Part 7
Al pari di Claudio vescovo di Torino, è iconoclasta Agobardo arcivescovo di Lione,[256] autore di un libro _contra eorum superstitionem, qui imaginibus et picturis sanctorum adorationis obsequium deferendum putant_. Ma l'opera di Agobardo giovò più alla causa del razionalismo che a quella della riforma, e la maggior parte degli scritti di Agobardo sono indirizzati contro le superstizioni popolari. Nel libro _de grandine et tonitruis_, combatte l'ignoranza del volgo, il quale crede che con preghiere ed esorcismi si possa torcere il corso della natura. Il che importerebbe non pure che Dio possa mutare i suoi consigli, ma che nel governo del mondo abbiano parte quelli, mediante i quali accadono questi mutamenti. Contro il duello giudiziario scrive un prezioso trattato, _Liber adversus legem Gundobaldi_, in cui mette a nudo l'assurdo di chieder la divinità di opere, che spetta a noi compiere, come la ricerca della verità. Chi ci assicura che la Divinità si presti al piacer nostro, e che la vittoria non sia dell'innocente, ma del più abile? La virtù lungi dal trionfare, anzi il più delle volte suole essere oppressa; talchè al cristiano s'insegna di nulla sperare e nulla temere da questo mondo. Questi trattati si rivolgono contro pregiudizii e superstizioni popolari; nè certo in essi, ma in quelli schiettamente teologici troveremo qualche accenno alle idee che più tardi saranno sostenute dai Valdesi. Così nel libro contro Fredegiso sostiene non doversi la Bibbia intendere sempre alla lettera, chè il contenuto è certo divino, ma la forma, vale a dire imagini e parole, sono umane, e adatte alla condizione dei tempi. Tutto ciò che è umano non può pretendere mai all'infallibilità, e la principale virtù dell'uomo è l'umiltà, nella quale si riconosce la propria fragilità. Dal che l'avversario Fredegiso nell'interesse polemico dedusse che Gesù, praticando l'umiltà, si riconosceva capace di peccare. Conseguenza giusta, a cui Agobardo s'argomenta di sfuggire adducendo esser l'umanità di Cristo di una natura sua propria, e non assimilabile a quella degli altri uomini. La qual risposta avrebbe porto argomento a discutere del rapporto delle due nature in Cristo; ma la polemica non ebbe seguito. Come anche non ebbe seguito l'altra discussione sull'eternità della Redenzione. Agobardo volendo conciliare insieme i due punti, che non si è salvi se non per opera di Cristo, e che la salute abbia potuto aver luogo in tutti i tempi, ammetteva la preesistenza del Salvatore all'Incarnazione. Il che veniva negato da Fridegiso sull'autorità di Agostino.[257] Ma nè questa quistione nè la precedente si connettono colle polemiche riformistiche; onde non a torto il Monastier tien più conto di Claudio che di Agobardo, e questo ultimo solo in un senso molto largo si potrebbe annoverare tra i predecessori dei Valdesi.
