L'evoluzione di Giosuè Carducci
Part 2
Eppure l'uomo non si scompose, ma stette dinanzi a loro impavido e tutta la maestà del cittadino e del poeta si drizzò eroica, nel suo silenzio disdegnoso da ogni discolpa. Ma Egli «cinicamente ci guardava fumando,» ma l'uragano gli montò sopra e fuggì via col suo urlo. L'uno rimase rigido all'urto, gli altri trascinati come da una procella, seguirono il loro viaggio: termini irreconciliabili.
Eppure sono corsi pochi anni dal tempo che quella gioventù riguardava il Poeta come maestro, come esempio, come profeta: ed Egli profondeva per lei i tesori dell'inesausto suo genio. Ora gli uni si separano dall'altro nè v'è speranza di intesa o di ritorno.
Non è ancora questo un fatto mirabile?
Non pare a chi legge che l'avvenimento dell'undici marzo stia fuori dal mero fatto di cronaca universitaria; ma sia indizio di un grave fenomeno morale rimasto da lungo tempo latente, non determinato, non studiato e che in quel giorno si manifestò con quella selvaggia esplosione di insulti?
Tale convincimento mi animò a stendere queste pagine, e fu così forte l'impulso che vinse molte incertezze e riluttanze più facili ad intendere che piacevoli ad esporre.
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Cominciamo da un paragone che può sembrare enfatico o strano. Ricorda il lettore uno dei titoli d'accusa per cui fu Socrate condannato a morte?
Nell'_Apologia_ di Platone è detto:--«Socrate è empio perchè corrompe i giovani.»
Nel caso del Carducci mancano gli accusatori pubblici: sono i giovani stessi che l'accusano di corruzione. Essi dicono press'a poco così: «Il vostro canto, o Poeta, ci educò agli ideali della democrazia; ed ora vi vediamo non solo ritirarvi dalla lotta, ma passare duce e colonna degli avversari.» Dicono ancora: «Quest'uomo che, appunto perchè era messo più in alto, più era in vista, dava, sia pure colle più buone intenzioni, un esempio dannoso. Bisognava dirlo. E noi sentimmo il dovere di farlo, di ribellarci a tutti i pregiudizi dei feticisti, appunto quando contro di noi egli lanciò una cinica sfida, facendosi--egli professore ed educatore--capo di quegli studenti che rinnegano tutte le nostre e già sue aspirazioni[3].»
[3] _Ça ira_, ecc.
Dunque Egli è esempio alla gioventù di disonestà e di defezione politica. Anche questo è mirabile, non è vero? E più mirabile è che è detto in buona fede.
Gli studenti monarchici, secondo il citato giornale, dicevano «beffardamente» agli studenti radicali: «Carducci è come gli altri; ad accarezzarne la vanità si rende più monarchico del re, più scettico di noi!» Esclamano in fine gli studenti radicali: «Oh, se nel cervello del Carducci fosse rimasta latente qualcuna delle antiche potenze, come scoppierebbe tremenda a schiacciare questa turba che ha imparato i paroloni altisonanti e non ha mai assaporato la dolcezza dei sentimenti potenti!»
Dunque quest'uomo che, secondo le vostre parole, si levava impavido dalla bassezza presente, che accendeva le anime vostre alla fede e all'amore del bene, è così mutato e diverso da quello che ora condannate e fischiate?
Davvero?
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Ancora: Per chi ha non superficiale conoscenza dell'opera del Carducci, apparirà manifesto il fatto che Egli rivolse tutte le energie della sua vita a fare sì che il cittadino ed il poeta fossero una cosa sola: forza costante che, penetrata dall'agitatrice tempesta dell'arte, batteva contro questo «vecchio, ignavo titano» del popolo d'Italia; e se in questo percuotere per avventura commise peccati, furono--come Egli disse--non di volgarità mai: sì di passione.
Ora essi con spietata e certo incosciente crudeltà disgiungono il poeta dall'uomo; e con ciò non solo mostrano di disconoscere l'opera sua, ma gli fanno l'offesa che si può fare maggiore.
Premettono: «Noi intendevamo troppo bene quanta irresponsabilità ci fosse in quel poeta atto alle forti impressioni e incapace di convinzioni maturate,» poi aggiungono: «Carducci mentre rimane per noi un grande artista, non può rimanere un grande carattere; e impallidisce nella scuola, come passerà macchiato nella storia;» e in alcuni foglietti distribuiti dopo la contro dimostrazione tenuta in piazza S. Petronio il giorno 12, è scritto: «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo. Noi abbiamo voluto fischiare il disertore di una bandiera!»
Davvero? Mirabile ad ogni modo!
Sì--voi dite--egli cantava molte leggiadre e, più sovente, molte strane canzoni: queste rimangono e noi le leggeremo ancora per nostro diletto e anche per dimostrare che riconosciamo i suoi meriti di scrittore, sempre che ci avanzi tempo e voglia: ma quell'anima ardente di entusiasmo e di bene per noi non esiste più.
Tutto ciò più che meraviglioso è supremamente triste.
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Ma io sbaglio nel tempo. Essi non dicono, ma dissero. Forse non ricordano nemmeno più le infauste parole che proferirono e stamparono; eppure esse rimangono. La vita urge ed incalza que' giovani, ma la piaga da loro aperta non cessa per allentar di balestra.
E dico il vero; perchè se a quelle centinaia di studenti sono imputabili sì l'aperta manifestazione come la volgarità delle ingiurie, non è meno vero che quella gran forza inerte la quale spesso si chiama opinione pubblica, con la sua inettezza ad intendere l'evoluzione monarchica del Carducci, scusa e coonesta in certo modo tanto il tumulto come le ingiurie.
Mi si può chiedere: Perchè così di preferenza togliete passi e giudizi da quel foglio apologetico degli studenti? Rispondo: Appunto perchè di questa massima parte dell'opinione pubblica esso rappresenta l'espressione più esagerata, ma in pari tempo più animosa e sincera.
Ma su questo argomento ritornerò fra poco.
Sono dunque gli scolari stessi che accusano il maestro. Vero è però che nessun tribunale accoglie l'accusa e, seguendo il paragone incominciato, nessun ministro di giustizia apparecchia la cicuta al nuovo corruttore della gioventù. Anzi quelli che in certo modo rappresentano l'autorità delle leggi, accolgono con grande apparato di cortesia e di difesa il maestro oltraggiato, il quale non richiede altro schermo che la propria coscienza. Mancano dunque e tribunali e cicuta; ma anche voi mancate, o Simmia, o Cebete, o Fedone, e tu Apollodoro che non ragionavi no alla morte del Maestro mirabile, ma piangevi solo.
Gli scolari del Carducci--e per scolari intendo non pure quelli che frequentarono le sue lezioni, ma quanti nel rinnovamento degli studi dovrebbero riconoscere lui come maestro--i suoi scolari, dico, non scesero con lui nel combattimento: essi, pur fatta alcuna eccezione, hanno troppo da attendere alle loro piccole ricerche erudite e alle loro piccole scuole.
Socrate moriva per risalire il corso dei secoli: invece grande aura di tristezza già ottenebra la fronte del Poeta. Egli scende vivo nella sua idealità e la gente nuova senza di lui palpita e s'agita al nuovo viaggio umano.
Parole mistiche forse sono queste, ma che spero abbiano ad acquistare luce di verità da ciò che segue.
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La requisitoria degli insultatori si fonda sui fatti e su le parole stesse del Poeta ed ha tutti i caratteri di una logica brutale e invincibilmente ignorante.
--Non scriveste voi l'inno a Satana? non cantaste voi la rivoluzione francese? non proclamaste voi la repubblica santa, la repubblica vergine? non vi pronunciaste voi stesso repubblicano nel discorso di Lugo e in molte altre occasioni? chi scrisse i Giambi ed Epodi? chi imprecò in tante forme e per tanto tempo ai moderati? chi fremendo ricordò il nipote di Carlo Alberto cui si fece indossare la divisa di Radetsky? Ed ora voi avete composta l'ode alla Regina; non basta, ma vi siete fatto poeta cortigiano delle gesta di Casa Savoia. Chi ha scritto il _Piemonte_, chi l'ode _Il liuto e la lira_? Ma non basta: mentre noi commemoriamo Mazzini, voi accettavate di essere padrino della bandiera che le gentili donne di Bologna ricamarono per il Circolo monarchico universitario.
Per tali titoli noi vi condanniamo.
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Il citato giornale degli studenti ha però un'osservazione vera e gravissima più che non sembri ad un primo esame, ove dice: «La stampa italiana in generale ha riportata quasi senza commenti la notizia delle dimostrazioni pro e contro Carducci.» Tutt'al più, osservo io, alcuni giornali si mostrarono indulgenti e favorevoli agli studenti, altri d'opposto colore politico li condannarono più o meno aspramente. Molti del pubblico dissero che era una lezione severa ma ben data; altri più miti concedettero ai giovani il diritto di giudicare e biasimare il Carducci, ma ne disapprovarono il modo ed il luogo. Grazie! I più equanimi e liberali «Oh che diavolo--dissero--che non si possa, almeno una volta nella vita mutare francamente opinione e cambiar strada dopo che si conobbe che l'altra era sbagliata, senza che i soliti difensori della morale pubblica ci abbiano a ringhiare alle calcagna! o che si deve pretendere un'assoluta coerenza politica per tutta la vita?»
Grazie maggiori e senza fine!
Del resto non molto diversamente giudicò l'onorevole Ferdinando Martini alla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo, dando così, e per il luogo e per la persona, speciale valore a tale opinione. Ecco come: L'illustre Villari, allora ministro, condannò l'opera degli studenti e disse: «Quando assistiamo a fatti deplorevoli come quelli di Bologna, dove impunemente s'insulta l'uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra vedere dei figli che insultano il loro padre.» La dolorosa e semplice gravità di queste parole può sembrare ed è in fatti compenso all'impunità che si dovette concedere; ma pur è vero che niuna parola l'illustre uomo disse su le cause della dimostrazione: quasi vi si sente il timore di inoltrarsi in un terreno mal fido, dove se era facile condannare la mancanza di rispetto al maestro, non era poi così semplice o breve cosa, lì per lì, in una seduta parlamentare rendere ragione di un complesso di fatti per modo che l'azione del Carducci uscisse giustificata, anzi lodata.
Ma l'onorevole Ferdinando Martini volle con un breve confronto affrontare la questione; e dopo aver deplorato questo rifiorire di spirito settario (_mormorio all'estrema sinistra; approvazioni a destra_) «sì, spirito settario,--aggiunse--perchè chi rimprovera l'evoluzione del Carducci, applaude poi a Victor Hugo che di evoluzioni ne fece parecchie (_approvazioni_).»
Già: Victor Hugo monarchico diventò repubblicano e Giosuè Carducci repubblicano è invece diventato monarchico. È un'equazione perfetta che non fa una grinza e non c'è nulla a ridire!
Ma è possibile pensare che Giosuè Carducci dopo avere speso tutto il suo genio e le sue forze a sostegno di un determinato principio civile e politico, nella giovanile età di cinquantaquattro anni passati si ricreda e professi una fede opposta?
Ammettere questo è ammettere implicitamente la demolizione di un uomo.
Il vero è che questo mutamento sostanziale non esiste se non in alcune forme apparenti che Egli volle accentuare con la sua rude e coraggiosa franchezza. Non è l'evoluzione dell'individuo ma è l'evoluzione dei tempi che, giunti a maturità, hanno necessariamente determinato nel Carducci un'attitudine che prima o non appariva così manifesta o si fingeva di non vedere.
Il paragone parve felice; ma in verità non regge sotto niuno aspetto.
Victor Hugo, anche per speciali circostanze intime e famigliari, monarchico ne' primi anni della giovanezza, a trent'anni si professa di non dubbia fede repubblicana; e in fine la sua mutazione segue e s'accompagna gradatamente al corso dei tempi. Essa è logica e naturale.
Ora tale non si potrebbe dire la mutazione del Carducci se essa fosse, come fu nell'Hugo, cagionata da un nuovo ordine di convincimenti politici.
In oltre, pur prescindendo da diverse condizioni di civiltà e di nazione, non credo possibile un paragone fra i due uomini attesa la diversità della loro indole: il Carducci rigido, schietto, appassionato, ingenuamente semplice ed eroico, naturalmente ribelle; il poeta francese invece ammaliante e accarezzante il pubblico col fascino della continua sua enfasi trascendentale, cui sempre, forse, non corrisposero le intime convinzioni e la pratica della vita[4].
[4] Vedi a questo proposito l'opera: _Edmond Biré_. VICTOR HUGO. Paris, 1891. Perrin et C., etc.
Può darsi che la parola o la concitazione del momento abbiano tradito il pensiero dell'oratore; ad ogni modo sarei curioso di sapere se il Carducci rese grazie all'onorevole amico del servizio resogli.
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Ma ritornando all'effetto che il fatto dell'11 marzo produsse sul pubblico, aggiungerò che un osservatore pessimista potrebbe anche insinuare questa supposizione, che gli studenti fischiatori ingenuamente si prestarono alla gratuita vendetta della non breve schiera dei letterati e dei poeti o invidi, o percossi, o schiacciati dal solo muoversi del gigante, senza che questi nemmeno ne avesse intenzione. Altri poi soverchiamente malevolo potrebbe pensare che a qualcuno de' nostri critici ed eruditi, più o meno grave, più o meno giovane (il quale certo per conto suo non avrebbe mai osato levare la voce verso il Carducci se non in tuono di grande reverenza) nel segreto que' fischi e quegli insulti allargassero piacevolmente il cuore e movessero il pensiero a formulare presso a poco questa considerazione: «È deplorevole, ma era da prevedersi: il Carducci avrebbe dovuto accontentarsi di essere un poeta e basta, invece volle invadere tutto, anche il campo della critica, che spetta di diritto a noi, anche la politica che spetta ad altri.»
Il vero è che la dimostrazione contro il Carducci non oltrepassò nel pubblico le dimensioni di un semplice fatto di cronaca universitaria.
Ora nel non aver notato in quel tumulto che un avvenimento scolastico, consiste gran parte dell'importanza storica e morale del fatto stesso. Tanto è vero che se l'universale degli italiani e della stampa fossero stati in condizioni di giudicarlo nel suo valore, esso non sarebbe potuto avvenire, nè il Carducci vi avrebbe dato pretesto.
Si possono obbiettare le infinite testimonianze di sdegno e di affetto che il Poeta ricevette, ma esse hanno un carattere o privato o ufficiale e sono infine manifestazioni di una minoranza.
La contro dimostrazione del 12, indetta dagli studenti monarchici, cui prese parte la classe più eletta della cittadinanza bolognese, è in parte una giusta protesta contro un insulto volgare fatto ad un illustre concittadino e per altra parte è di natura essenzialmente politica. Vero è che se gli studenti monarchici avessero avuto conoscenza precisa della evoluzione del Carducci, per così darle un nome, non avrebbero avuto molto da rallegrarsi o da vantarsi come di un loro speciale acquisto.
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Nei fenomeni fisici vi sono cause che sfuggono ai sensi, e nei fenomeni morali vi sono cause che sfuggono all'analisi del pubblico: eppure senza giungere alla conoscenza di quelle non è possibile dare esatta ragione di certi fatti. È la gran forza dell'imponderabile!
L'evoluzione del Carducci non segna, come già dissi, un mutamento sostanziale dell'uomo ma dell'universale. Egli non si è mosso che in certe sue attitudini esteriori, dovute all'imperiosa forza che lo costringe a dare risalto netto ad ogni sua opinione; ma è la maggioranza che si è notevolmente spostata, specie in questi ultimi anni ed ora vede il Poeta sotto un aspetto che prima rimaneva come nell'ombra.
Per provare ciò in verità non fa mestieri di battaglia alcuna di parole, o di speciosi equilibri di ragionamento, o di arte dialettica; ma, come a me pare, basta il semplice studio e commento dell'opera del Carducci.
E se nel mio ragionare per avventura mi sfuggiranno parole amare, voglia chi legge attribuirle non a malevolenza verso persona, sì a passione e ad amore di verità. Così pure se alcune affermazioni avranno più l'aspetto di paradossi che di verità, pensi il lettore benevolo che il paradosso talvolta ci appare tale non per assurdo che vi si contenga, ma per soverchia sintesi di vero; e che tal altra esso è nello scrivere ciò che nell'arte del dipingere è lo scorcio. Bisogna osservarlo da lungi che sarebbe a dire nell'intensità e nella solitudine del pensiero.
CAPITOLO III.
IUVENILIA--ALLA CROCE DI SAVOIA--L'INNO A SATANA--GIAMBI ED EPODI--IL DISCORSO AGLI ELETTORI DEL COLLEGIO DI LUGO.
La guida più razionale e sicura per intendere il rivolgimento politico del Carducci, a me sembra sia il seguire quella che è invincibile, massima e sua più intensa e sincera espressione, cioè l'opera poetica; intorno alla quale si raggruppano le molte e varie prose battagliere, sì letterarie che politiche o, meglio, civili, e da quella in certo modo dipendono. La stessa sua produzione filologica e critica che può sembrare straordinaria per chi consideri l'erudito come disgiunto dal poeta, appare invece naturale se si pensa che una stessa unità di entusiasmi e di intenti è cagione sì del canto che delle sapienti e innovatrici ricerche.
Talora alcune poesie sembrano prendere misteriosamente ed improvvisamente le mosse da quelle ricerche come se il fantasma poetico dormente nelle immortali pagine vi aleggiasse evocato, ed hanno la fragranza di un'eterna e ridente giovinezza di sole; talora la maschia e nutrita sua prosa vibra tutta sotto lo sforzo del canto, cui il freno dell'arte a fatica ritiene e costringe.
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Le poesie giovanili del Carducci sono contenute, come è noto, in due raccolte di rime: _Iuvenilia_ e _Levia Gravia_, non sempre nello stesso modo distribuite nelle varie edizioni, giacchè nell'ordinarle l'autore ebbe piuttosto di mira lo svolgersi della sua idea artistica che l'ordine del tempo[5].
[5] Una bibliografia delle opere del Carducci è vivamente desiderata dagli studiosi, chè tale non si può considerare quella che il signor Brilli fece seguire alla quinta ristampa delle prime _Odi barbare_ (Bologna, Zanichelli, 1887) non essendo, come scrive lo stesso compilatore, _nè intera, nè del tutto esatta_, nè, come io aggiungo, distribuita in modo e in proporzioni logiche e chiare.
Sotto al primo titolo sono comprese le rime composte sino al 1860, nel quale anno il Poeta, nella combattente vigoria de' suoi ventiquattro anni, fu assunto alla cattedra dell'università di Bologna.
Nei _Iuvenilia_, scrive il Carducci stesso nel '71 «sono lo scudiero dei classici;» e in vero la forma classica, acquistata non di seconda mano, ma comperata proprio alle origini, riveste quasi interamente con una certa purezza e talora rigidità di linee un pensiero sano nella sua tristezza, vigoroso e composto, così da trarre in inganno su l'età dell'autore, giacchè non pochi versi si direbbero di un poeta di secondo ordine che ha raggiunto il suo pieno sviluppo. V'è di fatto tanta ricchezza d'arte, così maturo apparecchio di studi che pare cosa straordinaria in un giovane.
Se non che, di tratto in tratto, traluce non so quale austera e pur ridente verginità di pensiero, che si compiace ornarsi delle magnifiche vesti classiche; e, quando altri non l'osserva, pare vezzeggiarsi di sfuggita: e allora si sente che non è la maturità del pensiero, ma appena l'estiva aurora che attende il suo meriggio. Inoltre sotto quelle forme composte e perfette (e talvolta modellate con un atteggiamento che ricorda famosi esemplari) si sente fluttuare un rigoglio di forze ancora confuse e germinanti; ma tale è il loro vigore che la scorza della forma le frena a stento e pur qua e là accennano a scoppiare in quelle espressioni libere e rudi, proprie del Carducci, come nel verso:
Il secoletto vil che cristianeggia.
Ora questa percezione di forze originali e maggiori di cui si sente il germe e se ne intuisce lo sviluppo, danno ai _Iuvenilia_ un carattere transitorio. In altre parole il poeta avvenire infirma ed offusca il poeta di allora.
Nei _Iuvenilia_ non è alcuna decisa affermazione politica o filosofica, ma un continuo anelito al bene, un'onestà ed una purità d'intendimenti meravigliose in un giovane. Ben con pure mani e con candida veste egli si accosta all'ara di Febo Apolline!
Il fremito della rivoluzione maturantesi nel decennio, segue il giovane poeta su per il sentiero dell'arte, e se ne risente l'eco, non in allusioni a fatti e uomini del tempo, ma in un bisogno di rinnovarsi e di rinnovare, assorgere ad un vivere civile più libero, più virtuoso, più conforme ai grandi esempi del passato. La tristezza stessa che aleggia su quei canti è tutta ardente d'idealità e di speranza. Rileggendo i _Iuvenilia_ io provo un'impressione strana, come di un uomo che è in fondo ad una valle caliginosa e densa di gravi vapori: respira a stento, eppure cammina con un'energia indomita per salire in alto; molto in alto. O l'uragano o la gran calma delle alte vette lo attendono. Non importa, ma si respirerà meglio lassù. Il suo gran petto e la sua ardente fronte hanno bisogno di questo.
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Le poche poesie d'argomento politico non appartengono alla primitiva raccolta dei _Iuvenilia_, la cui prima stampa fu nel '57 in San Miniato[6], quando il Carducci era appena ventenne e nè meno sono accolte nelle successive edizioni del Barbera,[7] da cui furono escluse per ragioni d'arte e di opportunità. Esse sono: una canzone petrarchesca a Vittorio Emanuele che chiude:
Poi sui colli italiani l'ombra adora di Roma e il voto augusto sciogli di Giulio e di Traian sul busto.
altre rime cagionate dagli avvenimenti di quegl'anni; in fine la nota ode alla _Croce di Savoia_, stampata in fascicoli e messa in vendita e anche in musica nell'ottobre del '59. Nelle edizioni dello Zanichelli vennero poi fuse fra i _Iuvenilia_[8] e fu più giusto criterio perchè esse hanno grande valore nella storia del suo pensiero politico.
[6] _Rime di Giosuè Carducci._ San Miniato, tipografia Ristori, 1857. Edizione che ora non si trova in commercio.
[7] _Poesie di Giosuè Carducci (Enotrio Romano)._ Firenze, Barbera. (Quattro ristampe, '71, '74, '78, e '80).
[8] _Iuvenilia._ Edizioni definitive dell'80 e del '91. Bologna, Zanichelli.
Il Carducci, fin da allora repubblicano classico (tanto per esprimere con parola poco determinante una quantità di fatti e di idee determinate, ma che richiederebbero assai tempo per dichiarare convenientemente) repubblicano per istudi, per l'antica origine della sua gente, per educazione famigliare, per la perfetta italianità del suo genio, dimostra in questo canto giovanile come il concetto dell'unità politica fosse in lui superiore a qualsiasi preoccupazione partigiana, supposto che ve ne fosse stata. Inoltre in questo poetico e gentile invocare l'elemento signorile, conservatore, eroico-feudale a fondersi con il popolo e con la borghesia, non si contiene un'esplicita affermazione di fede monarchica, come poi gli fu mosso rimprovero, quanto un'aspirazione sincera e sinceramente espressa di valersi di tutte quelle forze etniche e storiche che, formanti, per così dire, la complessa geologia morale di questa secolare Italia, potevano contribuire validamente a risaldare la compagine della risorgente nazione.
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Sotto il secondo titolo di _Levia Gravia_ si raccolgono le rime composte fra gli anni 1861-1867, cioè nel tempo in cui, anche a cagione dell'alto ufficio, rivolse tutta la sua mente ad ampliare ed approfondire la sua coltura; tempo «vissuto--come Egli stesso dice--in pacifica ed ignota solitudine fra gli studi e la famiglia.»
Nei _Levia Gravia_, scriveva il Carducci nel '71, «faccio la mia vigilia d'armi;» ma dieci anni dopo, nella prefazione ad una definitiva ristampa (Bologna, Zanichelli, 1881), così ne ragiona: