L'evoluzione di Giosuè Carducci
Part 5
Ma la nota che vibra continua, dominatrice e che dà alla sua lirica un carattere, su cui insisto, di poesia civile e nazionale, è il ritorno dell'idealità della patria, cioè la resurrezione del genio latino che compie il suo adattamento nel tempo moderno; non ricusando, vuoi per democratica ignoranza, vuoi per decadenza di forze, nulla di tutto ciò che è giusta eredità del passato, anzi serbando rinvigoriti nella modernità i distintivi del suo carattere.
Ho detto idealità della patria; ma idealità non nel senso di fantasma poetico, che di tale significato a ragione si sdegnerebbe il Carducci; ma nel senso di cosa vera, grande, buona, umana che ci sfugge per invincibile fatalità di uomini e di cose.
La statua della Vittoria[17], che sepolta attraversò i secoli e a cui Lidia domanda se ebbe contezza di ciò che sopra la terra avvenne:
Sentii--risponde la diva e folgora-- però che io sono la gloria ellenica, io sono la forza del Lazio traversante nel bronzo pe' tempi.
Passâr le etadi simili a i dodici avvoltoi tristi che vide Romolo, e sorsi «O Italia» annunciando «i sepolti son teco e i tuoi numi!»
[17] Ode Alla Vittoria tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia.
Nell'ode _Dinanzi alle terme di Caracalla_ invoca la _dea febbre_ così pregando:
Gli uomini novelli quinci respingi e lor picciole cose:
Ma nel XXI d'aprile dell'anno MMDCXXX dalla fondazione di Roma, il Poeta con una felice continuità ricongiunge il tempo leggendario in cui Romolo, in quel dì sacro a Pale, segnò col solco le mura dell'urbe, al tempo moderno: disposando così la più squisita idealità coll'indirizzo pratico della nuova vita del popolo d'Italia. Perchè Roma all'Italia liberatrice addita, è vero, le colonne e gli archi, ma non con un senso esausto di gloria, non con uno sterile rimpianto del passato (vecchia e fatale nostra retorica) ma solo perchè da quelle memorie tragga gli auspici a forte vita avvenire:
gli archi che nuovi trionfi aspettano non più di regi, non più di cesari, non di catene attorcenti braccia umane su gli eburnei carri;
ma il tuo trionfo, popol d'Italia, su l'età nera, su l'età barbara, su i mostri onde tu con serena giustizia farai franche le genti.
O Italia, o Roma! quel giorno, placido tornerà il cielo su 'l Foro, e cantici di gloria, di gloria, di gloria correran per l'infinito azzurro.
* * *
A me pare che difficilmente l'arte possa congiungere una idealità maggiore con un maggiore senso pratico.
Vero è però che un così perfetto equilibrio se è proprio di un individuo non lo può del pari essere di un popolo, specie come il nostro e nell'ora che corre; nè quegli lo può imporre a questo per quanto si adoperi.
Ora per la conoscenza che la maggioranza ha, più o meno cosciente, di questo fatto, deriva che questa poesia che Egli detta con pieno convincimento nazionale e civile, sia considerata come semplice opera d'arte; e questa, perchè è troppo superiore alla comune comprensione e non arreca quel diletto che arrecano altre poesie, viene considerata come arte erudita e di lui speciale.
* * *
Quale ci si rivela da queste liriche, tale è la nota pura, fondamentale, costante, della sua fede politica; e tale nota diede e dà il tono alle sue varie affermazioni secondo il variare del tempo, degli uomini, dei fatti.
Certo lo svolgimento del popolo d'Italia a questo alto tipo nazionale da lui vagheggiato include necessariamente una forma di governo repubblicana e in tale senso era ed è repubblicano il Carducci; ma nel tempo stesso questa prepotente idealità politica non consente che Egli divenga uomo di parte; piuttosto lo costringe ad una libertà assoluta della sua azione individuale a qualunque costo e contro tutti.
* * *
Ma ora viene a proposito un'osservazione importante: Chi legge avrà notato in me un'ammirazione grande sì per il Poeta come per l'uomo. È vero; ma oso affermare che questa ammirazione se, per avventura, rende eccessive alcune frasi, non mi toglie la visione sicura del giudizio.