Nè si può contare a stretto rigore neanche Berengario (999-1088), sebbene nella polemica che questo coraggioso prete sostenne contro Lanfranco sono ben messi in rilievo due punti di molto interesse nel Protestantesimo; il carattere simbolico dell'Eucaristia, e la preferenza data alla Bibbia (purchè la s'interpetri nel suo spirito) in confronto della tradizione religiosa. Ma più ci avviciniamo al secolo XII, ed in maggior numero scopriamo precursori della dottrina valdese. Verso l'anno 1110 un laico di Amsterdam, di nome Tanchelino, insurse contro il clero corrotto. Par che cominciasse dal combattere la dottrina agostiniana, che i doni di Dio arrivano sempre a chi li riceve con fede, anche se il messo che li porta sia indegno come Giuda.[258] Egli invece predicava non giovare il sacramento se non in ragione della santità di chi l'amministra.[259] Dottrina, che s'era già fatta strada tra i Patarini, e per averla prima di Tanchelino predicata un tale di Cambray fu arso vivo, esecuzione iniqua contro la quale protestò Gregorio VII, chiedendone stretto conto al clero cameracense.[260] Ma pare che non s'arrestasse a questo punto l'eresiarca di Amsterdam. Se i Sacramenti non valgono di per sè, ma solo in quanto mettono in comunione le anime pie e devote, non sono dappiù di un simbolo; nè hanno alcuna virtù sovrannaturale, e ogni uomo pio può somministrarli.[261] Non c'è dunque ragione di prestare un ossequio superstizioso ai sacerdoti e vescovi. Ogni fedele, di anima pura, è sacerdote, massime se è sotto l'ispirazione diretta del Santo Spirito. E tale è Tanchelino, che predicando la schietta verità, non è solo al di sopra dei sacerdoti e vescovi, ma può aspirare a ben più alti onori. Nè la madre stessa di Gesù, la Vergine Maria, gli rifiuta la sua mano. Anzi queste mistiche nozze, a quel che dice un cronista, furono celebrate con pompe e donativi. Tanto potere s'era acquistato sulle turbe il nuovo Profeta, che vestito di gemme, e legati i capelli da triplice nastro, procedeva alla testa di tremila persone che lo veneravano più che santo, fino al punto da bere l'acqua del suo bagno.[262] Non ostante questo favore popolare, Tanchelino fu ucciso da un prete nel 1125 secondo alcuni, nel 1115 secondo altri.[263]
Contemporaneamente a questo movimento nelle Fiandre ne scoppia un altro nel mezzogiorno della Francia, e dalla provincia arelatense si estende e si dilarga _more pestis validae_, dice l'abate di Cluny. Il capo di questa eresia è Pietro di Bruys, il quale nega il battesimo dei bambini, la necessità di consacrare fabbricati appositi al culto, l'adorazione della croce, l'eucaristia, infine le messe, orazioni ed elemosine in suffragio dei defunti.[264] Dottrine che abbiamo già viste mescolate a tante altre nel Catarismo, e che fra non molto saranno accolte nella loro integrità dai Valdesi. Il numero dei seguaci s'ingrossava rapidamente, ed uno dei discepoli, il monaco Enrico, ebbe tal seguito che gli eretici di quel tempo vanno più col nome di Enriciani, che non Petrobrusiani.[265]
Enrico cominciò in Tours le sue predicazioni contro il fasto e la dissolutezza del clero. E l'argomento non era fuor di proposito, chè non ostante i rigori dei Pontefici, i preti perduravano nelle antiche consuetudini, e più d'un secolo dopo le riforme gregoriane il concilio lateranense del 1177 fu costretto ad inserire un canone contro i sacerdoti concubinarii.[266] Il terreno era dunque bene scelto, e la vittoria certa. Adoperava le stesse armi dei Patarini e di Tanchelino, e, nuovo Arialdo, sapeva accendere l'animo del popolo così, che il vescovo Ildeberto ebbe a durar fatica se volle salvare dall'ira della turba i sacerdoti e i lor figli.[267] Espulso dalla diocesi di Tours, continuò la sua propaganda nel Poitou, e di là sino a Tolosa. E l'eresia faceva così rapidi progressi, che Eugenio III[268] fu costretto a mandare per suo legato nel Tolosano il cardinale Alberico, che scelse a suo compagno S. Bernardo. Di questo ultimo abbiamo ancora due lettere, in cui il pericoloso monaco è ritratto coi più neri colori; lo si rimprovera d'incontinenza, ingordigia e venalità;[269] gli si appone a colpa sinanco il peregrinare di città in città secondo il costume apostolico.[270] Ma queste accuse mal nascondono le ansie del santo abate, il quale ben conosce il valore dell'avversario suo, nè si dissimula il successo da lui riportato. Vuote son le chiese, ei dice, il popolo senza sacerdoti, i sacerdoti senza autorità, i Cristiani senza Cristo.[271] Il che mal s'accorda col ritratto che ei fa di Enrico, essendo ben difficile che un uomo sì corrotto operi tali miracoli, ed un freddo ed astuto calcolatore valga a infondere altrui il fuoco sacro.
