del socialismo. Essa di fatto è portata dalla sua stessa natura ad accentrare e ad accumulare sempre: ma è giunta al punto che le forze per contenere e conservare ciò che chiama sua legittima proprietà le oscillano e accennano a scomporsi con suo gravissimo pericolo.

Di contro a questa smisurata e innaturale forma di proprietà, di ricchezze e di sfruttamento, il socialismo si accampa con la opposta reazione della comunità o socializzazione dei beni e dei capitali; la quale nuova dottrina economica sembra suggerita dallo stesso accentramento capitalista.

Intanto nell'oscillare fra questi due opposti eccessi il senso della proprietà vera, legittima, come quella che è prodotto esiguo, ma santo, ma caro dell'onesta attività dell'individuo, si perde; e fatalmente si dovrà perdere quella poca ma vera felicità che consiste nell'affetto e nell'uso delle cose proprie. La quale non è soltanto felicità individuale, ma è fonte di saggezza, di pace, di parsimonia e di bontà nel senso della conservazione della famiglia.

La guerra alla proprietà falsa e soverchia trasse seco anche la guerra alla proprietà vera e buona; e supposto che questo nuovo ordinamento economico si avveri nel modo e nel grado che si dice e si vuole, dovrà produrre anche un rinnovato ordinamento morale, in cui molte cose buone e care andranno sventuratamente disperse.

Anche il ceto della borghesia media o cittadina che può sembrare la classe più sana e più resistente, ha perduto moltissimo della sua forza conservatrice.

Anzi tutto essa pure si venne spostando e disorganando economicamente per forza del movimento accentratore del capitale; così che da proprietaria di modeste e care fortune che essa era, si trovò, per citare il caso più blando, a poco a poco alla mercè degli impieghi, dei commerci e della conseguente vita randagia; poi anche quella parte che si è potuta conservare integra e fedele agli usi, alla morale, agli studi, agli affetti, risente l'influsso di questa dissoluzione che non si sa dove sia propriamente, ma è diffusa dovunque come l'aria che si respira. Inoltre battuta in breccia senza tregua dalla gente nuova la quale fa balenare bandiere di ogni più ardita rivendicazione e innovazione; priva dell'appoggio e dell'esempio delle classi così dette dirigenti; avvilita da una certa fatalità che è nelle cose, sente sin da ora che sotto i suoi cardini di resistenza il terreno le cede; e insensibilmente si sposterà sempre più verso il nuovo quasi senza avvedersene se non quando il passaggio sarà avvenuto anche nella sua parte esteriore.

Concludendo su questo proposito, si può dire che mentre le classi dirigenti ed organiche della borghesia alta e media vanno perdendo il senso morale della propria conservazione, la misura e il modo della difesa e partecipano esse medesime di non so quale dissolvimento, dall'altro lato l'infinito numero dei lavoratori, dei diseredati, dei malcontenti che il capitale accentrandosi esprime e produce, con un mirabile accordo oltre ogni confine di nazioni, muove serrato alla conquista di ciò che è o si presenta sotto l'aspetto della giustizia, del diritto, del benessere.

Rimarrà il banchetto umano lauto per tutti, ovvero, ridotte le porzioni, si accorgeranno i nuovi venuti, essi per i primi, che ben di poco si avvantaggiarono? Cioè non avverrà forse che questo più raffinato senso che è universale, questo più intenso bisogno di partecipare ai godimenti della vita (oltre i giusti limiti della vita fisiologica) non trovino la possibilità di equilibrarsi con la maggior dose di benessere economico che sarà concedibile, e perciò, rimanendo lo squilibrio, rimangano le cause del male e del malcontento? Ma in verità ogni prognostico di ciò che sarà la società dell'avvenire col fondersi di questi vari elementi è assolutamente prematuro e fallace.

V'è però un fatto che mi pare indubitabile e di cui oggi stesso si vedono segni manifesti, cioè che un equilibrio ed un assetto stabile in questo futuro allargamento e partecipazione dei benefici sociali a tutti gli uomini, non sembra possibile senza ammettere un tipo medio umano entro cui di buona o di mala voglia bisognerà costringersi; e forse in questo adattamento al nuovo ambiente, in questo rimpicciolirsi del tipo umano chi sa che non si trovi il modo di essiccare le sorgenti di quel genere di dolore che proviene dalla meditazione, dall'ingegno e dalla filosofia.

