Part 22
Da queste citazioni ben si raccoglie come l'Occam non fosse da meno di nessuno nel sostenere la causa dell'Imperatore, il quale, non perchè sia cristiano, ha perduto nulla dei diritti, che spettavano ai suoi predecessori pagani. E se questi decidevano intorno alle cause matrimoniali, perchè il loro successore non potrà fare altrettanto? Lo può, e lo deve quando sopratutto l'interesse di Stato lo consiglia, come nel caso del figlio di Ludovico e della principessa Margherita, il cui matrimonio con Giovanni Enrico di Boemia non essendo stato consumato, si può tenere per apparente più che per reale.[858] Questi concetti sono chiaramente ripetuti nella terza parte di quella voluminosa opera intitolata _il Dialogo_, ove l'Occam fa discutere da un maestro ed un discepolo le quistioni più ardenti del suo tempo.[859] Anche qui la teoria, che attribuisce al Papa una padronanza assoluta non pure nelle cose spirituali, ma nelle temporali, vien condannata come falsa, perniciosa ed eretica, perchè contraddice all'essenza stessa del Cristianesimo che sta nella libertà; laddove se il Papa avesse un così sconfinato potere sui fedeli, la legge di Cristo sarebbe più dura e più tirannica della legge mosaica.[860] Parimenti eretica e contraria alle sacre carte è l'altra teorica, derivata dalla precedente, che riadduce al Sommo Pontefice l'autorità imperiale.[861] Non che l'Occam creda l'Impero sia una istituzione sacra, emanante direttamente da Dio; imperocchè già notammo nell'Introduzione, che ei lo tiene per una creazione umana, voluta per fermo da Dio, ma nata da certi bisogni degli uomini, e vôlta ad alcuni fini, e ben peritura quando quei bisogni cessino o quei fini falliscano.[862] Però fin che vige l'Impero, tutti debbono inchinarsegli, e l'Imperatore, il cui dominio s'estende per quanto gira il mondo, non pure sugli averi e sulla libertà dei suoi sudditi ha piena potestà (in quanto almeno alla legge di natura non contraddica, ed al bene pubblico conferisca);[863] ma benanco sulle cose e persone spirituali esercita diritti. E talvolta può bene nominare i papi, non in quanto imperatore per fermo, ma come rappresentante del laicato, ed in particolare del popolo romano, al quale dev'essere restituito l'antico diritto di elezione, quando gli elettori ecclesiastici o per eresia o per quale altra ragione se ne siano mostrati indegni.[864] E se può nominare il Papa, ha diritto altresì di giudicarlo, e punirlo se occorra, imperocchè se Cristo e gli Apostoli si sottomisero alla giurisdizione imperiale, ragion vuole che anche il Papa vi si pieghi, quando pur la comunità cristiana debba avere, come ogni Stato ben costituito, un solo e supremo giudice.[865] Nè manca il caso, in cui lo deve anche deporre, se il Papa, poniamo, sia caduto in eresia, ed i cardinali ed i vescovi, non che richiamarlo sulla buona strada, si uniscano a lui.[866]
Ma come può darsi codesto caso? Che cosa è mai l'eresia? Ed a quali caratteri si scopre? E chi dovrà riconoscerla? Non forse il canonista, che ben sa quali dottrine sieno state condannate dalla Chiesa e quali no? E quale più autorevole canonista del Pontefice, che non pure può interpetrare i vecchi canoni, ma crearne di nuovi? E come mai chi è chiamato a definir l'eresia può cadervi dentro? E poniamo che vi cada, chi può giudicarlo? E se egli è eretico, saranno altresì quelli che gli prestano obbedienza? Codeste quistioni furono già discusse dall'Occam nelle opere precedenti, ma ora nella prima parte del Dialogo vi ritorna su, dibattendole con maggior larghezza ed ordine.[867] Non può cader dubbio sulle sue opinioni, sebbene dichiari di non manifestarle, per tema che altro le abbracci sull'autorità di lui, o le rifiuti in _odium auctoris_.[868] L'eresia secondo l'Occam, è un domma falso contrario alla fede ortodossa, attestata non pure dalle sacre carte, ma benanco dalla tradizione della Chiesa,[869] ed eretico è quel cristiano, che pertinacemente erri o dubiti di codesta fede.[870] Decidere quale dottrina sia eretica e se altri sia caduto in eresia spetta ai teologi, non ai canonisti, come si pretendeva dagli aderenti di Giovanni XXII; perchè i canonisti ben conoscono le regole di procedura da osservare nei giudizii di eresia, e il modo di accusare, e le pene da infliggere; ma se non sono teologi, ignorano le più riposte ragioni della fede, nè sanno riconoscere quello che vi contraddica, nè possono dare da per loro l'esatta interpretazione dei canoni.[871] Anche il Papa stesso, quando sia sfornito di studii teologici, non solo non sa dare autorevole sentenza intorno agli eretici, ma egli medesimo può cascare in eresia, come lo provano gli esempi e le ragioni.[872] Ed in tal caso non manca chi possa e debba giudicare il Papa, perchè al di sopra di lui sta la Chiesa universale. E se fia impossibile che tutti i cattolici si raccolgano in assemblea, farà le loro veci il Concilio generale, il quale non ha d'uopo dell'invito del Papa per adunarsi, quando gl'interessi della fede lo richieggano.[873] E codesto Concilio, accertata l'eresia del Papa, deve espellerlo dalla sede, spogliarlo d'ogni dignità ecclesiastica e consegnarlo, se occorre, al braccio secolare come farebbe di qualunque altro eretico. E dove il Concilio non si possa riunire, nè altra autorità ecclesiastica ne faccia le veci, spetterà, come dicemmo più sopra, ai laici ed alle potestà secolari di salvare la fede.[874]
Intorno a codesta preminenza del Concilio, l'Occam va pienamente d'accordo con Marsilio da Padova; ma dissente da lui intorno al primato del vescovo romano. L'animoso minorita non è certo tenero della supremazia papale, e spende un libro intero del Dialogo per discutere se convenga all'università dei fedeli il governo di un solo. E benchè non neghi i vantaggi della monarchia, pure dichiara in certi casi preferibile l'aristocrazia; nè teme che la pluralità dei capi possa recar danno alla forza e compattezza della Chiesa.[875] Ma ciò non pertanto non gli basta l'animo di accettare le teorie storiche di Marsilio, secondo le quali nè S. Pietro avrebbe avuto da Cristo il primato sugli altri apostoli, nè avanti a Costantino il vescovo di Roma avrebbe esercitato alcun potere sugli altri vescovi. E gli argomenti addotti nel _Defensor pacis_ in sostegno di codeste teorie ei li combatte ad uno ad uno,[876] ed apertamente dichiara che la dottrina del primato romano è una costante tradizione della Chiesa, a cui s'ha da prestare piena fede.[877] Nè s'ha da credere che codesta prova non sia secondo le convinzioni dell'Occam, perchè invece va d'accordo col suo principio fondamentale, che la tradizione cattolica, continua e costante, è l'unico e saldo criterio di verità. Può fallire il Papa; dice l'Occam, e non meno di lui il Collegio dei cardinali; può fallire lo stesso Concilio, e forse anche in qualche momento d'oblìo la Cristianità tutta; ma la dottrina canonica non verrà meno per questo, e dopo gl'intervalli d'oscuramento brillerà di più viva luce.[878] Così pare assicurata la supremazia di Roma, ma i principii da cui parte l'Occam menano a ben altre conseguenze; perchè se non solo il Papa, ma il Concilio e la Cristianità tutta può fallire, non resta nulla di saldo all'infuori dei sacri libri. È manifesto per tal guisa come per diversa via l'Occam riuscisse allo stesso risultato di Marsilio, vale a dire alla negazione della gerarchia medievale. E così il moto francescano, cominciato da un dissidio interno dell'ordine minorita, si dilarga oltre misura, e si tramuta in opposizione implacabile contro l'assolutismo teocratico e nell'ordine religioso e nel politico.
Dal movimento francescano furono provocate alcune sètte più o meno ereticali, come i flagellanti, gli apostolici, i beghini. I flagellanti apparvero nell'anno fatale 1260, in cui secondo i gioachimiti doveva aver luogo la fine del vecchio mondo. Gli apostolici, surti al tempo delle prime dissensioni francescane, si dettero per i soli e veri seguaci delle dottrine spirituali. I beghini, nati più tardi, non erano se non terziarii francescani, i quali mettevano la Regola al pari dell'Evangelo, e negavano obbedienza a qualunque autorità ecclesiastica non la interpetrasse a lor modo. Queste sètte solennemente condannate come eretiche, ci porgono la più chiara prova del fine che sortì l'agitazione gioachimita. E possiamo ben dire che il secondo periodo del movimento religioso medievale ha un corso opposto al primo, comincia dallo scisma e termina nell'eresia.
CONCLUSIONE
Pervenuti alla fine dei nostri studii possiamo riprendere la quistione dei rapporti, che corrono tra le eresie ed il movimento filosofico e politico del medio evo. Codesto movimento era indirizzato a tre scopi, che sono la libertà del pensiero, l'autonomia dello Stato, la riabilitazione della vita. In quanto al primo punto non si può negare che le discussioni e le polemiche religiose valevano a scuotere le menti dal loro torpore dommatico, e già notammo parziali contatti tra i filosofi e gli eretici. Il capo degli Arnaldisti, ad esempio, era discepolo fido di Abelardo, e coi gioachimiti si unirono apertamente gli scolari di Amorico di Bena e di Davide di Dinant. Ma in verità codesti contatti sono o accidentali, o sforzati. Quanta opposizione corresse tra il pensiero di Gioacchino e quello di Amorico lo dimostrammo più sopra, e più sopra notammo che gli Arnaldisti fuori di un punto solo erano del tutto ligi ai dommi tradizionali, nè v'ha ricordo che l'intendessero nel modo razionalistico di Abelardo. Ora aggiungiamo che qualunque delle eresie fosse prevalsa, non esclusa la valdese, non sarebbe stata meno infesta alla libertà del pensiero, e vedemmo con quanto disprezzo e sospetto parli Gioacchino della scienza. Nè va taciuto che alcune delle eresie, principalmente la catara, erano fatte per favorire le credenze superstiziose, che maggiormente ripugnano alla sana ragione, come a dire la fede nel diavolo e nelle stregonerie. Lo stesso possiamo dire per quel che riguarda l'autonomia dello Stato. Certo tutti codesti eretici, benchè discordi tra loro, s'uniscono nel combattere la mondanità della Chiesa, e contro il potere temporale dei Papi e la voluta donazione di Costantino levano unanimi la voce; ma un'azione diretta dell'eresia sul partito ghibellino non c'è stata, almeno fino a Ludovico il Bavaro. E ricordo che se da una parte gl'imperatori, non escluso Federico II, furono aperti persecutori dell'eresia, dall'altra i gioachimiti tennero Federico per l'Anticristo. Finalmente intorno al terzo punto, la riabilitazione della vita, gli eretici di qualunque setta vi si opponevano con maggior vigore degli ortodossi; imperocchè notammo che nelle più opposte scuole dominava il medesimo ascetismo. Le due correnti adunque, la razionalistica e l'eretica, si tennero bene distinte, come ha già notato il Reuter; ma nella fine del secondo periodo parve che si ricongiungessero, perchè l'Occam, capo della scuola nominalistica, fu altresì strenuo difensore della causa di Ludovico il Bavaro, e uno dei più autorevoli tra i dissidenti francescani, che insorsero contro l'assolutismo della Curia romana. Se non che l'Occam non apparteneva a nessuna delle sètte eretiche da noi studiate, neanco a quella dei gioachimiti, le cui opinioni sul terzo stato egli non insegnò mai. E se pure eretica s'ha da dire la sua dottrina, certo è un'eresia che ha uno stampo suo proprio, un carattere più sano e meno mistico delle precedenti. Per tal guisa il pensiero dell'Occam sopravvive, ed anche oggi se ne trova una traccia nei vecchi cattolici, laddove le eresie medievali, l'una dopo l'altra, scomparvero tutte, alcune per non risorgere più, altre per rifiorire rielaborate e trasformate nella Protesta.
TESTI INEDITI
PUBBLICATI FRAMMENTARIAMENTE NELLE NOTE
JOACHIM — _De ultimis tribulationibus_, cod. laur. XI, plut. IX, dex. Santa Croce (pag. 315, nota 1).
JOACHIM — _De articulis fidei_, cod. suddetto (pag. 316, nota 1).
JOACHIM — _Epistola_, cod. laur. XLI, plut. LXXXIX inf. (p. 318, n. 1).
ANONIMO — _Cronaca delle Tribolazioni_ (pag. 420, nota 1; p. 431, nota 1 e 2; pag. 433, n. 3; pag. 437, n. 2; pag. 440, n. 2; pag. 479, n. 1; pag. 481, n. 1; pag. 483, n. 2; pag. 485, n. 2; pag. 486, n. 1; pag. 487, n. 1; pag. 488, n. 1; pag. 491, n. 2; pag. 492, n. 1; pag. 493, n. 1 e 2; pag. 494, n. 3; pag. 501, n. 1; pag. 502, n. 2; pag. 504, n. 1 e 2; pag. 506, nota 1; pag. 511, n. 2 e 3).
_Processo verbale della Commissione d'Anagni_ — Codice della Sorbona 1726 (pag. 468, nota 1 e 2; pag. 469, n. 2; pag. 471, n. 1; pag. 475, n. 1).
_Opuscoli di P. Giovanni Olivi_ — Codice Laurenziano III, plut. XXXI (pag. 489, n. 1).
_Cronaca di Niccolò Minorita_ — Codice Magliabechiano, Classe XXXIV, num. 76 (pag. 530, n. 1; pag. 531, n. 1).
Ai passi già riferiti del codice della Sorbona 1726 mi sia lecito aggiungere quest'altro molto importante per la bibliografia gioachimitica (carte 143 _tergo_):
Item in tractatu (qui c'è una lacuna nel codice) Evangelia exponens illud de Symeone presentato Christo in templum die Purificationis ait: Itaque senex iste justus et timoratus ratione presules designat, in quibus donante Deo manet usque in finem promissio ista Domini dicentis Petro: Ego rogavi ut non deficiet fides tua. Semper enim Petri successio affectat videre completum quod praedicat, et cum dabitur ei videre quod optat, ut videlicet infra videat consumatum donum Spiritus Sancti in populo christiano, sicut futurum credimus in adventu Heliae, qui venturus est omnia consumare, videns sanctum illum ordinem, quem Ecclesia spiritualis peperit quasi de abditis praesepii locis venientem ad lucem, accipiet eum in ulnas fidei et dilectionis suae et pronunciabit in eo illum esse vivificantem spiritum, in quo est salus mundi, qui et loquetur in eo ad praedicandum evangelium regni in universo mundo. Illud scilicet evangelium de quo dicit Joannes in Apoc. XIII: vidi angelum volantem per medium coeli, et datum est illi evangelium aeternum. Sed quare vel a Domino dicitur evangelium regni, vel a Joanne evangelium aeternum nisi quia id quod mandatum est nobis a Christo vel apostolis secundum fidem sacramentorum, quantum ad ipsa sacramenta transitorium est et temporale, quod autem per ea significatur, aeternum.
Sfortunatamente il codice ha una lacuna dove si citava il titolo dell'opera, da cui i giudici di Anagni tolsero il passo surriferito. Ma noi possiamo congetturare che essa sia l'Esposizione dei quattro Evangeli, ricordata dal Salimbene (pag. 124): Anno Domini MCCXLVIII cum essem cum fratre Hugone in Provincia Provinciae apud castrum Arearum, ubi Saccati sumpserunt initium, et ubi habitabat frater Hugo, accepi ab eo quod habebat de expositione abbatis Joachim super quatuor Evangelistas.
Non ostante che questa opera sia citata dai giudici di Anagni non posso tenerla per autentica, perchè Gioacchino nelle opere genuine non parla mai dell'_Evangelo eterno_ in modo così esplicito, come nel passo surriferito. E la falsità mi pare più manifesta, quando confronto questo passo coll'analogo della _Concordia_, ove è commentato lo stesso testo di S. Luca (_Conc._, V, 43, fol. 80, col. 3-4): Symeon suscipiens natum Christum dixit «Lumen ad revelationem gentium» et quod subjunxit «ad gloriam plebis tuae Israel» ad illos Israelitas referendum est, qui credituri sunt per verbum in fine postquam introiret plenitudo gentium.
INDICE
AVVERTENZA Pag. VII
INTRODUZIONE — _Il movimento intellettuale contemporaneo dell'eresia_.
I. Primo periodo della scolastica. Nominalismo. Realismo. Concettualismo 1-18 II. Condizioni politiche e religiose che preparano il secondo periodo della scolastica 18-25 III. Secondo periodo della scolastica. Tomismo e Scotismo 26-42 IV. Oppositori del Tomismo 43-46 V. Influsso del Tomismo sulla letteratura. Dante 46-57 VI. Terzo periodo della scolastica. Parallelo fra Dante e Petrarca 57-71
LIBRO I DALL'ERESIA ALLO SCISMA
CAPITOLO PRIMO — _I Catari_.
I. I dommi del Catarismo 73-83 II. Polemiche catare 84-87 III. Dottrine morali dei Catari 87-93 IV. Culto esterno e gerarchia 93-99 V. Origine del Catarismo 100-107 VI. Durata, diffusione, intensità del movimento cataro 108-125 VII. Valore del Catarismo 126-134
CAPITOLO SECONDO — _I Valdesi_.
I. Rapporto tra Catari e Valdesi 134-150 II. Precursori dei Valdesi 150-164 III. Pietro Valdez e l'opera sua 165-174 IV. Dottrine primitive dei Valdesi 174-192 V. Dottrine posteriori e rottura definitiva col Cattolicismo 192-206
CAPITOLO TERZO — _Patarini ed Arnaldisti_.
I. Storia dei Patarini sino alla morte di Erlembardo 207-228 II. La lotta delle investiture 228-231 III. Arnaldo da Brescia. Sua vita 231-246 IV. Dottrine di Arnaldo e degli Arnaldisti 246-256 V. Riassunto del primo periodo 257-259
LIBRO II DALLO SCISMA ALL'ERESIA
CAPITOLO PRIMO — _L'abbate Gioacchino_.
Preambolo 261-262 I. Vita e carattere dell'abbate Gioacchino 262-291 II. Le opere autentiche e le spurie 291-318 III. Esposizione del _Decacordo_ e della _Concordia_ 319-352 IV. Il Commento all'_Apocalisse_ 353-373 V. La dottrina dell'abbate Gioacchino 373-387 VI. Origine del Gioachimismo 387-409
CAPITOLO SECONDO — _Amorico di Bena ed il movimento francescano_.
I. Amorico e gli Almariciani 409-419 II. L'ordine francescano durante la vita del suo fondatore 419-435 III. I primi dissidii francescani. Il generale frate Elia ed i suoi oppositori 435-448 IV. Giovanni da Parma e l'_Evangelo eterno_ 449-483 V. Pier Giovanni Olivi ed Ubertino da Casale 484-514 VI. La lotta dei francescani contro Giovanni XXII. Michele da Cesena e Guglielmo Occam 514-555
CONCLUSIONE — _Valore dell'eresia medievale_ 557-559
Diversi errori sono sfuggiti nella stampa, i quali saranno facilmente avvertiti dal sagace lettore. A me preme notare questi soli, che guastano il senso:
----+-----+----------------------------+----------------------------- Pag.| Lin.| ERRORI | CORREZIONI ----+-----+----------------------------+----------------------------- | | | 201 | 1 | Ma la celebrazione della | Dicemmo più sopra che | | messa per parte dei laici | secondo i Valdesi ad ogni | | | laico era dato di celebrar | | | la messa; ma codesta | | | celebrazione | | | 372 | 7-9 | Roma, non in quanto | Roma, in quanto rappresenta | | rappresenta la Chiesa, ma | non la Chiesa, bensì | | bensì la moltitudine dei | la moltitudine dei reprobi, | | reprobi non si raccoglie | la quale non si raccoglie | | | 481 |14-15| non solo come gioachimita | non solo quale capo del | | bensì quale capo del | partito intransigente, | | partito intransigente | bensì come gioachimita
NOTE:
[1] Giovanni Scoto Erigena nacque in Irlanda (Scotia major) sul cominciare del secolo nono. Carlo il Calvo non molto dopo il suo innalzamento al trono (843) lo chiamò a dirigere la scuola palatina, e più tardi gli commise di tradurre dal greco le opere del pseudo Dionigi l'Areopagita. Indarno il papa Niccolò I si dolse che questa traduzione fosse pubblicata prima di venire sottoposta alla censura. Scoto morì in Francia intorno all'anno 877. Secondo l'Hauréau la fine tragica in Inghilterra attribuitagli dagli storici è una favola nata dallo scambio di due omonimi.
[2] Le immagini adoperate da Scoto sono tutte improntate all'emanatismo neoplatonico. _De divis. nat._, IV, 5: pag. 311 Est autem generalissima quaedam et communis omnium natura, ab uno omnium principio creata; ex qua veluti amplissimo fonte per poros occultos corporales creaturae velut quidam rivuli derivantur, et in diversas formas singularum rerum eructant. Nè crediate che questa _communis natura_ sia una cosa diversa dal _principium_. Basterebbero tra mille questi due passi a mostrarne l'identità, III, 23: pag. 249 Creatur enim a se ipsa in primordialibus causis, ac per hoc se ipsam creat, hoc est in suis theophaniis incipit apparere, ex occultissimis naturae suae sinibus volens emergere III, 17: pag. 238 Proinde non duo a se ipsis distantia debemus intelligere Dominum et creaturam, sed unum et id ipsum. Nam et creatura in Deo est subsistens, et Deus in creatura mirabili et ineffabili modo creatur.... omnia creans in omnibus creatum, et omnium factor factum in omnibus. Scoto Erigena è il primo rappresentante di quell'indirizzo filosofico, che attribuisce una realtà a sè ai concetti universali. Ac per hoc intelligitur quod ars illa, quae dividit genera in species, et species in genera resolvit, non ab humanis machinationibus sit facta, sed in natura rerum ab auctore omnium artium, quae vero artes sunt, condita. _De divis. nat._, IV, 4, pag. 310. Cito l'ediz. del 1838 pubblicata in Münster.
[3] ANSELM. _De fide Trinit._, cap. 2. Illi utique nostri temporis dialectici imo dialectice haeretici, qui non nisi flatum vocis putant esse universales substantias. Non metto in dubbio che l'espressione _flatus vocis_ sia stata usata da Roscellino, il quale nella disputa contro i Realisti ebbe i suoi buoni motivi di opporre ad un'affermazione assoluta un'assoluta negazione. Dal che non segue però che si debba intendere alla lettera questa espressione polemica, come se Roscellino tenga gli universali per puri nomi, ai quali non corrisponda neanche un concetto.
[4] ABELARDO nel trattato _De Divis. et definit._ (_Ouv. inéd. d'Abélard_, pars V. Cousin, 1836, p. 471). Fuit autem, memini, magistri nostri Roscellini tam insana sententia, ut nullam rem partibus constare vellet sed sicut solis vocibus species, ita et partes adscribebat. In altre parole la scomposizione del tutto nelle sue parti (quando la totalità è organica), è un processo puramente intellettivo. In realtà non si può staccare una parte dall'altra senza distruggere la parte stessa, come ad esempio un membro divelto dall'organismo non è più cosa vivente, ma materia inerte. Ma se si considera la cosa più da vicino, il vero nominalista non può ammettere questa forza misteriosa, che conferisce alle parti un nuovo valore, e le trasforma in membra vive di una totalità ideale. Il vero indivisibile per il nominalista non è dunque il tutto, ma ciò che non ha parti di sorta. Questo è lo schietto individuo, ente semplice, che resta sempre eguale a sè medesimo, benchè la mente nostra guardandolo da varî aspetti, possa artificiosamente dividerlo in altrettante porzioni.