L'eresia nel Medio Evo

Part 3

Chapter 33,630 wordsPublic domain

Ma non a torto ei protesta di far parte da sè, chè le sue dottrine politiche, non del tutto conformi a quelle dei ghibellini,[63] s'inspirano a quello spirito umanistico, che fra non molto farà rinascere la tradizione ed il culto dell'antichità. Per Dante la storia antica non era chiusa peranco, nè poteva chiudersi giammai; imperocchè la Provvidenza affidò al popolo romano il primato su tutto il mondo, nè altra gente per alte virtù e gesta gloriose se ne rese più degna, nè accadrà mai che questa veneranda compagine dell'antico stato si dissolva. Al popolo romano adunque appartiene di diritto l'imperio, ed ei solo può commetterne a Cesare l'esercizio. Non il pontefice, non i principi tedeschi sono di diritto gli elettori dell'imperatore, ma solo il popolo di Roma.[64] Questa teoria bastava a combattere tutte le prentensioni guelfe; imperocchè se l'imperatore non deve al papa la elezione sua, non è obbligato a riconoscer da lui la sua autorità. Ma essa non era nata soltanto da un intendimento polemico, nè si può dire che sia un sogno da poeta. Fra non molto Ludovico il Bavaro, convocata un'assemblea popolare nel Campidoglio (11 gennaio 1328) chiederà la corona imperiale, che per solenne plebiscito gli sarà conferita. E più tardi campione dei creduti diritti di Roma si leverà un uomo singolare, il quale assunto il dimenticato nome di tribuno, affermerà l'autorità sua e il non vano suo potere di contro al papa e all'imperatore. E gli uomini più celebrati del suo tempo gli crederanno, ed il padre dell'umanismo, gl'indirizzerà una delle sue più belle canzoni,[65] e gli scriverà lettere di calda ammirazione, e per cagion di lui si raffredderà coi Colonna, vecchi suoi amici e protettori.

Ma benchè nel _De Monarchia_ aliti questo spirito classico e democratico, pure il fondo del ragionamento è schietto medievale, ed affatto tomistiche le premesse che Dante pone per trarne conseguenze affatto opposte a quelle dell'Angelico. Anche egli, come tutti i filosofi di quel tempo, non sa concepire l'ideale se non incarnato in una meschina ed angusta realtà; onde stabilita la necessità dell'unificazione delle genti, la quale soffochi il germe di guerre intestine, vien di conseguenza che quest'unità si debba impersonare in un corpo politico, l'impero, ed in un uomo, l'imperatore.[66] Ma altri avrebbe potuto inferire il vero regno unico e cristiano esser la Chiesa, e la suprema autorità delle genti il Papa. Per toglier le conseguenze facea mestieri di negare le premesse, e dimostrare come l'unità del genere umano sia solo ideale, ed a tradurla in realtà vi si opponga non pure l'ordine delle cose, che vieta uno stato così mostruosamente sterminato; ma benanco le profonde ed insuperabili differenze che la natura e il corso della storia hanno poste tra le nazioni. Per siffatta guisa si scalzava quel falso realismo, che dando corpo alle ombre, popolava il mondo di realtà immaginarie. Ma opera siffatta non poteva essere tentata se non da un riformatore della filosofia, il quale in verità era già nato e negli ultimi anni della vita di Dante avea acquistata non poca fama nell'insegnamento.[67]

VI

Con Guglielmo Occam, (morto intorno al 1349) il vigoroso ristauratore del nominalismo, s'apre l'ultimo periodo, o vogliam dire, la dissoluzione della Scolastica. Il Realismo, travagliato dalle interne scissure di tomisti e scotisti, battuto in breccia da opposti lati per opera dei mistici e degli esperimentalisti, era già un edifizio scrollato, quando l'ardimentoso minorita gli dette l'ultimo assalto. Non bisogna, ei diceva, moltiplicare gli Enti senza necessità[68] nè attribuire un'esistenza sostanziale ai concetti della nostra mente.[69] La realtà può venir colta soltanto dalla diretta intuizione;[70] ciò che supera i confini della percezione immediata, o non può da quella essere mediatamente raccolto, non è argomento di scienza; onde mal s'appongono i realisti di ragionare di Dio, e del modo come ei pensi, e delle idee che in lui si accolgano; mentre il nostro circoscritto intelletto non può penetrare i misteri dell'Essenza divina.[71] Nè meno assurdo è dimandare il principio dell'individuazione, perchè l'individuo è posto fin dall'origine tale qual'è, nè acquista per via le note individuatrici.[72] Questo audace filosofo seppe al pari di Dante sostenere le teoriche ghibelline, e quando gli se ne porse il destro, si offerse campione del loro diritto a Re ed Imperatori «_Tu me defendas gladio_, diceva a Ludovico il Bavaro, _ego te defendam calamo_». Ormai la teorica dell'indipendenza dello stato avea fatti grandi passi. E per quanto la chiesa perdurasse negli antichi concetti, e Bonifacio VIII li esagerasse fuor di misura[73] altrettanto energica fu la protesta che da tutte parti si sollevava. E Filippo il bello respinse le pretensioni della Curia, ed una fiera polemica insorse, di cui abbiamo anche oggi parecchi documenti, a cominciare dallo scritto intitolato: _disputa tra un cavaliere ed un chierico intorno alla potestà commessa ai prelati della chiesa ed ai principi della terra_. Codesto è un dialogo molto vivace ed arguto, dove sono messi alle prese un prete, che rincalza con sillogismi scolastici le boriose pretensioni del papa, ed un cavaliere che con apparente bonomia li ribatte ad uno ad uno. Il prete tenendosi stretto all'argomentare tradizionale esce ad esempio in questa tirata _a majori ad minus_: Se non negate che Cristo, padrone del cielo e della terra possa disporre dei beni temporali, come potrete senza rossore negare questa stessa facoltà al suo vicario in terra? Ma il buon cavaliere non si lascia prendere all'amo, e tranquillamente risponde: _audivi a viris sanctis ac devotissimis duo tempora in Christo distingui, alterum humilitatis et alterum potestatis. Humilitatis usque ad suam passionem, potestatis post suam resurrectionem ... Petrus autem constitutus est Christi vicarius pro statu humilitatis, non pro statu gloriae et majestatis_. Questo dialogo venne attribuito all'Occam, ma non pare che gli appartenga.[74] Certo pel concetto che vi domina dell'autonomia dello stato non sarebbe indegno del filosofo francescano, il quale in un trattato intorno alla giurisdizione imperiale nelle cause di matrimonio mise in tanto rilievo l'indipendenza del potere politico, che a lui si deve il primo schizzo della teorica del tutto moderna del matrimonio civile[75] oltre a questo piccolo scritto del 1342 Occam scrisse altre opere più vaste. Giova ricordare le otto quistioni del 1339 e il dialogo del 1343, che va diviso in tre parti, la prima distinta in sette libri riguardava la chiesa e le eresie; la seconda riproduceva il trattato composto sin dal 1333 intorno ai dommi di Giovanni XXII; la terza infine dovea andare suddivisa in nove trattati di cui sono pervenuti infino a noi ed anche mutili, soltanto i primi due. In questi lunghi e faticosi lavori, non senza le solite sottigliezze scolastiche, vengon combattuti ad uno ad uno tutti gli argomenti papalini, e non pure i filosofici, ma i tradizionali ricavati dai testi biblici, e gli storici fondati sulla pretesa donazione di Costantino e la successiva traslazione dell'Impero nei Franchi. Una gran parte di queste critiche non è certo nuova, ma nuovo è senza dubbio lo spirito che informa la polemica. Il misticismo medievale scompare affatto, chè l'Impero, se non è una creazione del Papa, non è neanco una istituzione divina, ma schiettamente storica. Essa nacque _ex ordinatione humana et non ex divina lege_ per conservare la pace e la tranquillità delle genti. Quando questo scopo fallisse, e l'elezione dell'Imperatore lungi dal portar concordia, dovesse provocare nuove guerre, _non esset talis assumptio attentanda; quia quod provisum est ad concordiam, non debet tendere ad noxam_.[76]

Il concetto grandioso dell'Impero, vagheggiato da Dante, era ben presto venuto meno, talchè Marsilio da Padova al di sopra della maestà imperiale mise la sovranità del popolo.[77]

E già da gran tempo le idee degli stessi Ghibellini s'erano profondamente modificate. La lotta tra Bonifacio e Filippo il Bello scoppiata per quelle stesse ragioni che tante volte avean messi alle prese il papato e l'impero, mostrava ben chiaro che nelle lunghe lotte combattute non era in gioco soltanto l'impero, ma gli stati tutti. Il pronostico di Federico II si avverò ben presto, e la primogenita della Chiesa vide torcere contro di sè le stesse armi, che avean ferita a morte la casa sveva. Se non che ciascuno stato difendendosi in questi contrasti colle sole sue forze, acquistava piena consapevolezza della sua indipendenza non pure dalla chiesa, ma benanco dall'impero. A quel fittizio organamento imperiale, che sotto le sembianze di un vasto accentramento celava in realtà lo sparpagliarsi di mille signorie feudali, sottentravano ora le monarchie autonome, o già formate, o in via di rapida formazione. L'individualismo che in filosofia era rappresentato dalla scuola dei nominalisti, in politica si ripercuoteva nella costituzione degli stati autonomi. Ed all'acuto sguardo dello scrittore del dialogo già citato non isfuggirono questi gravi mutamenti. «Quando, ei dice, per effetto della divisione dell'impero carolingio il regno franco si separò dal resto dell'Imperio, tutti quei diritti che pria spettavano all'Imperatore venner trasferiti integralmente al re francese. Il quale nei confini del suo regno può promulgare nuove leggi ed emendare o affatto abolire le antiche».[78] Così l'Imperatore non vien più riconosciuto come la suprema autorità, intorno a cui gravitano i re ed i principi, come pianeti intorno al sole. L'impero non è più lo stato per eccellenza, ma uno stato tra gli stati, il quale per giunta ha minore forza delle potenti monarchie che lo circondano. Questa era già da gran tempo la vera condizione di fatto, ma prima d'ora non s'era mai apertamente dimostrato che la condizione di fatto rispondesse all'intima ragione del diritto. E per fare questa dimostrazione occorreva che le menti sgombrassero l'errore del vecchio realismo di dar corpo e consistenza agli astratti concetti.

Quanto cammino abbia fatto la mente umana nel volger di pochi anni si può raccogliere dal confronto tra i due grandi poeti della nostra letteratura, Dante e Petrarca. Dante non solo mostra una grande riverenza per i filosofi scolastici, ma ne accoglie e commenta poeticamente la dottrina; Petrarca non è stanco mai di colpire dei suoi frizzi quegl'importuni dialettici, quei barbari dello stile, che fra le dispute astruse smarrirono la tradizione del divino Platone, e lo stesso Aristotele da dolce e soave che è, tramutarono in rude scrittore. _Sic jam sola philosophantis infantia et perplessa balbuties, innitens supercilio atque oscitans, ut Cicero vocat, sapientia in honore est._ Nel Petrarca rivive lo scetticismo di Cicerone, dell'autore latino che sopra tutti gli altri avea caro. E ben volentieri al pari del suo duca e maestro contro le vane elucubrazioni dei filosofi invoca l'autorità del buon senso e della tradizione. _Sint plane Aristotelici, sint philosophi... neque enim clara haec nomina illis invideo, quibus falsis etiam tument, non mihi invideant humile verumque christiani nominis et catholici._[79] Il Petrarca non è più dominato, come Dante, dalle idee medievali; ed a ragione vien da tutti riconosciuto come il primo restauratore del classicismo. Si comprende da ciò come in lui il concetto dell'Impero non possa avere quel non so che di grandioso e mistico che gli presta la fantasia dell'Allighieri. L'impero pel Petrarca non è più di un ricordo classico, e la grandezza di Roma e la salute dell'Italia, più che l'unificazione di tutte le genti, è il suo ideale.[80] Venne notato molto opportunamente che il Petrarca più che Dante insiste sui confini naturali che separano il bel paese dalle altre regioni; e con maggior compiacenza ricorda l'antica opposizione tra barbari e latini:

Che fan qui tante pellegrine spade? Perchè il verde terreno Del barbarico sangue si dipinga?[81]

La salute d'Italia, corsa da sfrenate compagnie di ventura, e in preda a incessanti guerre intestine; la salute di Roma erede del nome antico, ed ora vilmente abbandonata da Papi, ed Imperatori, questo è l'unico scopo a cui intende il poeta. Ed ove si possa conseguire, anche contro l'Impero, e per opera di un generoso romano — come parve per poco possibile al tempo di Cola — nessuno meglio di lui affretterà coi suoi voti il compimento della nobile impresa.[82] Certamente fallita l'impresa di Rienzo il Petrarca si volgerà ora ai Papi, ora agl'Imperatori perchè abbiano pietà della patria infelice. Gli sarebbe parso di mancare al suo dovere, se non avesse cercate tutte le vie di salvezza; ma non si dissimula pertanto che sull'Impero si debba contare ben poco, nè che altra speranza vi sia fuor della concordia degl'Italiani. In una lettera al doge Dandolo esprime chiaramente questi pensieri: _Italiano qual io mi sono ... lascia che parli delle sventure d'Italia. Ecco già correre all'armi i due popoli più potenti, le due più fiorenti città, e a dirlo in breve, i due più splendidi astri d'Italia, che a mio giudizio acconciamente si parve aver la madre natura quinci e quindi all'ingresso dell'italico mondo collocati, perchè cotesto vostro al Settentrione ed al Levante e l'altro al Mezzogiorno ed al Ponente rivolti, e voi padroni del mare di sopra, gli altri di quel di sotto alle quattro parti del globo mostraste come debilitato, vacillante e per poco non dissi disfatto al tutto l'Impero Romano, fosse pure l'Italia signora e regina_.[83] Altre volte avea sperato che Roberto di Napoli potesse ridurre in sua mano il governo della penisola, perchè l'Italia prendesse un posto onorato tra le grandi monarchie d'Europa.[84]

Ma torniamo al nostro minorita, il quale non pure prese parte alle quistioni politiche del tempo, ma benanco alle religiose. Il vecchio dissidio tra i due ordini frateschi era ricominciato nel 1321 a cagione di un'accusa di eresia che il domenicano Giovanni Belna muoveva contro il francescano Berengario Tolon. Il Papa dette ragione al domenicano, ma l'assemblea generale dei minoriti, tenuta sotto la presidenza di Michele da Cesena, proclamò come domma di fede la povertà assoluta di Cristo, e dichiarò eretici e scismatici quelli che non credevano in questa dottrina, nè seguivano il divino esempio. Questo domma, che menava diritto alla distruzione del cosiddetto potere temporale, per quanto tornasse acerbo al pontefice, di tanto vantaggiava lo imperatore. Onde allorchè Giovanni XXII lanciò la scomunica contro i sottoscrittori della nuova dottrina, Ludovico li tolse sotto alla sua protezione, e ne affidò ai suoi giureconsulti la difesa. L'Occam era uno dei sottoscrittori, nè è a dire con quanto calore sostenesse la causa del generale del suo ordine, che era per giunta uno degli amici della sua giovanezza. E coll'Occam si associò il più dotto giureconsulto di quel tempo Marsilio da Padova, il quale nel _Defensor pacis_ avea stabilito non esser la Chiesa costituita dal solo Pontefice e Cardinali, ma da tutti i fedeli; talchè se il maggior numero di essi, raccolto in assemblea solenne pronunzia una sentenza, le si deve inchinare il Papa per il primo.[85] Dottrine che non tarderanno molto a trionfare nel Concilio di Costanza. Nè contento di questo il giurista patavino nega che il vescovo di Roma abbia un'autorità maggiore degli altri primati della Chiesa, dubita della venuta di S. Pietro, e, quel che più monta, mette la scrittura al di sopra della tradizione. In queste ardite sentenze si riconosce già il precursore di Vicleffo e Giovanni Huss. Senza dubbio il Medio-Evo è tramontato, e dall'opposto lido spunta di già la splendida aurora del Risorgimento.

Riassumiamo. In tre periodi si divide il movimento intellettuale del Medio Evo. Nel primo di essi mentre il Realismo promuove o si associa con quelle sètte religiose, che giovandosi dell'allegoria, trasformavano le credenze tradizionali, il Nominalismo dall'altra parte vien penetrato da tutte le tendenze razionalistiche di quell'età. Nel secondo si costruisce quel mirabile sistema, nel quale debbon comporsi tutti i dissidî dell'età precedente, ed a norma del quale s'hanno a stabilire immutabili rapporti tra la scienza e la fede, lo stato e i sudditi, la chiesa e l'impero. Questo sistema non domina solo, e non pure vien combattuto da molti filosofi contemporanei, ma anche quelli, che ne accettano le dottrine fondamentali, ricusano poi le più importanti conseguenze nel campo politico. Nel terzo periodo infine la dissoluzione della scolastica trae seco la rovina di quel grande edificio politico e religioso, che fu la gerarchia medievale. Ma in tutto questo lungo corso di tempo non mancarono profonde agitazioni religiose. Ed abbiamo citate già molte sette ereticali, i Catari, i Valdesi, gli Arnaldisti nel primo periodo, i Gioachimiti nel secondo, i seguaci di Michele da Cesena nel terzo. Quali rapporti hanno queste eresie colle speculazioni filosofiche e coi moti politici del Medio Evo? Nel corso del nostro lavoro esamineremo l'origine ed il carattere di tutte queste eresie, e dopo siffatto studio forse ci verrà fatto di rispondere al difficile quesito.

LIBRO PRIMO DALL'ERESIA ALLO SCISMA

CAPITOLO I

I CATARI

I

Dall'eresia dei Catari,[86] che fu senza dubbio la più vigorosa ed infesta al cattolicismo, ha da prender le mosse chi voglia conoscere l'origine ed il corso delle opposizioni religiose nel medio evo. Noi adunque esporremo per sommi capi i dommi del Catarismo, e toccato in seguito dell'origine e della diffusione di questa setta, diremo infine delle altre che vi si annodano.

Il sistema cataro si può riassumere in questi brevi tratti. Dacchè il mondo ribocca di mali non può essere tutto opera di uno spirito buono e provvidente.[87] Le cose buone, che non sono certo le sensibili, le ha create Iddio; ma le cattive, le vane, le transitorie non le fece lui, bensì uno spirito perverso che stampò nel loro disordine l'impronta della malvagità sua.[88] Naturalmente non tutti i catari la pensavano ad un modo. Alcuni, come Giovanni di Lugio, non pure ammettevano quest'opposizione tra il cielo e la terra, ma la tenevano per eterna; perchè, dicevano, se non cessano le opposte cause debbono durare anche i due ordini di effetti; onde è falso che col tempo possa sparire il mondo visibile, e che il Dio della luce sia mai per riportare piena vittoria sul suo rivale.[89] Altri meno rigidi, come i Bogomil ed i Catari di Concorrezo, riducevano di molto l'importanza del minor creatore attribuendo al buon Dio la creazione di una parte del mondo visibile, come a dire i quattro elementi,[90] e credendo fermamente nel finale trionfo del bene sul male.[91] Ma tutti si accordavano nel dire il mondo opera di un genio malefico, sia che l'avesse creato lui stesso di pianta, o coll'ajuto del Dio buono.[92]

E al pari del mondo anche l'uomo è fattura dello spirito del male. Se non che l'uomo, secondo la psicologia neoplatonica accolta dai catari, è formato di tre elementi, il corpo, l'anima e lo spirito;[93] e se si può ammettere che il corpo ed il principio che lo vivifica siano fattura del Dio delle tenebre, lo spirito per fermo, che è puro intelletto e volontà, vanta origine più nobile, nè altri può averlo creato se non il Dio della luce. Lo spirito dell'uomo dunque non è diverso da quelle creature angeliche ed immortali, che il principio buono crea ab aeterno nella pienezza dell'amor suo;[94] l'anima per contrario è tutt'uno colla funzione stessa del corpo organico, e quando l'organismo si dissolve, perisce anch'essa.[95] Ma come mai ha luogo questo accozzo di elementi così disparati? Per qual misterioso consenso gli opposti principii del bene e del male, che agiscono sempre a ritroso, or cooperano nella creazione dell'uomo?

Questo difficile problema vien risoluto in vario senso dalle sètte catare. Ed alcuni come i Bogomil, credono che il diavolo, creato l'uomo dal fango, non potendo trattenere l'anima nel plasmato organismo, chiedesse al Dio della luce uno spirito fra quelli da lui creati, che valesse a raffrenare gl'impeti della ribelle. Ed il compiacente Dio, non si sa perchè, piegatosi alle preghiere del suo nemico, gli fu largo del richiesto aiuto.[96] Altri più accorti, non a Dio, ma allo spirito stesso ed alle sue colpe attribuiscono la ragione della caduta; ma non riescono certamente per questa via a vincere le difficoltà. Imperocchè difficilmente i Catari possono menar buono che un Dio perfetto immetta nelle sue creature la funesta possibilità del peccare, tanto che la maggior parte di loro nega risolutamente la libertà dell'arbitrio;[97] onde se questo spirito peccò non fu certo per elezione, ma per necessità di natura; e la ragion del male per tal guisa risalirebbe sempre al Creatore stesso, che si voleva a tutti i costi scagionare. A sfuggire questa evidente contraddizione si adoperano i Catari, per mezzo di miti.[98] E molti tra essi, immaginano che il Dio delle tenebre accompagnato dai suoi demoni desse la scalata al cielo, e vinto l'arcangelo Michele, che gli contendeva il passo, di viva forza ne togliesse la terza parte delle creature celesti, che cacciò nei corpi degli uomini e dei bruti.[99] Altri, non meno fantastici dei primi, avvisano che il diavolo non delle violenze si fosse valso, ma dell'astuzia; e con promesse e lusinghe avesse indotto nel peccato gli angeli del cielo.[100] Ma nè gli uni dichiarano come mai al Dio del male si debba attribuire maggior potenza che a quello del bene; nè gli altri spiegano come creature perfette possano così facilmente divenir gioco delle astuzie di uno spirito malefico.

Ma lasciamo queste contraddizioni, che nessun simbolismo religioso può rimovere. In questo convengono tutte le sette catare, essere in noi uno spirito celeste, il quale, compiuta l'espiazione del suo fallo, farà ritorno alla patria antica. Se non che qui rinascono le discrepanze, e alcuni ammettono l'unicità di questo spirito in tutti gli uomini, altri la pluralità. I concorrezesi ad esempio, riproducendo il traducianismo di Tertulliano, insegnano che alla concezione di un nuovo individuo umano, la parte spirituale non si crea _ex novo_; ma staccasi quasi per gemmazione dal tronco dei suoi parenti, dai quali colla colpa eredita giustamente la condanna. Onde lo stesso spirito o angelo, che informò il corpo di Adamo, seguita tuttora di generazione in generazione il suo pellegrinaggio doloroso.[101] Le altre sette catare, come i seguaci del vescovo Balasinanza, e i Bajolensi e i Lugiani, in luogo di uno suppongono che più angeli fosser caduti.[102] Ma il loro numero dal dì della colpa non cresce nè diminuisce più, onde al dissolversi di un organismo passano in altro, e da questo in altro ancora, fino a che non sia compiuto il giro dell'espiazione.[103] Così vien rinnovata l'ipotesi della trasmigrazione o metempsicosi, la quale vanta maggiore antichità del traducianismo.[104]