L'eresia nel Medio Evo

Part 43

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[848] Queste erano le obiezioni tra gli altri del nuovo generale francescano Giraldo Odone, come dice l'Occam nell'_Opus_, pag. 1235. Il cap. 8 del _Compendium_ torna su codeste opposizioni (pag. 973). Et prima quidem objectio est, quod non potest papa haereticari, nec contra fidem errare. Sed huic cavillationi leviter potest obviari. (E vi risponde adducendo alcuni esempi di papi che fallirono). Secunda objectio cavillosa est quod Papa non habet superiorem in his. (Anche qui adduce alcuni esempi di Papi accusati e giudicati). Tertia objectio cavillosa est, quod a Papa non potest appellari. — Sed Papa habet superiorem, quia concilium generale. Cum etiam Papa haereticus effectus minor sit quocumque catholico. [Vedi più sopra, p. 529, nota 1].

[849] _Opus nonaginta_, pag. 1233. Ipse autem non permittit generale concilium congregari, et ita se subjicere correctioni et emendationi illorum, quorum interest, recusat. Ergo haereticus est censendus.

[850] _Octo quaestiones_, I, cap. 17 (GOLDAST, pag. 332). Si autem episcopi vel noluerint vel nequiverint papam haereticum judicare, alii catholici, maxime Imperator, si catholicus fuerit, ipsum judicare valebit.

[851] MAGISTRI GUILHELMI DE OCKAM, _Super Potestate summi Pontificis Octo quaestionum decisiones_ (GOLDAST, II, 313-391). Bisogna convenire col Riezler (op. cit., pag. 249) che questo titolo è affatto sbagliato, perchè nè Occam decide nulla (pag. 391: Quid autem sentiam de praedictis non expressi); nè discute solo della potestà pontificia, ma benanco dell'imperiale. Se non che se l'opinione personale di Occam non è espressa apertamente, egli però ben ne aveva una, come dice lui stesso (non ut aliqua CERTA VERITAS in dubium revocetur, l. c.), e parmi che il dotto storico esageri affermando che mal si potrebbe indovinare qual sia. Non i singoli passi, ma l'orditura stessa del libro ci dice qui, come nell'_Opus nonaginta dierum_, che cosa pensi l'autore. Basterà addurre per esempio la prima quistione, perchè allo stesso modo sono discusse tutte le altre. La quistione è: utrum potestas spiritualis suprema et laicalis suprema, ex natura rei, in tantum ex opposito distinguuntur, quod non possint formaliter simul cadere in eundem hominem. Nel primo capitolo viene svolta l'opinione che respinge la fusione dei due poteri. Nel secondo quella che l'ammette. Nel terzo e quarto un'opinione intermedia, la quale ammette la separazione, non però per necessità di natura, bensì quale istituto di fatto e voluto da Dio. Nel quinto capitolo l'autore adduce le ragioni, che si oppongono all'opinione antipapista, ma molto brevemente e quasi chiedendo scusa del fatto suo. (Quia autem in hoc opuscolo censui solum modo recitando et allegando procedere, narrandum est, ecc.) Molto più diffusamente nei successivi dodici capitoli espone le obbiezioni contro la teoria papista, e poscia ad una ad una combatte le ragioni, che si sogliono addurre in suo favore. In un solo capitolo, nell'ottavo (pag. 323), cita alcune repliche contro le obbiezioni precedenti, ma per respingerle. Può esservi dubbio, che egli sta per la separazione dei due poteri?

[852] Leopoldo di Bamberga avea distinto tra il regno tedesco e l'impero romano. Il re tedesco non appena eletto ha diritto di governare le provincie, che stavano sotto lo scettro di Carlo Magno, come immediato suo successore, nè gli occorre alcuna conferma del Papa. Non può però nè prendere la corona imperiale, nè esercitare alcun potere sulle provincie, che non appartenevano a Carlo Magno, se pria il popolo romano, secondo l'antica consuetudine, non l'abbia acclamato imperatore. In quest'ultimo punto (MÜLLER, _Der Kampf_, II, 86) Leopoldo è d'accordo con Marsilio. E l'Occam lo combatte (pag. 383): Electio regis et imperatoris, quae nunc per principes electores succedit, subrogata est in locum successionis vel electionis, quae quondam fiebat per populum romanum, seu per exercitum, qui populus romanus seu exercitus tunc repraesentabat totum populum romano imperio subjectum secundum istum Doctorem (evidentemente Leopoldo). Da questo accenno a Leopoldo il Riezler trae la prova che le _Octo quaestiones_ sono state scritte non pria del 1339, perchè a quel tempo rimonta lo scritto del bambergese. Io aggiungo che l'Occam (pag. 382) cita anche la decisione, data dai principi elettori riuniti a Rense il 16 luglio 1338.