La verità non s'ha da cercare nelle studiate accuse dei polemisti, ma nelle ingenue parole della vecchia cronaca, il cui autore pur non credendoci, ci parla della fama di santità e di scienza che accompagnava il novatore.[272] E per testimonianza degli stessi cattolici gli eretici o manichei o petrobusiani o che altro fossero, appunto per questo ottenevano presto il favor popolare, che di contro alla mollezza della maggior parte del clero menavano una vita austera e faticosa.[273] Pellegrinavano di paese in paese, sempre stranieri dovunque, non possedendo in alcun luogo o un tetto o un campo per sè, solleciti soltanto della salvezza delle loro anime, non altro tesoro portando seco, fuor dell'invitta fede che li animava.[274] In olocausto alla quale essi sacrificavano la lor vita, gittandosi lieti e volenterosi nelle fiamme. Costanza eroica, degna dei primi martiri del Cristianesimo, e non ultima causa del rapido dilatarsi delle dottrine eterodosse![275]
Gli è vero, che Evervino parla qui dei Catari, ma egli stesso ci narra di altri eretici, i quali pur non accettando i principii dualistici, evacuant sacerdotium Ecclesiae et dannant sacramenta praeter baptismum solum et hunc in adultis.... in suffragiis sanctorum non confidunt .... orationes vel oblationes pro defunctis annihilant.
Il qual passo della lettera di Evervino ci mostra come in breve tempo le dottrine di Enrico e di Pietro dalle rive della Garonna sieno arrivate sino al Reno, ove questi antichi protestanti non pur si distinguevano dai Catari, ma entravano bene spesso con essi in polemiche ardenti.[276] Questo ebbe luogo negli ultimi anni di Eugenio III, e prima ancora che fosse assunto al trono imperiale Federigo Barbarossa. Dal che si comprenderà come tal movimento si dilatasse e divenisse più minaccioso negli anni successivi, in cui i papi Adriano IV ed Alessandro III ebbero a sostenere contro Federigo I una lotta non meno aspra e difficile di quella che pressochè un secolo prima s'impegnò tra Gregorio VII ed Enrico IV. Ed in quegli anni appunto in cui il mondo cattolico era diviso tra Alessandro III e i tre antipapi, che successivamente gli furono opposti, s'udì in Lione la voce di Pietro Valdez,[277] che venduto tutto il suo, e distribuitone il prezzo ai poveri, si mise alla testa di una setta che da lui prese il nome di Valdesi, e dal luogo onde mosse, e dalla vita mendica che menava si disse anche dei _Poveri di Lione_.
III
Le fonti non sono d'accordo sull'occasione che provocò la risoluzione del Valdez. L'anonimo di Passau l'attribuisce alla morte improvvisa di un signore di Lione convenuto col Valdez ed altri amici ad un'adunanza;[278] il cronista laudunense invece fa cenno di un racconto della vita di S. Alessio, che avrebbe siffattamente tocco il nostro Pietro da recarsi sull'istante presso un maestro di teologia per chiedergli della vera via di salute. Ed il mercatante lionese, arricchito sinoggi ai danni altrui, ottiene in risposta che la via della salute sta nel disfarsi di tutto, e seguir Cristo, essendo molto più facile che un cammello entri nella cruna di un ago, anzi che un ricco in paradiso.[279] Forse il primo racconto sarebbe più verisimile, e anche di Budda dicesi che lo spettacolo delle miserie umane gli abbia acceso nell'animo il fervore religioso. Ma comunque sia, l'apparizione del Valdez, non è un fatto isolato, nè difficile a spiegare. Già prima di lui altri novatori avean predicate le stesse dottrine. E tutte le anime religiose sentivan bene che a lungo andare la Chiesa cattolica sarebbe stata logorata da quei mali, che un Pier Damiani ed un Bernardo confessavano apertamente. Nè la Chiesa dei Catari, sebbene più austera della sua rivale, potea farne le veci, che per le stranezze dei dommi mal s'accomodava al genio occidentale. Non restava dunque se non una riforma del Cattolicismo molto più profonda e radicale di quella cominciata da Gregorio VII. E giacchè il clero non ostante le vittorie patariniche continuava negli antichi errori, se salute era possibile, del laicato solo si aveva a sperare.
