Part 25
[58] È commovente la storia di questo francescano, che in luogo di scrivere somme teologiche o commenti alle sentenze, fa ricerche ed esperimenti fisici. Ed in grazia di tali studii tenuto per mago vien più volte molestato, e in fine messo in prigione ove languisce per nove anni. E poco dopo che ne esce muore pressochè ottantenne. I papi gli furono ora amici, ora avversi. Clemente IV (1265-68) lo apprezzò moltissimo, e lo eccitò a scrivere l'_Opus majus_; Niccolò IV invece (1288-1292) fu inesorabile. Quanto valore dia Rogero all'esperienza si può vedere nella parte 6ª del suo _Opus majus_, cap. 1º. Duo enim sunt modi cognitionis, scilicet per argumentum et experientiam. Argumentum facit concludere quaestionem sed non certificat neque removet dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis, nisi eam inveniat via experientiae. Il Bacone del secolo XIII è il vero precursore del Verulamio. E forse in qualche punto gli è superiore; perchè mentre questi non fa nessun conto della matematica, quello comprende benissimo di quanto giovamento possa tornare alla scienza sperimentale. Vedi _Opus majus_, pars IV, dist. 1. Et harum scientiarium porta et clavis est mathematica.
[59] Vedi la lettera di Gregorio IX a Federico II (Rieti 23 ottobre) in BRÉHOLLES, IV, 918 e segg., e principalmente la lettera d'Innocenzo IV del 1246. J: C. in apostolica sede non solum pontificalem sed et regalem constituit monarchiam beato Petro ejusque successoribus terreni simul ac coelestis imperii commissis habenis.
[60] Vedi la lettera di Federico 20 settembre 1236 e il celebre manifesto del febbraio 1246 in risposta alla scomunica d'Innocenzo IV.
[61] _De regimine princip._, I. 14: In lege Christi reges debent sacerdotibus esse subjecti. Di questo opuscolo tutto il primo libro e i quattro primi capitoli del secondo appartengono all'Aquinate; il resto, secondo il De Rubeis, al discepolo Tolomeo di Lucca. (_S. Thom. Opp._, ed. Parma, XVI, 501). Sulle dottrine politiche di S. Tommaso vedi BAUMAN, _Die Staatslehre des h. Thomas_, Leipz. 1873, specialmente a p. 15, 75-81, 179. Lo Scaduto nel bel libro _Stato e Chiesa_, Firenze 1882, pag. 34, mette una differenza tra la somma teologica e l'opuscolo. Nè si può negare che nel _De Regimine_ è più nettamente formolata la superiorità della Chiesa sullo Stato: ma anche nella _Summa_ al disopra della legge umana è messa la divina, e tanto nel _De Regimine_ quanto nella _Summa_ la Chiesa può sciogliere i sudditi dall'obbedienza verso un Principe, che s'allontani dalla fede.
[62] Vedi principalmente la terza parte del _De Monarchia_, ove discute: an autorithas monarchae dependeat a Deo immediate vel ab alio Dei ministro seu vicario. WEGELE, _Dante Alighieri's Leben und Werke_, 3ª ediz., pag. 312: er muss zugleich auch als einer der ersten ahnungsvoller Verkündiger des modernen Staats begriffen und anerkannt werden.
[63] In questo senso accetterei la nota del Prof. Del Lungo sul ghibellinismo di Dante (_Dino Compagni e la sua Cronaca_, Firenze 1879, II, 605). Nessuno dubita che Dante avesse a disdegno i guelfi e i ghibellini dei suoi tempi, partiti più municipali che politici, e nutriti da discordie e rivalità di famiglia più che da contrasti di idee. E ben a proposito il Del Lungo ricorda la nota terzina del VI del _Paradiso_
L'uno al pubblico segno i gigli gialli Oppone, e l'altro _appropria quello a parte_ Sì che forte a veder è chi più falli.
