L'evoluzione di Giosuè Carducci

Part 3

Chapter 33,702 wordsPublic domain

«Ci si vede l'uomo che non ha fede nella poesia nè in sè e pur tenta; tenta la novità, e non ha il coraggio di romperla con le vecchie consuetudini; discorda dalla maggioranza e la segue; scambia la materia per l'arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio; gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto.

«Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come d'un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de' miei sogni di gioventù. Sparite via presto, o morticini; io non ho nè il tempo nè la voglia di farvi nè meno il compianto.»

A parte la violenza del giudizio che Egli nè meno a sè stesso risparmia, è certo che i _Levia Gravia_ mancano di personalità e di originalità; sono piuttosto una sosta che un progresso. Egli forse volle significare ciò col togliere in questa ristampa dell'81 alcuni bellissimi sonetti i quali furono poi compresi nelle _Rime Nuove_, e con l'accogliere invece le meno perfette rime dei _Decennalia_[9]: ma è una sosta piena di raccoglimento, quasi a chiamare ed esercitare le forze per ispingersi a nuovo e libero viaggio.

[9] I _Decennalia_, editi nelle citate edizioni del Barbera, sono il nucleo delle rime politiche che aggiunte ad alcune delle _Nuove Poesie_ (Imola, Galeati, 1873), formarono poi il volume dei _Giambi ed Epodi_ (Bologna, Zanichelli, 1882).

* * *

L'_Inno a Satana_ segna appunto il termine di partenza per il futuro viaggio.

Quest'inno concepito di getto «dopo anni di ricerche e di dubbi» in una notte di settembre del 1863, in una vera stasi di eccitamento lirico, chiude la serie delle poesie giovanili ed è la prima delle poesie nuove del Carducci, o piuttosto sta a sè come intermezzo di un impeto così pauroso e folgorante cui non trovo riscontro adeguato nella poesia moderna[10]. È lo scoppio di una forza selvaggia che si regge più per ingenito equilibrio che per meditato freno della ragione.

[10] L'_Inno a Satana_ nelle citate edizioni Barbera è posto fra i _Decennalia_. Nelle seguenti edizioni (Zanichelli, '81 e '93) è posto fra i _Levia Gravia_, ma in fine, quasi ad indicare, anche materialmente, che è l'ultima delle poesie giovanili.

Quest'inno, ripeto, concepito e gettato nel 1863, pubblicato (si noti il lasso di tempo e il modo che sono di una significazione grandissima) nel '65 «per amici e conoscenti,» diventa di dominio pubblico, corre la penisola, i giornali massonici e democratici se ne impadroniscono come di un'arma e lo ristampano; il nome del poeta è fatto popolare oltre l'aspettazione e l'intenzione, più che per qualsiasi altra sua opera d'arte; ma nel tempo stesso si stabilisce il primo dei malintesi fra il Carducci ed il pubblico.

* * *

Ed ora una domanda: quest'inno ha veramente il valore letterale che gli fu dato, cioè di un carme oggettivo sciolto all'ara della pura dea Ragione?

Così pare ad una prima lettura, così venne interpretato: v'è di più, così il Carducci stesso lo difese nelle _polemiche sataniche_; dove, scusando la poco estetica sintesi, disse «di avere adombrato, come in una poesia lirica potevasi, la storia del naturalismo panteistico, politeistico, artistico, storico, scientifico, sociale;» cioè «la natura e l'umanità ribelli necessariamente nei tempi cristiani all'oppressura del principio di autorità dogmatico congiunto al feudale e dinastico.»

L'inno, fuor di dubbio, vuole anche significare tutto questo.

Ma ora un'altra domanda: il Carducci quando concepì quel canto, sentì la necessità sociale o filosofica o politica che dir si voglia di bandire al pubblico quelle verità? No certamente; tanto è vero che due anni passarono prima che fosse reso di pubblica ragione.

