L'evoluzione di Giosuè Carducci

Part 7

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Ma non è così. Si fa dell'erudizione per l'erudizione, della ricerca per la ricerca, e fin qui meno male; il male vero è che questa erudizione non è animata da un vero e proprio amore, come a dire approntare un grande e purgato materiale di analisi di cui poi altri o essi medesimi fatti più maturi si valgano per istudi più complessi e maggiori o per adattare il già noto al mutevole tempo. In generale è tutta un'erudizione frammentaria a cui manca la coordinazione e la finalità, se pure per finalità non si vuol intendere quella molto necessaria ma poco nobile di apprestarsi, come sembra sovente, i titoli per i possibili concorsi: ma sopra tutto manca la idealità, tanto che io non esito a dire che se invece del classicismo greco, latino, italico dovessero indagare le origini della letteratura chinese o giapponese. vi porrebbero il medesimo ardore e la medesima pazienza.

Tutt'al più a volere assegnare a costoro una ben strana missione storica, già adombrata sopra, si potrebbe dire che essi rendono simiglianza a' notai e loro scribi i quali compiono minuziosamente l'inventario del pensiero classico; e quando si parla di inventario, si parla anche di morte.

Bene io so che vi sono eccezioni molte e nobili, ma non valgono ad infirmare di troppo il mio giudizio. E ne fanno prova le scuole ove sono chiamati ad insegnare ed hanno i maggiori gradi, che mercè loro (e se vuole si aggiunga pure l'azione dannosa di certe vecchie e sfiatate cariatidi dell'insegnamento) la scuola classica si può chiamare la demolitrice del pensiero classico. Si possono rinnovare libri, rimutare leggi, come si mutano annualmente; ma rimane sempre il fatto che i giovani quando ne escono mandano un gran respiro come se il petto si allargasse, ed anche un tacito _parce sepulto_, quando non è un'imprecazione, non solo al buon Senofonte e a Cicerone, i due meno intellettuali autori e pure i capi saldi dello studio del greco e del latino, ma a Platone, a Sofocle, a Vergilio, a Tacito, al Petrarca ed a Dante insieme a Laura ed a Beatrice, coi quali autori vissero per tanti anni senza che a quella immortale luce la loro mente si accendesse; anzi credendoli conoscere per averli così spesso avuti seco e averli letti ed esserne stati martoriati, portano nella vita la persuasione che siano perfettamente inutili, appunto perchè perfettamente non li intesero o, meglio, non vennero fatti intendere.

Certo è che l'effetto dannoso di tale esagerazione del metodo, mancanza di idealità, di finalità, di arte diviene maggiore a cagione di un senso direi quasi universale di avversione per lo studio dei classici; e di questa avversione non so trovare altra causa vera e prima che la seguente, cioè che il pubblico intende ovvero intuisce come questo studio, se fosse ridotto alla sua vera missione e fosse insegnato come dovrebbe essere, non potrebbe a meno di non produrre una vera e fiera aristocrazia intellettuale, al quale fatto ripugna istintivamente.

Per le cose dette anche in mezzo a codesta classe di gente studiosa e colta il Carducci mi si presenta come diverso e solitario.

* * *

Non pochi hanno notato che nelle terze odi barbare v'è una decisa concentrazione del Poeta in sè medesimo, e ne hanno dedotto un decadimento delle sue forze poetiche. Per me invece sono prova della sua vera tempra di genio e della inesauribile potenza: appunto perchè essendo costretto ad attingere sempre più entro di sè, riesce tuttavia a dare alle sue fantasie soggettive un'estensione meravigliosa.

Tace in quelle liriche la vita presente, ma pare che l'anima dei secoli vibri all'unisono della sua in non so quale solenne tristezza, e la natura tutta vi risponda con una tragica serenità che non è nelle prime odi.

Sarebbe invece più giusta cosa il dire che Egli ha voluto o fu costretto a spingere l'arte della poesia a' suoi ultimi confini. Dopo s'innalzano le colonne d'Ercole e lì bisogna arrestarsi.

