L'evoluzione di Giosuè Carducci

Part 4

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Nelle elezioni generali del '76, agli elettori di Lugo che lo aveano eletto loro deputato, dopo avere con altissima parola sostenuto che a lui perchè poeta non dovea essere preclusa la via della rappresentanza nazionale, aggiunge: «Sì; io sono repubblicano. (_Scoppio di prolungati e replicati applausi_) E repubblicano divenni non per rapimento giovanile, nè per dispetti che io avessi col Governo dei moderati, del quale io personalmente non avrei che a lodarmi. Mi chiamarono ancor molto giovane, senza che io ne li chiedessi, a insegnare in una delle prime Università: mi diedero anche, sempre non richieste, altre onorificenze e commissioni didattiche: un solo torto mi fecero e ben lieve, e scusabile in tempi di tanta concitazione delle parti politiche.

«Nè prima io aveva preso parte ad associazioni politiche, nè vi presi parte, poi, per un pezzo. La mia gioventù fu tutta negli studi: nella solitudine degli studi nacque, crebbe, si afforzò in me l'idea repubblicana. Ma la repubblica mia non è repubblica per sorpresa: anche questa può sorgere a certi momenti, sebbene non è più desiderabile ai veri repubblicani, come troppo difficile a mantenere e ad assodare. E nemmeno è la repubblica oligarchica di un partito anche ottimo, e tanto meno la repubblica dittatoria d'una fazione. Ma non per questo io credo che la repubblica sia solamente quistione di forma: la repubblica per me è l'esplicazione storica necessaria, è l'assettamento morale della democrazia nei suoi termini razionali: la repubblica è per me il partito logico dell'umanesimo che pervade oramai tutte le istituzioni sociali (_Applausi_). Tale essendo per me la repubblica, è naturale che essa, questo governo di tutti, deve escire dalla persuasione della maggioranza; e dai voti della maggioranza io l'aspetto, e spero che non s'abbia a dire col poeta: _Qual di te lungo qui aspettar s'è fatto!_»

Questa esplicita quanto elevata professione di fede politica fu compresa nel suo pieno significato, o non si applaudì piuttosto che alla parola repubblica, giudicando le altre come un contorno estetico di quella? Così io penso: ma volendo giudicare il Carducci quale è, non quale appare ai più, è certo che quel discorso non solo contiene un'aspirazione quanto un avvertimento severo dove dice che tale forma politica non deve essere nè donata nè imposta ma conquistata col graduale e cosciente assorgere morale del popolo ad un più elevato tipo di vita e quindi ad una forma di governo che ad essa è conforme.

Forse movendo da tale considerazione o piuttosto da tale fede in un'umanità migliore, dopo sei anni, nel 1882, scriveva[13]:

«Io dico che in Italia, dopo Cesare Balbo, Camillo Cavour, Alfonso La Marmora, Vittorio Emanuele, non conosco monarchici altro che sentimentali e opportunisti; opportunisti, per amore dell'unità e per timore del mutamento: io dico (e lo dico con tutto il rispetto che devo al capo dello Stato e ad un nobilissimo gentiluomo) che nè anche la Maestà del Re Umberto non è un vero e proprio monarchico».

[13] Polemica su i _Giambi ed Epodi_.

CAPITOLO IV.

LE ODI BARBARE E L'INDIVIDUALISMO DEL CARDUCCI.

Nell'intervallo, ed al cessare degli avvenimenti che diedero origine ai _Giambi ed Epodi_, specie dopo la rivendicazione di Roma, che chiude, bene o male, il dramma del risorgimento politico, l'arte pura riprende il sopravvento, e si dilata ed occupa tutto l'orizzonte del pensiero e dell'anima.

