L'evoluzione di Giosuè Carducci
Part 6
Io per me credo che le teorie positiviste non abbiano influito che a dare la sanzione ad un sentimento, ad un bisogno preesistente di morale, rinnovata su altre basi che non siano quelle della pura morale cristiana. Ed infatti questo avere subito intuito il lato positivo di una questione altamente scientifica ed averla così universalmente devoluta nella pratica della vita, mi sembra non piccola prova. Se poi in questa morale nuova v'è del male, o, per meglio dire, se gli uomini non seppero applicarla che male, cioè in quanto sembra rispondere a bassi istinti utilitari, il correttivo, a mio parere, non può venire che dalla conoscenza più perfetta delle dottrine positiviste; non da un neo-misticismo o da una fede che alcuni uomini pietosi e di buona volontà tentano o si illudono di riaccendere.
E per avere accennato a tale questione, alcuno mi potrebbe ricordare che anche il Carducci combattè il principio divino nell'inno _A Satana_.
Si può rispondere che, anche accettandone il senso filosofico, Iehova non rappresenta la mistica idealità di un Dio infinitamente buono, infinitamente misericordioso; Iehova è piuttosto la corruzione della pura fede, la tirannide umana del dogma e Satana è la ragione che combatte contro quella tirannide. Ma oggi anche Satana non ha più ragione di esistere. La sua missione è finita da assai tempo con la sua vittoria su Iehova.
Inoltre esso è un personaggio troppo eroico, troppo doloroso, sopra tutto troppo aristocratico e classico.
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La scienza (il discorso mi vi conduce) al pari dell'arte è un fenomeno individualista; con la differenza che mentre l'opera d'arte conserva l'impronta del suo autore e rimane cosa sua, l'opera scientifica è per sua natura trasmissibile ad altri e, quel che più vale, si accumula con le precedenti.
Ciò che lo scienziato di genio scopre non può essere difeso da alcun brevetto d'invenzione; il pubblico se ne impadronisce, ne svolge un corollario di infinite applicazioni e riproduzioni: in altre parole il pigmeo monta su le spalle del gigante. Il nome dello scopritore può anche finire negli archivi della storia; ciò che importa è la cosa scoperta che diventa patrimonio e ricchezza comune. Questa molto verosimilmente è una delle più valide cagioni dell'ingordo attingere della modernità alle mammelle della scienza; mentre l'arte in quanto è manifestazione prepotente dell'individuo, cioè disegno di puri ed armonici fantasmi, va decadendo. Se rimane è solo dove essa soddisfi ad un certo diletto dei sensi e della intelligenza media e dove l'artefice non imprima più di dolorose e difficili idealità la sua opera; ma, comprendendo il gusto del pubblico, ne eseguisca con bel garbo le ordinazioni: e se le avrà eseguite secondo il suo piacimento, allora si applaudirà e si concederà il compenso e la gloria del giorno.
Questo fatto è universalmente sentito sebbene non sia apertamente confessato, e una prova fra le tante ce la porge il Carducci stesso. Da qualche anno il pubblico avea intuito che Egli _sotto il velame degli versi strani_ non cantava proprio più all'unisono con le sue aspirazioni. Molto verosimilmente non avea cantato mai, ma certe apparenze facevano credere il contrario.
Un bel giorno, con uno di quei movimenti bruschi ed audaci che gli sono propri, Egli stesso ruppe l'incanto e dissipò l'equivoco e allora gli fu tolto il brevetto della popolarità e della modernità che prima gli era stato dato così generosamente.
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Mentre il De Amicis che sino a ieri intese a scrivere per la classe borghese e felice in quella sua prosa colorita e facile, ma sempre castigata e misurata; e così offriva ai suoi molti lettori ed ammiratori la dolce illusione o persuasione di poter essi congiungere tre cose con quelle letture: divertirsi, istruirsi e commuovere l'animo ai dolci e lagrimosi affetti; mentre il De Amicis oggi si rinnova e in politica e in arte, facendo aperta adesione alle dottrine socialiste; il Carducci, invece, che fu sino a pochi anni addietro interpretato per il poeta della democrazia e della futura repubblica, in politica si dichiara _tratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia_,[20] e in arte, in una delle sue ultime e più compiute odi, la già citata _Presso l'urna dello Shelley_, esclama:
....... O strofe, pensier de' miei giovani anni, Volate omai secure verso gli antichi amori;
e un po' innanzi:
L'ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.
il quale distico non è altro che una variante più triste di quel noto verso che chiude il sonetto a G. Mazzini:
Tu solo--pensa--o ideal sei vero.
[20] Lettera dell'11 maggio '93 al _Resto del Carlino_.
In altre parole la sua arte ritorna con più dolorosa comprensione e convinzione al giovanile motto soggettivo, dedotto dalle iscrizioni sepolcrali romane _Suis sibi fecit_, cioè, come spiega Egli stesso, «questa tomba fece a sè ed ai suoi versi».
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Questa coerenza che è in lui nell'arte, è anche in politica.
Forse può sembrare un'affermazione audace; ma io ho tutt'altra pretesa che di far mutare l'opinione del pubblico; tanto più che sarebbe pretendere l'assurdo il volere che gli uomini depongano le loro passioni per giudicare serenamente un fatto che certo si presta a critiche acerbe e non benevoli. Io voglio solo dire ciò che credo vero, e credo fermamente che volendo e potendo dare uno spassionato giudizio, questa coerenza conviene ammetterla.
L'evoluzione monarchica del Carducci sotto un certo punto di vista si potrebbe considerare come fatta a posta per indicare con un mutamento politico reciso un dissidio antico fra lui e l'universale: dissidio che si veniva sempre più accentuando per la maturità dei tempi, e che Egli, per quanto lo avesse voluto, non avrebbe potuto togliere in sè perchè sarebbe stato necessario mutare sostanzialmente la sua natura ed il suo genio.
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Data l'indole de' tempi e la natura dei due ingegni, come trovo coerente l'evoluzione del Carducci, così mi sembra naturale quella del De Amicis, anche considerandone il solo lato artistico. Questo conosciutissimo scrittore (e il suo passato e la sua coltura lo dimostrano) è recente alla vita del pensiero. Egli, per usare di un paragone, certo è feconda pianta, ma di brevi radici e per vivere deve necessariamente assorbire la linfa alimentatrice alla superficie del suolo: in altre parole la sua opera artistica è determinata dalle condizioni generali dello spirito dell'epoca ed è quindi più che naturale che lo segua nel suo nuovo indirizzo.
Egli deve aver sentito che se si fosse voluto svolgere in un senso contrario a quello cui l'universale crede e tende, avrebbe trovato impedita la via. Questa, anche prescindendo dalle possibili convinzioni individuali, è una delle cause della vera evoluzione del De Amicis. Forse gli si può fare rimprovero di essere stato il primo; ma è verosimile che fra gli scrittori non sia nemmeno l'ultimo.
Per il Carducci invece è il contrario. Egli per vivere nell'arte, non ha bisogno di bere alle mal note fonti della vita presente: Egli è quercia secolare e quanto avanza pel cielo il tronco e le mirabili fronde, tanto sotterra spandonsi le sue radici. Molti secoli visse la sua anima, di molti fatti umani Egli assimilò l'esperienza e la sapienza perchè si possa mettere allegramente nella schiera degli innovatori e dei facili profeti della felicità del domani; e, forse, troppo s'indugiò nel giardino delle Muse di cui parla Platone, di troppo amore amò cose di cui a stento oggi si ricorda a pena il nome, perchè possa essere inteso dagli uomini nuovi e questi lo possano intendere.
Contro la verità dell'oggi, determinata dalle mutevoli correnti dello spirito pubblico, Egli oppone una verità maggiore, immanente, desunta dalle leggi storiche ed umane e si mette in uno stato di opposizione che non è tanto nel suo deliberato proposito quanto nella sua natura.
Così, ad esempio, la propaganda per la pace universale è tutt'altro che un'utopia: già al nostro tempo le utopie vere non attecchirebbero, ma risponde a ben conosciute tendenze economiche e sociali: ora per il Carducci il riconoscere, forse, l'opportunità di questa agitazione non è argomento sufficiente per accettare come assoluto un principio che pur troppo sembra contrastare sì con le leggi storiche come con le leggi biologiche. La sua mente, come già dissi, non si può fermare ai fatti parziali; bisogna che risalga alla ragione prima, al principio fondamentale, e scrive una delle sue odi _più pensate e lavorate_ all'idea storica della guerra. Voce inopportuna e non adatta certo ad acquistargli popolarità: ma per lui l'opportunità sta ne' suoi convincimenti e tutta la opposizione del mondo non basterebbe a far tacere la sua voce.
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In una parola si può dire che lo spirito pubblico non ha agito sul Carducci che, o negativamente o come stimolo all'opposizione: tutta la sua opera di arte risente lo spasimo della produzione autoctona, e di questo fatto la più parte dei lettori ben s'accorge ma non sa rendersene chiara ragione fuorchè dicendo che le sue poesie non sembrano spontanee come quelle di altri poeti; mentre se v'è lirica fusa di getto, questa è la lirica del Carducci.
Tali condizioni speciali d'animo e di coltura danno al suo genio un impeto di passione profonda, a cui risponde benissimo la forma lirica; ma nel tempo stesso gli tolgono la facoltà di studiare con oggettiva indifferenza e come pura materia d'arte i vari elementi di cui si compone la vita contemporanea; e questa è forse una delle cause per cui Egli non ci diede nè ci darà, molto probabilmente, nè il dramma nè il romanzo.
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L'arte del Carducci nella letteratura italiana modernissima giganteggia solitaria.
«Il Carducci è uomo d'altri tempi»--esclama un giovane scrittore[21] in un suo libro di critica per alcuni lati pregevole; ed io riporto volentieri questo giudizio non per valore di verità che contenga, ma perchè rende abbastanza bene l'opinione di molti--«non sa respirare il flusso d'idee nuove che l'ultime nevicate letterarie ci àn soffiato da settentrione.» Ed un noto commediografo scrive in quest'anno a proposito del concorso drammatico ministeriale: «Povero Carducci! Lo vorrei ben veder io giudice alla lettura di una o più commedie applaudite o fischiate, egli che da anni non frequenta un teatro di prosa, e non conosce una sola commedia moderna»--e più innanzi--«noi vogliamo per differenti ragioni escludere (dal giurì del concorso) tutti quei letterati puri, i quali del teatro moderno e della salutare evoluzione cui va soggetto, non sanno nulla e mostrano di non saper nulla».
[21] E. A. BUTTI. _Nè odi nè amori._ Milano, Dumolard, 1893.
O egregi e strenui giovani della dimostrazione dell'11 marzo '91, quando voi proclamaste «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo,» molto verosimilmente diceste cosa di cui non avevate piena convinzione.
Chi poi non si accontentasse di questi saggi, altri e molti consimili ne può trovare in giornali e riviste recenti, i quali giudizi (a parte il tono che fa la musica, cioè la irriverenza delle espressioni, la quale rivolta ad un uomo che è tanta parte del pensiero italiano e che non deve essere confuso coi _letterati puri_, può essere studiata come sintomo di fatale decadenza o, se meglio pare, di progresso perchè indica affrancamento da ogni _feticismo_) a parte, dico, il modo che più m'offende, dimostrano come tutto il suo immenso lavoro non abbia punto influito a determinare nulla della nuova letteratura geniale o d'invenzione che si voglia dire.
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Di fatto questa va per conto suo e combatte a tutto suo rischio e pericolo. Il dramma ed il romanzo ne sono le maggiori manifestazioni; e sebbene ogni scrittore segua con la più grande libertà quella teoria d'arte che più si confà al suo temperamento o che più è di moda, tuttavia essi hanno alcuni caratteri comuni che danno l'intonazione generale e sono indice abbastanza esatto del tempo.
Di questi caratteri tipici e comuni a quasi tutti i giovani autori italiani, due mi sembrano notevoli. Eccoli brevemente: Essi hanno fatto divorzio assoluto con l'erudizione e con gli eruditi; e non si può dire che abbiano avuto torto, tutt'al più si potrà lamentare questa scissura delle nostre forze intellettuali più vive e giovani: ma penso che sia un male senza rimedio.
I letterati puri, gli eruditi, i filologi sono gente che davvero vivono troppo a sè come se il pubblico non esistesse, ma senza sdegno come senza amore. Hanno giornali e riviste loro proprie che il pubblico non conosce nè meno di nome e dove ciascuno alla sua volta è spettatore ed attore.
E davvero questo segregarsi dalla vita combattuta e vissuta è un gran male, perchè essendo essi a capo della coltura e dell'insegnamento, godendo di molta autorità, almeno in un dato ceto sociale, del favore governativo, potrebbero esercitare un'azione attiva, direttrice sul serio e altamente benefica, coraggiosa sopra tutto su la vita del pensiero nazionale. E in verità a questo nobile fine tende l'erudizione del Carducci, anche dove rimane pura e perfetta scienza. Nei nostri giovani eruditi invece pare che manchi l'ingegno combattente e la ragione pratica dei loro studi.
Diseppelliscono i loro morticini letterari o storici; compiono i loro riti fra loro e quel che è peggio vi costringono tutta una scolaresca, con un frasario ostentatamente scientifico, che del moderno non ha le audacie e la vivacità; del classicismo non ha l'arte, la profondità, la lingua. Mancano degli entusiasmi degli umanisti; e del metodo di ricerca moderno non gli alti fini e l'ampiezza, ma solo ritengono ed ostentano una falsa rigidità ed un'astrusa freddezza.
Si potrebbero anche chiamare i primi e veri decadenti del classicismo; facendo sè stessi inconsciamente ministri di una evoluzione negli studi dagli innovatori audacemente propugnata. Ma di ciò più innanzi.
È esagerato quello che io affermo? Nella espressione forse, non nella sostanza per chi esamina spassionatamente le cose.
Ora i giovani che sentono di avere qualche cosa da dire al pubblico, cioè che credono di essere con più o meno vocazione chiamati all'arte, il primo atto di dovere verso sè e verso il pubblico da cui vogliono essere intesi, consiste nel ripudiare tutto ciò che possa sapere di studio e di coltura nel senso classico-nazionale. Tutt'al più se nell'arte formale del periodo e dello stile è necessario un modello, questo si ritrova in ogni letteratura, compresa di necessità la francese ed esclusa l'italiana. Nessuno più di me odia il falso e retorico classicismo che per tanto tempo tenne le veci della geniale spontaneità e dell'arte vera: ma che da una così copiosa e gloriosa e mirabile tradizione letteraria quale è la nostra; dal rigoglio di idee che, innegabilmente, è proprio dell'età presente non debba venir fuori nulla di originale, di nazionale, di italiano, è proprio sconfortante.
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Un secondo carattere della letteratura geniale (dramma, romanzo, novella, critica) consiste nel fenomeno seguente, ed è così tenace da sopravvivere a tutte le mutevoli teorie d'arte.
Ecco: questo grande e complesso organismo della società borghese, reca attraverso la tenace resistenza che ancora lo sorregge, tutti i caratteri patologici di un dissolvimento assai grave. Bene: la nostra giovane letteratura si fissa e si propaga su queste profonde cancrene con la brillantezza allegra e la caducità delle fungaie. Si può obbiettare: tutta la letteratura europea dallo Zola, all'Ibsen, al Tolstoi offre questo carattere di decadenza. È vero; ma ad esempio, in questi grandi scrittori, campioni di tre grandi razze, oltre alla decadenza v'è anche un al di là, una fede non ricercata ma ingenita a non so quale remota rigenerazione umana, un'ebbrezza di bene, un mistico ed ascetico profumo di virtù consolatrice e redentrice. I nostri giovani autori nulla ritengono di tutto questo: essi hanno solo l'intuito felice di tutte le forme morbose della società; pare che le ricerchino come prediletta materia d'arte, e vi si posano con un compiacimento allegro e scettico, come le mosche iridescenti brulicano, s'accoppiano, folleggiano su le piaghe mortali. Si direbbe che da noi il decadimento della società presente, che è universale, si congiunga con un decadimento speciale della nazione.
Con queste parole non intendo di farmi campione della morale (voce oggi di molta incerta definizione) e molto meno di fare il maestro a quegli scrittori. Se essi scrivono così, vuol dire che il loro ingegno, la loro arte, il loro pubblico li porta a questo e non c'è nulla da aggiungere.
Io voglio dire semplicemente che quando una società riconosce il suo maggior diletto intellettuale in questa sua stessa patologia e criminologia sotto forma artistica; quando si compiace di questa specie di autopsia che essa fa di sè e de' suoi mali, tale società ha perduto il senso della propria conservazione.
Gli antropologi potranno, non dico di no, compiacersi vedendo come i loro soggetti di studio si allarghino oltre la cerchia del manicomio, dell'ospedale, delle carceri, per le vie e per le case; ma è vero anche che dinanzi a questa raffinata e voluttuosa patologia il socialismo nelle sue forme più audaci di distruzione si presenta talvolta come logica conseguenza, e talvolta sotto l'aspetto di una forza benefica, per quanto inconscia, che tende ad espellere dall'organismo sociale quei principii morbosi.
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Dove può sembrare che il Carducci abbia fatto scuola, si è nel campo della filologia e della critica, dove con una larghezza e sicurezza sorprendente lasciò la sua impronta di leone.
Senza dubbio, come scrive il Panzacchi, Egli rimutò l'atmosfera letteraria del nostro paese e divenne centro di un rinnovato movimento critico. Ma affermando questo non si intende di alludere solamente al metodo storico di cui Egli, per la verità del sistema e per reazione alla letteratura falsamente estetica e d'impressione, fu il più sereno e sicuro maestro. V'è di più: Il Carducci è caposcuola dell'onestà letteraria e dell'avere segnato entro quali termini e per quale determinato fine gli studi abbiano giusta ragione di essere. Rimane poi sopra tutto meraviglioso nell'avere rivolto le ricerche e gli studi ad un fine pratico: cioè ad un'instaurazione superiore della coltura nazionale.
Ora questa grande idealità degli studi che anima il Carducci accende anche gli animi della nuova generazione che attende con tanto fervore all'erudizione e alle lettere?
Non pare, e non pare nè meno che lo seguano nella parte formale, cioè in quella chiarezza e genialità artistica la quale risplende nelle più severe opere di lui e che non solo del Carducci, ma è propria della nostra tradizione italiana. Lo crede Egli? Io non so. Certo è che la sua fede nell'opera rigeneratrice degli studi è immensa, sebbene (mi si perdoni il giudizio azzardato) questa fede pare che abbia origine più dalle sue forze soggettive che da una fredda conoscenza dei fatti e delle persone.
V'è in lui qualche cosa di invincibile, di rigido, di sublime che resiste ad ogni urto; una convinzione, una coerenza così serrata che non permette al dubbio e all'indifferenza di insinuarvisi e fanno sì che Egli rimanga credente e combattente sino alla fine.
A questo proposito sono notevoli i seguenti passi del discorso pronunciato in Senato il 17 dicembre '92, in difesa dell'insegnamento classico:
«Badate, o signori, la rivoluzione e la nazione italiana l'hanno fatta la nobiltà e la borghesia, quella che io direi cittadinanza. Le plebi, intendo specialmente le masse rurali, non ebbero parte nel nobile fatto. Non potevano capirlo: parteggiarono più di una volta coi nostri nemici. La patria la conoscono appena, e non benignamente come una madre. Giustissimo dunque ed utile rinnovare e rialzare con l'educazione le plebi; ma altrettanto necessario mantenere calda e viva nella cittadinanza l'idealità che fece la patria: e questa idealità, non importa che lo dica a voi, o signori, in gran parte proviene dalla coltura classica.
«Vorrei poter analizzare quanto di greco e di romano, quanto di Epaminonda e di Mario, di Trasibulo e di Caio Gracco entrasse nelle prigioni, salisse i patiboli, combattesse nelle battaglie dell'indipendenza.
Conclude dichiarandosi «fiducioso e certo che l'on. Ministro non ha bisogno di conforti a mantenere nelle scuole classiche, senza collegiali impacci di pedanterie, quella idealità superiore greca e romana, contro la quale tuttavia batte il flutto della volgarità, della materialità, ed anche, o signori, della ostinata torbida incertezza e istinti sovvertitori che tutto vorrebbero abbattere, e nulla sanno rifare.
«In tale mantenimento sta per me gran parte della speranza di salute e gloria al popolo italiano, che è per tutte le sue tradizioni altamente e profondamente classico e ideale. A ogni modo mi conforto col vecchio Guizot: l'aristocrazia greca e romana è l'ultima che rimane agli spiriti nobili e che nessuno può togliere».
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Io, per mio conto, quando vedo questo fenomeno quasi costante, che i più lodati fra i giovani filologi, appena usciti dalle scuole, vanno col lanternino in cerca del codice da esumare o dell'autore da rimettere a nuovo o almeno del testo da commentare (se ancora qualcuno è sfuggito alla ricerca) e leggo certi loro libri e riviste che hanno tutta l'ibrida apparenza di un'algebra letteraria in cui nulla riluce della vivacità dell'ingegno e della lietezza di spirito inerente con gli anni, ma un'impacciata gravità inestetica lascia trasparire attraverso le screpolature qua e là la grettezza del pensiero ed una erudizione non maturata non organica ma accattata malamente; quando nelle scuole il metodo che dovrebbe essere il mezzo diventa il fine, oh allora a tutt'altra cosa io penso che ai liberali studi e all'umana idea classica; e invece, non so per quale associazione di idee, mi vengono a mente que' bravi giovani i quali dopo aver compiuto un certo tirocinio, o _apprentissage_, come meglio s'intende, in qualche fondaco o studio di commercio, stanno poi incerti se darsi piuttosto all'importazione delle arringhe affumicate oppure dei formaggi svizzeri.
Di grazia, non mi si creda per tali parole irriverente verso i maggiori e verso questa nobilissima scienza moderna della filologia e della critica, la quale ha recato tanto contributo alla conoscenza del vero e però alla civiltà e al progresso vero; e, certo, benedetti mille volte i giovani che a questa scienza attendessero con severità di propositi ed elevatezza di intenti; ma come studio individuale, ma per assorgere poi ad una più sapiente e sicura comprensione dell'animo, della storia, della filosofia, dell'arte; e questa conoscenza trasportarla come forza viva, benefattrice, illuminatrice nella corrente della vita che si vive per mezzo specialmente della scuola. Magari fosse così, e questa nostra patria italiana di quanto si sarebbe avvantaggiata nella ricostruzione della sua nazionalità intellettuale e morale!