Egli sembra essere compendio e termine di questa divina arte del canto quale sino ad ora venne intesa, cioè come rispondente con armoniche forme ai nostri bisogni estetici ed ai nostri fantasmi.

Se poi per il tempo avvenire il sentimento fantastico, appassionato degli uomini, cioè il soggetto della poesia, avrà bisogno di rivestirsi di parole e di ritmo, io non so: tuttavia oso dire che, supposto che ciò sia, le forme liriche e l'arte quali furono sino ad oggi e che nel Carducci assumono l'espressione più sintetica ed acuta, non potranno più sussistere e dovranno rinnovarsi totalmente.

Così intendendo, con una rigida e stoica visione del vero e con la consapevolezza interiore del punto che Egli stesso avrebbe dovuto segnare nell'arte, scriveva sino dal '74[22] «La poesia oggigiorno non è più la produzione immediata o mediata del popolo, nè elemento di civiltà per la nazione, nè un bisogno estetico della società, nè instrumento di rivoluzione o mezzo di rinnovamento».

[22] _Critica e arte._

Egli fu logico sino alla fine e con la sua arte fornì la maggior prova di questa verità.

* * *

Per tale modo l'anima del Poeta varca il suo viaggio. Egli passa come cavaliere stoico e disdegnoso in mezzo alla turba e tende al fine ove la ferrea logica del suo pensiero e delle cose lo conduce. Passa in mezzo alla grave e immota folla dei dotti, fra il chiassoso seguito dei monelli dell'arte, attraverso l'indifferente aprirsi del volgo; e non verso l'avvenire, o Poeta, ma

A la scogliera bianca della morte.[23]

Anch'essa un avvenire!

[23] _Iuvenilia._

CAPITOLO VI.

GIOSUÈ CARDUCCI E L'ORA PRESENTE.

Domanderà alcuno: Quando principia propriamente il Carducci a divenire monarchico?

In una lettera al _Resto del Carlino_ (11 maggio '93) scrive: «Io di educazione e costumi repubblicano (all'antica) per un continuo svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la quale credo ormai fermamente possa l'Italia mantenersi unita e forte». E il _Corriere della Sera_ riproducendo questa lettera, dice che in essa il Carducci afferma ora nettamente la evoluzione politica compiuta nel suo pensiero.

Ma in verità io penso che queste parole, dette per incidenza, siano una concessione alla opinione pubblica; null'altro. Evoluzione propria e vera di lui non ne avvenne e senza che ciò gli sia di merito, non ne poteva avvenire. Fu piuttosto il tempo, furono le cose, come ho detto in principio, che si svolsero in modo da determinare questa specie di conversione che non sarebbe apparsa se i fatti e le idee avessero seguito un altro corso.

Mi sembra dunque inutile l'insistere su di un'epoca determinata alla quale non corrisponde un determinato e sostanziale mutamento.

Ma oggi che negli scritti di critica si costuma di raccogliere la maggior quantità possibile di documenti e si vagliano e si discutono consumando spesso gran parte del libro in un lavoro, per mo' di dire, di retroscena o di appendice, molti forse diranno che io avrei dovuto fare una raccolta ed un esame comparativo e cronologico di quegli scritti in cui il pensiero politico del Carducci si viene a mano a mano modificando, sino a che riesca naturale che Egli si affermi convertito alla monarchia.

Concedo che un simile studio possa valere per dimostrare il progressivo adattamento, ma non credo che convenga all'indole del libro ed al metodo seguito; oltre a ciò mi sono trattenuto per timore che insistendo troppo su di una questione più che altro di apparenza e di forma, questa venisse confusa con la questione sostanziale: giacchè il concetto informativo del presente lavoro fu, come già dissi, di persuadere il lettore benevolo che nelle opere maggiori di lui stanno tutti i germi e le cause della sua evoluzione, e non è necessario ricorrere o a sottigliezze o a documenti speciali: in altre parole che dato il genio e l'indole dell'uomo, data la natura dei tempi, la sua fede monarchica viene di conseguenza e non implica alcun nuovo convincimento.