È un sole folgorante in pieno meriggio che penetra da per tutto, non nasconde nulla perchè di tutto è cosciente. V'è un'esuberanza di vitalità artistica e di passione che ci incatena e ci fa piccoli come dinanzi ad ogni altro grande fenomeno della natura. Se v'è un difetto, questo è nella ricchezza sua stessa. E quante nuove corde aggiunte alla sua lira: la nota intima, famigliare, lagrimosamente semplice e composta come in _Pianto antico_, nel sonetto _O tu che dormi là su la fiorita_, l'_Idillio maremmano_ e _Davanti San Guido_; la riproduzione icastica e psichica dell'evo medio, come _Su i campi di Marengo_, _Faida di Comune_, _La leggenda di Teodorico_, concezioni epiche con forma e movimento lirico; cose nuove nella storia della poesia italiana; le _Primavere elleniche_, primavera delle odi barbare; i sonetti _Il bove_, _Santa Maria degli Angeli_; meraviglie di un'arte insuperabile!

Tutti i critici che trattarono di queste rime s'accordano nel notare l'immediata corrispondenza fra l'uomo e la natura. Ma la natura del Carducci non è solo quella che fiorisce e si muove sotto questo pallido sole dell'oggi; ma è tutta la natura che già visse e fu forse più ridente, più originale e più libera: ed Egli la fa palpitare e muovere tutta come su la tastiera di un organo immenso.

Se per questa diretta comunione del poeta col mondo esteriore, se per la nitida e plastica rappresentazione de' propri fantasmi, se per un senso umano e profondo da cui l'artefice è naturalmente portato ad elevare il suo canto a missione maggiore che il diletto artistico. Egli debba essere, come fu da molti suoi critici, chiamato pagano, io non so. A me sembra vero e grande semplicemente; e tanto più grande in quanto che a tale altezza Egli sorge più per prepotente sviluppo del suo genio, che per azione diretta degli uomini e dei tempi.

Del resto avverta il lettore che io non intendo con queste poche parole di fare nè qui nè in altri luoghi uno studio sull'arte: altri, e maggiori e più competenti di me e letterati di professione, ciò fecero. Il mio intento è di seguire un filo di idee che mi guidi alla soluzione della questione da cui si intitola questo scritto.

* * *

Ma se tutta quella ricchezza di canti, in vario tempo e modo pubblicati, raccolti infine sotto il nome di _Rime nuove_, segna il punto della maggiore varietà e genialità della sua poesia, pure a me sembra che questo incontentabile artefice non abbia ancora trovato l'espressione artistica che lo soddisfi interamente e raccolga in forma nitida ed una il suo complesso pensiero.

Le _Odi barbare_ sono appunto questa espressione ultima e sinteticamente felice del suo genio di poeta, di filosofo, di italiano.

Esaminiamone da prima la forma o contenuto, avendo essa un gran significato; e benchè un tempo se ne sia ragionato e scritto moltissimo, tuttavia qualche cosa ancora rimane a dire.

Nel 1881, sotto il titolo _La poesia barbara nei secoli XV e XVI_[14] il Carducci stesso pubblicò un dottissimo volume ove con ogni diligenza sono ricercati i documenti e le tradizioni della poesia barbara nella lirica italiana: non solo, ma letterati e critici ne presero occasione per trattare con molta competenza e serietà la questione scientifica e metrica. Vedasi sopra ogni altro il dotto studio del Chiarini: _I critici e la metrica delle odi barbare_, precedente la seconda edizione delle prime odi[15].

[14] Zanichelli, Bologna.

[15] Zanichelli, Bologna, 1878.

Questi pregevoli studi mentre valsero a ridurre al silenzio molte affermazioni malsicure od erronee con cui una parte della critica non erudita combattè le _Odi barbare_, tuttavia ebbero a mio avviso un torto involontario, perchè contribuirono a rassodare una falsa opinione che era nel grosso pubblico, cioè che quelle odi fossero di formazione non spontanea, ma ricercata; una specie di esercitazione poetica elevatissima e dottissima fin che si vuole, ma che risente dell'arte del mosaico e della virtuosità dell'erudito.

Opinione falsissima se altra mai: eppure bisogna tenerne conto almeno da parte mia, poichè nel rilevare questo dissidio fra l'individuo ed il pubblico, consiste grande parte della forza e del concetto di questo mio scritto. Apriamo dunque una parentesi e cominciamo a fermarci un po' su questo punto che sarà ripreso più avanti e con diversa intonazione.

Quando il Carducci in fine dell'_Eterno femminino regale_ (23 dicembre 1881) esclama: _Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale e tante scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi che t'appestino e muoian con te. Ma strofe e te, mai! Sciagurato il poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d'aquila o d'usignolo, cantando «Odi profanum vulgus et arceo»_[16], dice cosa vera.

[16] Questa invettiva, come è noto, si originò dall'erronea interpretazione data al verso dell'_Ode alla Regina_ «con la penna che sa le tempeste», chè molti per _penna_ intesero la cannella o quella d'oca per iscrivere.

Ma quando dinanzi agli elettori di Pisa, nel '86, afferma _che la sovranità popolare sta su tutto e su tutti, indiscutibile principio d'ogni autorità e d'ogni funzione politica... che non abdica mai, che nessuna forza può sequestrare, che nessun uomo può impersonare_, dice cosa ugualmente vera.

Solo a me sembra che la _vil maggioranza_ sia proprio una cosa sola con la _sovranità popolare_, sia essa o monarchica, o repubblicana, o socialista, o indifferente o quel che più piace; la quale se imprime la propria volontà nella politica, anche nell'arte non si astiene dal far sentire ciò che giudica e ciò che vuole. Un trattato d'erudizione potrà mettere alla berlina un critico impudente; ma non farà ricredere il pubblico, oggi che il pubblico è tutto; nè su di esso lascierà traccia maggiore che una barca sul mare. Il suo giudizio il pubblico se lo forma subbiettivamente con un'intuitiva e istintiva conoscenza di sè, delle sue forze, delle sue volontà, delle sue aspirazioni.

Il vero, il bello, il buono non esistono per esso in via assoluta.

Il vero, il bello, il buono sono ciò che giudica assimilabile, confacente, utile a sè: il resto può essere quello che si vuole: una sinfonia di Wagner, un'ode come _Alle fonti del Clitumno_; ma è sempre qualcosa che non soddisfa, che non s'intende o non giova intendere: cioè retorica. E intendiamoci: questa maggioranza è formata non da una speciale classe sociale; ma tutti vi contribuiscono anche quelli che sono conservatori e ricchi e borghesi. È semplicemente un fenomeno della nostra vita contemporanea che non tutti avvertono od ammettono, e per quanto possa essere individualmente spiacevole, ogni recriminazione in proposito sarebbe vana.

L'artista, sia poeta, sia pittore, sia drammaturgo, sia musico, dovrà scegliere: o rinunciare alla propria individualità o rinunciare alla popolarità e quindi a tutti i vantaggi che ne derivano.

Per ciò che riguarda questo mio lavoro, mi sono proposto di non perdere mai di vista il giudizio del pubblico e de' suoi interpreti, ma di tenerne conto anche se sostanzialmente erroneo, appunto perchè (ripeto) nel contrasto o latente o palese fra esso e il Poeta, sta la causa della sua evoluzione.

E ritorniamo ora alla forma delle _Odi barbare_.

* * *

Che le _Odi barbare_ abbiano una parentela letteraria con erudite esercitazioni metriche dei secoli XV e XVI, è un fatto puramente occasionale e non deve avere influito che in parte minima su la scelta di quella forma lirica. Essa nacque non pensatamente, ma spontaneamente; cioè non la forma generò ed impresse la sua linea all'idea, ma l'idea si plasmò di per sè in quella forma. Appunto inversamente di ciò che dice il pentametro del Platen premesso alle prime odi:

forma più nobile abbisogna di profondi pensieri.

Il Carducci tolse la melodia degli usati metri ed il ritorno della rima per ragioni consimili a quelle che mossero un altro grande aristocratico dell'arte, il Wagner, nel suo teatro di Bayreuth, a sprofondare l'orchestra e spegnere ogni luce, appunto perchè tutta l'attenzione fosse rivolta alla scena.

Parimente il Carducci togliendo l'allettamento melodico dei metri conosciuti e la distrazione della rima, intese a costringere l'attenzione del lettore su la pura idea. Ma perchè un'idea per quanto poetica non può chiamarsi lirica se non riveste una forma ritmica costante, così il Poeta occultò e dispose i soliti versi italiani secondo lo schema della metrica greca e latina creando così un'armonia nuova, che io chiamerei esteriore o apparente.

Questa, a vero dire, è assai facile intendere come è facile comporre versi barbari anche senza conoscere affatto la metrica greca o latina. Lo prova il numero grande dei poeti imitatori che fiorirono breve ora attorno alla gran pianta della lirica carducciana.

Ma sotto quell'armonia esteriore ve n'ha un'altra interiore che vivifica quella forma antica e non è possibile imitare.

Questa seconda armonia se per un orecchio educato è facile a sentire, non è così facile a spiegare. Mi ci proverò tuttavia.

Nelle _Odi barbare_ le parole si raggruppano in modo nuovo, acquistano significati speciali, si dispongono con trasposizioni talvolta audaci. Questa apparente contorsione del periodo sembra essere congenita al metro barbaro, invece è congenita al pensiero. Le forme della nostra lirica italiana non avrebbero avuto dimensioni e forza per accogliere questo nuovo stile senza perdere della loro linea naturale, invece il metro barbaro non solo l'accetta ma sembra quasi imporlo esso stesso.

Ma così nitido, così sicuro, così potente è il fantasma poetico, e per contro tanta grande la conoscenza della forze di ogni parola, che in questo nuovo stile Egli plasma di getto tutta la sua visione interiore e riesce con quello stesso inusitato senso e disposizione delle voci, a farci vedere questo interiore fantasma nitidamente nelle sue più lievi sfumature.

In altre parole è una meravigliosa e individualissima pienezza di pensiero che come si va svolgendo così si veste subito, senza alcun mezzo, della parola; la quale si piega, s'affina, si tormenta con vaghissimo spasimo a seguirlo e renderlo con esattezza fotografica, e questa parola così tormentata pur riesce divinamente naturale ed armonica, non per sè ma perchè divinamente armonico è il fantasma che sotto si scorge.

Vi sono versi che mettono dinanzi il quadro e la statua, come ove dice:

Tale ne i gotici delubri, tra candide e nere cuspidi rapide salïenti

con doppia al cielo fila marmorea, sta su l'estremo pinnacol placida la dolce fanciulla di Iesse tutta avvolta in faville d'oro.

Altra volta il verso giunge a dare contorno e forma plastica a infiammati fantasmi del pensiero, come questo:

Pone l'ardente Clio sul monte dei secoli il piede robusto, e canta, ed apre l'ali superbe al cielo.

Altri versi squarciano letteralmente le ombre del passato e ci mostrano il paesaggio antico con una intuizione di linee e di colorito sorprendente:

ancor lambiva il Tebro l'evandrio colle, e veleggiando a sera tra 'l Campidoglio

e l'Aventino il reduce quirite guardava in alto la città quadrata dal sole irrisa, e mormorava un lento saturnio carme.

Movimenti dell'animo che sembrano tutt'al più esprimibili col puro canto, il Carducci riesce a fissarli con le parole, nitidamente, come ad esempio ove dice:

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema un desiderio vano de la bellezza antica.

Nè questo solo: sovente la sua lirica coglie il fiore che arduo cresce su la filosofia della storia e riproduce persone con un atteggiamento intuitivo del vero e nel tempo stesso sintetico e simbolico come forse non riusciremmo a formarci leggendo volumi di storia: forse vedendo i luoghi e meditando, potremmo averne un mal definito fantasma. Egli ce lo definisce. Vedi ad esempio _Alessandria_:

Ecco venimmo a salutarti, Egitto, Noi figli d'Elle con le cetre e l'aste. Tebe, dischiudi le tue cento porte Ad Alessandro.

Il canto delle litanie e il terrore e l'anelito sacro che muove le voci, così sono resi:

..... fra nuvoli d'incenso fervide le litanie saliano;

salian co' murmuri molli, co' fremiti lieti saliano d'un vol di tortori, e poi con l'ululo di turbe misere che al ciel le braccia tendono.

Oh parola, divino dono dell'uomo, hai mai tu potuto dare maggior segno della tua potenza?

Ebbene, in questa percezione netta che noi sentiamo del fantasma consiste quella che io ho chiamato armonia interiore delle _Odi barbare_.

* * *

Molte volte però l'eccessiva estensione del pensiero lo costringe a frasi così sintetiche che richiedono una non comune coltura per essere intese, o un commento che potrebbe anche essere un trattato di storia, come nel verso ove dice, parlando di Roma:

Son cittadino per te d'Italia.

Altre volte certi fantasmi s'impongono per modo che Egli volendoli rendere così come li vede e sente, deve ricorrere a vere e difficili audacie di stile, come ove dice, ancora parlando di Roma:

Ecco, a te questa, che tu di libere genti facesti nome uno, Italia, ritorna, e s'abbraccia al tuo petto, affisa ne' tuoi d'aquila occhi.

Questi e simili altri esempi che sarebbe molto facile raccogliere, non sono certo pregi, ma non si possono nemmeno chiamare difetti: sono quello che sono, espressioni che potranno piacere o spiacere, ma che sono il portato logico di un determinato atteggiamento del pensiero.

Dove formano un difetto vero è ne' suoi imitatori nei quali manca del tutto o in parte la ragione filosofica e lo svolgimento profondo che portarono il Carducci a improntare la sua lirica di quella forma.

In essi, più o meno illustri, è vera e propria retorica, e se ne può dire ciò che scrisse il Platen:

«Se si volesse imprimere il vostro cicaleccio ad un'ode saffica, il mondo s'accorgerebbe che è un vuoto cicaleccio.»

* * *

Ma prima di chiudere queste note su la forma delle _Odi_, mi sta a cuore fare un'osservazione per non essere franteso.

Dico cioè che sbaglierebbe molto chi imaginasse il Carducci come maestro e capo d'una nuova scuola poetica: Egli chiude, molto verosimilmente, un grande periodo artistico, e la sua poesia ha le impronte di una sintesi definitiva dell'arte, almeno quale fu sino ad ora concepita ed intesa.

Egli stesso per bisogno che ha di esprimere chiaro e rude ciò che crede o sente come vero, ce lo attesta. Nel congedo in prosa alle prime _Odi_, dopo aver detto che con questi nuovi metri intese di «recare qualche po' di varietà formale nella nostra lirica», aggiunge poi come per subentrare di un altro ordine di pensieri: «Son velleità queste mie, lo so io per il primo, tanto più importune e inopportune oggi, che dinanzi al vero storico, il quale, gloria e tormento del secolo nostro, pervade oramai tutto il pensiero umano, la poesia compie di spegnersi. Tant'è: a certi termini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i paesi, certe produzioni cessano, certe facoltà organiche non operano più».

Ma a parte tale affermazione che a molti parve esagerata, perchè è un fenomeno umano che certi mutamenti debbono già essere completamente avvenuti prima che l'universale abbia il coraggio di apertamente dichiararli, è certo che questi caratteri definitivi della lirica carducciana si sentono sopra tutto a cagione di una grande e sacra tristezza diffusa per quelle _Odi_ anche dove esse sono maggiormente irrise dal sole che i critici si ostinano a chiamare _pagano_.

Ben poco dunque Egli intende rinnovare nell'arte, se non forse il senso della austerità e della dignità in chi vi si applica, ma a moralmente rinnovare intende tutta la sua poesia, la quale acquista per ciò un carattere altamente civile e nazionale.

Tale senso ha il distico del Campanella che preludia alle seconde _Odi barbare_:

Musa latina, vieni meco a canzone novella: Può nuova progenie il canto novello fare.

* * *

Ed ora esaminiamone un po' il contenuto, specialmente per ciò che esso si congiunge all'argomento di questo scritto; e cominciamo col notare un grossolano errore in cui non pochi sono incorsi ed incorrono. Costoro, argomentando solo dalla forma metrica, dall'elezione e collocazione delle parole e specialmente dal frequente ricorrere della vita ellenica e di Roma e da un certo anelito all'antichità, per tutte le odi diffuso, chiamano il Carducci ultimo dei classici.

È un perfettissimo errore.

Le odi barbare saranno (e dato il pensiero che le informa e il punto che segnano nella storia dell'arte non possono essere altrimenti; e questo pure non è nè un difetto nè un pregio, ma cosa inerente al loro essere) saranno, dico, di un'aristocrazia poco concepibile per la maggioranza; ma sono, se altra mai, opera nuova, originale, moderna.

Una sola qualità vi è che si può propriamente chiamare classica, cioè propria della grande poesia greco-latina; dico il suggello di immortalità che si impronta in ogni parola: le quali ci appaiono come fissate in modo non scomponibile, quasi fuse in bronzo. Di fatto esse non si aggrupparono per mezzo di quella geniale facilità e scorrevolezza che è propria degli scrittori moderni, specialmente stranieri, ma per una specie di lenta, solida e organica formazione; e questa non solo le renderà resistenti contro la corrosione del tempo, ma farà sì che quando questa nostra età scomparirà nel passato (come a chi fugge in treno il paesaggio si allontana e perde i suoi contorni) quelle odi spiccheranno con grande risalto su la tinta grigia del quadro storico, come appartenenti ad un'altra formazione.

Del resto il Carducci può essere anche chiamato l'ultimo dei classici, ma non per quelle ragioni esteriori che sopra ho ricordato. Egli è l'ultimo dei classici perchè attraverso la sua opera poetica, come attraverso un filtro, passa tutto ciò che la vita ed il pensiero antico ebbero di vitale, di perfetto, di lieto, di vero: passa, e si idealizza in un concepimento di perfezione umana, profondamente sentita, sicuramente intravveduta, ineffabilmente desiderata. Per questa ragione fu detto che Egli è _un pagano legittimo come Goethe_ e che la sua poesia rappresenta _il sereno e pieno e soddisfatto possesso della vita terrestre, contentezza che deriva dal possesso della chiave de' suoi segreti e delle sue leggi_: affermazioni vere, ma solo in parte e che non rispondono ad un generale concetto. Perchè appunto questa perfezione alla quale il Poeta giunge con la sua sintesi purificatrice, ci deve fare intendere che Egli non rappresenta un principio ma una fine, e della fine vi è la ineffabile tristezza. Certo questa tristezza non si esplica in affermazioni concrete, ma si sente diffusa nell'intonazione generale: anzi dove più Egli si eleva a concepire alti ideali o di umanità o di patria, ivi essa maggiormente si sente per il vivo contrasto con il presente e con la realtà.

* * *

A questo proposito si osservi come la nota festosa e piena dell'amore manchi alla sua lira. Per lui l'amore è un rapimento più doloroso che lieto; un rifugio dell'anima: e la donna gli si presenta piuttosto come consolatrice di supreme cure che come fine a sè stessa. Vedi le odi: _Su l'Adda_, _Ruit hora_, _Alla stazione_, _In una chiesa gotica_.

Nelle altre barbare anche questa nota si affievolisce e non risorge che ad intervalli come intonazione mirabilmente dolorosa e spirituale per dar principio ad altro tema, come nell'ode _Sull'urna dello Shelley_, ove dice:

Lalage io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo So quai perduti beni l'occhio tuo vago segue.

Del resto questa tristezza non giunge mai sino a scomporre la figura del Poeta. Esso è sempre sicuro di sè, tetragono su la base di un razionalismo irradiato di stoica idealità, come nella bellissima ode per le nozze della figlia Beatrice, ove chiude così:

De gli anni il tramite teco fia dolce forse ritessere, e risognare i cari sogni nel blando riso de' figli tuoi?

O forse meglio giova combattere fino a che l'ora sacra richiamine? Allora, o mia figlia,--nessuna me Beatrice ne' cieli attende--

allora al passo che Omero ellenico e il cristïano Dante passarono mi scorga il tuo sguardo soave la nota voce tua m'accompagni.

* * *