Ma col debito rispetto ad un così esperto conoscitore di quei tempi, io non posso capacitarmi che Dante si fosse fatto ghibellno per forza e non per intimo convincimento. Se ghibellino nel suo più alto significato è colui che abbracciava in fatto di sovranità opinioni del tutto opposte a quelle sostenute sempre dai Papi a cominciare da Gregorio VII sino a Bonifacio VIII e Giovanni XXII, nessuno può dirsi ghibellino meglio di Dante, il primo che seppe ridurre a teoria la politica imperiale. Un altro forse prima di lui Engelberto, abbate di Admont, scrisse un libro _de ortu, progressu et fine romani imperii_; ma nè Dante conosceva quest'opera, nè dessa può reggere al paragone della dantesca. Sarebbe adunque strano che il primo teorico dell'Imperialismo fosse non un ghibellino, ma un guelfo. Ammetto bene che i guelfi non volessero distruggere la potestà imperiale, ma neanche i ghibellini la potestà papale. La quistione non era di distruggere l'una o l'altra delle istituzioni, a cui tutti credevano; bensì o di sottomettere l'una all'altra, ovvero di rendere l'una dall'altra indipendente. Questo voluto guelfismo di Dante ha indotto il prof. Del Lungo nella credenza che il Veltro debba essere un Papa non un Imperatore (op. cit., p. 555), opinione vittoriosamente oppugnata dal Fornaciari (_Studii su Dante_, pag. 25).
[64] Vedi la seconda parte del _De Monarchia_: An Romanus populus de jure monarchae officium sibi asciverit. Il Witte ha ben rilevata la continuità della tradizione classica.
[65] Le ragioni addotte dal D'Ancona (_Studii di critica e storia letteraria_, pag. 72-83) mi pare mettano fuori di controversia che lo _spirto gentil_ non possa essere Stefanuccio Colonna. E fra tutte le ipotesi la più probabile resta sempre quella che riferisce la canzone a Cola, interpetrando le parole: _un che non ti vide ancor da presso_ nel senso: _non ti vide tribuno_.
[66] Questa in fondo è la dimostrazione della prima parte del _De Monarchia_: An de bene esse mundi monarchia necessaria sit. L'imperatore è la miglior guarentìa della pace, della libertà e della giustizia, perchè egli è spoglio di passioni, è un essere sovrumano. Anche il Wegele pag. 348 riconosce la fallacia di questo ragionamento, sebbene non ne rilevi il carattere medievale.
[67] È nota la disputa tra il Witte ed il Böhmer da una parte ed il Giuliani ed il Wegele dall'altra. A me pare molto più probabile la congettura del Wegele che il libro sia stato scritto dopo la consacrazione di Enrico VII, al quale vanno riferite le parole del libro II, cap. I: reges et principes in hoc uno concordantes ut adversentur Domino suo, et uncto (non unico) suo Romano principi. Ma benchè questo libro sia posteriore agli scritti francesi, che ricorderemo più sotto, pure ha una tinta medievale più spiccata. Il Brice (_The holy Roman Empire_, 6ª ed., pag. 264) avea già notato: With Henry the Seventh ends the history of the Empire in Italy and Dante's book is an epitaph instead of a prophecy; con non minore acume il Wegele (op. cit., pag. 334): unter diesen rückwärtsstrebenden Geistern nimmt Dante den ersten Platz ein, und er hat diese seine Stimmung so entschieden und sinnreich ausgesprochen, sie zu einem Sistem ausgebildet und poetisch verewigt, das sie stets ein grosses Interesse hervorgerufen hat, obwohl sie nichts war, als das kraftvolle tragische Verneinen des unabänderlichen Fortschrittes der Weltgeschichte.
[68] In 2 Sent., qu. 17: Non est ponenda pluralitas sine necessitate.
[69] _Summa totius logicae_, I, cap. XV: Nullum universale esse aliqua substantia extra animam existentem evidenter probari potest.
[70] In _Sent._, prolog., qu. 1: Notitia intuitiva rei est talis notitia virtute cujus potest sciri utrum res sit vel non sit.
[71] In 1 Sent., dist. 3, qu. 2: Nec divina essentia nec divina quidditas nec aliquid intrinsecum Deus, nec quid quod est realiter Deus potest hic cognosci a nobis .... nihil potest probari naturaliter cognosci in se nisi cognoscatur intuitive.
[72] In 1 Sent., dist. 11, qu. 8. Non est quaerenda causa individuationis nisi forte extrinseca.
[73] Il Kopp, il Theiner ed il Ficker aveano già pubblicata la bolla inviata da Bonifacio VIII all'elettore Duca di Sassonia perchè favorisse le pratiche avviate presso Alberto d'Austria per la retrocessione alla Curia romana dei diritti imperiali sulla Toscana. Gl'importanti documenti pubblicati dal signor Levi (_Bonifazio VIII e le sue relazioni col Comune di Firenze_, Roma 1882) mettono fuor di dubbio questo intendimento, e l'occulto fine del processo contro Lapo Saltarelli e della missione affidata a Carlo di Valois. Bonifazio VIII con certo minore accorgimento e prestigio tentava ciò che sarebbe parsa follia agl'Innocenzo III ed ai Gregorio IX! Questi fatti rendono molto improbabile l'ipotesi, che la repubblica fiorentina mandasse da ambasciatore al Papa l'Allighieri, se a quel tempo avesse egli già pubblicato un libro così ostile alle pretensioni papali come il _De Monarchia_. Nè parmi probabile che Dante lo scrivesse nel breve ed agitato tempo che corse tra l'ottobre del 1301, data dell'ambasceria, ed il gennaio 1302 data della prima condanna. Si potrebbe ammettere come mi suggerisce un dotto e caro amico, che il _De Monarchia_ fosse stato scritto prima dell'ambasceria e pubblicato dopo. Ma quando? Prima della condanna? È possibile che Dante volesse rendere peggiori le sue sorti, quando pendevano ancora indecise? Sulla pubblicazione del Levi vedi una bella recensione di Augusto Franchetti nella _Nuova Antologia_ del 1º gennaio 1883.
[74] GOLDAST, _Monarchia_, I, 13. Il RIEZLER, _Die literarischen Widersacher der Päpste zur Zeit Ludwig des Baiers_, pag. 145 e segg., l'attribuisce al Dubois; perchè la sveltezza di questo dialogo mal s'accorda colla gravità faticosa dei dialoghi autentici dell'Occam. Oltrechè le edizioni più antiche danno il dialogo per anonimo, e solo dall'edizione parigina del 1498 si cominciò ad attribuirlo all'Occam. Una fedele esposizione del dialogo si può leggere nel libro dello Scaduto: _Stato e Chiesa_, Firenze 1882, pag. 81 e segg.
[75] _Tractatus de Jurisdictione Imperatoris in causis matrimonialibus_ (GOLDAST, tom. II, p. 21). Cum enim secundum scripturas sacras atque rationem naturalem inter infideles [non _fideles_ come è stampato dal Goldast] verum licitum et legitimum reperiatur conjugium et (prout etiam Romanorum Pontificum decretales testantur) infideles constitutionibus ecclesiasticis non arceantur, evidenti concluditur argumento, quod causa matrimonialis .... ad Imperatores legitimos .... pertinebat, p. 23. In specie autem de Sacramento matrimonii (quod etiam decretales Romanorum Pontificium dicunt apud fideles et infideles existere) dicitur, quod ad Imperatorem, in quantum solummodo Imperator, eo quod pluries Imperator extitit infidelis, causa matrimonialis .... spectat. Queste citazioni bastano a provare come l'Occam senta vivo il bisogno che il matrimonio diventi una istituzione dello stato indipendente dalle confessioni religiose. Intorno allo scritto sullo stesso argomento per Marsilio da Padova, la cui autenticità è da molti revocata in dubbio, vedi RIEZLER, op. cit., pag. 234.
[76] GOLDAST, II, p. 877. Anche Bonifazio nella lettera all'elettore di Sassonia dice alludendo all'impero: quod fuerat ad medelam provisum, tetendit ad noxam.
[77] RIEZLER, op. cit., pag. 203 e segg. SCADUTO, op. cit., pag. 118. Riscontrate anche l'opera recente del LABANCA, _Marsilio da Padova_, Padova 1882, pag. 135. Acconsento al Labanca che il mettere nel popolo la fonte della sovranità e non pure della temporale dell'Impero, ma della spirituale della Chiesa sia un concetto moderno; ma ciò non toglie che l'opera di Marsilio e pel fine che si propone, e pel metodo che tiene sa del medievale in confronto del _Principe_ e dei _Discorsi_ del Machiavelli, come ha ben detto il Villari, _Niccolò Machiavelli_, II, pag. 237.
[78] GOLDAST, I, p. 17: regnum Franciae dignissima conditione Imperii portio est, pari divisione insignita, quicquid privilegii et dignitatis retinet Imperii nomen in parte una, hoc regnum Franciae in parte altera. Questo pensiero è comune agli scritti francesi del 1303 così nel trattato _De potestate regia et papali_ di Giovanni da Parigi (RIEZLER, pag. 153; SCADUTO, pag. 93), come nella _Quaestio de potestate papae_ (RIEZLER, pag. 142; SCADUTO, pag. 96). Anche OCCAM, _Dialogus_, in GOLDAST, II, 876, secundum diversitatem qualitatem et necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari.
[79] _De sui ipsius et multorum ignorantia liber_, ed. Basilea, pag. 1037, 1043.
[80] Anche lo Zumbini, che rivendica contro il D'Ancona l'imperialismo del Petrarca, scrive egregiamente: «In mezzo a quelle lotte della Chiesa e dell'Impero, a quelle guerre crudeli, a quegli scandali d'ogni maniera, il più offeso di tutti e insieme il solo incolpevole era il popolo romano. Roma per il Petrarca era una grande vittima e intemerata, e lei bisognava soccorrere anzi tutto». _Studi sul Petrarca_, p. 254.
[81] FIORENTINO, _Saggio sul Petrarca negli Scritti varii di letteratura, filosofia e critica_. BARTOLI, _I primi due secoli della letteratura italiana_, pag. 485 segg. In una serie di lettere che il Petrarca diresse a parecchi in occasione della guerra tra Genova e Venezia è messa in rilievo quest'opposizione tra barbari ed italiani. Lib. XI, ep. 8 indirizzata il 18 marzo 1351 al Doge Dandolo (FRACASSETTI, pag. 131): Ergone ab Italis ad Italos evertendos barbarorum regum poscuntur auxilia. Unde infelix opem speret Italia, si parum est quod certatim a filiis mater colenda discerpitur, nisi ad publicum parricidium alienigenae concitentur? pag. 132: Postquam alpes et maria, quibus nos moenibus natura vallaverat, et interjectas obseratasque divino munere claustrorum valvas, livoris avaritiae superbiaeque clavibus aperiendos duximus Cimbris, Hunnis etc. Lib. XIV, ep. 5 al Doge e Consiglio di Genova dopo la vittoria riportata dai Genovesi sui Veneziani (FRACASSETTI, pag. 295): Et de exterius quidem hostibus (cioè degli stranieri che pugnavano insieme ai Veneziani) non doleo. Quid enim laboribus italicis sua tela permiscent, venale genus ac faedifragum, quos in longinquam infelicemque militiam nummus impellit etc. Lib. XIV, ep. 6, indirizzata parimente ai Genovesi, quando nell'anno appresso alla vittoria sui Veneziani si volsero contro il re d'Aragona: Quod optabam video; ab ortu ad occasum victricia signa convertite. Hic precor incumbite, viri fortes, hoc agite hoc pium, hoc justum, hoc sanctum, hoc _minime italicum_ bellum est. Lib. XVII, ep. 3, dopo la disfatta dei Genovesi (FRACASSETTI, pag. 432): ab initio et semper _a bello italico dehortatus_ eram: deinde autem de externo hoste quaesitae victoriae plauseram. Lib. XVIII, ep. 16, allo stesso Dandolo dopo le vittorie veneziane del 1354 (FRACASSETTI, p. 506): Quousque enim miseri in jugulos patria et in publicam necem barbarica circumspiciemus auxilia? Quousque qui nos strangulent pretio conducemus .... nihil insanius quam quod tanta diligentia tantoque dispendio Italici homines Italiae conducimus vastatores, pag. 510: nec tibi persuadeas, pereunte Italia, Venetiam salvam fore.
[82] D'ANCONA, _Il concetto dell'Unità politica nei poeti italiani_ negli _Studi di Critica e Storia letteraria_; Bologna 1880, p. 30-31. BARTOLI, _Appunti sulla politica del Petrarca_ nella _Rivista Europea_, 16 gennaio 1878.
[83] Epist., Lib. XI, 8. A ragione il Bartoli scrive (op. cit. pag. 489): _Come il Petrarca si riconnette da un lato coll'Allighieri, dall'altro sembra stendere la mano presaga al Machiavelli, il quale coi versi di lui chiuderà il suo ritratto del Principe_.
[84] Il D'ANCONA (opera citata, pag. 34) ricorda la famosa lettera [_De rebus familiaribus_, III, 7] indirizzata a Dionisio di S. Sepolcro nel 1339: Certe ut nostrarum rerum praesens status est, in hac animorum tam implacata discordia, nulla prorsus apud nos dubitatio relinquitur monarchiam esse optimam relegendis reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque regiam manum nostris morbis necessariam, sic te illud credere non dubito nullum me regem malle, quam hunc nostrum, cujus sub ditione vivimus. Si deve certo ammettere collo Zumbini (_Saggio_, pag. 84) che la speranza posta in Roberto non durasse lungo tempo, perchè ben presto il re napoletano si chiarì indegno dei suoi alti destini. Epperò il Petrarca si volge altrove, nè indirizza al suo regale amico alcuna esortatoria, nè sulla tomba di lui rimpiange le fallite speranze. Tutto questo è vero ed acutamente notato, ma ciò non toglie che in questa lettera il Petrarca parli sul serio, perchè Roberto, se gli fosse bastato l'animo, era certo l'unico monarca, a cui si porgevano le più favorevoli occasioni per fondare un grande stato.
[85] RIEZLER, op. cit., pag. 215 e segg. LABANCA, op. cit., pag. 148 e segg. FRIEDBERG, _De finium inter Ecclesiam et civitem regundorum judicio_, pag. 71 e segg.
[86] I Catari si dicevano così dal greco _catharos_ puro, perchè essi soli si reputavano mondi dal commercio col cattivo spirito. HAHN, _Geschichte der Ketzer im Mittelalter_, Stuttgart 1845, I, pag. 50; SCHMIDT, _Histoire des Cathares_, Paris 1849, II, 276.
[87] _Disputatio inter Catholicum et Patarinum_ in MARTÈNE ET DURAND, _Thesaurus_, V, 1706: Deum creasse omnia concedo. Intellige bona, sed mala et vana et transitoria et visibilia ipse non fecit, sed minor creator Lucifer. Vedi EBRARDUS in GRETSER, XII, 11, 136. ERMENGARDUS, ivi, pag. 223.
[88] RAINERO SACCONI, _Summa de Catharis et Leonistis_ in DUPLESSIS, _Collectio judiciorum_, pag. 48 a: Communes opiniones omnium Catharorum sunt istae videlicet quod Diabolus fecit hoc mundum; pag. 52 a, _De opinionibus Balasinanza_: Item quod utrunque principium sive uterque Deus creavit suos angelos, et quod iste mundus est formatus et creatus a malo Deo.
[89] _Summa_, pag. 52 b: Johannes de Lugio dicit quod omnes creaturae sunt ab aeterno bonae cum Deo bono, et malae cum Deo malo; pag. 53 b: Deus vult et potest omnia bona sed impeditur haec Dei voluntas et potentia ab hoste suo.
[90] _Summa_, pag. 54 b, _Sequitur de propriis opinionibus Catharorum de Concorrezio_: Deus ex nihilo creavit angelos et quatuor elementa ... diabolus de licentia Dei formavit omnia visibilia. Lo stesso Rainero ci fornisce preziose notizie sulle varie sette catare, in ispecialità italiane. I più rigidi erano chiamati, senza dubbio dal luogo di origine del Catarismo, _Albanenses_. I quali alla lor volta divisi sunt in duas partes: Hujus partis (quella che si teneva stretta all'antica tradizione) caput est Balasinansa Veronensis eorum episcopus; alterius vero partis (la più esagerata) est Johannes de Lugio Bergamensis (pag. 51 b-52 a). Da queste due parti che costituivano i dualisti rigorosi, si debbono distinguere i dualisti temperati, dei quali alcuni si chiamavano da Concorrezo [non dalla modenese Correggio, nè dalla dalmata Gorizia, come crede lo Schmidt (op. cit., II, 285), ma da Concorrezo in Lombardia, circondario di Monza]; altri dicevansi Bagnolensi o Bajolensi [da Bagnolo nel Milanese]. _Summa_, pag. 51 b: illi autem de Concorrezo diffusi sunt fere per totam Lombardiam; Baiolensi Mantuae, Brixiae, Bergami et in comitatu mediolanensi. Alla frazione più temperata appartengono gli Slavi _Bogomil_, o amici di Dio come spiega Gieseler in Schmidt loc. cit.
[91] Anche Giovanni di Lugio credeva quod omnes (?) animae liberabuntur in fine a poena et culpa (_Summa_, pag. 54 b).
[92] BONACURSUS in D'ACHERY, _Spicilegium_, I, 208: Sententia tamen omnium est illa elementa diabolum divisisse.
[93] MONETA, _Adversus Catharos_, Roma 1743, pag. 105: illi enim Cathari, qui duo ponunt principia dicunt populum Dei constare ex tribus, scilicet corpore, animo et spiritu praesidente utrique. Questa antica opinione che si riadduce alle distinzioni platonico-aristoteliche delle parti dell'anima era stata accettata dai Padri, come Giustino Taziano ecc. Vedremo che la Gnosi sapea distinguere nell'uomo due anime, la buona e la cattiva. Lo stesso affermano i Manichei. (GIESELER _Kirchengeschichte_, I, 306).
[94] MONETA, 105 B: Sciendum est, quod per spiritum intelligunt isti Heretici Angelos, de quibus legitur «Qui facit angelos suos spiritus (Paul. ad Hebr. I, 7)».
[95] ALANUS, _Adversus haereticos et waldenses_, pag. 53: Hi autem volunt dicere, ideo resurrectionem non futuram, quia anima perit cum corpore... Moyses dicit animam esse in sanguino, et sic videtur quod pereunte sanguine, pereat anima. In questo luogo par che Alano non faccia distinzione tra i Catari e quelli che negano la immortalità dell'anima. Al contrario Moneta, pag. 416: In hoc autem non arguo Catharos (vale a dire animas hominum cum corporibus interire). L'equivoco nasce dal doppio senso della parola anima, ora intesa come spirito, ora come principio vitale.
[96] V. SCHMIDT, II, 59, che cita Euthymius Zigadenus, _Narratio de Bogomilis_, ed. Gieseler, Gottinga 1842, pag. 8.
[97] MONETA, pag. 63: de libero arbitrio quod isti negant esse in populo Dei. E le ragioni di questa negazione vi sono molto sottilmente esposte. Hujus rei caussa una est quia si populus Dei haberet liberum arbitrium ad utrumque, scilicet ad bonum et ad malum, ab eodem fonte et eadem natura esset bonum et malum, sic ergo non esset necesse ponere duos Deos... Secunda causa quia Deus non habet liberum arbitrium; non habet flexibilitatem ad bonum et ad malum. Unde ergo haberet populus Dei liberum arbitrium? L'HAHN, op. cit., I, 69, giustamente osserva che la negazione del libero arbitrio è intimamente collegata colle dottrine dei dualisti rigorosi, perchè secondo loro, finchè l'anima è in potere del cattivo spirito non può far bene, e quando al contrario in virtù del _consolamentum_ se ne libera non può far male.
[98] V. SCHMIDT, _Histoire des Cathares_, II, 24.
[99] _Summa_ in DUPLESSIS, pag. 52 a: _De opinionibus Balasinanza_ Diabolus cum suis angelis ascendit in coelum, et facto ibi proelio cum Michaele Archangelo, extraxit tertiam partem creaturarum Dei et infundit eas quotidie in humanis corporibus et brutis.
[100] MONETA, pag. 4: Credunt etiam quod Diabolus, invidens Altissimo, caute ascendit in coelum Dei sancti, et ibi colloquio suo fraudolento praedictas animas decepit, et ad terram istam et caliginosum aerem duxit. Rainero dice di Giovanni di Lugio (_Summa_ pag. 53 b): Igitur cuncta animantia participabant calliditate, sed plus omnibus serpens, et ideo per eum est facta deceptio. Ma questo inganno pare che non sia volontario nè per chi l'ordisce nè per chi lo soffre, perchè nihil est quod habet liberum arbitrium, etiam Deus summus.
[101] _Summa_, pag. 54 b: Diabolus formavit corpus primi hominis et in illum effudit unum angelum, qui in modico jam peccaverat. Item quod omnes animae sunt ex traduce ab illo angelo. Questo domma dell'unicità dell'elemento spirituale in tutti gli uomini ha una lontana parentela coll'intelletto unico e separato degli Averroisti.
[102] _Summa_, pag. 55 b: Bajolensi conveniunt cum praedictis Catharis de Concorrezo fere in omnibus opinionibus excepto hoc scilicet, quod dicunt quod animae sunt creatae a Deo ante mundi constitutionem, et quod tunc etiam peccaverunt.
[103] _Summa_, pag. 52 a: Et etiam de uno corpore eas transmittit in alium, donec omnes reducentur in coelum.
[104] Anche l'antico manicheismo insegnava questa dottrina. Socrate, _Hist. eccl._ cap. XVII: Manes... animorum ex uno corpore in aliud manifesto tradit, Empedoclis, Pithagorae et Aegiptiorum secutus opiniones.