Altri con più giusta ragione, mi potrebbe domandare perchè io non faccia nè meno cenno dell'_Eterno femminino regale_, e delle sue varie manifestazioni.

Certo è un'ommissione grave, ma più in apparenza che nel fatto. Questo nuovo sentimento che si inizia con l'ode _Alla Regina_[24] forse ha avuto un certo influsso nell'affrettare la conversione; ma non tanto a motivo di questo sentimento in sè, spiegabile per l'indole sua punto partigiana e cavallerescamente gentile nella apparente rudezza[25], quanto per l'acerba critica che gli fu mossa; la quale, per avventura, fece sì che uomini prima con lui concordi ed acclamanti, al solo primo urto gli si svelassero nel loro vero essere.

[24] 20 Novembre 1878.

[25] Credo opportuno richiamare alla memoria il modo come si originò l'ode _Alla Regina_, lasciando ogni giudizio all'accortezza del lettore, tanto più che in qualche punto mi sembra di avergliene fornite le indicazioni. Scrive il Carducci nell'_Eterno femminino regale_: «di tutto ciò che di me può parere, mi addolora solo e anzi tutto l'apparire ingrato e disobbligante a chi mi abbia fatto segno di benevolenza e di attenzione. E veda, dicevo a Luigi Lodi, se io non fossi io, cioè il poeta (come mi chiamano) della democrazia, poco mi ci vorrebbe per mostrare a questi monarchici borghesi come uno può esser cavaliere senza aver mai a' suoi giorni portato una croce.

«Faccia un'ode alla Regina--dice Luigi Lodi.

«Chi sa?--rispondo io.

«La mattina dopo gittai giù le prime strofe dell'_Ode alla Regina d'Italia_.»

Credo anche che lo sviluppo dell'_Eterno femminino regale_ abbia contribuito a rendere troppo acute, stridenti, eccessive alcune affermazioni in proposito, le quali offesero non solo gli avversari, ma anche a molti che del Poeta erano e sono ammiratori e benevoli, non piacquero.

Ma dopo aver fatto questa concessione, non mi sembra il caso di insistere più oltre su di un fatto che ha un valore molto trascurabile rispetto alla principale questione.

* * *

Se nei capitoli precedenti io sono riuscito a rendere intelligibilmente il mio pensiero, può oramai chi legge intendere di per sè quale valore e significato abbia questa conversione monarchica e come di necessità siasi originata. Tuttavia mi piace insistere in modo più particolare e dedurre quelle conclusioni e quei giudizi che vengono fuori da questo contrasto fra l'illustre uomo e l'ora presente.

* * *

Il lettore probabilmente ricorda la chiusa dell'ode il _Piemonte_[26]. In essa, con una di quelle visioni che da noi modernissimi non possono essere del tutto intese e gustate perchè dell'epico e del veramente fantastico, quale è in quella chiusa, abbiamo perduto o almeno di molto attutito il senso; in essa, dico, il Poeta imagina che lo spirito di Carlo Alberto, il re per tant'anni bestemmiato e pianto, salga a Dio scortato da un volo d'ombre eroiche; e dicono:

Anch'egli è morto come noi morimmo, Dio, per l'Italia. Rendine la patria. A i morti, a i vivi, pe'l fumante sangue Da tutti i campi, Per il dolore che le regge agguaglia A le capanne, per la gloria, Dio, Che fu ne gli anni, pe'l martirio, Dio, Che è ne l'ora,

A quella polve eroica fremente, A questa luce angelica esultante, Rendi la patria, Dio; rendi l'Italia A gli italiani.

[26] Bologna, Zanichelli, 1890.

Ma nel coro degli spiriti non sono solamente quelli che nella fede del re combatterono, ma anche quelli cui in vita il re disperse e percosse, cui in morte l'amore per la patria ed il dolore congiunsero.

Ora questa visione mi sembra che risponda, sotto un certo aspetto, ad un senso politico del Carducci, rinnovato in quest'ultimo tempo. Ecco: Egli visse in mezzo agli eroi della patria e fu allevato nella loro fede. Non congiurò nè combattè le battaglie cruente, ma combattè quella battaglia a cui lo portava il suo genio, cioè, come più volte dissi, per la rigenerazione del pensiero e della coltura nazionale.