Io voglio dire che molti potrebbero credere che altro sia il poeta, altro l'uomo; cioè, in questo caso, che l'alta idealità nazionale ed umana che rifulge nelle sue liriche sia da lui accolta come buon mezzo poetico e nulla più. Invece non è così. Se mai nel tempo moderno fu tra i personaggi illustri esempio di fusione perfetta tra il loro essere vero e ciò che appaiono dalle loro opere, questo è il Carducci; e quell'altissimo sentimento della patria è anima della sua anima e movente di ogni sua energia.
E allora alcuno può chiedere: Perchè quest'uomo così noto e famoso che prese parte a tutte le battaglie della vita, che con le parole, con gli scritti, con gli esempi non ristette mai; esercitò invece sull'universale un influsso ben piccolo rispetto alla sua opera, anzi sembra chiudere la sua carriera con un voto di impopolarità?
La risposta è semplice: Perchè la sua perfezione stessa gli è d'impedimento.
* * *
Ho detto perfezione, e la parola mi sembra semplicemente vera.
Il Carducci, senza dubbio, ha raggiunto come un alto vertice di verità in tutto il vasto campo del pensiero. In lui l'antico ed il nuovo, la tradizione e la scienza si fondono con un largo senso di umanità e di ragione purissima; e credo che in mezzo al mareggiare delle idee, che è una caratteristica dell'ora presente, pochi siano equilibrati e sicuri di sè come Egli è: scoglio rigido in mezzo a un gran mare che s'avvalla e s'erge in spasmodica tempesta. Le onde lo flagellano, ma non ne scuotono la base nè offuscano la serena fronte.
Se non che quell'equilibrio di cui Egli individualmente gode, non può essere fatto partecipe alla maggioranza, come Egli vorrebbe; e ciò per moltissime ragioni etniche e storiche riguardanti noi italiani, delle quali sarebbe troppo lungo il parlare diffusamente; ma anche per un'altra ragione che forse è la principale, cioè che nella vita dei popoli l'equilibrio sembra consistere non tanto nel fermarsi in alcune forme riconosciute ottime e vere, quanto nel movimento continuo verso un divenire che pare non raggiungibile. Ancora: Per l'uomo sapiente la conoscenza del passato agisce come forza moderatrice e direttrice delle nuove idee, e la scelta di ciò che la tradizione e l'antico contengono di vero, di buono e di bello vale a dare carattere di maggiore stabilità e verità a queste nuove idee. Invece le moltitudini sono fatalmente inette a questa comprensione: esse non possono accogliere il bene nuovo senza distruggere il bene antico: e questa mi pare una delle più gravi imperfezioni dell'umana natura.
Quando una nuova idealità religiosa o sociale investe le moltitudini, esse hanno bisogno di buttare a mare tutto il fardello delle vecchie credenze, tradizioni, usi, memorie: tutto l'antico è errore; tutto il nuovo è vero. Gli iconoclasti non sono solo dell'era cristiana, ma appartengono a tutti i grandi rivolgimenti dell'umanità. Non che l'iconoclastia non abbia del vero in sè; ma per essere completamente logici e conseguenti bisognerebbe distruggere la specie; _sed cave a consequentiis_.
Ora il Carducci è, senza volerlo, un solitario a motivo della sua perfezione stessa.
Egli, una delle menti innovatrici più illuminate e franche del nostro secolo, per quello stesso vagliare delle sue idee, purificarle alla viva fiamma del sapere e del vero assoluto, ha creato di sè una così elevata aristocrazia d'uomo che come a fatica può essere inteso così non può essere seguito. Ed Egli non solo vuole essere inteso, che sarebbe abbastanza per la sua gloria, ma pur comprendendo le invincibili difficoltà che si frappongono, vuole anche essere seguito, giacchè quella sua stessa perfezione lo persuade che essa avrebbe ben poco valore se non agisse come forza benefica sull'universale.
Da questa causa si origina l'impeto e la passione delle sue prose, specie di quelle che sono d'argomento soggettivo o trattano di una questione presente.