[853] V. più sopra, p. 538, nota 2. Qui aggiungo che nella seconda quistione: utrum suprema potestas laicalis proprietatem sibi proprie habeat immediate a Deo, l'Occam non nasconde le sue ripugnanze contro l'opinione: imperium est a Papa, e spende ben nove capitoli dal 6 al 14 per ribattere le ragioni, che se ne solevano addurre in sostegno.

[854] Ludovico nel decreto _licet juris_ stabiliva che anche il titolo d'imperatore vien conferito dall'elezione, mentre i principi elettori credevano che non si potesse prendere se non dopo l'incoronazione, come s'era sempre praticato sin qui. E l'imperatore ebbe a piegarsi al loro avviso nel decreto _fidem catholicam_, che fu certo redatto dal minorita Bonagrazia, uno dei compagni di fuga dell'Occam (MÜLLER, _Der Kampf_, pag. 76-81).

[855] Pag. 369. Quinto quaeritur: utrum rex haereditarie succedens accipiat aliquam potestatem super temporalia ex eo quod a persona ecclesiastica inungitur consecratur et coronatur, vel solum ex hoc aliquam consequatur gratiam doni spiritualis. Che l'Occam rifiutasse la prima alternativa parrà chiaro a chi confronti il capitolo quinto col successivo (pag. 370-71), e che abbracciasse la seconda si vede da questo, che alle brevi obbiezioni fatte nel capitolo ottavo si risponde con forza nell'ultimo capitolo, che chiude la discussione.

[856] Pag. 374. Septima quaestio: utrum si talis rex ab aliquo altero archiepiscopo, quam ab eo, qui antiquitus coronare consuevit, vel sibi ipsi coronam imponeret, per hoc perderet titulum vel potestatem regalem? La risposta negativa, che l'Occam preferisce, è svolta largamente nel capitolo secondo, laddove l'affermativa è accennata di volo nel capitolo primo. Questo partito di ammettere che l'incoronazione possa farsi anche da altra autorità ecclesiastica, che non fosse il Papa, era, secondo il Müller (_Der Kampf_, pag. 78-80), un tentativo di conciliazione tra l'avviso dell'imperatore e quello dei principi elettori. Lo stesso Müller ha trovato riscontri importanti tra le _Octo quaestiones_ ed una scrittura pubblicata dal Ficker, e precedentemente nota pei memorabili di Enrico di Hervord, e prima ancora per la cronaca di Ermanno Corner.

[857] Pag. 374. Sexto quaeritur: utrum rex hereditarie succedens sit coronatori in aliquo subjectus. Anche qui la risposta negativa è più validamente dimostrata della positiva. E s'adduce questo argomento ad hominem contro le pretensioni papali: Non enim Papa, qui nullum jus habet, nisi eligatur canonice, electoribus est subjectus .... Imperator .... non habet jus imperiale nisi a populo, et tamen populo non erit subjectus .... ergo multo minus coronatori suo est subjectus.

[858] _Tractatus de Jurisdictione in causis matrimonialibus_ (GOLDAST, I, 21-24). Vedi più sopra pag. 61, nota 1, ove ho riportato alcuni passi che accennano al concetto del matrimonio civile. Debbo però aggiungere a quella nota che il Riezler nell'_Historische Zeitschrift_ (40, 328), arrendendosi alle osservazioni del Scheffer-Boichorst, non crede più che lo scritto di Marsilio da Padova sullo stesso argomento (GOLDAST, II, 1386-1391) sia apocrifo. Sulle differenze tra i due trattati vedi il MÜLLER, _Der Kampf_, II, 160.

[859] Il Dialogo, come dicemmo più sopra (pag. 62), va diviso in tre parti. La prima (GOLDAST, II, 398-739) suddivisa in sette libri, è intitolata _De haereticis_ e vi torneremo di qui a poco. La seconda (740-770) è l'opera già esaminata _De dogmatibus Papae Johannis_. La terza (771-976) è intitolata _De gestis circa fidem altercantium catholicam_, e si divide, come dice l'autore stesso (pag. 771), in nove trattati. Primus quidem disputando de potestate papae et cleri. Secundum de potestate et juribus Romani Imperii. .... Tertius de gestis Johannis XXII .... Quartus de gestis Domini Ludovici de Bavaria. Quintus de gestis Benedicti XII. Sextus de gestis fratris Michelis de Cesena. Septimus de gestis et doctrine fratris Giraldi Odonis. Octavus de gestis fratris Guillelmi de Ockam. Nonus de gestis aliorum christianorum, ecc. Il Riezler (op. cit., pag. 263) ha già notato che dalla lettera del Badio al Tritemio, riportata dal Goldast (pag. 392-93), si raccoglie che il primo editore Trechsel ebbe tra mani tutti i trattati; ma gli ultimi sette, ove si contenevano difese ed accuse amariores, quam ut vulgo legerentur, lasciò da parte. E così non sono pervenuti a noi se non due trattati. Il primo trattato si suddivide in quattro libri, dei quali il 1º tratta de potestate Papae (pag. 770-82); il 2º discute la quistione: an expediat toti communitati fidelium uni capiti, principi ac praelato fideli sub Christo subjici et subesse (pag. 788-819); il 3º torna sull'argomento toccato anche nella prima parte del Dialogo: qualis fides scripturis aliis, quam canonicis, debeat adhiberi (pag. 819-845); il 4º riesamina il quesito anch'esso svolto nella prima parte del Dialogo: an Christus de facto constituerit beatum Petrum principem et praelatum aliorum apostolorum et universorum fidelium (pag. 846-889). Il secondo trattato si suddivide in tre libri, dei quali il 1º inquirit an toti generi humano expediat unum Imperatorem universo orbi praeesse (pag. 889-902); il 2º quae jura habeat Imperator romanus super temporalia investigat (pag. 902-925); il 3º perscrutat, an Imperator romanus super spiritualia habeat potestatem aliquam (pag. 926-957).

[860] _Dialogus_, III, I, 5 (GOLDAST, pag. 776). Lex enim christiana ex institutione Christi est lex libertatis respectu veteris legis .... Et ita constat, quod lex christiana esset majoris servitutis, quoad temporalia, quam lex vetus, si Papa in temporalibus haberet hujusmodi plenitudinem potestatis; quia illi, qui erunt sub lege mosaica, nulli mortali erant in temporabilibus modo subjecti. Cap. 6, pag. 177, istud est principalius vel de principalibus fondamentis et motivis quare quidam dicunt quod Papa non habet talem plenitudinem potestatis. Anche il Riezler ammette che codesta è l'opinione dell'Occam. Io aggiungo che l'argomento della libertà è addotto colle stesse parole nelle _Octo quaestiones_, I, 6, pag. 320.

[861] Anche nella terza parte del Dialogo (trattato 2º, libro 1º) come nelle otto quistioni è discussa largamente la teoria: verum imperium romanum est a Papa. E dal capitolo 18 sino al 24 sono bene addotte dieci ragioni in suo sostegno, ma per scalzarle immediatamente. Nè pago di queste confutazioni indirette ne adduce altre ben stringenti e dirette nel capitolo 25 (pag. 896). Quod repugnat divinae scripturae est haereticum; sed non posse esse verum imperium nisi a Papa, repugnat divinae scripturae (Cfr. cap. 28, pag. 901).

[862] Nello stesso libro, citato nella nota precedente, l'Occam discute separatamente le due quistioni sull'utilità e sull'origine di una monarchia universale. Intorno all'origine si contano tre opinioni (pag. 885): una est opinio quod imperium fuit a Deo constitutum et non ab hominibus. Alia est quod fuit primo institutum et tamen per homines scilicet per Romanos. Tertia opinio est quod verum imperium fuit a Papa. Quest'ultima opinione dicemmo già nella nota precedente come sia combattuta più vigorosamente delle altre due. L'opinione dell'origine divina è fiaccamente difesa nel capitolo XXVI, pag. 898, ed alla spiccia combattuta con quest'osservazione, che chiude il capitolo: Unico verbo respondetur, quia cum dicitur quod potestas imperialis et universaliter omnis potestas licita et legitima est a Deo, non tamen a solo Deo, sed quaedam est a Deo per homines, et talis est potestas imperialis (la stampa del Goldast è guasta: non solo ci sono ripetizioni dovute evidentemente ad errori di stampa, ma in luogo d'_institutum ab hominibus_ deve leggersi _institutum a Deo_). Non resta se non l'opinione dell'origine mista mediatamente da Dio ed immediatamente dagli uomini (pag. 899): A populo est imperium. Item ab illis fuit Imperium romanum, qui caeteras nationes Romam imperio subdiderunt. Quest'opinione, che raccosta l'Occam a Marsilio, è difesa nel capitolo XXVII, e resta padrona del campo, essendo risolute tutte le obbiezioni che le si muovono. In quanto poi all'utilità di una monarchia universale ci sono pure diversi pareri: 1º Una opinio (pag. 871), quod per unum principem secularem, qui non incongrue imperatoris nomine censetur, mundus quoad temporalia, optime regeretur. Nec sufficienter paci et quieti totius societatis humanae potest per aliud regimen provideri. 2º Alia opinio (pag. 874) est contraria quod non expedit mundo, ut universalitas mortalium uni imperatori seu principi sit subjecta. 3º (pag. 875) Alia opinio .... quod expediret unum principem non secularem sed ecclesiasticum universitati mortalium presidere. 4º (pag. 875) Alia opinio: Mundus optime regeretur, si plures simul mundi dominium obtinerent. 5º (pag. 876) Alia opinio est quod secundum diversitatem, qualitatem et necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari. (Vedi più sopra, pag. 63, nota 1). La prima opinione non è certo quella dell'autore, perchè alle ragioni, che da Dante in poi si addussero in favore della monarchia universale, risponde vigorosamente in cinque capitoli, dal sesto al decimo. Confuta parimenti le altre tre opinioni; ma l'unica che resta inconfutata è la quinta, che dobbiamo quindi tenere per la preferita dall'autore.

[863] Dialogo, 3ª parte, trattato 2, lib. 2, ove, stabilita la distinzione delle due potestà temporale e spirituale, esamina (pag. 904) la quistione: an Imperator verus Romanorum per universum mundum super temporalia habeat hanc potestatem, ita ut cunctae regionis mundi ei in temporalibus oboediant. E l'Occam sta per l'affermativa, perchè alle ragioni addotte nel capitolo 5º (pag. 904-906) per sostenerla non replica più, laddove combatte nei capitoli 6º, 7º e 8º quanti argomenti s'adducono in favore dell'opinione contraria. In quanto al diritto di punire, alcuni sostengono: per judicem ecclesiasticum sunt criminosi et pro criminibus secularibus puniendi (cap. X, pag. 910-11). (Anche qui parmi errata la stampa, che a pag. 910 in finem dovrebbe leggersi: una est, quod _non_ pro omni crimine seculari potest Imperator punire omnes sibi subjectos). Altri per lo contrario: ad Imperatorem et judicem secularem solummodo spectat pro criminibus secularibus plectere criminosos (cap. II, pag. 911). Tra queste due opinioni tramezza una terza, preferita evidentemente dall'Occam, secondo la quale solo in alcuni casi è lecito l'intervento del giudice ecclesiastico, quando ad esempio non est judex secularis: vel quando judex secularis est negligens facere justitiam (pag. 913). In quanto poi ai beni, tra l'opinione: imperator omnium rerum hujus mundi non est dominus (cap. XXI, pag. 919), e la contraria: est dominus (cap. XXII, pag. 919-20) c'è posto per questa terza, preferita dall'Occam: imperator non est sic dominus omnium rerum temporalium, ut ad libitum suum liceat sibi vel valeat de omnibus hujusmodi rebus, quod voluerit ordinare, est tamen Dominus quodammodo omnium pro eo quod omnibus rebus .... potest uti et eas applicare ad utilitatem communem (Cap. 23, pag. 920).

[864] _Dialogus_, P. 3ª, tr. 2, lib. 3, cap. 3 (pag. 927) licet imperator specialiter ratione imperatoria dignitatis non habeat jus eligendi summum Pontificem, vel alios praelatos inferiores, in quantum Christianus catholicus et fidelis jus eligendi Summum Pontificem potest sibi competere. Che codesta sia l'opinione dell'autore lo dice il discepolo (pag. 929): Allegationes pro ista opinione secunda tam evidentes mihi videntur, ut non curem ad ipsas responsiones audire. Il popolo romano è per diritto di natura il vero elettore del Pontefice, perchè (pag. 932) electio semper debet concedi paucis .... quia igitur romani respectu aliorum catholicorum sunt pauci, et summus pontifex est quodammodo episcopus eorum .... ideo rationabiliter alii catholici non habent jus eligendi summum pontificem, nisi quando electio non spectaret ad Romanos. I Romani poterono cedere ad altri il loro diritto, come a dire ai cardinali, e ben fecero (pag. 937), quia saepe aliqua multitudo habet jus eligendi, et tamen non expedit quod omnes eligant; ma lo riacquistano subito nel caso che il papa e gli elettori omnes infecti fuerint haeretica pravitate.

[865] Dialogo, loc. cit., cap. 17, pag. 947. Quod imperator possit et debeat papam pro omni crimine judicare quampluribus viis ostenditur, quorum una (quae etiam est in prima parte facta istius dialogi) sumitur ex unitate summi judicis, quam omnis communitas bene ordinata habere debet. E nello stesso capitolo e nei seguenti sono combattute le cinque opinioni, che ammettono la pluralità dei giudici supremi. Finalmente nel cap. XXIII, col quale si chiude il trattato, dice (pag. 956): Papa non est magis exemptus a jurisdictione coactiva imperatoris et aliorum secularium judicum, quam fuerunt Christus et Apostoli.

[866] Vedi più sopra, p. 538, nota 1.

[867] La prima parte del Dialogo (pag. 398-739) si divide in sette libri, come dice l'autore stesso nel Prologo. Primam ergo partem de haereticis acceleres inchoare: materiam in septem divide libros, quorum primus investiget ad quos (theologos videlicet vel canonistas) pertinet principaliter diffinire, quae assertiones catholicae, quae haereticae; qui etiam haeretici et catholici debeant reputari. Secundus inquirat, quae assertiones haereticae, quae catholicae sunt censendae. Tertius principaliter consideret, quis errans inter haereticos est computandus. Quartus quomodo de pertinacitate et pravitate haeretica debeat quis convinci. Quintus, qui possunt pravitate haeretica maculari. Sextus agat de punitione haereticorum, et maxime Papae, si efficiatur haereticus. Septimus tractet de credentibus, fautoribus, defensoribus et receptoribus haereticorum.

[868] Che la opinione del maestro traspaia dal Dialogo, sebbene non la manifesti, lo dice chiaramente il discepolo nel Prologo: _tuam conclusionem minime praetermittas_, quae tamen tua sit nullatenus manifestes.

[869] _Dialog._, Parte 1ª, lib. II, cap. V, pag. 415-16. Quinque sunt genera veritatum, quibus non licet Christianis aliter dissentire. Primum est earum, quae in scriptura sacra dicuntur .... Secundus est quae ab Apostolis ad nos per succedentem relationem vel scripturas fidelium pervenerunt. Tertium est earum, quas in fide dignis cronicis et historicis relationibus fidelium invenimus. Quartum est earum, quae ex veritatibus primi generis et secundi tantummodo, vel quae ex eis vel alterius eorum una cum veritatibus tertii generis possunt concludi. Quintum est earum, quas Deus praeter veritates revelatas Apostolis aliis revelavit vel etiam inspiravit. Si vede che l'Occam è molto largo e non accetta l'opinione esposta a pag. 410: quod illae solae veritates sunt catholicae, quae implicite vel esplicite in canone Bibliae asseruntur. Ma ciò non pertanto ei combatte aspramente l'opinione di alcuni canonisti del suo tempo, i quali sostenevano (pag. 418) quod Papa potest facere novum articulum fidei; opinione della quale nonnulli theologi scandalizantur (pag. 421).

[870] Lib. III, cap. III, pag. 437. Hereticus est vere baptizatus, vel pro baptizato se gerens, pertinaciter dubitans vel errans contra catholicam fidem. Eretico non è nè l'ebreo, nè il pagano, perchè non sono battezzati, ma è bene eretico il cataro, il quale, sebbene non sia, pure si dice e si crede cristiano. Che la pertinacia poi sia un carattere essenziale nella definizione dell'eretico non pure lo prova con argomenti di autorità e di ragioni (cap. VI-VIII), ma combatte ampiamente le obbiezioni (cap. V, IX, X, XI). Tutto il libro quarto è vôlto a definire la pertinacia ed enumerarne le specie, che ammontano a 17. La decimasesta è la seguente (pag. 466): Potest Papa specialiter convinci de pertinacia et haeretica pravitate si errorem, quem contra fidem diffinit, solemniter a Christianis asserit tanquam catholicum esse censendum.

[871] Tutto il libro primo della prima parte del Dialogo discute codesta quistione. E non è dubbia l'opinione dell'Occam, che viene riassunta nell'ultimo capitolo del libro (pag. 409-10) per rationes autem universales ad ipsos (theologos) pertinet judicare, ubi deficeret canonistarum prudentia ecc.

[872] Nel capitolo 2º del 5º libro, pag. 469-70 adduce alcuni esempii di papi eretici, a cominciare da S. Pietro, al quale S. Paolo resistè in faccia quia reprehensibilis erat. E cita le parole di S. Tommaso che nella Somma, II, 2 qu. 33, art. 4: Paulus qui erat subditus Petro, propter imminens periculum scandali circa fidem Petrum pubblice arguit. Nel capitolo susseguente prova con 15 ragioni quod Papa canonice electus potest manens Papa errare a fide et haereticari. Nel capitolo IV muove alcune obbiezioni che vengono risolute nel quinto.

[873] Lib. VI, cap. 57, pag. 561. Praedicta inquisitio primo et principaliter spectaret ad universalem ecclesiam, si essent ita pauci, quod omnes convenirent in unum, vel possent leviter convenire. Secundo pertineret ad Concilium generale, quod vicem tenet universalis ecclesiae. Ivi, cap. 84, pag. 602. La convocazione del Concilio nel caso di un Papa eretico spectat principalius ad praelatos et in Divina lege peritos, secundo spectat ad reges et principes et alias publicas potestates; tertio autem spectat ad omnes catholicos.

[874] Lib. VI, cap. 86, pag. 605. Concilium generale debet Papam haereticum expellere de sede .... ab omni ecclesiastico ordine degradare .... et potest ipsum curiae tradere seculari. Intorno ai laici non accetta che all'autorità secolare spetti la condanna dell'eretico, come dicono alcuni (Cap. 91, pag. 608-10), e tiene invece questo altro modum ponendi, qui minus veritati repugnare videtur (Cap. 93, pag. 611-12): si clerici crederent eidem, ac circa correctionem at cohibitionem ipsius essent damnabiliter negligentes, principes saeculares, in quorum dominio moratur, et etiam populus, qui sciret ipsum haereticum, coercere debent.

[875] Dicemmo più sopra che il secondo libro del primo trattato della terza parte discute la quistione: an expediat toti communitati fidelium uni capiti principi et prelato fideli sub Christo subjici et subesse. Resta senza risposta il capitolo 25 (pag. 812-814), nel quale è provato che absque unitate Summi Pontificis potest unitas ecclesiae perdurare, vacante enim apostolica sede manet unitas ecclesiae. Così pure rimane senza risposta il capitolo 28, nel quale sono enumerati i casi, in quibus liceret plures tales constituere Patriarchas seu primates. E finalmente nell'ultimo capitolo del libro sono ribattute ad una ad una le ragioni addotte nel capitolo primo in sostegno del governo monarchico della Chiesa. Noto tra le altre questa, che è il segreto motivo dell'avversione dell'Occam al monarcato (pag. 818): si Papa efficeretur haereticus, praesertim habens potestam temporalem .... formidandum esset ne fere omnes Christianos inficeret haeretica pravitate. Quale fosse l'opinione dell'Occam lo dice il discepolo nel principio del libro seguente: Quamvis regulariter minime expediret totam universitatem fidelium uni capiti fideli sub Christo subesse, tamen videtur quod nullus catholicus debeat dubitare quin pro necessitate temporis, vel propter excellentiam beati Petri vel ex alia causa speciali nobis fortassis ignota, aut de potentia absoluta Christus potuit constituere beatum Petrum caput, principem et praelatum aliorum apostolorum. Questo passo prova due cose: 1º che la discussione del libro precedente la dà vinta contro il monarcato; 2º che la quistione teoretica sull'utilità di questo o quel governo è indipendente nella mente dell'Occam dalla questione storica intorno a S. Pietro.