Ma l'uno dopo l'altro i titani, i profeti, i buoni, i martiri la Morte ravvolse della sua ombra.

In un breve scritto che suona come ultimo vale ad Alberto Mario, ricordando come questi, oramai vicino a morte, gli rinnovasse la memoria di scrivere la storia del Quattrocento, prorompe: «Oh, se io fossi Erodoto e potessi leggere a un uditorio di Greci, io vorrei scrivere ben altra storia; la vostra storia, o padri e fratelli eroici. Voi sparite un dopo l'altro dallo spettacolo della vita: la nuova gente agita bandiere e sparge fiori su le vostre bare e le tombe, e vi piange, e vi acclama, e vi predica e poi vi dimentica.» E per la morte di Garibaldi, nel famoso discorso, dice: «La miglior parte del vivere nostro è finita». Certo ritornano alla mente quei versi nell'epodo in morte di Giovanni Cairoli, che dicono:

Oh come sola è ora La casa degli eroi!

Ma non alla dimora di Groppello, sì bene più largamente sembrano significare. Caddero, e con essi cadde e tramontò l'idea di un'Italia repubblicana: repubblicana, intendo, non nel solo senso politico che anzi perdura più che mai, ma nel senso storico e classico, idealmente rinnovato secondo i bisogni della vita presente; per cui il Carducci chiamò sè stesso _per educazione e costumi repubblicano all'antica_.

Questi costruttori di una patria perfetta e bellissima non sono più: ma pare che dal loro scomparire dalla scena della vita, quasi non più da essi trattenuto, si sia rapidamente accelerato e diffuso quel movimento sociale, di cui ora voglio indicare un solo aspetto, cioè come le genti italiche o dimentiche o non più curanti dei distintivi storici di nazione, tendano a confondersi nella fiumana di una umanità rinnovata.

* * *

Ho detto dimentiche e non curanti; ma non è tutto il mio pensiero: io penso che la nostra rivoluzione politica abbia avuto anche per effetto di portare in su, alla direzione degli organismi più delicati e vitali della nazione, una certa classe sociale mezzo borghese e mezzo plebea, che non è da confondersi nè con la buona aristocrazia dei natali e dell'ingegno, nè con quella borghesia che il Carducci così bene chiama cittadinanza e nemmeno con le forti e serene classi lavoratrici delle officine e dei campi; ma qualcosa di mezz'e mezzo che non aveva nè tradizioni, nè energie, nè affetti superiori; che prima non era nulla, che oggi non è nè credente nè atea, ma egoista per istinto, cosmopolita per insensibilità; cui la libertà politica fornì i mezzi di rimpannucciarsi, di infarinarsi di coltura, di venire a galla, di farsi valere; che segue la corrente sempre dal lato ove è più forte, intendendo benissimo che comunque vadano le cose essa avrà sempre da guadagnare, nulla da perdere.

Questa classe indefinita e indefinibile si è propagata, sparsa, sovrapposta, un po' da per tutto: nelle assemblee legislative, nelle amministrazioni, nel giornalismo, negli impieghi, nelle scuole; si attacca dovunque, porta dovunque la sua bava che fa smarrire i colori e le fisonomie alle persone e alle cose, la sua distruzione anche quando in politica si atteggi a conservatrice.

Ora pare monarchica ed agisce come forza in sostegno di questa istituzione; ma basta il menomo contraccolpo perchè questa massa si sposti e diventi repubblicana, socialista, magari anarchica senza sapere neppur essa perchè; certo per forza di viltà: è una specie di grande _claque_ sociale, che si recluta da per tutto, che non ha nessun convincimento, ma che in un momento grave deciderà della vittoria.

* * *

Dinanzi a questo disgregarsi e disperdersi delle forze morali della nazione, io non posso a meno in fantasia dall'imaginare questi veri padri della patria raccogliersi e proteggere non la loro repubblica, ma l'idea informativa della santa repubblica, cioè la virtù e la bontà degli animi, la gentilezza, la coscienza del concetto della patria.