Se Egli era davvero convinto che vi si contenesse un insegnamento utile, una verità nuova da rivelarsi, perchè non lo divulgò subito? Forse perchè come esecuzione non rispondeva al suo concetto artistico? Ma questo, cioè che «mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) gli uscì dalle mani tanto volgare,» Egli potè dire nel 1881, dopo aver composto le _Rime Nuove_ e le _Odi Barbare_, non allora che vivo era ancora l'ardore del concepimento. Di fatto in questa fine di secolo un tale intendimento filosofico, espresso per giunta in forma lirica, può sembrare un anacronismo o un'ingenuità. Non voglio dire con questo che la reazione politica di allora non coonestasse in parte questo intendimento; ma non giunge certo sino a spiegare la subitaneità e lo scatto lirico di quel canto. Le cause si debbono ricercare in fonti più intime e riposte.

* * *

Questo canto alla vittoria del pensiero umano sembra essere piuttosto il grido d'osanna alla vittoria sua, della sua ragione divenuta perfettamente libera, e segna il passaggio alla fase piena e virile.

Una più profonda e comprensiva conoscenza dello svolgersi del pensiero storico-umano, maturatasi in quelle sue divinatrici ricerche sul trecento e sul quattrocento e in un largo studio degli scrittori moderni, specie stranieri, diede origine al passaggio, formò la convinzione e l'inno balzò fuori come folgore. Esso in fine altra cosa non è che il paganesimo artistico degli anni giovanili, il quale è fatto cosciente di sè e si afferma naturalismo ed umanesimo: da questa convinzione procede il poeta nuovo e vi si mantiene.

«L'_Inno a Satana_--scrive tra le altre cose il Carducci in risposta all'affettuosa ma non profonda lettera che Quirico Filopanti gli rivolse in proposito il 9 dicembre 1868 nel giornale bolognese _Il Popolo_--è l'espressione subitanea di sentimenti tutt'affatto individuali;» e, se non vo errato, non molto diversamente da ciò che io ho detto, si espresse più tardi nel prologo _Al Lettore_, premesso alle edizioni Barbera.

Si può insomma affermare che quest'inno ha sopra tutto un senso non pur soggettivo ma simbolico: invece fu interpretato soltanto nel senso letterale ed oggettivo come un proclama di fede civile e politica.

E qui sta l'errore: errore a cui il Carducci stesso contribuì involontariamente, non tanto con la poesia quanto con le polemiche sataniche.

Egli non potè o non volle dare dell'inno la spiegazione che verosimilmente è la vera, ma accettò invece la battaglia nel campo che i suoi avversari avevano scelto e dove lo trassero in agguato, senza che nè meno essi il pensassero. L'irruenza alata, ridente, folgorante di quelle polemiche dovea di necessità riportare vittoria completa; ma fu una vittoria in cui è vero che gli anonimi o trascurabili avversari rimasero schiacciati; ma è vero altresì che Egli fu costretto ad avanzare con affermazioni di tal natura che pure essendo assolutamente esatte in sè, non potevano dal pubblico essere comprese se non in senso assai partigiano.

A queste polemiche Egli fu tratto sì dalla critica poco illuminata e molto settaria che gli fu mossa da ogni parte, come anche dalla sua indole «proclive--Egli stesso lo dice--all'opposizione, anche letterariamente». Vi sono poi altre particolarità del suo temperamento d'uomo e di artista determinanti la forma e la sostanza di questa e delle altre sue prose battagliere.

Non eccitato, il suo giudizio è di una serenità olimpica; ma l'opposizione sistematica ovvero informata di saccenteria partigiana, di burbanzosa sicurezza, di malafede o d'ignoranza, lo squilibra; non può restarne impassibile, ma corre dalla difesa all'offesa: e allora il fenomeno particolare, transitorio, sembra acquistare un carattere assoluto ed immanente; l'eccesso dell'intelligenza e le gemme scintillanti della prosa accumulano argomenti e prove come diga immensa contro un torrente da nulla; e tutto un esercito Egli accampa contro un nemico che cadrà l'indomani da per sè per difetto di forze.

Per queste cause mentre ogni singola ragione è vera in sè e tale ci appare e il tutto ci trascina e ci ammalia, non però ci persuade interamente. L'avversario ne esce disfatto; il lettore non sempre è vinto.

Ancora: molte fra quelle polemiche sono modelli meravigliosi di ardimento, di verità e di bontà illuminata dal genio; eppure hanno un altro lato debole, appunto perchè il Carducci è debole in questo che la sua mente, specie quando è contrariata, diviene troppo suscettibile a tutto ciò che si presenti con un lato estetico e questo gli esclude o per lo meno gli adombra gli altri.

Saranno forse queste le cause per cui rileggendo alcune di quelle pagine di prosa io provo oggi un'impressione strana, perchè mi sembra che il tempo le abbia troppo rapidamente scolorite; e pensando a tanta ricchezza di verità, di affetti, di pensieri che rimane lì inerte, un'immagine non lieta mi si affaccia, come di un nembo di gemme che ricoprano un cadavere.

Del resto sarebbe presunzione e mancanza di gentilezza l'avere accennato a questi caratteri difettosi senza dire per anche che essi (se pur difetti si possono chiamare) traggono origine da un invincibile ed eroico sentimento del bene e del vero, che noi mal nati a pena riusciamo ad intendere non che a sentire. Forse è per questo anche che quelle pagine ci sembrano scolorite. Ma di questa impronta e natura originalissima delle sue polemiche sarà detto più diffusamente nel capitolo che segue.

Concludendo per ciò che riguarda l'_Inno a Satana_, è certo che la difesa che Egli ne fece diede valore all'interpretazione popolare: l'intendimento politico venne subito a galla e s'impose alle altre e più difficili considerazioni filosofiche e storiche; la voce brutta di--cantore di Satana--divenne, malgrado l'austerità del Poeta, il maggior titolo di gloria; e la crescente generazione, inceppata da intellettuale, atavistico servaggio; incapace, per la più parte, di salire con meditazione, con pazienza e con raccolta energia di virtù e di studi al livello dei nuovi tempi, ma pur bramosa di giungervi ad ogni costo e di fare presto, ripetè le strofe di quel canto come dogma di una nuova fede, come espressioni di una dottrina nuova che già si respirava nell'aria, ma di cui mancavano i convincimenti e i salutari ritegni. Infine se ne valse come di un'asta per varcare d'un salto, allegramente, al di là del precipizio, ove sono i regni della dea Ragione, ne' quali è assai facile lo smarrirsi, se pure non si giunga per la difficile via del dolore e della vera sapienza.

* * *

Quelle energie che nell'_Inno a Satana_ si risvegliarono indomite e selvagge, sono poi da una sovrana ragione rese domite e docili. L'arte ed il pensiero si modificano, ed acquistano una sicurezza di obbiettivo, una coscienza di sè che prima non erano; un ardimento cui la convinzione e l'alto intento non permettono di trasmodare, e perciò anche quando è eccessivo, ci pare vero e ci vince.

Appunto è in quel tempo che la sua Musa:

prese d'assalto intrepida i clivi de l'arte.

La forma stessa si adatta al nuovo pensiero: metri più agili e saettanti subentrano; ed il sonetto acquista quell'equilibrio di struttura, quell'oggettiva e fremente comprensione di cose e di idee che lo rendono più unico che nuovo, tale che Egli si può con pari onore accompagnare ai massimi poeti ricordati[11] come maestri di questa originale forma della nostra poesia.

[11] Vedi _Rime Nuove_. Il sonetto.

Non è più l'uomo che, come Egli stesso disse, «non ha fede nella poesia nè in sè», ma è il cavaliere che ha compito la sua vigilia d'armi, che esce dalla solitudine temperato nell'onda della sapienza e si affaccia al popolo d'Italia nell'invincibile sua fede.

Non è più la gioventù che mal cela il vigore delle membra nel raccoglimento delle venerate forme dell'arte; ma è una gioventù nuova, libera, quale è sorta dall'_Inno a Satana_, eccitata, infiammata, armata di tutto punto per la battaglia.

E di fatto tutta la sua vita è una battaglia.

Egli nella storia del risorgimento è un personaggio fatale.

Mazzini e Garibaldi formano due lati di quella base di cui il Carducci rappresenta il terzo lato.

Egli è la loro logica continuazione.

In Mazzini l'idea politica storicamente desunta dalle nostre tradizioni più pure; in Garibaldi il combattente eroismo congiunto ad un senso di umanità semplice e buono, proprio di nostra gente; nel Carducci l'arte e gli studi che furono tanta parte della antica vita italiana e così grande cagione nel sentire e nell'affermare il diritto di nazionalità; e in quelli e in questo quel senso dell'idealità e della virtù storica che si presentava come fisso termine di confronto per tutte le riforme richieste dalla necessità dei tempi.

Io so bene che a molti che appartengono alla vita combattente dell'oggi questo ravvicinamento sembrerà strano per lo meno; eppure io lo ho voluto dire perchè lo sento vero.

* * *

Gli avvenimenti politici che vanno dalla battaglia di Aspromonte alla presa di Roma, determinano l'indirizzo della nuova poesia del Carducci. I _Giambi ed Epodi_[12] sono il frutto di quegli anni, e muovono da quegli avvenimenti i quali segnano, a vero dire, non la via della gloria ma la _via crucis_ per cui la patria si ricongiunse in nazione.

[12] Vedi la nota a pag. 50.

È inutile fare raffronti su la satira del Carducci: essa è tutta sua, tutta del tempo. Muoverà, forse, come arte dal Barbier e da Victor Hugo; nel Carducci vi sarà forse meno finezza di sarcasmo e meno intenzione letteraria: ma v'è più dolore.

Io non la chiamerei neppur satira: quello è un grido disperato al tradimento e al parricidio.

Senza dubbio i _Giambi ed Epodi_ sono una requisitoria terribile contro il partito moderato monarchico che in quegli anni resse ed ebbe la responsabilità della cosa pubblica.

Sono queste questioni difficili, dolorose e pericolose non solo a risolvere ma ad accennare soltanto. Tuttavia, per usare di una metafora che può sembrare graziosa in questi tempi sgraziati, si può dire che la cambiale avente per sua scritta «unità e indipendenza d'Italia» ebbe bisogno della regia firma di re Vittorio se volle passare allo sconto della politica europea.

La firma di Giuseppe Mazzini non fu riconosciuta valida, e se una gran parte della nazione ne sentì sdegno e protestò, non vi fu però quell'unanimità di energie, di virtù, di convinzioni maturate tali da imporre ad ogni costo, anche a chi non voleva, la firma del grande agitatore.

Il nuovo avallo rese accetta la cambiale: se poi le condizioni e il metodo furono alquanto mutati, bisognava pur rassegnarsi e contentarsene, anzi saper grado al monarca, giacchè il fine si voleva e le forze morali e materiali per ottenerlo col primo mezzo si erano mostrate ed erano in realtà insufficienti.

Lungi ad ogni modo la supposizione di voler farmi io giudice del partito monarchico moderato d'allora: io credo tutt'al più a certe fatalità storiche che si impongono agli uomini loro malgrado; credo che i migliori fra quelli abbiano operato così non per incompleto senso di italianità, quanto facendo sacrificio di questo sentimento ad un fine che si presentava troppo facile per essere il vero, e per converso troppo immediato per lasciarlo sfuggire.

Quando si dice che l'unità d'Italia fu un fatto miracoloso, non si esagera. Ma non è una lode. Fu in vero un miracolo di contingenze, parte spontanee, parte provocate da un ministro di genio che produssero in breve tempo la unità della terra quando l'universale della nazione non era compresa da quell'altissima idea.

Con queste parole io non credo di menomare la dovuta venerazione agli eroi della patria, nel culto de' quali sento di non essere inferiore ad alcuno; sì di accennare ad un fatto storico che per opportunità si potrà nascondere, ma non con valide ragioni negare.

* * *

Sono i _Giambi ed Epodi_ una requisitoria contro un partito? Sono. Ma un critico del tempo futuro che trascendesse a più lato senso, li potrebbe anche chiamare una requisitoria contro l'intera nazione.

Vi sono strofe come queste:

Solingo vate, in su l'urne de' morti Io vo' spezzar la lira.

Accoglietemi, udite, o degli eroi Esercito gentile: Triste novella io recherò fra voi: La patria nostra è vile.

e l'altra:

O popolo d'Italia, vita del mio pensier; O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo, Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo, E de' miei versi funebri t'incoroni il bicchier.

ed altre, molto consimili di senso se non così di violenza, che sono voci nuove.

Non sono espressioni di poeta solitario od irato; e non sembrano nemmeno la voce d'un uomo solo: sembrano un grido fatale che muova dalla profondità della storia, quasi ultima strofa del carme secolare italico che palpita diffuso dai canti de' poeti che già vissero sotto il nostro gran sole.

Alcuno può ricordare le imprecazioni dantesche, i versi del Petrarca, ove chiama l'Italia «vecchia, ozïosa e lenta.» Sia pure; ma la storia è là a dimostrare come questa nostra patria seppe ne' suoi complessi elementi ringiovanire ancora, come per il fenomeno di una vitalità sorprendente seppe aprirsi la via fra infiniti ostacoli, e pur priva di unità politica, imporre alle circostanti nazioni l'unità del suo genio.

Speranza in una simile vitalità ci affida per l'avvenire? Così fosse! Ma fra l'esausta stanchezza di nostra gente e la maturità dei tempi e degli altri popoli vi è troppo dislivello così da sperare che quella possa dare l'impronta del suo essere a questi, o non piuttosto esserne assorbita e quindi distrutta in una più complessa e nuova forma di vita.

Tale presentimento di morte si diffonde come larga ombra su tutta l'opera del Carducci e dà alla sua energia l'aspetto di una difesa personale, appunto perchè Egli più di ogni altro sente di avere concentrate in sè le più nobili qualità del genio italico.

L'esaltazione che da ciò ne deriva è sublime e assolutamente logica.

Egli irrompe contro il partito moderato perchè offriva più manifeste le stigmate del male.

Esso ci dà Custoza, Lissa, la soggezione all'impero di Francia, la cessione della Venezia, la presa di Roma nel modo e nel tempo che avvenne; invece il partito repubblicano, libero dalla diretta responsabilità politica e avente ne' suoi capi un'idealità superiore, non solo esce immune da transazioni o da sospettate colpe, ma si cinge d'eroismo semplicemente. L'epica impresa dei Mille, Aspromonte, la spedizione dei Cairoli, Mentana, le cavalleresche gesta di Francia, per tacere dei fatti minori, sono così gentili e mirabili opere che alla nostra fantasia, dopo così pochi anni, si presentano cinte dall'aureola della leggenda: e i personaggi anche minori che da quei fatti emergono, hanno un'impronta così geniale d'italianità e di bontà, che io non so se sia effetto del tempo o della morte che placa le passioni presenti e dà agli uomini un'attitudine di fratellanza e di virtù, ovvero se proprio sia perchè essi erano tali, ma è certo che messi al confronto del positivismo utilitario che è il carattere più saliente di noi modernissimi, ci paiono troppo diversi e infinitamente più avanti nell'ideale della verace perfezione umana.

È il caso qui di ragionare dell'opportunità politica di quelle imprese repubblicane? No certo. Solo una considerazione io voglio fare, ed è che, se quelle che furono opere di pochi, fossero state opere dell'intera nazione cosciente e volente, nè prima nè poi sarebbe avvenuto di parlare di opportunità, ed altra sarebbe la fortuna della patria.

A parte dunque anche il lato eroico, è certo che quelle azioni e quegli uomini, per sè soli, astraendo affatto dalla loro fede politica, dovessero presentarsi come molto affini agli intendimenti ed all'idealità del Carducci.

E perchè quegli uomini erano naturalmente repubblicani, così il Carducci non solo riconobbe in questo concetto qualche cosa che rispondeva molto da vicino a' suoi individuali convincimenti già maturati nello studio e nella solitudine; ma per quello spirito di opposizione e di assoluto che gli è proprio, a quel nome di repubblica congiunse tutto ciò che la sua mente concepì come bene e come alto dovere, e lo spinse come un'arma contro il partito moderato monarchico.

A tutto ciò che non era allora e che non è oggi sì nella vita civile e politica, sì negli studi e nella molteplice attività nazionale: a tutto ciò che non è e che avrebbe dovuto essere, di cui la grande tradizione italica avrebbe dovuto imporre la coscienza e lo stimolo non solo in pochi ma nell'universale: a tutto quel complesso di idealità antiche e nuove a cui un popolo troppo vecchio, sebbene avesse l'apparente gioventù della rivoluzione, non poteva sorgere: a tutto ciò che è libero, generoso, bello, vero, il Carducci diede un epiteto di cui si compiacque come quello che rispondeva ad uno stato politico logico per la nazione quale Egli avrebbe voluto che fosse, l'epiteto «repubblicano.»

Che per tali affermazioni non fosse allora nè compreso nè piacente al partito avverso (il quale fra i torti attribuiti ebbe anche quello di dover fare, come già dissi, il molto col poco) non deve far meraviglia; come non parrà innaturale se io affermo che il grosso pubblico in quelle sue reiterate e sdegnose invettive non riconobbe che una semplice ribellione di parte, mentre erano espressioni della più fine aristocrazia del pensiero e della più alta italianità.

Ma in qualsiasi modo venisse dal pubblico interpretata, è sempre vero che quella sua lirica che suonava disperatamente, come campana a martello, acquistava grande forza di attualità politica per il fatto che in quel tempo vivevano Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Mario e con essi il fiore del patriottismo eroico; i quali reggevano e improntavano l'opinione popolare della loro volontà e della loro fede: e il canto del Poeta, inspirato a quella volontà e a quella fede, sembrava ricordare al popolo i giorni numerati che mancavano all'avvento della santa repubblica.

* * *

Ma oggi che le idee ed i fatti hanno preso una piega ben diversa, bisogna convenire che l'influsso esercitato da quegli uomini fu più di apparenza che reale. In fatto da non pochi si sperò allora e si credette che le nuove generazioni, pur modificandosi in parte secondo le necessità storiche, avrebbero avuto origine da quegli uomini, e che la nuova civiltà italiana si sarebbe formata su i loro ideali. Invece pare vero il contrario, cioè che quegli uomini siano stati definitivi e non abbiano avuto discendenza morale se non effimera o apparente, quasi piante senza propaggini; e che la civiltà quale si va disegnando nel presente derivi le sue origini piuttosto da un movimento esteriore, internazionale, scientifico, di cui la libertà politica favorì e l'ingresso e lo sviluppo.

Per tali ragioni quelle rime dei _Giambi ed Epodi_ che poco più di un ventennio addietro erano di una opportunità ed efficacia grandissime, oggi possono sembrare a molti come appartenenti alla storia politica e letteraria del tempo; e questo non per la sola ragione che la poesia politica è di durata breve, ma perchè il sentimento patrio che ne è la nota dominante, non è più sentito a quel modo o non è sentito affatto. Tanto è vero che la poesia civile del Carducci di questi ultimi tempi, informata allo stesso sentimento, sebbene con indirizzo politico apparentemente diverso, non commuove più il pubblico nè sarebbe più tale da procacciare popolarità ad un poeta nuovo.

* * *

Ma ritornando alla fede repubblicana del Carducci in quel tempo, si osservi di quante necessarie cautele Egli si munì, ogni qual volta dovette esplicitamente dichiararsi, perchè il suo giudizio non venisse frainteso.