Vale il conto di fermarci su questo proposito anche per completare ciò che ne fu detto nel capitolo che precede.
* * *
I volumi che si intitolano _Confessioni e battaglie_, contengono, come è noto, la maggior parte di queste prose e sono una delle prove più evidenti dell'intima fusione fra lo scrittore e l'uomo.
La sua parola è la fotografia esatta, senza ritocco, del suo pensiero: gran luce di sole su cui passano grandi e continue nubi.
Dice tutto, non nasconde nulla, anche ciò che per opportunità sarebbe utile non dire.
Il sarcasmo, la contraffazione audace, talvolta feroce dei personaggi, il quadro, il paesaggio, l'impeto lirico infiammato quasi di divinazione, il ragionamento battuto, serrato, profondo come falange antica, lo scoppio degli affetti, le aggressioni superbe, il sublime, il grottesco, il terribile si succedono con una mobilità e rapidità spaventosa.
Solo nella facezia non riesce: è il gigante che scherza.
E un'altra qualità delle sue polemiche conviene pur ricordare: cioè che anche dove sono più irruenti ed offensive, manca interamente la nota gelida dell'odio, ma vi si sente invece un'infinita bontà.
La questione letteraria difficilmente sta sola, ma si congiunge quasi sempre ad altre ed alte questioni civili, morali, storiche; e sotto questo aspetto è una delle più complesse e difficili prose che io mi conosca.
Tutto ciò che è vero, bello, nobile, trova in lui un difensore ad ogni costo e in ogni tempo.
Egli, a volere usare di un paragone, mi rende imagine di uno di quei favolosi cavalieri antichi che da solo difende un grande e meraviglioso castello simbolico.
La ragione, la verità e l'arte lo recingono di triplice muro e costringono il cavaliere ad una difesa eroica. Perchè egli non se ne sta quivi sdegnoso ed inerte, ma combatte continuo; e non solo irrompe disperatamente contro il mostro o il saracino che per progetto vanno ad urtarvi contro, ma con uguale animo s'avventa contro la turba de' pigmei e dei gnomi che aduggiano le torri dell'edificio mirabile; e tanta è la foga dell'assalto che sovente essi sono morti ai primi colpi ed egli pur seguita a ferire. Ma come è nelle leggende, così quelli rinascono dalla loro stessa putredine di morte e sono più numerosi che mai. Anche contro la folla che infinita, indifferente, abbacinata segue il suo viaggio, egli si avventa: la trapassa, la atterra col cavallo e con l'asta; ma quella si rialza e si ricongiunge indifferente come prima e prosegue il suo viaggio.
Talvolta però mentre così nettamente egli distingue i contorni de' mostri che vengono da lungi, non con pari chiarezza riconosce quelli che gli stanno vicino; troppo vicino per suo malanno. Ma qui l'allegoria del paragone dovrebbe dare luogo a più aperto parlare, e ciò non sarebbe nè piacevole, nè conveniente, nè senza pericolo.
* * *
Quando io penso a così grande animo e a così sovrano intelletto combattenti per la causa della verità e della bontà, mi ritornano in mente le parole che Ettore, apparendo sanguinoso in sogno ad Enea, dice:
...... si Pergama dextra defendi posset, etiam hac defensa fuisset.
Le quali parole possono forse essere non indegno commento alle _Confessioni e battaglie_.
Ma non voglio cessare senza dire di un altro carattere delle sue polemiche: questo è che la coscienza della sua grandezza e della nobiltà della causa gli dà alle volte una sovra eccitabilità di offesa straordinaria che lo spinge a rispondere di colpo, anche quando sarebbe meglio il tacere: e allora non solo attacca a fondo le obbiezioni che sono realmente, ma ne deduce altre da un complesso di fenomeni e di fatti a cui il suo contradditore non aveva pensato o non era forse in grado nè meno d'imaginare: e ciò gli nuoce; non perchè non sia tutto, almeno subbiettivamente, vero quanto dice, ma perchè gli dà l'attitudine di combattente, mentre gli altri stanno fermi o si muovono a pena.