In questo che io dico vi sarà alcuna parte di eccessivo, ma è certo che se all'organismo sociale in formazione sono di impedimento gli individui accentratori di moltissima ricchezza e di molte energie umane al proprio servizio, non è meno vero che, sotto un altro aspetto, anche le vere individualità dell'ingegno, essenzialmente indipendenti, preponderanti, bisognose di foggiare il mezzo che le circonda della propria impronta, devono riuscire pericolose od inutili; come deve anche riuscire inutile ogni studio, ogni arte, ogni meditazione che contenga un eccelso godimento o perfezionamento non partecipabile all'universale.

Così ad esempio supponiamo che ai giorni nostri comparisse un uomo il quale avesse tutto lo spirito apostolico, tutte le meravigliose energie psichiche di Gesù Cristo, e che quest'uomo senza alcun misticismo ultra terreno, ma su le basi di un'idealità umana altissima trovasse modo di stabilire in terra il regno della possibile felicità per tutti e di eliminare le cause di ogni ingiustizia e di ogni patimento per tutti. Ebbene quest'uomo, nella migliore delle ipotesi, troverebbe scarsissimi apostoli e seguaci: giacchè supponendo anche che la sua dottrina fosse così perfetta che l'arma della critica non la potesse nemmeno intaccare, per ciò solo peccherebbe che la maggioranza degli uomini non potrebbe assolutamente intenderla ed applicarla.

Che se i fondatori di religioni poterono stabilire e fare accettare dalle moltitudini come pietre angolari del loro edificio alcune massime di una morale superiore o extra umana, vi riuscirono solo perchè si valsero del terrore d'oltretomba e della volontà divina per loro mezzo rivelata. Ora questi mezzi mistici non commuoverebbero che pochissima gente; ed è per questa causa più che logico, non certo consolante, che l'umanità, ammaestrata e fatta scettica da secolare esperienza e da maggiore conoscenza scientifica, rigetti, scarti senz'altro ogni dottrina, ogni morale, ogni felicità che sia superiore alla capacità ed alla attuabilità delle sue forze medie e che per questa sola ragione le trovi erronee.

Invece è conseguente che con tutte le sue forze aspiri a quel benessere che è compatibile con le sue energie e con le sue facoltà, ancora che esso non sia nè il vero nè l'ottimo.

Per ottenere questo, due mezzi, oltre agli altri, si impongono come logicamente necessari alla civiltà in formazione, cioè, ripeto, livellare e scancellare.

Ed applicando questo criterio all'ora presente ed alla nostra patria, si può dire che l'Italia, la meno giovane fra le nazioni civili, la più provata dalla esperienza, la più ricca di memorie, di tradizioni, di glorie, sente prima e più che ogni altro popolo il bisogno di buttare a mare tutti questi inestimabili tesori che non essendo per così dire assimilabili ed utilizzabili dalla maggioranza sovrana, le diventano per ciò di peso e di impedimento.

Dinanzi a questa risorta forma di giacobinismo il Carducci mi rende sembianze di girondino nuovissimo e mirabile; e ne ha tutte le tristezze e le audacie, come nel sonetto _Dietro un ritratto_, ove chiude:

Oh fantasie di gloria a terra sparte! E tu Italia vincente, e tu rubesta Libertà coronata alto da l'arte!

Sopra il fango che sale or non mi resta Che gittare il mio sdegno in vane carte E dal palco fatale un dì la testa.

e più fortemente nello scritto su Alberto Mario, stampato primamente nel _Don Chisciotte_ di Bologna, li 2 dicembre dell'81, ove dice: «Odi, Alberto Mario. Io ho ancora un ideale. Ed è quello di morire su la ghigliottina, condannato dal popolo vincitore.

«Il popolo, corrotto e accannato dai governi, pasciuto di frasi e aizzato al vento dai democratici, quando romperà la sbarra, ci scannerà, cioè, ci giudicherà.

«Ci giudicherà, perchè noi vorremo ancora la libertà e la giustizia: due parole che son per divenire di cattiva fama: l'una sbattacchiata in faccia alla gente che non può usarne, perchè ha fame e miseria e ignoranza: l'altra mascherante le mutazioni degli interessi nelle classi dirigenti.

«Noi veramente non pensavamo così. Ma... ma allora sarà quello che sarà.

«Alberto Mario, ti do il ritrovo alla ghigliottina.

«Ma vedi, nè meno ci ghigliottineranno. C'impiccheranno come servi feudali; ci lapideranno come ebrei.

«La Gironda è per sempre finita».

* * *

Ma ammainiamo le vele che, per avventura, troppo indugiammo e v'è rischio che il lettore anche benevolo ci muova rimprovero di avere abusato della sua pazienza, insistendo sempre su di uno stesso argomento per quanto questo sia vitale e presente.

* * *

Forse un errore può essere imputato al Carducci, cioè che la compagnia spirituale o di persona di quei cittadini eroici che furono padri della patria, lo studio dell'arte, l'impeto della fede ardente che rimovea da sè le correnti delle idee contrarie, siano stati cagione che fosse alquanto ritardata in lui la conoscenza esatta della natura delle nuove idee.

Si aggiunga l'effetto dell'applauso che non permise, forse, di separare quanta parte era rivolta all'alto concetto umano, storico, artisticamente sereno, contenuto in quella sua continua ribellione, e quanta maggior parte di esso applauso traeva origine solo dall'espressione rivoluzionaria, dalla frase tagliente ed audace.

Venne infine il giorno che questo movimento di idee e di gente nuova prese tanta estensione ed espressione che il suo carattere non potè più essere dissimulato.

La gioventù che gli passava da presso di anno in anno, ancora serbava il vecchio nome di repubblicana, e certo in buona fede; ma in sostanza era penetrata da queste idee e speranze nuove, le quali nulla contengono di quell'eccelsa idealità patria ed umana, di quel senso dell'individuo eroico, di quella religione delle memorie, di quell'aristocratico sentimento dell'arte che sono cosa propria del Carducci: anzi si può dire che l'attuazione di quelle idee non è possibile senza la distruzione di queste.

Io non so se alcuno molto poco intendendo dell'arte e del genio del Carducci si fosse da lui, come poeta, aspettato qualcosa di simile all'_Inno dei lavoratori_; questo so certo che non pochi dissero che il Carducci come intese questo crescente dissidio, avrebbe dovuto uscire dall'arena della vita attiva e combattuta, ravvolgersi ne' suoi convincimenti, nella sua antica fede repubblicana come Trasea Peto si ravvolse nel suo manto ed uscì dal Senato.

Così da quell'altitudine, sdegnoso ed immoto, avrebbe dovuto con filosofica serenità assistere allo svolgersi di questi nuovi fenomeni della vita sociale.

Tutto ciò avrebbe potuto piacere alla sentimentalità di qualcuno ed avrebbe prodotto un discreto effetto artistico. Ma via! supporre questo esiglio e questa morte volontaria quando _i nervi ancor son forti_, non solo è un semplice assurdo, ma è un disconoscere l'indole e l'anima del Carducci.

* * *

Egli non esitò un istante, il timore della calunnia, dell'insulto, di ogni sorta di denigrazioni non lo rattenne, ma si accostò decisamente alla monarchia.

«Ma che disertare?--esclama--Si diserta per vigliaccheria o per guadagno. E questo non è il caso mio. Si può disertare, e innanzi alla legge morale non è più diserzione, quando l'uomo si trovi per forza o per mala elezione arrolato sotto la bandiera dei nemici in guerra con la patria. Sarebbe questo il caso? No'l voglio credere»[29].

[29] Lettera al direttore della _Gazzetta dell'Emilia_, 18 marzo '91.

Ma nell'accostarsi a questa forma politica conservatrice Egli non cerca difesa o rifugio, ma il modo di meglio combattere ancora, sempre, finchè duri la vita. Per tal modo a questo principio monarchico Egli dà un'attitudine schietta, cittadina, nazionale, ideale come ove dice nel discorso agli elettori del collegio di Pisa (maggio '86):

«Io credo di rendere al re d'Italia il massimo onore quando io lo veggo in fantasia su l'Alpi Giulie a cavallo, capo del suo popolo, segnare con la spada i naturali confini della più grande nazione latina».

* * *

In questa nuova sembianza più grande Egli si erge e più manifesta ci appare la sua vera natura.

Perchè Egli, in questo lento dissolversi e disperdersi degli antichi distintivi del genio italico, sente che in sè ne è assimilata grande parte; e perciò la personalità del suo genio sotto un certo aspetto diventa personalità di razza: la necessità della propria conservazione individuale si impone come necessità biologica e storica.

Tutto ciò che in lui vi può essere di poco armonico, di eccessivo, di mutevole e, sia pure, di apparentemente illogico si deve ricercare in questa necessità di difendersi e di difendere.

* * *

Se poi alcuno domandasse: la monarchia a cui il Carducci si accostò, contiene essa questa virtù conservatrice della religione e delle tradizioni patrie? puole essere instauratrice di giustizia economica e morale, così da porre freno o almeno dirigere le esorbitanti forze dei nuovi partiti sociali? raccoglie e rappresenta essa le energie della parte più savia e più sana della nazione? insomma quanta parte di vero, quanta invece di soggettivo vi è in questa idealità di cui il Carducci la recinge?

Risponderei che questo non entra nel tema del mio scritto e che ognuno vi può dare quella risposta che crede migliore.

LIBRERIA EDITRICE GALLI di C. CHIESA & F. GUINDANI

ESTRATTO DI CATALOGO

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