E nella divina tranquillità della morte, nell'allontanarsi del tempo, dinanzi al supremo pericolo, non solo scompaiono gli antichi loro dissensi, ma con loro si accompagnano altri (e quelli ben volontieri li accolgono) che, monarchici di fede e loro nemici qui in vita, consacrarono pure l'ingegno e le forze per la patria.

A questa schiera di grandi spiriti, con una communione di anime, vivo, fuori da ogni preoccupazione di parte, si ricongiunge il Carducci.

Nelle sue ultime odi, _Piemonte_, _Cadore_, _La bicocca di San Giacomo_, prende argomento da fatti e da personaggi eroici per rievocare (forse Egli è l'ultimo) la santa, la meravigliosa nostra patria, le memorie infiammate di gloria, le speranze per cui invano i profeti segnarono i giorni numerati al loro avverarsi.

La verità vera è che il Carducci in questo sentimento è meno inteso che mai.

Riporto ancora le parole del signor Buti[27] perchè hanno il merito di riferire con scettica nitidezza il giudizio di moltissimi, volevo dire comune:

«Tale è l'ultima messe lirica di Giosuè Carducci (_Piemonte_, _Cadore,_ ecc.): un anacronismo, un deplorevole anacronismo, che avrebbe potuto essere della poesia civile cinquant'anni fa, ma che oggidì riducesi a un mero sfogo solitario e retrogrado senza eco e senza consentimento del pubblico. Il Carducci, in questi saggi di pretesa lirica civile, s'è dimostrato impotente non che a precorrere, anzi a seguire la rapida corsa verso l'avvenire del pensiero contemporaneo.» E finisce: «Egli si è lasciato illudere dalla sua fama. À creduto di parlare altamente e degnamente alla generazione presente. In vece la sua voce fu così bassa e così cavernosa, che parve ai giovani uscisse da un sepolcro!...»

[27] Op. cit.

Che cosa posso io rispondere? Nulla, e proprio lo dico senza ironia. La risposta sta in tutto questo scritto, se pure nelle parole è rimasta qualche cosa del mio pensiero.

* * *

Ma oggi mai molte sono le voci dei morti secondo il giudizio di quelli che si vantano vivi.

Ne ricorderò un'altra; quella di Felice Cavallotti, e prego chi legge a non mi volere frantendere. Certo io posso sembrare, e sono in fatto, più congiunto all'antico che al nuovo; ma il pensiero, appunto perchè non lieto ed intento ad una spassionata ricerca della verità, non trova forza nè modo di essere satirico o di trafiggere alcuno con le abusate arti dello scrivere.

Il Cavallotti, il quale è certo una delle poche figure del partito repubblicano storico che sia giunta sino ad oggi integra e combattente, dopo i noti scandali bancari bandì, a nome suo e de' suoi, un manifesto (3 dicembre '93) ove richiama i cittadini e gli uomini politici al sentimento della morale, del dovere e dell'idealità della patria; ed accenna ad un ordine di riforme tributarie ed amministrative tale che valgano a dare alla patria stabilità politica e benessere di vita sociale. Bisogna però aggiungere che queste proposte e queste riforme per quanto coraggiose ed organiche non escono dall'ambito della legalità e sono tali che un conservatore liberale e libero da preconcetti e da odi, può sottoscrivere; in altre parole stanno entro i limiti di un equo ed ideale ordinamento della società borghese quale oggi è o sembra essere esteriormente.

Ora il signor avv. Filippo Turati, uno dei più autorevoli e nitidi espositori italiani delle dottrine socialiste, nella _Critica Sociale_ del 16 dicembre, a proposito di questo manifesto e del Cavallotti scrive fra le altre cose le seguenti: «Questa leggendaria logorea di morale, bandiera, sociali giustizie, popolo, che non tocca una sola delle cause dei mali presenti, è ben la fioca voce di un _revenant_ del 48, voce che non ha in nulla l'accento, la vibrazione dei tempi, delle cose, dei bisogni dell'oggi.»