In queste condizioni sorge Pietro Valdez, ed il primo atto del suo apostolato è di spogliarsi delle male accumulate ricchezze.[280] E lasciata alla moglie, secondo la cronaca laudunense, tutta la sostanza immobiliare, dotate convenientemente le figlie che chiude in un convento, il resto dei suoi averi distribuisce tra i poveri. Lo stesso cronista ci racconta che infierendo in quel tempo la carestia per la Francia e la Germania, il Valdez soleva distribuire pane e carni a chiunque gli capitasse. Così la fama della sua carità si spargeva di città in città; tutti i bisognosi facevan capo a lui, e per soccorrerli ei spendeva l'ultimo denaro. Ben si maravigliavano gli amici, e lo tenevano per pazzo, ma egli seguendo la sua via, nel dar fondo a tutto il suo, stimavasi affrancato da una grande servitù.[281] Per tal guisa il mercatante di Lione cresciuto tra gli agi e le mollezze si compiacea di tornar povero, ed accattava anche lui battendo alle porte dei compagni antichi.[282] Quanta differenza dai prelati della Chiesa, che non istanchi di accumulare ricchezze, misuravano la dignità del loro ufficio dallo splendore delle vesti e dal lusso degli equipaggi!
Il primo punto dunque dell'insegnamento di Valdez è la povertà volontaria, principale mezzo di salute. I Patarini ed i Catari sull'autorità degli stessi testi evangelici avean sostenute le medesime dottrine, facendone un'arma potente contro la simonia del clero.[283] Ma mentre i Catari obbligano anche i perfetti a vivere del lavoro delle proprie mani, e vietano severamente l'accattonaggio, il Valdez lo predica, e lo inculca col suo esempio come severa prova di umiltà. Per questa ragione i seguaci dell'apostolo lionese accanto alla denominazione di Poveri di Lione si gloriano di portare quella di Umiliati.[284] Più tardi questa dottrina della povertà assoluta, e del gran merito dell'accattare verrà ripresa e sostenuta calorosamente dai Francescani.
Questa dottrina della povertà se potea suonare come protesta contro il fasto e le mollezze dell'alta prelatura, non era certamente anticattolica, nè abbiamo motivo a negar fede all'anonimo laudunense che racconta essere stato il Valdez grandemente lodato da papa Alessandro III pel voto fatto di volontaria povertà.[285] Ma sovra un altro punto lo stesso Papa non poteva transigere, nè egli nè il suo successore vi si piegarono, voglio dire sulla predicazione. Il Valdez conosciuta la vera via della salute, non fuggì in un lontano romitaggio per consacrarsi alla preghiera ed alla penitenza secondo il costume degli antichi cenobiti; ma bene invece sentì il profondo bisogno d'insegnare agli altri quello che a lui venne fatto di scoprire. Il Valdez avea l'istinto del riformatore religioso, e ben sapeva trasfondere altrui l'intimo suo convincimento. Nè solo lui, ma tutti i discepoli, a simiglianza degli apostoli, andavano pellegrinando per la terra a spargere la nova parola; nè ha torto il Dieckhoff di chiamare il sodalizio fondato dal Valdez col nome di liberi predicanti. E come ad imitazione dei poveri di Lione sorsero i poveri d'Assisi o frati minori, così ad imitazione dei predicatori valdesi nacquero i frati predicatori. In queste faticose pellegrinazioni i Valdesi non solo sulla povertà predicavano, ma su tutto l'indirizzo morale e religioso, spiegando i libri sacri,[286] che Valdo avea a sue spese fatto volgere in provenzale da due ecclesiastici, un Bernardo Idro che scrivea ed uno Stefano di Ansa che dettava la traduzione.[287] Essi non furono i primi a volgarizzare la Bibbia, avendoli preceduti i Catari che dei testi tradotti faceano largo uso nelle loro polemiche contro la Chiesa cattolica. Certo nessun'altra setta ebbe in tanta venerazione i sacri testi, la cui autorità più tardi sarà messa al di sopra della tradizione; e se lo studio della Bibbia non è il tratto più novo e più caratteristico della nuova setta, certo non è meno importante degli altri già descritti. Ed io sarei per credere che la povertà, la libera predicazione ed il culto della Bibbia non si possono scindere l'uno dall'altro da chi voglia riprodurre tutta intera la fisonomia della nuova setta.
Le autorità ecclesiastiche mal tolleravano che dei laici idioti od illetterati non solo usurpassero l'ufficio della predicazione, ma s'adoperassero a spiegare i libri santi, i quali vanno interpetrati e commentati con molta cautela. Talchè lo stesso Alessandro, che avea lodato il voto di povertà fatto dal Valdez, interrogato forse il concilio raccolto nel Laterano nel 1179, vietò a lui ed ai suoi compagni di predicare senza il permesso dell'autorità ecclesiastica locale.[288] Già questa, ben conscia dei pericoli di una predicazione laica, lungi dall'incoraggiarla, l'avea repressa, e Stefano di Borbone ricorda che Giovanni, vescovo di Lione, chiamati a sè i Valdesi, proibì loro di occuparsi della Bibbia e di commentarla e divulgarla per le vie.[289]
Non per questo smesse l'ardito novatore, e dicesi che alle ingiunzioni del vescovo rispondesse come l'apostolo al principe dei sacerdoti, doversi obbedire più a Dio che agli uomini.[290] Ma il principe dei sacerdoti, Lucio III, scomunicò lui e i suoi seguaci,[291] e da quel giorno cominciarono le ardue prove per la novella società. Espulsi da Lione, andarono raminghi per diverse contrade, non cessando dal loro apostolato, e pare che convinti della propria ortodossia contro il decreto di Lucio, s'appellassero ad Innocenzo III, dal quale invocavano eziandio l'approvazione del loro sodalizio.[292]
Innocenzo al certo poneva differenza tra Catari e Valdesi, e questi come meno eterodossi trattava con maggiore indulgenza. Prova ne sia quel Durando de Osca, capo di una frazione detta degl'Inzabattati, il quale appellatosi a lui dalla scomunica dell'arcivescovo terraconese, non solo fu riammesso nel seno della Chiesa, ma dopo esplicita dichiarazione di fedeltà alla Santa Sede ebbe licenza di conservare il suo istituto.[293] Non trovarono però eguale accoglienza gli altri leonisti, che non vollero abbandonare le dottrine della predicazione laica, e della libera interpetrazione della Bibbia. Contro costoro Innocenzo tenne duro, e in luogo di essi approvò un altro sodalizio, che pur facendo voti di povertà come i Valdesi, ne respingeva le pericolose dottrine. Questi nuovi zelanti, che col tempo dal loro capo prenderanno il nome di francescani, dicevansi allora poveri minori, e più tardi per non andar confusi cogli emuli di Lione si dissero frati minori.[294] E nel concilio lateranense del 1215 i Valdesi furono scomunicati non meno dei Catari e dei Passagini, e condannati al pari di loro al ferro ed al fuoco.
Le persecuzioni si fecero allora più feroci, e la società valdese si disperse in opposte e remote contrade. Dove sia andato il Valdez non si sa, e il luogo e il tempo della sua morte s'ignora. Certo la sua memoria crebbe venerata tra i suoi seguaci, che lo ebbero per santo così da rimproverare i Poveri Lombardi che non credessero all'impeccabilità di lui, come di nessun altro uomo al mondo.
IV
Dalla condanna del concilio lateranense, o forse anche più in su dal giorno in cui Innocenzo respinse le proteste dei Valdesi, cominciò per loro un nuovo periodo, che diremo delle lotte, per distinguerlo dal periodo precedente o delle origini. La differenza tra questi due periodi fu già rilevata dal Dieckhoff, che seppe ben classificare le fonti secondo un criterio cronologico.[295] Nè so capire il perchè gli scrittori di cose valdesi siensi allontanati dalla via così luminosamente tracciata dal loro predecessore. Si può ben dire che il Dieckhoff abbia errato in qualche punto secondario, come ad esempio che faccia l'Alano più antico di quel che sia; ma non si può negare che in Alano e nel Foncaldo la dottrina valdese poco s'allontani dal cattolicismo, e che se ne stacchi molto di più nel Borbone, nel Moneta, nel Sacconi, e rompa di tutto punto in Davide d'Ausburgo. Questa disparità delle fonti è dovuta al tempo in cui apparvero, ed al successivo sviluppo della dottrina valdese.[296]
Dal principio, come dicemmo, i Valdesi si tenevano per buoni cattolici,[297] nè sapeano intendere il perchè un laico non avesse da leggere ed interpetrare la Bibbia, e gli fosse conteso di spandere presso i popoli la parola del Signore.[298] Non erano forse laici gli apostoli, che andavano di contrada in contrada predicando la buona novella? E non leggiamo nell'antico Testamento che Mosè lungi dal portare invidia ai profeti, desiderava invece che tutti profetassero?[299] Del resto neanco nei nuovi tempi mancarono laici, che predicassero con successo la parola del Signore, e dalla Chiesa non che impediti venner levati sugli altari, come ad esempio il beato Onorato e santo Equizio.[300] I Valdesi non capivano che in una Chiesa costituita gerarchicamente non possano commettersi a chiunque uffici così delicati come l'interpetrazione dei sacri testi e la predicazione. Ed attribuivano perciò il divieto all'invidia o alla gelosia del clero, che non volendo abbracciare la povertà voluta dal Cristo, mal tollerava che altri e colla voce e coll'esempio la predicasse.[301] D'una ingiunzione, dettata da motivi siffatti, era dunque lecito e doveroso non tener conto, perchè secondo Pietro non agli uomini ma a Dio bisogna obbedire.[302]
La disobbedienza agli ordini emanati dal Papa e dal concilio fu il primo atto di aperta opposizione dei Valdesi,[303] che provocò polemiche astiose, e novelle scissure. I cattolici sull'autorità del concilio lateranense sostenevano che l'ufficio di predicazione spettasse ai soli sacerdoti, e non a tutti, bensì a quelli prescelti dai vescovi.[304] I Valdesi protestavano contro queste restrizioni, e stimavano lecito a chiunque sapesse la parola del Signore il predicarla, senza distinzione nè di sesso nè di età nè di condizione.[305] E che anche le donne possano esercitare l'apostolato lo provavano coll'autorità della lettera a Tito, e coll'esempio di una profetessa.[306] Coteste dottrine erano diametralmente opposte, l'una ripeteva il diritto della predicazione dalla scelta del vescovo, l'altra dall'ardore e dalla scienza dell'insegnante. E trapassando dall'insegnamento a tutti gli altri uffici religiosi, l'una dottrina non teneva conto se non dell'ordinazione, l'altra del merito.[307] Dal che seguiva questa conseguenza notevole, tirata dagli Arnaldisti prima dei Valdesi, che solo ai sacerdoti o ministri buoni bisogna obbedire, vale a dire a quelli che nella loro vita e nei costumi loro si mostrano degni seguaci degli apostoli.[308] Imperocchè se il merito solo e non l'ordinazione è la fonte della dignità sacerdotale, quelli che nelle opere loro si mostrano impari all'alto ministero, hanno perduto non ostante l'ordinazione ogni autorità.[309]
Dottrina siffatta è non solo contraria alla cattolica, che non riconosce altro giudice del sacerdote all'infuori del superiore gerarchico; ma benanco alla protestante, che attribuisce minor merito alle opere che non alla fede.[310] Con tutto questo e gli Arnaldisti, ed i Valdesi la professavano, come ci viene concordemente attestato da fonti antichissime, quali Alano e l'Abate di Foncaldo, la cui autorità nessuno può revocare in dubbio.[311]