Eccone un esempio poco noto, ma notevole. Negli intermezzi del _Resto del Carlino_ del 13 gennaio '89, dicendosi, per non so quali polemiche, come il Carducci debba essere amareggiato e sconfortato alle immeritate prove di mancato riguardo ed allo spettacolo ributtante di intolleranze indegne, risponde:
«_Caro Carlino_,
«Ringrazio, ma non partecipo. Che sensibilità? che amarezza? che sconforto? che rammarico? Ma per chi mi ha preso lei? per una _cocotte_ o per un poeta romantico? Io ho fatto il callo alle insolenze, alle ingiurie, alle calunnie che all'età dei venti cominciarono e fino a cinquant'anni seguitarono a grandinarmi a dosso, provocate da un vizio ingenito del mio temperamento, che quando una verità o ciò che credo una verità mi si impone, mi bisogna dirla, interpellato o seccato che io sia, nel modo più nettamente reciso, che è, naturalmente, il più ostico a quelli a cui quella verità non piace. Da poco tempo in qua non sentivo più, o sentivo meno, ronzio d'insolenze e calunnie agli orecchi, e dimandavo a me stesso: sono imbecillito o invigliacchito? Ella mi fa capire che il ronzio è ricominciato. Bene. Io salgo al tempio della memoria e ringrazio Apollo medico del serbarmi ch'ei fa--_mens sana in corpore sano_.--E così dirò ancora la verità nel modo a me più igienico, per il quale non ho chiesto mai nè amore alle donne, nè amicizia agli uomini, nè ammirazione ai giovani, nè articoli ai giornalisti, nè voti al popolo, nè posti ai ministri, nè più di venti franchi per volta, e ciò in gioventù, ai miei amici e gli ho restituiti sempre.
«suo
«GIOSUÈ CARDUCCI».
* * *
Con tutto ciò in quelle battaglie è qualche volta un ben allegro combattere! Ci si sente, in fondo, la voluttà dell'arciere che vede la freccia colpire nel segno, anche se la corazza o l'epidermide del nemico ne la respinga. Invece in questi ultimi tempi, nelle difese poche che Egli va facendo di sè e solo quando è direttamente attaccato, si nota una dolorosa e disdegnosa riservatezza.
Sembra che qualche cosa fuori di lui vada crollando ed Egli s'avveda che il suo genio più non vale a sorreggere.
CAPITOLO V.
IL SENSO EROICO. G. CARDUCCI E LA GIOVANE LETTERATURA NAZIONALE.
Nelle _odi barbare_, o per meglio dire in tutte le sue opere sì poetiche che di prosa, oltre all'idealità nazionale, v'è diffuso un altro sentimento che non bisogna trascurare per chi voglia trattare del Carducci nelle sue relazioni col pensiero e con la vita contemporanea.
* * *
Chi, ad esempio, non ricorda l'ode _Per la morte di Napoleone Eugenio_?
Io penso che il più volgare dei lettori deve averne risentita l'impressione come di cosa nuova e sublime.
Quest'ode sorge semplice, giovane, composta nel suo dolore come una figura della tragedia di Sofocle; ma sotto vi scorre una così diffusa passione, una così grande onda lirica che sforza il pianto. Quest'ode io la vedo nascere ed elevarsi come fiore semplice da una complessa maturezza, perchè mi sembra che mai una lirica così breve abbia con tanta semplicità assimilato così molti elementi del pensiero: la verità storica, l'epopea, la leggenda, la tragedia, gli affetti, l'epicedio infinitamente triste nel suo oggettivo dolore.
Questa lirica e quella _Presso l'urna dello Shelley_, che ha un movimento di figure così stupendo che se un pittore potesse esprimerlo farebbe la più fantasiosa tela del mondo, ed altre, come quella _a Giuseppe Garibaldi_, il sonetto a _Giuseppe Mazzini_, possono alla maggioranza sembrare elementi disparati di canto che il Poeta accolse ed informò di ritmo per semplice eccitazione artistica.
Così non è: un legame occulto le congiunge; un sentimento unico vi si esplica; cioè l'inno al _gentile eroico_ che la modernità tende ad eliminare dal suo seno come forza di cui oramai più non sente il bisogno.
* * *
Egli di questo sentimento eroico possiede una sùbita ed istintiva percezione in personaggi anche contemporanei, e gli si impone così forte da imprimere loro figura trasumanata; e non solo in verso, ma in prosa.
Io penso fermamente che se oggi, ad esempio, altri rinnovasse il sacrificio di Guglielmo Oberdan, Giosuè Carducci monarchico, senatore del Regno e, se piace, poeta aulico, riscriverebbe ancora pagine frementi come già fece nell'82.
Egli dunque sovente canta l'eroe; sia esso re, sia poeta, sia martire, sia conduttore di popoli, sia figlio di popolo; ma la società moderna non ha bisogno di eroi, siano essi re, siano poeti, siano martiri e molto meno conduttori di popoli perchè allo stato in cui si trova e per quel che vuole essere basta a sè, intende guidarsi da sè e infine ripugna di subire l'impronta di individui anche se superiori.
Questo è uno dei caratteri differenziali più notevoli fra il Carducci e il suo tempo.
«Troppo sento profonda la religione degli eroi (meditava Egli la notte dell'11 marzo '72 saputo che ebbe della morte di G. Mazzini): e come essi splendono stelle benefiche sul firmamento del mio pensiero, così io non son lungi da credere o da sperare, o almeno da imaginare che da qualche parte dello spazio serena essi corrispondano immortali a questo bisogno, a questa foga di amorosi sensi e pensieri, che suscitati da essi ad essi ritornano con un'alterna e continua esondazione delle anime nostre verso le rive dell'ideale. O Dei della patria, proteggete i buoni, e salvateli dal fango, che sale, che sale, che sale!»
E per la morte di G. Garibaldi[18] esclama: «Oh, quando gli eroi non contano nulla, e li gnomi possono tutto e la retorica caccia a pedate di periodi epilettici l'epopea.... oh allora
«che importa vivere, «che giova amar?»
[18] Per la pira del gen. Garibaldi. Nota.
Forse è vero, che importa vivere? Eppure è così! Non solo gli Dei, ma anche gli eroi se ne vanno e deserta è la loro casa! Gli eroi (e con questa voce intendo ampliare il senso che si dà all'uomo di genio) si discostano troppo dal tipo medio a cui la maggioranza degli uomini oggi aspira e tende: la loro opera invadente non recherebbe che danno all'edificio che si va formando su le basi di una raggiungibile ed equa mediocrità del tipo umano.
La demolizione degli eroi è già cominciata.
Non solo l'analisi scientifica ne va svelando il meccanismo interiore e rompe l'incanto della loro azione che parea cosa quasi divina; questo per sè solo non toglierebbe nulla all'azione degli eroi: ma il vero è che questi cominciano a degenerare e a squilibrarsi in sè per la incompatibilità col tempo e con gli uomini. L'azione degli eroi non ha più presa nel pubblico; e però essi si guastano nell'inazione come si guasterebbe una macchina se l'elica dovesse turbinare nel vuoto.
Ma è verosimile il credere che con l'andare del tempo essi cesseranno totalmente di essere, come organismi che scompaiono perchè venne a mancare la loro funzione sociale.
* * *
Una sera tarda io tornava a casa da un ritrovo di gente grave ove si era disputato a lungo ed io ne era uscito con la peggio. Ritornava, e per la via lunga un pensiero acuto mi martellava il cervello: in fine esso assunse forma di favola. Eccola: Un anno la benigna natura dispensò, secondo il tempo, la pioggia, la neve ed il sole. Ma la gentile pianta del frumento non granì nè tutta nè a maturità la sua spica.
Il loglio rigoglioso e superbo finalmente la aveva soffocata.
L'anno seguente, un debole seme caduto dall'etica spica fe' germogliare uno stelo stentato. Ma il loglio era ancora più fiorente e bello, e la soffocò ancora. Infine la nobile pianta s'avvide che due vie le rimanevano: o morire o diventare loglio essa pure.
È questo un paradosso? Può darsi. Io vi voglio allora aggiungere un corollario che lo corregga: cioè che producendo tuttavia la natura uomini di genio ed eroi, questi dovranno, per essere chiamati tali ed ottenere il dovuto ossequio, portare la livrea del pubblico, cioè a dire dovranno rivolgere le loro grandi forze in qualche opera implicitamente determinata e che torni alla moltitudine di pratica ed immediata utilità: certo non potranno agire in modo autonomo e con l'intento di una idealità superiore.
* * *
Gli eroi come deità, come profeti, come guerrieri, come fondatori di civiltà, come poeti, come investigatori dei supremi misteri delle cose e dell'anima già furono. E togliendo il pensiero che segue al Carlyle, chè meglio io non saprei, nè imaginare nè esprimere, bene io credo che essi siano stati «lampada dell'universo, anima dell'intera storia. Essi furono duci, modellatori, patroni e in un largo senso i creatori di tutto ciò che l'universale degli uomini ha potuto sforzarsi di fare e di raggiungere. Tutto ciò che vediamo è risultato materiale, esteriore, l'effettuazione pratica, l'incarnazione del pensiero degli eroi». E se questo risultato, aggiungo, non corrisponde al loro concetto, la ragione è che esplicandosi per mezzo degli uomini, si corruppe naturalmente, come si corromperebbe un cedro del Libano se lo trapiantassimo in regioni iperboree.
Certo io non ignoro che esiste una scuola più recente che nega questa importanza degli eroi ed anche ne condanna lo studio ed il culto. Ciò è forse vero per quanto riguarda il presente e l'avvenire; non è però nè giusto nè vero il negare l'azione grandissima che essi esercitarono sul progresso della umanità fino al tempo moderno.
I giganti hanno formato il grande edificio della civiltà; gli uomini se ne sono impadroniti: gli eroi furono i maestri; gli uomini hanno imparato quel tanto che basta per fare da sè ed oramai non hanno più bisogno nè di eroi nè di giganti nè di maestri; e come non ne hanno bisogno, così non ne riconoscono il culto.
La memoria e la riconoscenza possono essere proprie fino ad un certo punto dell'individuo, ma non lo sono dell'universale.
La storia non ha riconoscenza.
* * *
E qui un pensiero mi si presenta che, vero o falso o strano che possa sembrare, non voglio tacere.
È proprio la scienza che con le sue ultime ricerche ha sloggiato Dio dal sacrario delle coscienze?
Così si crede comunemente e così è; ma non del tutto. La scienza vera, non certa nuova metafisica settaria che talvolta ne usurpa il nome, ha ancora troppi numeri da mettere in colonna prima di tirare l'addizione ultima, se pure ci potrà arrivare.
Io penso che sia un'azione combinata della scienza con questo fenomeno dell'assurgere delle maggioranze alle funzioni autonome della vita, il quale fenomeno, dando ad un vocabolo vecchio un significato nuovo, si può chiamare democrazia. Ora la democrazia, non, ripeto, nell'antico senso storico, umano, cristiano; ma nel nuovo senso, cioè borghesia oggi, socialismo forse dimani (i due termini, sebbene nemici, hanno un legame di parentela storica e di dipendenza) come tende, per legge di conservazione e di espansione, ad impedire lo sviluppo e l'influsso delle forze preponderanti, invadenti del genio o dell'eroe, per la stessa ragione, involontariamente ma pure invincibilmente, è indotta a combattere questo concetto più di ogni altro individualista ed aristocratico che è Dio.
Ne rimane, è vero, il culto esteriore: ma nella sua sostanza cioè in quanto è morale rivelata da una legge superiore, eroica di sacrificio, designata come termine di perfezione, questo culto, questa fede non esistono più, e non diciamo nella pratica, ma solo nel sentimento.
A questo proposito il signor Nitti, noto studioso di cose sociali, in un suo discorso sulle condizioni presenti informato ad un ottimismo eclettico[19], dice: «Il positivismo, di cui anch'io sono seguace, ha spiegato le origini umane secondo l'ipotesi darwiniana; ma una dottrina puramente storico-biologica minaccia di diventare una dottrina morale e se ne abusa ogni giorno e male».
[19] Francesco S. Nitti. _L'ora presente._ Roux, Torino, '93.