È questa un'affermazione assai grave e che dimostra il tormento dell'ora presente e la tensione a cui è giunto il dissidio; tuttavia bisogna saperne grado all'autore per avere messo le cose al loro posto.

Si richiedono però alcuni commenti.

Anzi tutto conviene constatare un fatto. L'attuazione di questo e di simiglianti programmi sovente banditi dai più autorevoli e degni superstiti del partito repubblicano storico, richiede ed implica necessariamente nella odierna società un complesso di energie, di convincimenti e di virtù che sembra che più non esistano. Il persistere stesso del male dimostra che vi è una vera incompatibilità fra il rimedio e lo stato patologico dell'organismo sociale quale è oggi.

Sotto questo punto di vista il signor avv. Turati constatando la inefficacia del detto rimedio, è strettamente logico, e secondo i suoi intendimenti, ha anche ragione di rallegrarsene.

Ma questa non è che una parte di ciò che a me sembra essere la verità. L'altra parte della verità è che il partito repubblicano classico o storico non si può accostare al socialismo scientifico perchè questo implica in sè la ruina di qualche cosa di storicamente superiore ed intellettualmente aristocratico, in cui sta la ragione di essere del detto partito repubblicano.

Questo qualche cosa di superiore dovrebbe anche essere anima e nervi della borghesia; ma invece di essere tale decade molto rapidamente, e decadendo a mano a mano segna come indice il formarsi ed espandersi del partito nuovo: e decadendo lascia un terribile vuoto morale nella società borghese, dal quale vuoto proviene il fatto che la difesa che la detta società fa di sè, diventa sempre più materiale ed a conservazione di beni materiali: lieve riparo o scorza contro cui i socialisti urtando fanno sentire con allegro sprezzo come risuoni a vuoto, e dicono che non fa nemmeno bisogno di abbatterlo; cadrà di per sè.

Da questa dolorosa contraddizione che nol consente, anche proviene che gli ultimi superstiti di quel partito repubblicano storico, che non potè fiorire e per il suo elevato concetto e per mancanza di forze etniche, o si addossino al presente ordine sociale costituito nella speranza di infondervi nuova anima, nuovo sangue, idealità, senso della propria conservazione, come il Carducci; o rimangano sospesi come il Cavallotti; o si ravvolgano nella propria saggezza come il Bovio, o si agitino tremendamente, perchè sentono che il terreno è da per tutto minato, come l'Imbriani.

* * *

Che cosa si intenda per questo non so che di superiore fu già detto innanzi con speciale riguardo all'arte; ora mi gioverò delle parole del Carducci stesso per meglio determinarlo nel senso politico.

Ecco: Nessuno è più del Carducci democratico nel senso umano della parola; ogni pregiudizio, ogni convenzionalismo dilegua dinanzi alla luce del suo giudizio; pochi come lui grandi, seppero vivere in tanta modestia e dignità di vita privata come Egli visse e vive; se altri lo uguaglia, certo nessuno lo supera nell'amore al benessere ed alla pace per tutti gli uomini di buona volontà, e sono convinto che in sostegno di qualsiasi riforma economica informata di giustizia e tendente al vero bene, Egli darebbe il suo voto.

Che cosa v'è dunque di diverso dagli altri in quest'uomo, in questo eroico combattente della libertà, perchè oggi debba essere giudicato inadatto a conoscere la pienezza dei tempi?

Forse perchè da ultimo si dichiarò monarchico? Evvia, anche quando Egli era repubblicano (a modo suo) e lo si applaudiva perchè v'era il tornaconto, si sapeva bene quale Egli era, cioè come è oggi.

La vera cagione è che fra il Carducci e la gente nuova v'è un abisso di mezzo: allora si fingeva di non vedere, ma oggi invece che Egli stesso bruscamente l'ha chiarito con la sua conversione, si coglie il pretesto di questa conversione per proclamare la sua incapacità di assurgere alla conoscenza dei bisogni e delle aspirazioni del momento che fugge.

Scriveva dunque nell'83, cioè quando non avea ancor cessato di essere il cantore di Satana e il poeta della democrazia: